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A questo “gruppo” appartengono tutti i
cosiddetti uccelli da preda compresi nell’Ordine del
Falconiformi. Sono specie utilissime perché controllano
il numero dei predatori e serpenti che altrimenti
aumenterebbe eccessivamente. Svolgono inoltre, come
tutti i predatori, un’importante “funzione di selezione
naturale” delle prede. In tempi non troppo remoti erano
considerati “nocivi” e quindi vittime di dissennate
campagne di cattura. La legislazione vigente li
protegge, ma ciò nonostante, molti rapaci diurni sono
minacciati di estinzione a causa della loro uccisione
provocata dai bracconieri. Molti esemplari feriti
vengono infatti sequestrati ogni anno e curati dagli
esperti delle associazioni naturalistiche e venatorie
nonché dalle Province per essere poi liberati. |
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Fino a non molti decenni fa chi percorreva i
sentieri di montagna ora avvezzo a riconoscere la
silhouette dell’aquila reale (Aquila chiysaëtos)
alta nel cielo e il suo stridulo richiamo; poi
progressivamente questa presenza è quasi scomparsa dai
nostri monti. Vittima, come il lupo, di un odio
ingiustificato e a torto ritenuta nociva, è stata
sterminata con impegno: abbattuti con le doppiette gli
esemplari adulti (destinati a diventare tristi trofei
impagliati), distrutti i nidi e le uova, soppressi i
piccoli. E come se ciò non bastasse l’aquila è un
uccello che ha un ritmo riproduttivo molto lento (uno o
due aquilotti al massimo per coppia in un anno) ed è
estremamente sensibile al degrado ambientale e
all’alterazione dell’habitat: strade, veicoli a motore,
impianti di risalita, schiamazzi, radio ecc., la mettono
in stato di continuo allarme, bloccando l’attività
riproduttiva e limitando le sue possibilità predatorie.
L’aquila reale infatti caccia di giorno su pianori e
radure, ma se la montagna è troppo frequentata le sue
prede, a loro volta allarmate, stanno nascoste riducendo
di molto le probabilità del rapace di procurare il cibo
per sé e per la propria nidiata. L’importanza di questo
uccello nel contesto dell’ecosistema è soprattutto
connessa con il suo ruolo di predatore, e quindi di
regolatore, che esercita di preferenza sulle popolazioni
di roditori, rettili e anfibi (di cui limita l’eccessivo
incremento numerico) e poi su lepri, coturnici e altri
uccelli su cui agisce da selezionatore eliminando
soggetti deboli, vecchi e malati. Si tratta di un
animale che deve essere riabilitato agli occhi del
pubblico, sfatando le dicerie, a dire il vero assai
fantasiose, che hanno contribuito a creargli una fama
tanto cattiva, sebbene non manifesti di norma alcuna
aggressività nei confronti dell’uomo. D’altro canto si
deve tener conto Che un’aquila con le uova o i piccoli
nel nido tenderà ad allontanare con ogni mezzo chiunque
si spinga incautamente troppo vicino alla sua famiglia:
così cacciatori, escursionisti rumorosi, gitanti con
auto e moto fuoristrada su carrarecce in quota, vengono
talvolta ‘invitati’ ad andarsene con qualche picchiata
deterrente. Attualmente si calcola che 2-3 coppie di
aquile siano stanziali nel Parco. Ciò lascia sperare
che, grazie alla tranquillità dell’ambiente e alla
disponibilità di prede, le aquile abruzzesi riescano a
riprodursi con successo cosicché altre famiglie (si
tratta di uccelli monogami) si formino negli anni a
venire. Allo stesso modo si deve sperare che anche al di
fuori del territorio protetto si prenda coscienza della
necessità di proteggerle, in modo che gli esemplari
sconfinati non vengano abbattuti e possano volare anche
fuori del Parco. |