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nostalgia verso il passato.
Ma non più di tanto, in fin dei conti. Certo,
Pescara le fa ombra. A volte toglie spazi creando
anche qualche problema. Tutto qui, però. La vita di
Chieti è e resta quella di sempre. Quella di una
città capoluogo di una provincia con più di cento
comuni, 104 per essere precisi. Quella di una città
ricca di storia, di cultura ma anche di commercio,
di mercati, di scambi. Resta il polo su cui gravita
ancora un’area abitata da 250 000 persone. Chi
volesse visitarla, per i tanti monumenti che ne
ricordano antichi splendori, non la immagina così
viva. Dal centro, da corso Marrucino, alle strade
vecchie e nuove della periferia: una città vivace e
indaffarata. Trafficata anche, a volte perfino
caotica per via delle sue strade sempre strette e
fatte dei dei saliscendi tipici delle città
collinari. Una città anche giovane: chi ha detto che
Chieti e la sua popolazione sono invecchiate? E poi
la città (oggi conta 55 200 abitanti) è cresciuta
tantissimo. Quello splendido colle scelto dai suoi
fondatori ormai era troppo piccolo. Palazzi e case
sono comparsi un pò ovunque lungo le strade che
portano a valle e al mare. Case residenziali e
lottizzazioni non fastidiose esteticamente riempiono
i lati dell’ampia e confortevole via che digrada
sino a Francavilla, dove imbocca la statale
Adriatica. Dall’altro lato, scendendo sino a Chieti
Scalo, la zona industriale. la scena si ripete.
Ormai la città forma quasi un tutt’uno con la
pianura. È dà vita, insieme con altri comuni della
vallata, ad un centro urbano e industriale
formidabile, per quello che attualmente esprime e
per le potenzialità inespresse ma che già s’intravvedono.
Potenzialità enormi, in grado di fornire
all’economia abruzzese in generale, e a quella
dell’area Chieti-Pescara in particolare una spinta
economica e commerciale a far invidia alle più
ricche e fortunate zone della Val Padana.
Occorrono però un coordinamento maggiore, centri
decisionali armonici e possibilmente unici, in poche
parole, meno particolarismi, meno campanilismi. Già,
perché il guaio è sempre il campanile. Politico,
urbano, pseudo-culturale. C’è molta confusione,
oggi, sul ruolo che Chieti dovrà svolgere nel futuro
assetto territoriale dell’intera vallata. Qualcuno
ha proposto addirittura un’unione amministrativa con
Pescara. L’idea è apparsa ai più poco praticabile:
anche se le due città sono praticamente unite,
esistono problemi molto vasti, burocratici e non, da
affrontare per arrivare a questa soluzione. Più
praticabile, invece, è l’idea di una ‘federazione’
di natura economico-sociale in grado di risolvere,
affrontandoli unitariamente, tufi i problemi di
interesse comune tra le due città ma anche tra gli
altri centri che sulla vallata si affacciano e al
cui sviluppo collaborano fattivamente.
Chieti, i suoi amministratori, i suoi abitanti,
sanno fin troppo bene che non è possibile arroccarsi
nelle vecchie mura in attesa che cambi qualcosa. Tra
l’altro, delle nove porte che un tempo esistevano in
città ne è rimasta una soltanto. E guarda caso si
chiama proprio porta Pescara. In fin dei conti molto
tempo è passato e tante cose sono accadute dal 23
giugno del 1904, giorno in cui il pescarese Gabriele
D’Annunzio, a Chieti per la prima teatrale della
Figlia di
Iorio, senti il bisogno, astuto
com’era, di attirare a sé i favori dei cittadini di
Chieti accorsi al teatro Marrucino parlando così:
«Profonde aspirazioni sollevano la stipe verso il
suo destino; profonde cose dice in voi l’antico
sangue ereditario [...]. Tutto che in me è più forte
e più puro è vostro».
Il successo personale del poeta e della sua opera fu
strepitoso. |