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Nell’ambito delle regioni appenniniche l’Abruzzo si
caratterizza per la presenza di un territorio
prevalentemente montano, che occupa più di 2/3 della
superficie regionale.
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Ciò è dovuto allo sviluppo che la catena montana
peninsulare assume nel suo tratto centrale dove,
oltre a conservare il suo andamento mediano rispetto
alla penisola, dà origine ad altre catene montuose
che, partendo da essa, si spingono verso est, quali
il
Gran Sasso, il
Sirente, i Monti Marsicani, ad occupare vasti
territori della regione; altri gruppi montuosi, come
la Majella e i Monti Frentani, risultano invece
isolati dalla catena principale.
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Questi massicci montuosi, tra i più estesi e con le
maggiori vene dell’Appennino (2912 metri di Corno
Grande del Gran Sasso, la prima, 2794 metri di Monte
Amaro della Majella, la seconda, 2486 metri del
Monte Velino, la terza), insieme a molti altri
rilievi minori, costituiscono un sistema di monti ed
altopiani estesissimo, che dà all’Abruzzo un
carattere peculiare, forte, quello cioè di una
regione prettamente montana, in un panorama delle
regioni appenniniche dove, in generale, i caratteri
collinari prevalgono su quelli montani.
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Il vasto e continuo complesso montuoso abruzzese è
interrotto da due estese piane, quella del Fucino e
quella Peligna, dagli altopiani maggiori (a
sud-ovest della Majella) e dall’altopiano delle
Rocche (alle falde settentrionali del Velino e del
Sirente), nonché da conche interne, come quella
dell’Aquila, lungo l’alto corso del fiume Aterno, ed
altre minori.
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Il resto del territorio regionale è occupato dal
piano collinare, che scende verso la costa che,
insieme ai fondovalle dei fiumi, rappresenta le
uniche aree di pianura a basse quote.
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Questi caratteri montani, così marcati, hanno
determinato una forte limitazione dell’insediamento
umano in grandi nuclei urbani, favorendo la nascita
di tanti piccoli centri. Allo stesso tempo, la
difficoltà di accesso e di praticare l’agricoltura
in modo intensivo ha favorito le condizioni per
l’affermazione degli elementi naturali su vaste
aree, permettendo la sopravvivenza di piante ed
animali altrove estremamente rarefatti. Questo
“isolamento” naturale ha consentito a determinate
specie animali, un tempo presenti su tutto
l’Appennino, di trovare in Abruzzo gli ultimi rifugi
naturali, evitando così l’estinzione. Parliamo, in
particolar modo, del
Camoscio d’Abruzzo,
sopravvissuto sulle montagne del Parco Nazionale
d’Abruzzo, del
Lupo
e dell’Orso
bruno marsicano,
per citare i casi più eclatanti ed evidenti,
oltrechè di elevato interesse scientifico e
conservazionistico, la cui tutela è prevista da
Convenzioni internazionali e da Direttive
dell’Unione Europea.
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Questo carattere di “ultimo rifugio” non era
sfuggito all’ex Casa regnante, che nel secolo scorso
istituì una Riserva reale di caccia proprio nel
cuore del futuro Parco d’Abruzzo. Nel 1923, infine,
dopo alterne vicende della Riserva stessa, e per
tutelare l’orso e il Camoscio, fu istituito il Parco
Nazionale d’Abruzzo.
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Una vocazione alla conservazione della natura,
quella dell’Abruzzo, che viene quindi “da lontano” e
ha accresciuto la sensibilità, trovando
nell’esperienza del suo primo Parco Nazionale un
motivo di crescita di uomini ed istituzioni in tema
di aree protette.
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Questa nuova sensibilità a livello regionale si
tradusse nello studio del Progetto Parchi, iniziato
nel 1978 nell’ambito della legge sull’occupazione
giovanile (285/77), commissionato dalla Regione
Abruzzo alla Cooperativa Progettazione Integrata e
conclusosi nel 1984, con la pubblicazione dei tre
volumi Ipotesi di un sistema regionale di Parchi
e Riserve Naturali, presentata ufficialmente
come proprio progetto istituzionale dalla Regione
Abruzzo in un convegno tenutosi a L’Aquila
nell’autunno del 1984. Lo studio prevedeva
l’istituzione di cinque parchi naturali (Laga, Gran
Sasso. Sirente-Velino, Simbruini-Emici, Majella) e
di 15 Riserve Naturali. Nello stesso periodo la
Regione emanava le prime leggi specifiche di tutela
della natura, quella sulla flora 45/1979) e quella
sulle aree protette (61/1980). e redigeva. in
seguito, tra le poche in Italia, il Piano Regionale
Paesistico, che costituì una occasione di dibattito
dell’intera società abruzzese sulla necessità di
tutela del territorio, e quindi di notevole
maturazione culturale e politica. I Piani Paesistici
ribadirono l’opportunità che nei principali gruppi
montuosi abruzzesi fossero istituiti parchi
naturali.
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Dopo la pubblicazione dello studio la Regione
Abruzzo istituì la prima Riserva Regionale, quella
di Bosco S. Antonio; una piccola area protetta
(parco territoriale attrezzato) in verità era già
stata istituita sul torrente Vera, nel 1983, anche
se non si trattava di una riserva naturale.
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Di anno in anno furono poi istituite diverse altre
aree protette, fino alle attuali 20, ed un Parco
Naturale Regionale; a queste vanno aggiunte le tre
Oasi del WWF, una Riserva Comunale del CAI e due
biotopi di interesse vegetazionale più, ovviamente,
le Riserve Naturali dello Stato.
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Molte delle Riserve sono state istituite su
esplicita richiesta delle Amministrazioni Comunali,
oltre che su sollecitazione delle Associazioni
ambientaliste, a sottolineare la sensibilità degli
Enti Locali al problema della difesa della natura,
come in precedenza richiamato. La stessa istituzione
dell’unico Parco Naturale Regionale, il “Sirente-Velino”,
è conseguente ad uno studio che la Comunità Montana
“Sirentina” produsse nel 1977.
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Nella realtà montana dell’Abruzzo, più che in altre
regioni appenniniche, la maggior parte dei territori
non coltivati (come i pascoli e le foreste) sono di
proprietà collettiva (demani comunali) e ciò ne ha
sicuramente favorito la tutela ambientale in tempi
antichi, oltre a creare più facili premesse per
l’istituzione recente di Parchi e Riserve.
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Da parte sua, inoltre, l’Amministrazione statale,
attraverso il Corpo Forestale dello Stato, aveva già
istituito nel 1971 le prime Riserve Naturali, quella
dell’Orfento, di Feudo lntramonti e di Colle di
Licco, a cui seguirono altre 10 Riserve, molte delle
quali sul
massiccio della Majella,
dove si estendono per circa 10.000 ettari. Il Corpo
Forestale dello Stato ha quindi svolto il ruolo di
precursore nell’istituzione delle aree protette in
Abruzzo.
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Da parte loro le Associazioni ambientaliste, che
sono state tra i fautori principali di questa
crescita culturale, gestiscono, come nel caso del
WWF e della Legambiente, su richiesta dei Comuni, 5
Riserve Naturali regionali e 3 Oasi, misurandosi
così con i problemi che un’area protetta pone di
volta in volta. Questa pratica quotidiana di
gestione ha comportato una crescita delle stesse
Associazioni, soprattutto nell’affrontare anche i
problemi socio-economici, evidenziando un buon
livello qualitativo di gestione naturalistica.
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A dare nuovo impulso ai progetti di tutela della
Natura nel dicembre del 1991 è arrivata la Legge
Quadro sulle aree protette, la n. 394, attesa da
trenta anni, che, collegando i momenti di tutela a
programmi di intervento socio-economici, ha attirato
ancor più l’attenzione degli Enti Locali. In questo
quadro vivacissimo, ancora oggi sono molte le
richieste di istituzione di nuove aree protette da
parte delle Amministrazioni Locali. Ma la novità più
importante di questi ultimi anni è certamente
l’istituzione di due nuovi parchi nazionali, quello
del Gran Sasso e Monti della Laga e quello della
Majella, nell’ambito dell’applicazione della legge
quadro nazionale, parchi per i quali le Associazioni
ambientaliste insieme ad Associazioni culturali,
sindacali e di categoria si erano battute per
diversi lustri.
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A dieci anni dalla presentazione del progetto
parchi, il disegno in esso configurato si è quindi
quasi del tutto realizzato, essendo stata istituita
la maggior parte dei parchi e delle riserve naturali
individuati nello studio Ipotesi di un sistema
regionale di Parchi e Riserve Naturali.
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In Abruzzo si configura così un sistema di aree
protette che, in quanto formato da aree tra di loro
in connessione, permette la tutela dei notevoli
valori naturali presenti, con una elevata
biodiversità, come conferma uno studio recentemente
condotto nell’ambito del progetto “Bioitaly”,
commissionato dal Ministero dell’Ambiente alla
Regione Abruzzo.
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Come affermano discipline specifiche delle scienze
biologiche, per tutelare le specie vegetali ed
animali bisogna assicurare la sopravvivenza di
popolazioni numerose e geneticamente “sane”, e
questo non può che essere fatto su aree vaste.
D’altronde, anche l’applicazione di politiche di
ecosviluppo delle comunità umane residenti nelle
aree parco, attualmente in forte difficoltà, trova
una sua logica ed efficiente attuazione in contesti
territoriali e socio-culturali omogenei, come
appunto risulta essere il territorio che insiste nel
sistema delle aree protette. L’Abruzzo, quindi, per
effetto della sua politica sulle aree protette e per
la natura stessa del suo ambiente, in cui ha
conservato elevati valori naturali, destinando circa
il 30% del proprio territorio ad aree protette,
viene ad assumere una funzione di regione guida per
la tutela della Natura e per uno sviluppo
ecocompatibile. Ciò comporta una responsabilità
notevole, di cui la Regione si è fatta carico in
pieno, assumendo la politica delle aree protette
come scelta strategica per il proprio futuro, in una
prospettiva, appunto, di sviluppo sostenibile, cioè
compatibile con la conservazione degli ecosistemi
naturali e la garanzia della riproducibilità delle
risorse.
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In questa scelta si colloca anche la condivisione da
parte della Regione Abruzzo del progetto elaborato
dalla Legambiente Appennino Parco d’Europa” (APE),
come strumento per attivare le politiche di tutela
della natura e di sviluppo sostenibile dell’unione
Europea.
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In considerazione della rete già esistente di parchi
e riserve naturali lungo l’arco appenninico, che già
formano un sistema continuo di aree protette, il
progetto APE si prefigge di raggruppare gli Enti
Locali, in primo luogo le Regioni, quindi le
Province, i Comuni e le Comunità Montane, gli
operatori economici, le Associazioni ambientaliste e
tutte le componenti della società appenninica, per
dar vita alla Convenzione per lo sviluppo
sostenibile dell’Appennino. La finalità della
Convenzione, in un’ottica di tutela della natura e
dell’ambiente appenninico, è quella di promuovere lo
sviluppo sostenibile economico e sociale delle
comunità umane residenti nei parchi, di pari passo
con la conservazione e l’incremento della
biodiversità, come raccomandato dalla Convenzione
internazionale di Rio de Janeiro, ratificata dalla
Repubblica Italiana. Per il numero di aree protette
presenti sul proprio territorio e per la loro
cospicua estensione, alla Regione Abruzzo è
riconosciuto, dalle altre regioni appenniniche, il
ruolo leader in questo progetto.
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Il coniugare due aspetti fondamentali, cioè la
tutela dell’ambiente appenninico e lo sviluppo
socio-economico compatibile, sintetizza l’evoluzione
che la tematica della tutela della natura ha avuto
dalle prime richieste di istituzione di aree
protette, datate anni settanta, ad oggi. Questa
evoluzione è anche documentata, in termini concreti,
dalla diversità di iniziative attuate nella gestione
delle Riserve Naturali in Abruzzo, come si può
evincere da questa Guida, diversità che ci
restituisce una vitalità che è ricchezza e ci fa ben
sperare per il futuro della Natura abruzzese. Il
volume passa in rassegna prima i Parchi Nazionali
con le Riserve Naturali presenti al loro interno,
procedendo dal nord verso il sud della Regione,
quindi il Gran Sasso e Monti della Laga, il
Sirente-Velino e la Majella, per poi trattare quello
“storico”, il Parco Nazionale d’Abruzzo. Sono quindi
illustrate le Riserve Statali e Regionali esterne
alle aree parco e, infine, le Oasi del WWF, i Parchi
Territoriali Attrezzati e i biotopi di particolare
interesse vegetazionale, così come segnalati dalla
legge sulla flora della Regione Abruzzo.
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