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Cenni storici su Giulianova (Te) La presenza storica delle Figlie della Carità a Giulianova

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La presenza storica delle Figlie della Carità a Giulianova
di Roberta Straccialini 
Come è probabilmente noto, la Congregazione delle Figlie della Carità venne fondata in Francia nel secolo XVIII da S. Vincenzo de' Paoli, coadiuvato da S. Luisa de Marillac. Le origini risalgono al 1617, anno in cui S. Vincenzo fondò a Châtillon-les-Dombes (Bresse) la prima "Carità", o, più esattamente, al 1629, quando l'opera dalle parrocchie di campagna passò nei grandi centri. Per tutta la sua vita S. Vincenzo ebbe come preoccupazione costante e punto fermo che le sue suore non fossero considerate e non si considerassero religiose. «Le Figlie della Carità - ricordava il fondatore - avranno per monastero la casa dei malati, per cella una camera d'affitto, per cappella la chiesa della parrocchia, per chiostro le vie della città o le corsie degli ospedali, per clausura l'obbedienza, per grata il timor di Dio e per velo la santa modestia». Nel 1638 all'opera iniziale si aggiunse la scuola alle fanciulle e l'assistenza ai trovatelli; nel 1640 l'assistenza ai forzati; nel 1653 ai vecchi ed ai soldati feriti. Alla morte di S. Vincenzo, nel 1660, la Congregazione contava 51 case, passate a 300 nel 1700 e salite a 430 (con 4300 suore) novanta anni dopo. Nel 1805, queste suore umilissime che dalla mattina alla sera si dedicavano a servire - come amava ripetere S. Vincenzo - i poveri, loro padroni, vedevano ridotte le loro case a 254, dopo aver patito lo scioglimento della Congregazione durante la Rivoluzione francese ed aver riacquistato l'esistenza legale con Napoleone nel 1800.
Come si legge nel Dizionario Ecclesiastico, tutte le forze di assistenza realizzate dai tempi moderni hanno trovato le Figlie della Carità in prima linea.
Si deve a questa precisa connotazione la venuta delle Figlie della Carità a Giulianova.
Nel 1866 il delegato straordinario Antonio Finocchi rammentava che la Scuola maschile era frequentata da appena 25 ragazzi, mentre quella femminile, affidata nel dicembre 1865 alla maestra Teresa Lucidi, era frequentata da oltre 50 fanciulle. Mancava tuttavia, in una città di 4761 abitanti, un asilo, a differenza della non distante Ancarano, dove pure ne era stato aperto uno nel 1865, e di Teramo, qui in funzione dal 1863.
Nel 1867 questa esigenza viene fatta propria dalla Congregazione di Carità giuliese, come ci consente di sapere un deliberato del 24 ottobre di quell'anno. Nel rilevare l'utile grandissimo per la città che sarebbe derivato da un Asilo d'infanzia «a beneficio specialmente dei poveri», in aggiunta all'ospedale, la Congregazione propone al Municipio la cessione dell'ex convento dei Francescani Conventuali per destinarlo ad ospedale e, appunto, ad Asilo d'infanzia, in cambio del complesso di S. Rocco, quello che oggi è l'istituto "Castorani".
Abbandonata l'idea della permuta per ragioni di convenienza, la Congregazione, dopo aver stabilito il 31 dicembre 1868 di accomodare le due camere del custode dell'ospedale per destinarle agli infermi, dovendosi occupare l'altro fabbricato dalle Figlie della carità ormai prossime ad installarsi, procede il successivo 8 gennaio 1869 all'appalto dei lavori necessari per l'ampliamento del complesso immobiliare di S. Rocco, fino a quel momento ospitante solamente l'ospedale, per destinarne una parte «ad uso Asilo e Scuole».
Il nuovo Asilo, affidato alle Figlie della Carità per espressa volontà del sindaco Pasquale De Martiis e del Presidente della congregazione Tommaso Roscioli, entra in funzione nel corso dell'anno 1869, in concomitanza, quindi, con le analoghe strutture istituite ad Atri e a Colonnella.
In breve tempo - e nonostante gli inevitabili problemi logistici derivanti dalla promiscuità di ambienti tra l'ospedale e il nuovo asilo, più volte lamentati dalla Congregazione - l'Asilo riesce a catalizzare l'attenzione della cittadinanza, peraltro entrata in familiarità con le Figlie della Carità, riconoscibili dall'abito grigio "alla campagnola" e dal caratteristico copricapo adottato nel 1840, la cosiddetta "cornetta", con i due lembi laterali alzati e induriti dall'amido.
Sul finire del secolo, l'Istituto-Convitto per Fanciulle ospita un elevato numero di convittrici provenienti, oltre che dall'Abruzzo, da Napoli, dalla Toscana, dalle Marche e persino dalla Puglia.
Le maestre, di origine prevalentemente toscana, impartivano l'insegnamento secondo i programmi governativi all'epoca vigenti per le cinque classi elementari. La lingua francese forma parte della istruzione generale e obbligatoria, mentre la musica ed il disegno sono facoltativi.
Non mancano poi i «lavori donneschi», comprendenti la maglia, il cucito, il ricamo e anche un'istruzione finalizzata alla economia domestica.
Un Direttore spirituale era preposto all'insegnamento della fede, della morale e della religione, e a disposizione delle ospiti era la piccola ma elegante Cappella interna dell'Istituto sotto il titolo dell'Immacolata e S. Rocco.
Abbastanza severe erano le norme per l'ammissione delle educande. Secondo il regolamento del 1893 le fanciulle da ammettere dovevano essere «di civile condizione, fornite della fede del battesimo e cresima, se l'hanno fatta, non che del certificato dell'eseguita vaccinazione, o del sofferto vaiolo, e di buona salute». L'età non doveva oltrepassare i 12 anni né essere minore di 5, benché fosse rimesso al giudizio dei genitori prolungare l'ospitalità in Istituto sino al compimento del ventesimo anno d'età.
La retta era di 500 lire annue da pagarsi anticipatamente ogni trimestre. Nella somma era compreso il vitto (caffelatte a colazione, tre pietanze calde, frutta e vino a pranzo; un piatto caldo, insalata, vino e frutta la sera), il vestiario, le calzature, i sussidi didattici (libri, materiale di cancelleria), l'assistenza medica sanitaria (a cui l'Istituto provvedeva mediante un medico interno) ed un corso di bagni in apposita villeggiatura al mare.
Particolarmente minuzioso è l'elenco relativo al corredo di ciascuna educanda. Esso comprendeva un pagliericcio e materasso di lana lungo metri 1,83 e largo metri 0,90; posate d'argento o Cristofle con bicchiere dello stesso metallo; una coperta imbottita, altra coperta di mezza stagione e altre due bianche di modello per coprire il letto; 6 lenzuola ed un egual numero di federe; 6 asciugamani e 8 camicie; 6 salviette; 12 fazzoletti bianchi; 12 paia di calze; 6 calzoni bianchi; 6 fazzoletti da notte e 6 sottanini.
Sono passati centotrentanove anni dalla venuta delle Figlie della Carità nella nostra città, e sessantanove anni esatti dal decreto mediante il quale l'allora Governo fascista elevava l'Orfanotrofio Femminile "Castorani" ad Ente Morale. Immutato è l'impegno delle suore nell'assistenza e nell'educazione, come grande è l'affetto dei giuliesi nei confronti delle infaticabili Figlie della Carità.

La storia di Giulianova: La Giulianova moderna

Dopo secoli di vita cittadina entro il perimetro quattrocentesco, nella seconda metà dell’Ottocento, sotto una vivace spinta demografica e con il miglioramento dell’economia locale, si ha l’espansione extramuraria dell’abitato collinare, il cui principale nodo urbano è costituito dall’attuale Piazza della Libertà. Anche il sottostante litorale, fino all’Unità d’Italia sostanzialmente deserto, grazie all’entrata in funzione nel 1863 del tronco ferroviario Ancona-Pescara e quindi, nel 1884, della strada ferrata per Teramo, registra una sempre più vivace attività sia commerciale che industriale. È qui infatti che Luigi Crocetti crea nel 1888 una società, la prima in Abruzzo, per la costruzione di mattonelle e lavori in cemento, presto emulato da altri imprenditori. Grazie anche alla “scoperta” del turismo balneare, con la costruzione nel 1874 dello stabilimento balneare e la presenza dal 1896 di un frequentatissimo Ippodromo, l’abitato a valle si infittisce di nuove costruzioni estendendosi progressivamente nelle aree la Giulianova moderna adiacenti alla stazione. Ma la borgata “Marina”, nome della germinazione litoranea di Giulianova, pur condividendo strettamente le dinamiche di crescita comuni agli altri insediamenti costieri, tuttavia rispetto ad essi avrà caratteri distinti, mancando di produrre il ribaltamento delle gravitazioni. 

E difatti nel 1934, quando la frazione ormai ha superato per abitanti lo stesso capoluogo e da tempo costituisce l’epicentro dinamico trainante dell’intero territorio, si opterà per la fusione amministrativa tra l’abitato collinare, che allora come oggi conserva saldamente la sede municipale, con quello litoraneo, che perciò assume la nuova denominazione di Giulianova Spiaggia e dove nel 1936 la già solida vocazione balneare, rappresentata dall’imponente Kursaal realizzato nella parte inferiore nel 1913 come club marino e ultimato in stile liberty sedici anni dopo come albergo assai prestigioso, viene rafforzata dalla costruzione del lungomare monumentale

Nei decenni successivi al secondo dopoguerra, l’espansione urbana privilegia, seguendo uno schema a scacchiera, le aree litoranee meridionale e settentrionale e quindi quella valliva occidentale, non pregiudicando lo sviluppo armonico della città. Oggi, infatti, Giulianova, pur avendo una delle più alte densità demografiche della provincia, è tra i centri costieri abruzzesi a disporre del più alto coefficiente di zone verdi presentandosi nelle vesti di una elegante località, culturalmente assai vivace e apprezzata dai turisti per il finissimo arenile, per le sue dotazioni ma anche per le ricche testimonianze artistiche e monumentali.

Le bellezze dell'Abruzzo. Mare, monti, arte, gastronomia, folklore: è questa in sintesi, la realtà dell’Abruzzo; che, tra le spiagge dell’Adriatico e le nevi perenni del Gran Sasso d’Italia e della Maiella, può ancora offrire ai forestieri - oltre ad una moderna attrezzatura alberghiera e in campeggi e case private - una vacanza completa, ricca di continue scoperte. I quattro capoluoghi di provincia: L’Aquila, Chieti, Pescara, Teramo e numerose altre città, che in antico ebbero un ruolo determinante, custodiscono tesori d’arte e di storia, resti archeologi, musei, cattedrali, castelli, acquedotti, fontane, ecc., che testimoniano di una continua operosità sul mare, nei campi, sulle montagne. Dalle ceramiche di Castelli ai legni intagliati di dl Pretoro, dai liquori di Tocco Casauria agli orafi di Scanno e ai merletti di Pescocostanzo, è tuttora vivo in ogni angolo della regione un artigianato che spesso affonda le proprie radici addirittura nella preistoria. 

 
 
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