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Una terra in cammino all’ombra della croce |
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La storia degli abruzzesi, da sempre, è una storia di
pellegrinaggi e di speranze che, come il canto dei
tornei medioevali, ripete:
Avanti, ancora avanti con l’aiuto di Dio. |
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L’abruzzese è pellegrino da sempre e questa
terra ha un’anima profondamente
religiosa. Ignazio Silone l’ha definita
“tra le regioni più cristiane d’Italia”
il cui carattere si esprime “nell’umile
accettazione della Croce, come elemento
indissociabile della condizione umana”.
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La sua storia e la sua cultura antropologica
poggiano sul rapporto con il Sacro e con
la Natura, e sulla costante prassi,
innanzitutto spirituale, di scandire il
tempo e lo spazio con la santificazione
dei giorni e dei luoghi.
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Lo scenario sublime di un territorio costituito,
in gran parte, da solitarie e innevate
montagne affacciate sul mare, da
silenziose valli entro le quali corrono
fiumi limpidissimi, rende adatto
l’Abruzzo alla meditazione e alla
preghiera. Da sempre patria di Santi e
di Mistici, in questi ultimi anni,
sovente è stata meta di Giovanni Paolo
II che, a contatto con una Natura
perfetta ed incontaminata, ha voluto
esprimere una personale ed intima
preghiera di grazie e di lode al
Creatore. La predilezione del Sommo
Pontefice per le montagne abruzzesi, che
ha percorso, per grandi tratti, sugli
sci o dove ha praticato ristoratrici
passeggiate estive, manifesta non solo
un desiderio di benessere fisico, ma
anche il riconoscimento della dimensione
ascetica propria di questa regione.
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I tanti Santuari, a volte collocati in
stupefacenti cavità naturali e grotte
che costellano il territorio, la
radicata devozione per la Madonna, il
cui culto è spesso associato alla
presenza degli alberi e delle acque, la
memoria dei Santi intrecciata sulla
trama della storia civile, la splendida
testimonianza dell’architettura
monastica e dell’arte religiosa rendono
l’Abruzzo una tappa privilegiata delle
strade terrene della santità e del
percorso umano verso Dio. Rispetto ai
grandi cammini di pellegrinaggio che
attraversarono l’Europa medioevale
l’Abruzzo si pone, a prima vista,
decentrato. Un solo percorso lo toccò
significativamente: quello che, deviando
dal tratto finale della Via Francigena,
penetrava nella Marca spoletina
e, continuando lungo la costa,
raggiungeva gli imbarchi adriatici verso
la Terra Santa
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Le tracce di questi passaggi sono, ancora oggi,
numerose. La leggenda di fondazione di
Santa Maria di Propezzano, pervenutaci
in ingenui distici latini, narra di tre
illustri prelati tedeschi che, in veste
di pellegrini, “Sancto Sepulcri
tramite/ mites pergunt ut agni”. E
narrando l’episodio della sosta nel
territorio pretuzio, durante la quale
sul ramo del corniolo a cui avevano
appeso le reliquie acquistate sul Santo
Sepolcro, ebbero l’apparizione della
Vergine, la storia conferma che il luogo
era tradizionalmente una statio
lungo il cammino gerosolimitano.
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Poco più a valle, sul litorale di Castrum
novum (oggi Giulianova) la chiesa
romanica di Santa Maria a Mare segnava
un riferimento per quanti scendevano dal
Nord. Ne è prova un particolare tema
della decorazione del portale che
ripete, nel significato mistico e
formale, il motivo con il quale
Benedetto Antelami comincia la
narrazione dell’ingresso del duomo di
Parma. Il lavoro dei lapicidi
costituisce, al di là del dato
artistico, una rete di segni e simboli
disposti lungo il percorso, fino a
confluire nel grande decoro musivo della
cattedrale di Otranto, punto estremo del
viaggio iniziatico verso la Gerusalemme
celeste. Né in Abruzzo sono solo le
antiche pergamene e le chiese a
testimoniare pellegrinaggi, penitenze e
rivelazioni perché, se le pietre parlano
per forme ed immagini, la letteratura
orale propone, con significativa
costanza, le leggende di San
t’Alessio e San Giuliano
ospedaliere, due testi base della
cultura popolare, che definisce i
componimenti, non a caso, orazioni,
collocandoli nella sfera degli archetipi
religiosi. Ambedue le storie incentrano
la vicenda narrativa sulla funzione
escatologica del santo viaggio condotto
sulla strada di San Giacomo di
Compostella, verso la Galizia bella.
Una moltitudine di generazioni,
soprattutto femminili, ha fatto di
questi due canti un tenia culturale
dominante per mezzo del quale ha
definito le categorie religiose e
spirituali, collocandole nella sfera
dell’immaginario e del favoloso. E nella
dimensione della vita intesa come
cammino verso la conoscenza di Dio sia
concesso a chi scrive concludere che la
cultura abruzzese, transumante dalle
origini, è fondata sul viaggio e la peregrinatio, come punti estremi
tesi tra la partenza e il ritorno.
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Non nobis Domine, sed tuo nomini da gloriam.
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Pescara 8 dicembre 1998
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Maria Concetta Nicolai
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