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Le ceramiche di Castelli
E’ a Castelli, piccolo centro ai piedi del Gran
Sasso sul versante
teramano, che l’arte
della ceramica abruzzese
raggiunge livelli di
indiscussa eccellenza.
Di questa attività
tradizionale, che sembra
avere avuto inizio fin
dalla seconda metà del
Duecento, esistono
testimonianze valide,
per il Quattrocento,
intorno a Nardo di
Castelli, Renzo da
Lanciano e il figlio
Polidoro, che qui
operarono.
Ma è indubbio che tale forma evoluta di
artigianato abbia
assunto piena dignità
d’arte soltanto nel
tardo Cinquecento con
Orazio Pompei e,
all’inizio del nuovo
secolo, con Tito Pompei,
buoni artisti anche se
legati agli schemi
formali e coloristici
faentini.
Il distacco da questi schemi avvenne con Antonio
Lolli e Francesco
Antonio Grue (1595 circa
- 1673), capostipite
della più insigne
famiglia di maiolicari
abruzzesi, mediante una
nuova esperienza
cromatica basata
sull’uso di pochi colori
di grande vivacità: il
verde, il giallo,
l’azzurro e il bruno; il
Grue operò un profondo
rinnovamento dell’arte
ceramica del Seicento
anche grazie
all’assunzione di
soggetti naturalistici.
Il figlio di Francesco
Antonio, Carlantonio
(1655-1 723) elevò
l’arte ceramica ai più
alti livelli,
apportandovi lo spirito
e il gusto del
manierismo e del
barocco. Nella
produzione di
Carlantonio fu notevole
l’apporto della grande
pittura seicentesca
(Giordano e Solimena);
fu autore di “trionfi”
bordati in oro e di
maioliche rappresentanti
scene sacre (Storie di
Davide) e profane dalle
tonalità delicate. Oltre
ai consueti manufatti di
uso domestico (piatti,
vasi, anfore), furono
ornati con storie sacre
e profane di mirabile
fattura anche formelle,
paliotti, pale d’altare
e svariati oggetti, come
candelabri, lucerne,
cornici per quadri,
tabacchiere. Altre
eccellenti scuole, come
quelle dei Gentile e dei
Cappelletti, si
aggiunsero nel
Settecento a tenere alta
la fama delle ceramiche
castellane; dei Grue,
tre furono i maggiori
esponenti:
Francescantonio Saverio
(1686- 1746), figlio di
Carlantonio, autore di
raffinati vasi in cui
predomina la pittura a
figure; Anastasio
(1691-1742), ottimo
paesaggista, e Liborio
(1702-1776), autore di
preziose mattonelle
lumeggiate in oro con
raffigurazioni sacre.
Saverio Grue (1731-1799)
nella seconda metà del
Settecento fu chiamato a
Napoli da Ferdinando IV
per dirigere la Real
Fabbrica di porcellane
di Capodimonte. La
stupenda tradizione
d’arte di Castelli
termina ai primi
dell’Ottocento: Gesualdo
Fuina, delizioso pittore
di fiori, di frutta, di
argute figurine con una
sapida tavolozza
arricchita dai rossi e
dai viola, è l’ultimo
dei grandi maiolicari
abruzzesi. D’ora in poi
le maestranze
castellane, ancor oggi
attive, continueranno la
loro ormai anonima
produzione con i modesti
caratteri di un
dignitoso artigianato»
(U. Chierici).
Fonte: Guide d'Italia - Abruzzo e Molise,
Fabbri Editore |