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Archeologia a Giulianova: Le cisterne

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Archeologia a Giulianova: Le cisterne

L’acqua e la città
di Luisa Migliorati
 
Le pendici orientali del sistema collinare su cui si adagiano i settori della città tradizionalmente denominati Giulianova alta “ospitano” due strutture antiche scarsamente conosciute, che meriterebbero invece notevole attenzione e per più di un motivo.
Si tratta di due cisterne che per la loro dislocazione topografica documentano il sistema di raccolta e conservazione dell’acqua in ambito urbano e suburbano. Le dimensioni e la associazione a distinti edifici ne hanno condizionato le successive fasi di vita e la migliore o peggiore conservazione.
La minore delle due strutture si trova all’interno dell’area della città romana, nei pressi dell’incrocio delle attuali SS 16 e 80, sul pendio che guarda verso mare. Quasi un cubo, senza copertura, è stata assorbita dal profilo collinare (ancora sufficientemente “verde” in quel tratto) con l’aiuto della vegetazione che la circonda e vi è cresciuta dentro. Da anni dunque fa parte del paesaggio e la sua posizione innaturale, in discesa, non colpisce nessuno. L’alterazione del suo equilibrio statico è stata causata principalmente dal taglio della collina per il passaggio della SS 16, taglio che, sottraendole il sostegno del terreno, ne ha determinato l’inclinazione e lo scivolamento. Sono probabilmente le radici arboree a trattenerla da tempo nella posizione attuale.

Uno scorcio della parte interna della cisterna romana di « Casa Maria Immacolata»: i pilastri e gli archi ribassati. La zona, che presenta muri a 20-30 cm. di profondità e resti di una fornace, era probabilmente occupata da una «villa» romana e va studiata analiticamente.

Originariamente la piccola cisterna doveva costituire uno degli annessi di servizio ad una abitazione il cui affaccio principale avveniva al livello superiore, posizionata in quella fascia di edifici romani attestati su una viabilità che, come l’attuale via Gramsci, attraversava longitudinalmente il pianoro su cui era stata costruita la città antica (foto1).
Tutto il settore abitativo che guardava il mare, e dunque ad est di quella strada, doveva fare i conti con il pendio che scendeva più ripido verso la costa e sfruttare di conseguenza il dislivello con l’edificazione di più piani da destinare a funzioni diverse. Effettivamente questa situazione si è potuta documentare più volte sulla base di “irrispettosi” lavori edilizi che hanno rivelato attraverso le quote di spiccato(1) dei muri antichi la differente strutturazione edilizia della parte orientale della città. Devo tuttavia ricordare che nel settembre del 1991 la responsabilità dello scavo rivelatore, anche se per nulla regolamentare, fu tutta da attribuire alla rottura di una tubazione dell’acquedotto. Sicuramente ad una abitazione appartenevano il muro a grossi ciottoli di fiume e il pavimento in signino(2) ravvivato dall’inserzione di lastrine irregolari ancora ricavate da rocce calcaree; questa specifica non è superflua, poiché l’assenza del marmo indica in questo caso l’età tardo-repubblicana il periodo costruttivo. Un elemento di interesse era anche il massetto pavimentale, che riprendeva quello che si potrebbe definire il motivo tematico della tecnica edilizia giuliese: i piccoli ciottoli e i frammenti di pareti di anfore disposti per taglio un sistema che prometteva una sicura protezione dall’umidità - e sopra a questo uno strato di calce e frantumi di laterizio che avrebbe a sua volta sostenuto il pavimento vero e proprio.

Foto 1. La piccola cisterna sulle pendici orientali della collina.

Come ho già scritto in altra sede, il costante riutilizzo delle anfore come materiale da costruzione è peculiare dell’area giuliese. Non che sia assente nel resto del mondo romano, ma nella nostra cittadina assume forme originali e virtuosistiche. Infatti il muro con cortina realizzata in opus spicatum, non con mattoncini, ma con frammenti di pance di anfora, disposti a spina pesce, parla di un’economia di riciclaggio che va oltre quella comunemente attestata nella tecnica edilizia romana.
Il recupero per la stessa finalità è facilmente comprensibile per quei contenitori multiuso - destinati cioè al vino o alle composte di frutta, che potevano essere lavati e reimmessi nei cicli di immagazzinamento degli stessi prodotti, fino a che non fossero diventati difettosi. Il riutilizzo di anfore monouso era necessariamente legato allo smaltimento. Per la categoria monouso si intende quella fabbricata per contenere olio o salse speciali a base principalmente di pesce. Tra queste salse la più conosciuta da noi è il garum; ma in realtà ve ne erano diversi tipi (hallex, muria); i componenti essenziali erano il tonno e lo sgombro posti a macerare in salamoia (per impedirne la putrefazione) in cisterne della capacità di 7/10mc lasciate esposte al sole, probabilmente lontano dal centro abitato poiché dovevano emanare un odore piuttosto forte! Il liquido veniva poi ridotto a fuoco lento e serviva per condire le zucche farcite, i piselli, il pollo, il fegato d’agnello, etc.

Foto 2. Veduta da est della grande cisterna.
Uno scorcio della cisterna romana di "Casa Maria Immacolata": i pilastri e gli archi ribassati. 
La migliore qualità, il fior fiore della salsa (gari flos flos recita un’iscrizione di Pompei), si otteneva appunto da tonni, sgombri o murene. La specialità del garum di sgombro sembra appartenesse ad una ricetta di Scauro, la cui famiglia, la gens Umbricia, da tempo gestiva un ottimo giro di affari su questo alimento. Del prodotto esisteva naturalmente la versione più povera, e meno digeribile, che prevedeva come elemento principale di macerazione teste di alici.
Possiamo immaginare come i contenitori di tale condimento non fossero riutilizzabili!
Ma ugualmente breve era la vita delle anfore da olio. Così lo smaltimento rifiuti poteva diventare un problema anche nell’antichità. La soluzione era tuttavia a portata di mano. Queste anfore, come i mattoni rotti o difettosi, trovavano largo reimpiego nella tecnica edilizia. Sminuzzati e mescolati alla malta potevano formare pavimenti e rivestimenti per opere idrauliche (condotti, cisterne), magazzini da deumidificare. Le anfore, in frammenti più grossi, potevano finire nei massetti pavimentali, nei vespai o nelle opere di drenaggio, in cui potevano essere impiegate anche integre a seconda delle esigenze; sempre integre, potevano anche essere adoperate all’interno dei muri per alleggerire la struttura; ridotte in frammenti non inferiori ai 5 cm, insieme a calce e pozzolana o graniglia, costituivano l’opera cementizia, il nucleo interno dei muri, che poi sarebbe stato rivestito con cortine in varia tecnica. Resta eccezionale il riciclaggio dello stesso materiale anche nella cortina, ripeto, come nel caso dell’ambiente individuato presso il Cimitero di Giulianova. Non so se il reimpiego integrale di questi contenitori possa essere spiegato sulla base di considerazioni legate all’economia dell’edilizia privata, visto che nel corso delle ricerche sulla città romana non si è potuta riconoscere nessuna struttura pubblica, come abbiamo potuto verificare in tutti gli scavi condotti dal mio gruppo di lavoro.
Unica eccezione per ora è infatti costituita dal ponte che si conserva presso la SS 80, a quota inferiore rispetto al livello della viabilità attuale. È ancora chiaramente visibile che per il nucleo cementizio del ponte e dei muri di contenimento sono stati utilizzati frammenti di anfore databili dalla fine del II a tutto il I secolo a.C. Per inciso, la presenza di pochi frammenti appartenenti alla prima metà del I sec. d. C., più ampiamente documentati nelle altre strutture urbane, può risultare determinante per definire il periodo della costruzione, che si potrebbe quindi inquadrare nella prima metà del I sec. d. C.
Comunque non meraviglia certo che in una cittadina di mare con terreni adatti alla coltivazione dell’ulivo e della vite, l’attività primaria fosse rivolta ai prodotti della pesca e del settore oleovinicolo. Non meraviglia inoltre che si tendesse a fabbricare anche il contenitore idoneo, considerando la disponibilità locale della materia prima, l’argilla. Interessante che sia stata preferita un’attività di riciclaggio, piuttosto che la creazione di colline artificiali, come il famoso Monte Testaccio a Roma (Mons Testaceus da testa, mattone cotto), cresciuto da un’area di discarica per le pesanti e robuste anfore olearie ispaniche, individuata, con obbligo di rispetto, vicino al porto fluviale nell’età augustea e valida fino a tutto il III sec. d. C.
Tornando, dopo questo lungo excursus, alla piccola cisterna menzionata all’inizio, si deve dire che anche in questo caso la tecnica edilizia utilizza frammenti di anfora per il nucleo cementizio, ma in maggior misura compaiono i grossi ciottoli di fiume e nella malta è notevole la presenza di graniglia o meglio, di breccia minutissima fluitata, che suppliva alla mancanza di pozzolana, difficilmente reperibile a causa dei costi del trasporto dalle aree di produzione localizzate sul versante tirrenico: Campi Flegrei (il nome deriva infatti da Pozzuoli) e campagna romana. Recenti ricerche dei geologi hanno infatti verificato che in area appenninica centrale (Abruzzo interno) è sì presente il residuo di antiche eruzioni vulcaniche, ma in quantità limitate; pur ammettendo che gli antichi ne fossero a conoscenza, restava dunque improponibile l’utilizzo come materiale edilizio di applicazione su larga scala, essendo un elemento basilare per la composizione della malta che doveva costituire il legante sia per i nuclei interni che per gli elementi del rivestimento dei muri, per i pavimenti, etc. Accanto all’impiego della graniglia al posto della pozzolana, una soluzione locale prevedeva anche l’utilizzo della terra argillosa di cui è così ricca la zona. Ed infatti nella abitazione-laboratorio, di cui si scavò un settore dietro alla scuola dell’Annunziata, i muri risultavano costruiti in cortina con tegole il cui legante era costituito semplicemente da terra argillosa.

Foto 3. Interno della grande cisterna.

Per quanto riguarda l’interno la struttura si adegua ai parametri tecnici più comuni per le cisterne: il caratteristico cordone copre tutti gli angoli facilitando le operazioni di pulizia; tutte le pareti ed il pavimento sono rivestiti da uno strato di cocciopesto, un impasto di calce, sabbia e tritume di laterizio (mattoni, tegole, contenitori, etc.) che conferiva alla struttura la necessaria impermeabilizzazione.
Un discorso diverso riguarda la grande cisterna conservata nel parco della "Casa Maria Immacolata" (foto 2). Dai risultati dello studio (condotto negli anni passati sia negli archivi che sul campo) sulle consistenze archeologiche di Castrum Novum e considerando la loro dislocazione topografica, è chiaro che l’area occupata dalla città romana era limitata alle pendici meridionali del sistema collinare parallelo alla costa e oggi quasi integralmente occupato dal “paese”.
Il limite settentrionale della superficie urbana antica fu individuato poco a nord del Cimitero in un saggio di scavo purtroppo limitato a quel solo settore. Difficile poi ottenere notizie di resti archeologici nelle zone più a nord, la cui ormai pressoché integrale edificazione salda la Giulia degli Acquaviva alla Castrum dei Romani.
 Fig. 1. Processo tecnico per l’opera lignina
(illustrazione tratta dal lavoro citato in nota 3)

Tuttavia le ricognizioni in alcune fasce rimaste libere lungo il costone orientale, sotto l’area occupata dalla "Casa Maria Immacolata", hanno dato qualche risultato; una successiva verifica nel giardino della stessa Casa ha confermato che in quello stesso luogo doveva sorgere una residenza sub-urbana, una villa cioè posta a breve distanza dalla città.
La collocazione era ottima: servita dalla prosecuzione dell’asse che attraversava longitudinalmente il pianoro e che continuava a salire lungo la collina, la costruzione si trovava a quota superiore rispetto alla città e affacciava sul mare. L’esposizione ad est così favorevole alla residenza e all’attività agricola è stato il motivo che ha determinato il sorgere delle numerose ville che scavi sistematici o rinvenimenti fortuiti hanno rivelato lungo la mezza costa nel tratto medioadriatico. Analogamente agli altri casi, la posizione dell’edificio su pendio rendeva indispensabile una costruzione a diversi livelli con ambienti sostruttivi che assicurassero la realizzazione di superfici orizzontali per l’edificazione dei piani superiori e nello stesso tempo fornissero dei vani agibili. Un terrazzo artificiale, ancora oggi nettamente individuabile, associava alla funzione della sostruzione quella di contenitore di una grande conserva d’acqua.
La planimetria mostra un ambiente suddiviso in tre navate da una serie di pilastri collegati da archi ribassati, come ribassate sono le volte che coprono le navate (foto 3). La struttura riveste particolare interesse, perché a prima vista sembra un complesso non finito; manca infatti il rivestimento di cocciopesto che, come nella piccola cisterna urbana, avrebbe costituito lo strato finale impermeabilizzante. Come ho già detto, questa caratteristica era conferita al cocciopesto dall’impasto (calce, tritume di laterizio, sabbia e/o pozzolana), a cui la battitura dava compattezza e tenacia; la finitura era data dallo “sfregamento della superficie con grasso animale cotto”(3). Si trattava dunque di uno strato di rivestimento, per pareti o pavimenti o interi ambienti, ma pur sempre un rivestimento. La cisterna di Casa Maria Immacolata effettivamente non ne ha traccia. Una analisi più attenta della struttura può ricondurre all’impiego dell’opera signina per la sua costruzione. Evidentemente sperimentata nella città di Segni del Lazio, in cui se ne conserva un efficacissimo esempio, la tecnica viene descritta dagli autori latini in modo molto chiaro.
Per l’impasto si doveva preparare una malta con sabbia purissima e granulosa (5 parti) e calce (2 parti); il pietrame da aggiungere doveva essere di pezzatura ridotta, ricavato da roccia molto dura e ciascun elemento non doveva avere peso superiore ad una libbra (g 327,45) (fig. 1). Si scavava poi nel terreno la trincea perimetrale della cisterna fino alla quota stabilita ed eventualmente si rinforzava il piano fondale con pali ferrati. Si gettava quindi l’impasto nella trincea, battendolo per togliere qualsiasi residuo d’aria e renderlo compatto. Quando il composto aveva tirato, si svuotava l’interno della “camera”, raggiungendo la profondità prestabilita; veniva infine livellato il piano e si gettava altro impasto per ottenere il pavimento dello spessore necessario. La struttura, opus signinum, era dunque pronta per l’uso senza altre aggiunte. Columella ci informa che in questa tecnica veniva realizzato il fondo nei bacini di raccolta delle acque pluviali.
La descrizione di questo particolare conglomerato cementizio si adatta anche alla più grande cisterna di Giulianova. La costruzione è stata effettuata in cavo di terra e questo tra l’altro giustifica la scarsa cura negli allineamenti dei pilastri. Un’apertura rettangolare tamponata nel soffitto é probabilmente da riferire alla fase dell’edificazione, per l’estrazione della terra di risulta. Sono evidenti la compattezza e l’omogeneità dell’impasto ottenuti con la battitura che lascia vedere in parete l’allettamento delle pietre. Unica discrepanza è la presenza di frammenti di laterizio (sempre per lo più anfore), benché pochi e in maggioranza nelle parti superiori della struttura. Il solo autore latino che parli anche dell’aggiunta di frammenti di laterizi è Plinio il Vecchio; tuttavia la sua modifica alla composizione è stata letta come un semplice errore oppure una confusione tra gli elementi del cocciopesto e del signino. Non so se la presenza del laterizio nel nostro caso sia da attribuire alla quantità del materiale anforario da smaltire e alla consuetudine del suo impiego, che ne rendeva costante l’utilizzo; per altro è una particolarità che sembra indicare nella zona giuliese una eccezionale aderenza ai precetti pliniani!
La cisterna doveva ricevere acqua piovana incanalata dallo scarico dei tetti: i fori presenti agli angoli del fronte verso mare indicano i punti di immissione; una verifica della pavimentazione del massetto sovrastante potrebbe indicare lesso potrebbe appartenere un’apertura circolare tutt’ora visibile nel giardino, che corrisponde al termine di un corridoio sotterraneo lungo e stretto che si diparte dall’angolo sud-occidentale del complesso e che potrebbe anche coincidere con il punto di accesso per la manutenzione. La mancanza di pedarole sulle pareti del pozzo fanno pensare all’uso di una scala in legno per scendere nella cisterna.
La raccolta e la conservazione dell’acqua piovana hanno sempre accompagnato la vita dell’uomo, anche nel periodo di diffusione dell’acquedotto. La necessità di tornare a dover far riferimento solo al tradizionale sistema di approvvigionamento idrico si collegava a possibili guerre, periodi di siccità, interruzioni per interventi tecnici. Una caratteristica da non sottovalutare, naturalmente contrastante con le qualità odierne, era la maggiore leggerezza dell’acqua piovana, non appesantita da sali minerali che l’acqua sorgiva avrebbe incorporato durante il percorso sotterraneo; ciò faceva considerare migliore dal punto di vista idrologico la qualità dell’acqua di precipitazione atmosferica. Tra l’altro era conveniente che tutte le fattorie e le ville disponessero di cisterne per non lasciar disperdere le acque meteoriche, da utilizzare, nei casi più tranquilli, ai fini agricoli. A tale scopo rispondono le frequenti vasche in calcestruzzo e coccio-pesto che si vedono ancora oggi nelle nostre campagne, residuo degli antichi mezzi di irrigazione; ma è un sistema che è stato ripetuto anche nei tempi moderni.
Un’ultima osservazione sul complesso di Casa Maria Immacolata: risponde anche alla accortezza di conservare l’acqua in ambienti sotterranei: la protezione dal calore, dagli agenti esterni e dalla sporcizia ne assicuravano più a lungo la potabilità!
Secoli dopo l’abbandono della funzione originaria le caratteristiche descritte hanno reso la struttura un ambiente perfetto per un uso completamente differente, ma che ne ha assicurato la conservazione: una cantina! Ovviamente alcune modifiche sono state necessarie: è stato liberato il lato orientale, originariamente contro terra come gli altri, per ricavarne sia un accesso che un’apertura per l’illuminazione e all’interno sono stati aggiunti cordoli e muretti in cemento per l’appoggio delle botti.
 
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Note
(1) Linea che individua la parte della costruzione fuori terra.
(2) Impasto di calce, sabbia e graniglia.
(3) La questione tecnica è stata analizzata attraverso lo studio delle fonti antiche in particolare Vitruvio e Plinio il Vecchio) da C. F. Giuliani, Opus signinum e cocciopesto, in Segni. Storia antica e archeologia I, 1992, pp. 89 -94.

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