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Cenni storici su Giulianova (Te) Le mura ai tempi di Giulia

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LE MURA DI GIULIA
di Riccardo Cerulli
 
Nei tempi andati la processione della Madonna dello Splendore, proveniente dalla piccola Chiesa, annessa al Convento dei Padri Celestini, dietro la sommità dell’alto colle del miracolo, entrava nel borgo murato di Giulianova, (realizzato dall’antica comunità di S. Flaviano, tra il 1470 e la fine del XV secolo), dalla porta settentrionale, sul Largo Da Capo, intitolata alla «Madre di Dio».
L’intitolazione stessa, voluta dal popolo giuliese, datava dalla «Celeste apparizione», annunciata dal pio Bertolino ai Signori del Reggimento, dapprima increduli, poi commossi ed ammirati, da ben prima del 22 Aprile 1557, (come emerge da prove documentali e bibliografiche. più volte richiamate anche in questa Rivista).
Negli anni successivi alla fondazione di “Giulia”, la cinta difensiva, eretta «ad modum belli”», offriva allo sguardo di chi aveva per meta il nuovo abitato, apprestamenti difensivi di imponente aspetto, (mura merlate e a scarpa, otto bastioni di forma cilindrica, un pomerio intorno e un pomerio esterno),rispondenti in pieno alle necessità strategiche e tattiche degli assedi, nel Quattrocento.
Molto più tardi l’impiego in guerra delle “bocche da fuoco” avrebbe reso la vecchie muraglie protettici di città, paesi e castelli, inadeguate, anche se non del tutto pateticamente inutili. Stadi fatto che poco oltre la metà del Cinquecento (1557), Civitella del Tronto si oppose validamente al duca di Guisa, impedendogli di invadere, alla testa di un’armata franco-pontificia il Regno di Napoli, allora amministrato dagli Spagnoli; d’altro canto, la stessa Giulianova resistette vittoriosamente, nel 1647, ai popolari insorti, fautori di Masaniello; ma, perfino nell’Ottocento, Civitella del Tronto, per due volte, potette respingere a lungo risoluti aggressori: nel 1806, i francesi, comandati dallo “spavaldo” Conte Feuillot de Crenneville, nel 1860-61, i piemontesi agli ordini dell’inflessibile generale Pinelli. Per non ricordare altri numerosi assedi in varie parti d’Europa, tra i quali quello di Liegi nella prima guerra mondiale, (1914).

Torrione il Bianco 

Però, in tale evento, giocò ruolo principale la «corazzatura», praticata dai Belgi, di forti e contrafforti (rivelatosi tuttavia insufficiente). Comunque, in loco, le mura ispiravano grande fiducia agli abitanti delle località, investite da forze nemiche, ancora nell’inoltrato Ottocento: tanto è vero che nel 1860-61, subito dopo l’ingresso in Abruzzo di Vittorio Emanuele II, (15 ottobre 1860), il suo pernottamento nella Villa alla Montagnola, ospite dei Conti di Castellana, la marcia alla testa del suo esercito, lungo il litorale adriatico, tra il Tronto e la Pescara, i primi timidi segni di insorgenza contro i poteri militari o politici in via di costituzione, (l’inizio del brigantaggio legittimista), convinsero le famiglie facoltose del contado montano e collinare della provincia a rifugiarsi tra quel che rimaneva delle mura di Teramo e di Giulianova, dove avrebbero soggiornato più mesi. Tra i riparati a Teramo: i Romani di Colledara. (Cfr. Fedele Romani: Colledara, edizione Trebi di Pescara; ivi la descrizione letterariamente felicissima, dell’incontro dei fuggiaschi dal natio paesello, prima con i briganti, poi con reparti di fanteria e della Guardia Nazionale di Teramo, comandata dal patriota Troiano Delfico, futuro Senatore del Regno d’Italia).
Del fenomeno del rilevante esodo degli abbienti e dei loro nuclei famigliari dalle proprie case alle mura delle vecchie fortezze medievali, ancorché in parte abbattute o crollate, in parte ruinanti, una testimonianza diretta si legge nella “Cronaca- Breve cenno di Castro e Giulia” Edizione 1861, del Magistrato, barone Gaetano Ciaffardoni, il nostro Sindaco dell’Unità. “Tranne... l’emergenza di grave sproporzione di forze, Giulia per essere cinta di solide mura merlate e fortificate da gran bastioni, nè ... flagelli di pubbliche calamità, o è stata incolume, o ben poco ha sofferto, in paragone di altri luoghi oppressi da pari infortunio.
Così nella triste epoca del brigantaggio nel 1799: così nel penurioso 1817; così nel morbo asiatico del 1854 e così nel parziale brigantaggio dell’andato semestre, Giulia ha goduto perfetta tranquillità”!
Il Largo da Capo come voleva che fosse sistemato l'ing. Gaetano De Bartolomei
Ma le mura di Giulia non erano soltanto un quadrilatero difensivo: avevano pregio d’arte, come lasciano intendere i pochi avanzi, non dissimili da elementi architettonici, completamente o parzialmente conservati nelle Regioni contermini, in specie nel Lazio marittimo. E forse, proprio per la qualità artistica, il prelato umanista Mons. Antonio Campano, Vescovo Aprutino dal 1463 al 1477 aveva - per così dire - tenuto a battesimo la nuova sede del feudo acquaviviano di Castel S. Flaviano, voluta dal VII duca d’Atri, Giuliantonio Acquaviva d’Aragona, dettandone l’iscrizione onoraria augurale. che dà ragione del trasferimento dal vecchio al nuovo abitato, “turbine bellorum”, (la battaglia del Tordino, il “saccomanno dei teramani exitii”), “et cocle graviore”, (la malaria, dovuta ai miasmi pestiferi che si levavano dagli stagni esistenti sulle rive del Tordino). Non si deve dimenticare che il Campano, quale famigliare del pontefice Pio II, (Enea - Silvio Piccolomini), aveva assistito alla miracolosa,perché compiuta in brevissimo tempo, trasformazione della vetusta Corsignano, nel Senese, nell’artistica Pienza, una piccola Città dal “carattere inconfondibile”, per i suoi insigni monumenti. L’autore dell’epigrafe attestato della nobiltà dei natali giuliesi, si intendeva d’arte ed artista esso stesso, l’amava! Possiamo essere certi che si compiacque che, nella sua Diocesi sorgesse - o fosse già sorta - una “parva urbs”, in qualche modo somigliante alla quasi coeva Pienza. Dettò, dunque, gli esametri che, per secoli, incisi su lapide di travertino, hanno sovrastato la porta Marina, con trasparente entusiasmo, rivolto al futuro della comunità, venuta ad abitare la nuova fortezza, o sul punto di rasferirvisi: sentimento bene reso da Serafino Brigiotti nella traduzione, in versi italiani, dei versi latini di Monsignor Campano. Gli agricoltori giuliesi dell’avvenire raccoglieranno messi abbondanti e ne sarà “colma la natia gioia!”

La rocca prima della demolizione dei merli  

L’impianto urbanistico di Giulia,cinta muraria fortificata, bastioni, cupola della Cattedrale compresi, fu - senza dubbio, (nel che tutti concordano), disegno ed opera di un solo architetto. Secondo il Bindi, sarebbe stato un ingegnere militare al servizio degli spagnoli, nel Castello di Pescara. La studiosa pescarese Colangelo si è fatta, di recente,a sostenere che progettista e, forse, anche esecutore, (direttore dei lavori), della sorgente Città di Giulia, sia stato Baccio Pontelli, “il lignaiolo fiorentino”, operoso nelle alte e basse Marche nella seconda metà del secolo XV. Non è d’accordo Mario Montebello che in uno scritto specifico, afferma, con convincenti argomenti, che la paternità architettonica della nuova residenza feudale acquaviviana, spetta a Francesco di Giorgio Martini di Siena, uno dei maestri di Baccio, per esplicito riconoscimento dell’allievo, e a giudizio di più di un critico d’arte. Francesco o Francione, nel riconoscimento di Baccio, fu a lungo presente ad Urbino alla corte dei Montefeltro, (seconda metà del Quattrocento). (Si spera, tuttavia, che le approfondite ricerche finora sconosciute nei risultati, del Lehmann - Brockhaus, valgano - o siano già valse - alla definitiva attribuzione ad un autore, sicuramente di gran nome, della più notevole delle realizzazioni edilizie del Teramano alle soglie del pieno Rinascimento). Porta Madonna, nella descrizione del Ciaffardoni, presenta caratteristiche singolari, dotata, come era, di frontespizio interno ed esterno e - ovviamente - di doppio ingresso. Nel frontespizio interno la meridiana, “delineata” da Francesco Galeazzi, (“profondo matematico”, rinomato scrittore, specialmente per i due volumi di grande formato, di “Scienza della musica”), qualificata “opus divini Galeazzi” con iperbole, sgradita all’arciprete in carica, che la proibì e la fece cancellare, insieme alla incolpevole meridiana, sotto la quale qualche imprudente discepolo l’aveva scritta in rilievo. Poco ad est della stessa porta il torrione nord-orientale della cinta, oggigiorno denominato “Nton Re”, da Antonio Re, che nel tardo Ottocento ne perfezionò l’acquisto e lo lasciò, poi, in eredità al sempre rimpianto suo figlio, l’avv. Attilio Re, penalista di eloquio e preparazione eccezionali. Dall’altro lato, sulla salita, attualmente Via Giuliantonio Acquaviva, la cinta era interrotta dalla moderna porta S. Rocco, aperta sul luogo del bastione noto come “il buscione”!, rimedio e risparmio rispetto ai crolli considerevoli, verificatisi per fatiscenza e per incuria manutentiva. (Il ripristino della linea fortificata avrebbe comportato un onere che l’Amministrazione Comunale non si sarebbe potuto permettere! E d’altronde sarebbe stato da inquadrare nella ingente spesa imputabile all’integrale restauro di tutto il quadrilatero!). Nella identica direzione est-ovest, sullo spigolo nord occidentale della cinta il torrione, (o la Rocca), di cui da qualche anno ho cominciato a dubitare che fosse chiamato “il Bianco”: ero convinto che così si denominasse dalla lettura di qualche strumento notarile immediatamente postunitario, quando fu decisa ed effettuata la vendita della cinta e del suolo di risulta.
Altri atti sembrano riferire il termine “il Bianco” al torrione di mezzo del tratto nord-sud-ovest, anche per il colore del pietrame di fiume usato per l’edificazione. Il problema va risolto. Non dovrebbe essere difficile scioglierne i nodi, rivisitando i rogiti dei notai De Panicis e Favacchia, attivi nella piazza, tra il 1856 e il 1892. Parimenti sarà da accertare,con l’esame attento delle stesse fonti, se il “Mozzone” era ed è identificabile con il baluardo dai pochissimi resti, sovrastante il giardino Tomassetti o con il dimezzato torrione già Guidotti che una matura riflessione porta a ritenere mediano sul lato ovest del quadrilatero, piuttosto che arretrato a fini protettivi della porta Napoli, prossima all’imbocco di Via Cupa.
Scendendo da ovest ad est si incontrano la porta S. Antonio, inaugurata dopo il 1860, al posto di altro torrione distrutto dal tempo - e il Monte con il piccolo “Largo da piedi” - là dove oggi è il Belvedere e la porta Marina, l’uscita da piazza di palazzo - (cioè della fastosa dimora degli Acquaviva, inclusa nel lato est della cinta, donde la nostra processione tornava fuori del borgo murato - risaliva verso occidente, percorreva il pomerio esterno, lungo Via Amendola, scendeva sempre sul pomerio per via oggi Giuliantonio Acquaviva, lasciando a sinistra la villa alla Montagnola e si riportava al Largo da Capo. La seguivano le genti accorse anche di lontano, dal sovrastante pomerio interno, cioè dal camminamento di congiunzione dei bastioni. Altro numeroso pubblico l’accompagnava devotamente lungo il pomerio esterno. Ed era tutto una lieta e lunga festa grande!

La storia di Giulianova: La Giulianova moderna

Dopo secoli di vita cittadina entro il perimetro quattrocentesco, nella seconda metà dell’Ottocento, sotto una vivace spinta demografica e con il miglioramento dell’economia locale, si ha l’espansione extramuraria dell’abitato collinare, il cui principale nodo urbano è costituito dall’attuale Piazza della Libertà. Anche il sottostante litorale, fino all’Unità d’Italia sostanzialmente deserto, grazie all’entrata in funzione nel 1863 del tronco ferroviario Ancona-Pescara e quindi, nel 1884, della strada ferrata per Teramo, registra una sempre più vivace attività sia commerciale che industriale. È qui infatti che Luigi Crocetti crea nel 1888 una società, la prima in Abruzzo, per la costruzione di mattonelle e lavori in cemento, presto emulato da altri imprenditori. Grazie anche alla “scoperta” del turismo balneare, con la costruzione nel 1874 dello stabilimento balneare e la presenza dal 1896 di un frequentatissimo Ippodromo, l’abitato a valle si infittisce di nuove costruzioni estendendosi progressivamente nelle aree la Giulianova moderna adiacenti alla stazione. Ma la borgata “Marina”, nome della germinazione litoranea di Giulianova, pur condividendo strettamente le dinamiche di crescita comuni agli altri insediamenti costieri, tuttavia rispetto ad essi avrà caratteri distinti, mancando di produrre il ribaltamento delle gravitazioni. 

E difatti nel 1934, quando la frazione ormai ha superato per abitanti lo stesso capoluogo e da tempo costituisce l’epicentro dinamico trainante dell’intero territorio, si opterà per la fusione amministrativa tra l’abitato collinare, che allora come oggi conserva saldamente la sede municipale, con quello litoraneo, che perciò assume la nuova denominazione di Giulianova Spiaggia e dove nel 1936 la già solida vocazione balneare, rappresentata dall’imponente Kursaal realizzato nella parte inferiore nel 1913 come club marino e ultimato in stile liberty sedici anni dopo come albergo assai prestigioso, viene rafforzata dalla costruzione del lungomare monumentale

Nei decenni successivi al secondo dopoguerra, l’espansione urbana privilegia, seguendo uno schema a scacchiera, le aree litoranee meridionale e settentrionale e quindi quella valliva occidentale, non pregiudicando lo sviluppo armonico della città. Oggi, infatti, Giulianova, pur avendo una delle più alte densità demografiche della provincia, è tra i centri costieri abruzzesi a disporre del più alto coefficiente di zone verdi presentandosi nelle vesti di una elegante località, culturalmente assai vivace e apprezzata dai turisti per il finissimo arenile, per le sue dotazioni ma anche per le ricche testimonianze artistiche e monumentali.

Le bellezze dell'Abruzzo. Mare, monti, arte, gastronomia, folklore: è questa in sintesi, la realtà dell’Abruzzo; che, tra le spiagge dell’Adriatico e le nevi perenni del Gran Sasso d’Italia e della Maiella, può ancora offrire ai forestieri - oltre ad una moderna attrezzatura alberghiera e in campeggi e case private - una vacanza completa, ricca di continue scoperte. I quattro capoluoghi di provincia: L’Aquila, Chieti, Pescara, Teramo e numerose altre città, che in antico ebbero un ruolo determinante, custodiscono tesori d’arte e di storia, resti archeologi, musei, cattedrali, castelli, acquedotti, fontane, ecc., che testimoniano di una continua operosità sul mare, nei campi, sulle montagne. Dalle ceramiche di Castelli ai legni intagliati di dl Pretoro, dai liquori di Tocco Casauria agli orafi di Scanno e ai merletti di Pescocostanzo, è tuttora vivo in ogni angolo della regione un artigianato che spesso affonda le proprie radici addirittura nella preistoria. 

 
 
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