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numericamente le popolazioni di piccoli
roditori, conigli, serpenti e altri rettili, che
potrebbero diventare troppo numerose se non esistesse un
predatore che ne diradasse i ranghi, e regolasse anche
le popolazioni dei mammiferi più grandi (caprioli,
camosci, cervi ecc.) abbattendo i capi vecchi, malati, o
i giovani geneticamente imperfetti, dei quali va evitata
la riproduzione. Le popolazioni di questi grossi
erbivori se non sono regolate dai predatori si
accrescono troppo e diventano soggette alle malattie,
tant’è vero che in alcune zone protette tocca proprio ai
guardaparco procedere all’abbattimento dei capi in
eccesso, dei vecchi e dei malati. È un fatto che la
popolazione dei camosci d’Abruzzo è, per esempio,
straordinariamente sana. Il lupo è un animale notturno
ed elusivo che, se non è spinto da una fame disperata,
non avvicina nè l’uomo nè le greggi. Chi ha visitato il
Parco nazionale d’Abruzzo percorrendone i sentieri più
volte, sa che l’incontro con il lupo è praticamente
impossibile; solo in inverno, quando il cibo è meno
abbondante, l’animale osa un po’ di più. Ma è da sfatare
la diceria che si tratti di un essere ‘famelico’: un
branco di 5-6 individui, dopo giorni di digiuno, ha
assolutamente bisogno di un cervo, di un capriolo... o
di una pecora! Sebbene siano rari gli episodi di
predazione di animali da gregge, saltuariamente ciò può
accadere. Spesso tuttavia nell’ambito del territorio del
Parco le morti di pecore attribuite ai lupi sono invece
imputabili a gruppi di cani randagi che purtroppo
abbondano e costituiscono talora un problema anche per
gli escursionisti. La perdita del bestiame ad opera del
lupo viene risarcita al pastore, ma ciò non basta a
rendere più accettabile questo stupendo animale e spesso
si debbono risarcire anche le pecore uccise dai cani!
Nell’ambito del territorio protetto i lupi vivono nelle
aree meno frequentate, evitando di incontrare gli esseri
umani; chi percorra i sentieri a primavera, prima del
completo disgelo, potrà trovare sulla neve orme ed
escrementi dell’animale. Estremamente sociale, il lupo
ha bisogno del branco, dedica ai piccoli cure assidue e
cerca la coesione con i suoi simili attraverso il ben
noto ululato: un richiamo per non sentirsi soli e per
rafforzare i legami di gruppo. Nel branco vige una
gerarchia assai rigida, al vertice della quale si trova
il maschio dominante, con la sua femmina, la sola che si
riproduce. Già nel 1970 il direttore del Parco Franco
Tassi aveva proposto quel ciclo di attività che con il
nome di Operazione San Francesco, prese l’avvio nel 1971
vedendo la collaborazione del WWF con il Parco nazionale
d’Abruzzo. In un clima di caccia spietata e di odio
anche verso i protezionisti, incominciò la lotta per la
salvaguardia e per la riabilitazione del lupo, destinata
a incontrare non poche difficoltà. Nel 1974 nasceva,
presso il Centro studi ecologici appenninici del Parco,
con sede a Pescasseroli, il gruppo Lupo Italia, un
organismo specifico destinato alla realizzazione pratica
dell’operazione San Francesco, Il gruppo ha effettuato
numerosi censimenti, prima con l’impiego dei
radiocollari e di recente con il metodo del wolf-howling,
cioè del richiamo con registrazione delle risposte, che
permette di riconoscere vocalmente ogni lupo senza
provocargli alcun disagio. L’ultima valutazione ha
permesso di calcolare il contingente di lupi italiani in
circa 250 esemplari, lungo la catena appenninica dalla
Calabria alla Toscana, che, ancora tra ostilità e
calunnie, hanno forse la possibilità di non morire,
grazie anche al decreto ministeriale del 1976 che
sancisce la protezione del lupo su scala nazionale.
Dunque vale davvero la pena imparare a conoscere questo
nobile animale, la cui popolazione è stata decimata dal
degrado e dalla trasformazione dell’ambiente, dalla
mancanza di prede adeguate, nonché dalla caccia
sostenuta, più che dalla necessità, da un odio le cui
motivazioni si perdono ormai nella notte dei tempi, ma
il lupo rappresenta una delle specie più bisognose di
protezione. |