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Guida al quartiere di Giulianova Paese: La villa "Alla Montagnola"

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LA VILLA ALLA MONTAGNOLA
(Via Amendola)
di Riccardo Cerulli 
Lungo il suo percorso, a metà circa della salita (via Giuliantonio Acquaviva) che dal Largo da capo, porta al pomerio, esterno alla muraglia occidentale, (già via delle fiere, oggi Amendola), la processione della Madonna dello Splendore incontra, sulla destra, l'ingresso del viale di accesso alla Villa alla Montagnola, dimora degli Acquaviva del ramo di Conversano, fino agli inizi di questo secolo, (attualmente di proprietà Migliori).

La casa alla Montagnola in una recentissima immagine (lato sud)

È un complesso immobiliare di notevole estensione, anche se ridotta rispetto alla originaria che, secondo una tradizione orale, raccolta da Mario Montebello, sarebbe stata pari a quella della piccola città-fortezza, fatta costruire da Giuliantonio Acquaviva, feudatario, fondatore di Giulia, (o Giulia Nova), sul finire del Medioevo, su disegno dell'artista senese Francesco di Giorgio Martini e non, (come si era per secoli creduto), di un innominato ufficiale spagnolo in servizio a Pescara. Il Montebello ha dimostrato nello scritto intitolato "Francesco di Giorgio Martini, Giulia Nova e lo studiolo di Urbino" (bullettino DASP 1993, vol. LXXXIII) e nel libro "Francesco di Giorgio Martini e Giulianova" (ed. A. Ausilio, Padova 1994), con rigorosa analisi di elementi biografici ed estetici che il progettista e (forse) direttore dei lavori del nuovo munito abitato fu, appunto, il Martini, quando da pittore e scultore, operoso e famoso in patria, si fece anche architetto ed ingegnere militare, lontano però da Siena. Tra l'opera pittorica e scultorea (Siena) e quella prevalente mente architettonica (Urbino) del Maestro corse un non breve intervallo, finora privo di riscontri soggettivi ed oggettivi.

Giulio Antonio Acquaviva D'Aragona, fondatore di Giulianova

"Giulianova è l'anello mancante della evoluzione e dei tempi martiniani" - scrive il Montebello - che include nell'"anello" la probabile presenza del Martini a  Pescara o, comunque, nel Regno di Napoli, negli anni settanta del secolo XV  e l'altrettanto probabile suo incontro con Giuliantonio Acquaviva, da poco reintegrato nella potestà feudale dello Stato d'Atri da re Ferrante d'Aragona che ne aveva privato il padre Giosia, "ribelle al trono" e ne aveva investito - a compenso dei "militari servizi" prestatigli, il Matteo di Capua. Il VII duca d'Atri e conte di S. Flaviano, nonché titolare di numerose altre signorie in Abruzzo e in Puglia, avendo constatato che il millenario castello, intitolato al santo patrono Flaviano, alla sinistra dell'ultimo corso del Tordino, era in condizioni di estremo degrado, "per turbinar di guerre … e per più avverso cielo", aveva deciso - all'atto del suo insediamento, nei feudi appartenuti al genitore, - di trasferire abitato ed abitanti sul vicino colle, sul quale sorge il centro storico di Giulianova. Il prossimo capitano di guerra del monarca aragonese che nel reintegrarlo nei benefici lo aveva "ascritto al regale parentado", autorizzandolo ad inquartare la sua arma nell'arma del re, voleva che la nuova "urbs" avesse carattere di forte presidio difensivo, come sembra che fosse anche nei voti di Ferrante, in considerazione della vicinanza della frontiera del Tronto, (ritenuta insicura). Simile realizzazione postulava la guida di un esperto di costruzioni militari. E L'Acquaviva scelse Francesco, non sappiamo per quali acquisite prove, dirette ed indirette, del suo valore, come tecnico di fortificazioni permanenti ed architetto. Nello "studiolo" urbinate, (nella città di Federico da Montefeltro il Martini raggiunse la sua piena individualità), alcune incisioni sul legno della libreria appaiono riferite alle origini di Giulianova, più precisamente al luogo di residenza, destinato dal feudatario alla comunità vassalla di Castel S. Flaviano e al teatro della battaglia del Tordino, combattuta il 27 luglio 1460, tra le compagnie di ventura partitanti per gli Angiò, (per l'esattezza per il "bon roi Renè"), e quelle schierate a favore degli Aragona: scontro "duro aspero et crudelo" che "forsi forsi è uno grandissimo tempo che non ne fu fatto il più aspro", scrisse Alessandro Sforza che  ne fu uno dei principali protagonisti. A tali incisioni è affidato il ricordo di una delle prime manifestazioni della capacità di Francesco nella ideazione di caposaldi bellici: nel contempo esse pongono in relazione il combattimento in val Tordino e l'abitato sulla collina, voluto da Giuliantonio, effetto delle rovine arrecate al vetusto Flabianum ed adiacenze da drammatico confronto armato in una fase peraltro non estrema, della lunga guerra tra Angioini ed Aragonesi per il dominio del regno di Napoli e Sicilia.

Stemma degli Acquaviva

Sia lode a Mario Montebello per aver ci fatto conoscere con dovizia di particolari, tutti controllati, il dato più importante dei natali di Giulianova: il nome dell'autore dell'intero piano urbano, (mura, bastioni, vie, piazze, cattedrale, cupola).
Sembra che gli Acquaviva del ramo primogenito disponessero, al centro della Montagnola, di un "casino da caccia", come era nelle abitudini del ceto nobiliare, nel periodo rinascimentale e postrinascimentale. Nel primo Ottocento detto "casino" fu demolito ed in suo luogo elevato dai Conversano il palazzo rettangolare e a tre piani, per buona sorte ancora esistente. Occorre rivelare che i discendenti di quel Carlo ex gente Cupersani comitum, nominato duca d'Atri nel 1790 da Ferdinando IV di Borbone, (trenta anni dopo la morte di donna Isabella ultima dinasta optimo iure) divennero proprietari, e non beneficiari, di generazione in generazione, di persona in persona, della Montagnola, per trasferimento mortis causa o per acquisto perfezionato in conformità del codice civile, non per investitura feudale. Il feudalesimo era finito, grazie alla normativa eversiva introdotta nel periodo franco-napoleonico. Nel salone centrale al primo piano del palazzo erano conservate importanti memorie della famiglia Acquaviva: un ritratto di Giuliantonio, il fondatore di Giulia e suo denominatore; un altro ritratto della moglie Caterina Ursini dei principi di Taranto: l'uno e l'altro ritratto a grandezza naturale; mezzi busti dipinti di altre illustri personalità della Serenissima Casa: Claudio Acquaviva, il famoso generale dall'Ordine dei Gesuiti; Troiano il cardinale potente nelle corti di Roma e di Spagna, Carlo che ottenne tra i conti di Conversano il titolo di duca d'Atri.

Alessandra D'Obrèscoff

Il palazzo era il prediletto ritrovo dei rarissimi intellettuali di Giulia e dei dintorni. Vi si svolgevano specialmente "intrattenimenti musicali" in uno dei quali, (30 settembre 1839), il giovanetto Gaetano Braga, allievo di un maestro  Sassardi di Tolentino, da qualche anno residente a Giulianova, dove dava lezioni di piano e di canto, "con voce dolcissima e ben modulata" cantò alcune romanze. Alla villa alla Montagnola il Braga sarebbe tornato nell'estate 1872, ormai celebre violoncellista e compositore, per una soirèe concertistica, insieme al fratello Giuseppe pianista e a Francesco Paolo Tosti, agli inizi della sua carriera. Nel palazzo fu ospitato, pochi anni prima della fine del regno il conte di Siracusa, Leopoldo di Borbone, fratello discorde di Ferdinando II. Nel 1860 fu il punto di riferimento dello Stato Maggiore dell'armata al comando del maresciallo di campo Pianell che avrebbe dovuto far fronte ad una temuta irruzione dal Nord di piemontesi o garibaldini o degli uni e degli altri. Si sapeva che il Piemonte era tutt'uno con i patrioti di tutte le regioni. E Garibaldi era attestato con alcune centinaia di volontari alla Cattolica. Indi l'apprestamento di ingenti mezzi di difesa sul confine settentrionale del Reame, obiettivo delle azioni belliche in preparazione da parte dei fautori della unità d'Italia, da conseguire anche con la forza.
Nel palazzo fu ricevuto il 15 ottobre 1860 Vittorio Emanuele II che cavalcava dalle Marche a Napoli, seguito dal suo Stato Maggiore e da qualche uomo politico messogli a lato dal governo costituzionale: Giuseppe de Vincenzi di Notaresco, Salvatore Tommasi di Roccaraso e Francesco de Blasiis di Città S. Angelo, tutti e tre fiduciari di Camillo di Cavour per le province abruzzesi. Ma per quanto riguarda l'ospitalità di cui il "re galantuomo" fruì alla Montagnola, conviene cedere la parola alla padrona di casa, a donna Alessandrina d'Obrèscoff, letterata, musicologa, poliglotta, disegnatrice, figlia di un diplomatico zarista, moglie di Carlo di Castellana, fratello minore di Luigi il duca d'Atri.

Conte di Castellana. Vittorio Emanuele II, fu loro ospite nella Villa alla Montagnola durante la sua breve sosta a Giulianova. 

"Il re d'Italia ha fatto il suo ingresso nel territorio napoletano il 15 ottobre 1860 ed è sotto il nostro tetto che egli si è fermato ventiquattro ore … Farini, il generale Fanti, il generale D'Angrogna, aiutante di campo, lo accompagnavano. Fino a Giulia non aveva accettato l'ospitalità di nessuno, ma ha compreso che sotto il tetto di un gentiluomo di alto lignaggio, quasi quanto il suo, si poteva gradire il pane ed il sale e l'ha fatto con grazia cortese e franca che mi ha incantato. Vittorio Emanuele è lungi dall'essere bello, ma è un brillante cavaliere ed io ho trovato in lui la bonomia un pò brusca di un soldato e il tono di un re.  Con mia suocera e con me egli è stato non solamente gentile, ma amabile e comprensivo. Mi aveva fatto chiedere per il giorno del suo arrivo, il permesso di rendermi visita. Io non potevo riceverlo in quella specie di fondaco dove noi ci eravamo ritirati per fargli posto. Fui dunque io a recarmi da lui alle ore 6 della sera, con mia suocera e con mio marito: Io avevo lasciato gli abiti da lutto per fargli festa e andavo all'udienza come si va a Corte, in gran decolletèe di Taffetas con velluti neri orlati d'oro, un collier di perle al collo, alla mano un ventaglio del tempo di Luigi XV. Il re ebbe l'aria di comprendere che in tutte le mie azioni c'era l'espressione del rispetto verso il sovrano accettato e riconosciuto; sembrò che ne afferrasse la grazia! Mi fece sedere sul canapè e prese una piccola sedia alla mia sinistra, guardandoci per una mezza ora abbondante, e conversando con giovialità familiare ma di buon tono: Il ministro della guerra, Farini e il generale d'Angrogna assistevano alla scena. Nel lasciarci, dopo averci prima annunciato che sarebbe montato a cavallo l'indomani alle sette, ci augurò la buona sera, senza dirci addio, il che mi fece credere che contava di rivederci prima di partire e mi decise di assistere a questa partenza, per mattutina che fosse. Io rientrai dunque per riposare un pò, dopo una giornata di fatiche e di vive emozioni detti l'ordine di svegliarmi alle 5 1/2. Un'ora più tardi, malgrado un tempo umido e brumoso, traversai il giardino zuppo della pioggia, caduta dopo la veglia della sera, ed entrai nella sola camera del pianterreno che Carlo si era fatta riservare. Tutto era silenzioso nella casa, ma la finestra del Re, completamente aperta, indicava che il suo sonno era terminato. Poco a poco l'ambiente si riempì dei rumori e dei preparativi della partenza. Cavalli vennero condotti innanzi alla casa, gli ufficiali si avvicinarono per prendere ordini, i lacchè del re cominciarono ad agitarsi tra loro con reti e casse da viaggio e la musica della Guardia Nazionale intonò le fanfare dell'addio. Fu poco dopo che qualcuno recò a noi l'invito di salire nel salone. Il re vi entrò quasi nello stesso tempo che noi. Ci ricevette subito con in mano il suo berretto, ci ringraziò cordialmente della nostra buona ospitalità e ci strinse la mano dicendoci: «Arrivederci a Napoli.» Dal balcone noi lo vedemmo slanciarsi con l’impetuoso ardore della giovinezza su un magnifico piccolo arabo grigio e focoso, veritiera meraviglia del deserto. Tutto il corteggio si mosse al suo seguito, mentre le fanfare suonavano e le bandiere sventolavano al vento. Il sole era comparso e tutta la natura assumeva gli splendidi colori del mattino. Arrivato al cancello sul viale, Vittorio Emanuele, voltò bruscamente il suo cavallo verso noi e scoprendo il capo ci fece il più cavalleresco dei saluti." (Da Pensieri e Ricordi - Pensèes et  souvenirs 1859. 60: donna Alessandrina anticipa a mezzogiorno l'ingresso di Vittorio Emanuele a Giulianova. Si era sempre detto che il re era salito dalla strada litoranea, o nuova Salaria, al Largo di piedi, attuale Belvedere, alle tre pomeridiane. Parimenti nel diario della contessa di Castellana la partenza del corteo reale dalla Montagnola è fissata alle ore sette e non alle undici. Va considerato che il brano trascritto è datato 17 ottobre, due giorni appena dopo l'evento, laddove il diverso orario dato dal De Cesaris nel III, volume de "La fine di un regno”, (ore 15 del 15 ottobre, ore 11 del 16 ottobre) si fonda su informazioni attinte dall'ufficiale della Guardia Nazionale Durango, più di 40 anni dopo. Il breve ma convulso periodo del brigantaggio fu intensamente vissuto dalla famiglia del conte di Castellana il quale come colonnello della G. N. condusse di persona i reparti dei quali aveva il comando nel vasto territorio teramano infestato dalla guerriglia, molto più criminale che legittimista. Il patriottico comportamento mostrato in così rischiose circostanze valse all'Acquaviva le insegne della croce mauriziana, motu  proprio di Vittorio Emanuele II, e la elezione alla Camera Subalpina. Il mandato parlamentare fece sì che la Montagnola divenisse il centro del partito moderato della Provincia. Importante la riunione che vi fu tenuta dall'Associazione Costituzionale in vista delle elezioni del 1876 che portarono con la vittoria della Sinistra storica alla "rivoluzione parlamentare" di quell'anno. Il manoscritto inedito della contessa di Castellana che ci auguriamo venga prima o dopo pubblicato, è una fonte storica veramente importantissima per la puntuale ornata narrazione degli avvenimenti locali in una fase acuta della vita nazionale. Esso però non è il solo journal lasciato dalla nobile scrittrice. Difatti le sue notazioni quotidiane sono esposte in altri 10 gonfi quaderni, riferiti alle date dell’11 luglio 1862, al 12 maggio 1869. Il 26 settembre 1868 è ricordato con straordinaria ampiezza di particolari per una sfortunata esperienza natatoria dell'autrice: scesa al tratto di spiaggia sottostante la Montagnola ed entrata in acqua si era allontanata con poche bracciate dalla riva, quando fu "succhiata" in un gorgo che stava per determinarne l'annegamento. Scampata alla morte per l'intervento del contadino che l'aveva accompagnata in calesse e che si era assentato, rientrata nel palazzo, fece subito avvertire i frati del vicino convento perché celebrassero un Te Deum di ringraziamento per la intervenuta sua salvezza. Di recente è stato pubblicato un romanzo di Giovanna Ranzato, intitolato "La via del Duca", piacevole racconto in chiave fantastica di vicende familiari degli Acquaviva di fine Ottocento.

Articolo tratto dalla Rivista "Madonna dello Splendore" n° 16/97 da pag. 13 a 19.

La storia di Giulianova: La Giulianova moderna

Dopo secoli di vita cittadina entro il perimetro quattrocentesco, nella seconda metà dell’Ottocento, sotto una vivace spinta demografica e con il miglioramento dell’economia locale, si ha l’espansione extramuraria dell’abitato collinare, il cui principale nodo urbano è costituito dall’attuale Piazza della Libertà. Anche il sottostante litorale, fino all’Unità d’Italia sostanzialmente deserto, grazie all’entrata in funzione nel 1863 del tronco ferroviario Ancona-Pescara e quindi, nel 1884, della strada ferrata per Teramo, registra una sempre più vivace attività sia commerciale che industriale. È qui infatti che Luigi Crocetti crea nel 1888 una società, la prima in Abruzzo, per la costruzione di mattonelle e lavori in cemento, presto emulato da altri imprenditori. Grazie anche alla “scoperta” del turismo balneare, con la costruzione nel 1874 dello stabilimento balneare e la presenza dal 1896 di un frequentatissimo Ippodromo, l’abitato a valle si infittisce di nuove costruzioni estendendosi progressivamente nelle aree la Giulianova moderna adiacenti alla stazione. Ma la borgata “Marina”, nome della germinazione litoranea di Giulianova, pur condividendo strettamente le dinamiche di crescita comuni agli altri insediamenti costieri, tuttavia rispetto ad essi avrà caratteri distinti, mancando di produrre il ribaltamento delle gravitazioni. 

E difatti nel 1934, quando la frazione ormai ha superato per abitanti lo stesso capoluogo e da tempo costituisce l’epicentro dinamico trainante dell’intero territorio, si opterà per la fusione amministrativa tra l’abitato collinare, che allora come oggi conserva saldamente la sede municipale, con quello litoraneo, che perciò assume la nuova denominazione di Giulianova Spiaggia e dove nel 1936 la già solida vocazione balneare, rappresentata dall’imponente Kursaal realizzato nella parte inferiore nel 1913 come club marino e ultimato in stile liberty sedici anni dopo come albergo assai prestigioso, viene rafforzata dalla costruzione del lungomare monumentale

Nei decenni successivi al secondo dopoguerra, l’espansione urbana privilegia, seguendo uno schema a scacchiera, le aree litoranee meridionale e settentrionale e quindi quella valliva occidentale, non pregiudicando lo sviluppo armonico della città. Oggi, infatti, Giulianova, pur avendo una delle più alte densità demografiche della provincia, è tra i centri costieri abruzzesi a disporre del più alto coefficiente di zone verdi presentandosi nelle vesti di una elegante località, culturalmente assai vivace e apprezzata dai turisti per il finissimo arenile, per le sue dotazioni ma anche per le ricche testimonianze artistiche e monumentali.

Le bellezze dell'Abruzzo. Mare, monti, arte, gastronomia, folklore: è questa in sintesi, la realtà dell’Abruzzo; che, tra le spiagge dell’Adriatico e le nevi perenni del Gran Sasso d’Italia e della Maiella, può ancora offrire ai forestieri - oltre ad una moderna attrezzatura alberghiera e in campeggi e case private - una vacanza completa, ricca di continue scoperte. I quattro capoluoghi di provincia: L’Aquila, Chieti, Pescara, Teramo e numerose altre città, che in antico ebbero un ruolo determinante, custodiscono tesori d’arte e di storia, resti archeologi, musei, cattedrali, castelli, acquedotti, fontane, ecc., che testimoniano di una continua operosità sul mare, nei campi, sulle montagne. Dalle ceramiche di Castelli ai legni intagliati di dl Pretoro, dai liquori di Tocco Casauria agli orafi di Scanno e ai merletti di Pescocostanzo, è tuttora vivo in ogni angolo della regione un artigianato che spesso affonda le proprie radici addirittura nella preistoria. 

 
 
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