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Cenni storici su Giulianova (Te) La pesca a Giulianova ai tempi delle barche a vela

Giulianova > Cenni storici su Giulianova > Il mare
 
Nel giugno del 2000, le lancette erano diventate quattro e furono iniziati i lavori per costruire una sede. «Nella spiaggetta libera in cui sistemavamo le barche – racconta Piergallini – c’erano due casotti che contenevano i serbatoi per le docce, ma dovevano essere buttati via, così chiedemmo di poterli utilizzare e rimettere a nuovo. Nacque in questo modo la nostra prima sede. Dipinsi poi il muretto che separava la spiaggia dal lungomare con disegni raffiguranti l’ars marinara, (nodi, barche, andature…)». Nel 2001, il circolo creò una sorta di sezione “culturale”, il Re.Ve.Le., recupero vecchi legni, all’interno del quale si inserì appunto il recupero e la messa a nuovo di Pupina Serena, ‘Nziatina e ‘Mazzlin. «Il Re.Ve.Le si proponeva e si propone di cercare, restaurare e conservare, le nostre vecchie barche a costruzione classica. O per meglio dire, quelle povere barchette rimaste. Già, perché di tutta la flotta peschereccia a vela sambenedettese del passato (negli anni Trenta si contavano addirittura oltre 300 legni) sono rimaste solo barchette». Tutto il resto è stato distrutto negli anni, per l’indignazione del signor Gino che ha da sempre sognato, per la sua città, un museo galleggiante come quello di Cesenatico. «Quando hanno fatto il nuovo lungomare nel 2006, eravamo 120 soci. – prosegue Gino– Abbiamo rinnovato la sede donataci dal Comune in cambio della restaurazione delle lancette esposte sulla passeggiata giuliese». Da quel ’99 tanti passi in avanti sono stati fatti dal circolo, ma non sono mancate alcune pagine nere, come la grande mareggiata dell’ultima settimana dell’ottobre del 2004 che distrusse alcune barche e impegnò i fedelissimi del circolo a tentare di fare il possibile per salvare barche e attrezzature. Gino è attivissimo nel circolo. Dopo aver scritto il libro sulla storia del Ragn’a Vela, negli ultimi mesi si è dedicato alla stesura di due divertenti racconti: “Una giornata d’estate al Circolo Ragn’a Vela” e “Una giornata d’inverno al Circolo Ragn’a Vela”, firmati sotto lo pseudonimo Capitan UnGino, dove dipinge un divertente affresco della quotidianità dei soci, tra partite a carte e memorabili discussioni politiche. Se passate da quelle parti, andate a fargli un saluto. Non lesinerà una battuta e qualche bella storia da raccontarvi.
La vela “trapezoidale” issata su “Tastutina”, reca il disegno di una stella rossa stilizzata che richiama “Nutatte de Luna”, il canto popolare dei sambenedettesi scritto da Ernesto Spina e musicato dal maestro Attilio Bruni. Nel fiocco è stata riprodotta la mezza luna blu, simbolo de “Lu Tastóte” soprannome del capofamiglia dei Palestini. Il varo è stato preceduto dalla presentazione dei lavori di restauro. Erano presenti il sindaco Giovanni Gaspari, l’assessore alla cultura Margherita Sorge, il Comandante della Capitaneria di Porto Andrea Marà, coloro che hanno contribuito al recupero di quest’imbarcazione, moltissimi cittadini e turisti. L’incontro si è aperto con la poesia “La lancetta” del poeta giuliese interpretata da Giancarlo Brandimarte dell’associazione “Ribalta giuliese”. Alle proiezioni di foto e video del restauro, si sono alternati gli interventi dei volontari civici del Museo del Mare di Giulianova e di Stefano Novelli che ha curato la mostra fotografica, visitabile per tutta l’estate nella sede dell’associazione Pescatori Sambenedettesi. Infine, Micaela, Sonia e Alessio nipoti di Vittorio Palestini hanno letto una poesia e un pensiero a nome della famiglia. “Aver recuperato la lancetta è un dono per tutti i sambenedettesi – ha affermato il Sindaco – con questa imbarcazione, utilizzata dai nostri marinai più di ottant’anni fa, recuperiamo un ulteriore tassello dell’identità e della tradizione marinara della città. L’evento acquisisce un’importanza maggiore – ha concluso il Sindaco – per la presenza di Federico Contessi, armatore sambenedettese e premio Truentum, in visita in questi giorni con la figlia Evelina in città, che a Mar del Plata, città argentina gemella di San Benedetto, ha varato centinaia di motopescherecci”. Dopo la presentazione, tutti i partecipanti si sono trasferiti sulla banchina di riva Malfizia per la benedizione di Don Armando Moriconi Parroco della Cattedrale della Madonna della Marina, il rito di varo e il “bacio del mare”: il momento in cui l’imbarcazione tocca l’acqua. A seguire “Tastutina” ha spiegato la sua vela e, accompagnata dalle note di “Nutatte de Luna” eseguita dal vivo dalla corale “Padre Giovanni dello Spirito Santo”, ha preso il largo. Dopo un breve giro in porto, scortata dalla Guardia Costiera, ha raggiunto la zona della piccola pesca dove sarà ormeggiata. “Ci piacerebbe che il recupero della lancettuccia – dichiara l’assessore Sorge – possa rappresentare il primo passo per la creazione di una sezione galleggiante del Museo del Mare”. In serata al Museo del Mare si è tenuto il laboratorio ludico – didattico per bambini dal titolo “Realizza la tua lancetta” durante il quale i partecipanti hanno potuto costruire la loro lancettuccia riprodotta in una cartella, curata dall’Archivio Storico, nella quale è stata inserita anche una poesia sulla “Tastutina” in italiano, inglese e dialetto sambenedettese.
La “lancetta” è la barca da pesca che meglio di ogni altra incarna la storia della marineria del tratto di costa che dal Conero giunge sino al termine dell’Abruzzo. Sorella minore della “paranza” poteva pescare con una rete a strascico sia a coppie che da sola, ma sempre la durata delle sue uscite si limitava dall’alba al tramonto, per cui il pesce portata a riva veniva ritenuto il più fresco e genuino, contrariamente a quello delle paranze che andavano più lontano e restavano fuori più giorni. Di dimensioni più ridotte della prima, che non raggiungevano mai i 10 metri, era dotata di un albero della lunghezza pari a quella dello scafo e di un’antenna pari una volta e mezzo la lunghezza di questo. Montava una vela “al terzo” che veniva manovrata anche con un boma nella parte inferiore, contrariamente alla paranza che ne era priva e che aveva una vela latina. Aveva una chiglia tendente al piatto per il suo varo e ritiro in spiagge sabbiose e dai fondali bassi. L’equipaggio non superava mai le tre-quattro persone, di cui quasi sempre uno era in età minorile, cioè il “morè”, mentre il responsabile di ogni decisione in terra ed in mare, che spesso coincideva anche con il padrone del mezzo, era il ”parone”. Era dotata anche di due-tre remi per consentire di spostarsi in cerca del vento in caso di bonaccia, agevolare le manovre di uscita e di rientro a riva. Priva di deriva impiegava un timone molto grande e robusto, manovrato dalla coperta di poppa attraverso una barra altrettanto resistente. La “lancettuccia” ha una dimensione di mt. 3 circa. Questa barca poteva portare solo due/tre persone. Le vele avevano delle simbologie diverse in base alle famiglie marinare. Queste venivano personalizzate con disegni, scritte e simboli anche sacri (per es. il gallo rappresentava San Pietro). Le lancette e le lancettuccie, servivano alle Paranze (barche piu’ grandi), per portare a terra il pescato, perche’ piu’ maneggevoli e veloci.
 

La pesca a Giulianova ai tempi delle barche a vela
di Lucio MARÀ
 
Il mondo della pesca con le barche a vela a Giulianova, segnatamente nel periodo che va dagli ultimi decenni dell’ottocento agli anni quaranta del secolo scorso, mi ha sempre incuriosito e questa curiosità mi ha spinto a studiarlo, per conoscere il modo di vivere, i rapporti familiari, i rapporti di lavoro dei pescatori di allora.

In altri paesi a noi vicini ed anch’essi adagiati sulle rive del mare Adriatico, qualcuno s’è preso la briga di raccontare la storia e le storie dei pescatori, con buoni risultati.
Penso, perciò, che anch’io, forse con qualche ragione in più di altri, essendo discendente di una stirpe di pescatori e pescatore io stesso, possa cimentarmi nell’opera di rievocazione di quel mondo, perché non ne vada persa la memoria.
Tutto quello che mi accingo a scrivere l’ho appreso direttamente dai miei genitori, dai miei zii e da mio nonno. Quest’ultimo, Andrea Marà (1875-1940 ), fu una specie di capo carismatico della marineria giuliese nei primi anni del Novecento, quando, ancor giovane, assunse, al posto del fratello primogenito Domenico Marà (1862-1947) il comando delle lancette di famiglia, fino ad allora condotte dal capofamiglia Pasquale Marà ( 1832-1902).
Altre notizie di quel periodo le ho desunte dai racconti ascoltati quando, anch’io giovanissimo, iniziai ad andare per mare sui pescherecci, dai vecchi pescatori giuliesi, che in quegli anni, reduci tutti dalla pesca sulle barche a vela, spendevano gli ultimi anni della loro ormai logora vita sulle barche a motore.
Se la vita dei marinai, oggi, è dura, faticata e pericolosa, cerchiamo di immaginare come fosse quella dei pescatori di allora, costretti ad affidare la sopravvivenza loro e delle loro famiglie al mare, non sempre calmo e prodigo, anzi. Le giornate in cui era possibile avventurarsi in mare, erano, in effetti, molto poche, per molti e svariati motivi.

Con vento sostenuto, c’era il pericolo che le vele, gonfiandosi oltre misura, potessero spezzare l’unico albero della barca, che, senza la spinta delle vele, sarebbe andata alla deriva, con grande pericolo per gli uomini dell’equipaggio. Esisteva anche la possibilità, nelle stesse condizioni di vento, che l’albero reggesse e che la barca rischiasse di ribaltarsi, con esiti dolorosi.
Nei giorni di mare grosso, era addirittura impensabile poter uscire in mare, per l’impossibilità pratica di varare o ritirare in secca le barche, sicure vittime della violenza delle onde. In quei tempi, si continuava a parlare, ma solo a parlare, della realizzazione di un porto o di un approdo riparato, che consentisse alle lancette ed alle paranze di compiere tutte le operazioni di carico, scarico e approvvigionamento, che venivano normalmente fatte sulla spiaggia, di fronte alle barche ormeggiate all’ancora, che, ad ogni minaccia di cambiamento del tempo, dovevano essere, con la massima velocità possibile, ritirate a terra.
Si provvedeva alla bisogna a mezzo di argani, piantati sulla spiaggia e girati a mano tramite lunghe pertiche innestate sull’asse rotante;
quando era necessario, cioè quasi sempre, alle pertiche correvano, in aiuto agli uomini, anche le donne ed i ragazzi. Altro motivo di impedimento all’uscita delle barche poteva essere la totale assenza di vento, che significava mancanza di forza motrice.
In presenza di vento scarso, non sufficiente a far muovere le pesanti barche, si doveva provvedere, a forza di remi, a raggiungere il tratto di mare antistante la foce dei fiumi, dove il “vento della valle” riusciva a gonfiare le vele ed a spingere lancette e paranze verso il largo, dove c’era la possibilità di incontrare una brezza sostenuta che consentisse la pesca.
In quegli anni, la vita era grama per tanti e i pescatori, spesso e malvolentieri, facevano la fame, insieme alle loro famiglie; nessuno li aiutava, tanto meno lo stato: il sistema non prevedeva ancora interventi previdenziali o assistenziali.
Per superare i crudi inverni, le donne si davano da fare nei servizi nelle case dei benestanti, in cambio di qualche soldo o, più spesso, in cambio di generi alimentari; e fare i servizi non significava solo sbrigare le faccende domestiche, ma anche fare la lavandaia, andando a lavare il bucato alla Fonte Grande (Salita Montegrappa) o alla Fontanella, entrambe ubicate lungo la costa della collina di Giulia, fuori le mura.
C’era anche, naturalmente, qualcuna più fortunata, che si arrangiava in lavori di cucito o qualcuna, beata lei, che sapeva di ricamo e riusciva a spuntare buoni compensi. Quasi tutte le donne dei pescatori erano impegnate nella cucitura delle vele e nella tessitura delle reti, sia nuove che da riparare.
All’approssimarsi della primavera, si ricominciava a rimettere le barche in mare, dopo aver provveduto alla loro manutenzione, e, con la ripresa dell’attività della pesca, si ricominciava a vedere qualche soldo.
Chi guadagnava di più dalle operazioni di pesca erano, ovviamente, i proprietari delle barche: di loro spettanza era il 50% del ricavato; erano, però, a loro carico le spese di manutenzione delle barche e quelle di riparazione e sostituzione delle vele e delle reti, che spesso marcivano e si strappavano.
Più spesso di quanto non si pensi, per trascinare una rete più grande, e quindi più pesante, due barche lavoravano in coppia o alla pari ( da cui il nome di “paranza”).
Il proprietario della o delle barche, ogni due settimane o alla fine del mese, a seconda degli accordi, convocava i marinai a casa sua, per fare “i conti’.
Se l’incasso era stato soddisfacente, allora i pescatori trovavano a cuocere sul focolare, in una grossa caldaia, tagliolini e fagioli, in quantità sufficiente per una quindicina di persone, cioè l’armatore, che spesso era anche il “parone” o capobarca, i suoi familiari e l’equipaggio della o delle sue barche.
Dopo che tutti avevano mangiato e bevuto a sazietà, le donne di casa sparecchiavano e lasciavano gli uomini a fare le loro cose.
A quel punto il proprietario tirava fuori un quaderno di appunti e di cifre, nel quale sapeva leggere solo lui; poco male, perché nessuno degli uomini dell’equipaggio si sarebbe sognato di contestargli qualcosa, anche perché del tutto incapaci di leggere o far di conto.
Si cominciava, una volta precisato l’ammontare, a dividerlo in due metà: una di spettanza del proprietario, l’altra dell’equipaggio o, quasi spregevolmente, “ciurma”.
Naturalmente, la quota spettante all’equipaggio veniva suddivisa tra tutti gli uomini che ne facevano parte, compreso il proprietario e i figli, se partecipanti alle operazioni di pesca (ed era quasi sempre così), secondo quote ben definite.
Di norma si facevano dieci parti, ognuna divisa in quarti o “quartarole” per un totale di 40.
Ma procediamo con ordine: al “parone” spettavano 7 quartarole; al “sottoparone’ cioè al comandante della barca subordinata, ne spettavano 6; al marinaio con famiglia a carico andavano 5 quartarole (la quartarola in più rappresentava una specie di assegni familiari ante litteram) ; una parte intera, cioè 4 quartarole, spettava ad ogni marinaio non sposato; al giovane sotto i 21 anni spettavano 3 quartarole; al mozzo sotto i 14 anni 2 quartarole.
Questi erano i conti stabiliti dalla legge del mare (non scritta, ma rigorosamente rispettata), per le dieci persone che, normalmente, formavano l’equipaggio di una “paranza” Alla fine dei “conti”, la padrona di casa era solita offrire il caffè o la birra (un lusso per quei tempi), quale segno di benevolenza.
Non così, purtroppo, andava quando nel periodo di pesca non si usciva in mare per più di due o tre volte, per maltempo o altre ragioni: si doveva non solo rinunciare al pasto in comune, ma si evitava perfino di fare i conti, accontentandosi ognuno di pochi soldi “una tantum”.
Non era, d’altra parte, possibile diminuire il numero delle persone imbarcate: 4 o 5 marinai per barca erano il minimo indispensabile, prima di tutto perché il lavoro a bordo era molto pesante e poi perché, in caso di necessità, dovendo ritirare le barche per 50-60 metri sulla spiaggia, c’era assoluto bisogno di braccia. Se un marinaio, malauguratamente, si ammalava, i compagni di equipaggio sopperivano in qualche modo alla sua assenza e, a fine mese, l’assente prendeva, comunque, la sua parte; se però la malattia si prolungava, o si ripeteva, oppure l’assenza era dovuta ad altre cause, il poveretto non aveva diritto a nessuna parte. Questo perché allora, come ricordano ancora in molti, vigeva il detto: “Chi tira clocco, tira parte” ( il clocco era una bandana di rete, che il marinaio metteva a tracolla, terminante in un nodo, che lo aiutava a tirare a bordo le reti e le funi grondanti acqua; è rimasto in uso fino a poco tempo fa, nella pesca con la sciabica ).
Si cominciava il mestiere di pescatore fin dalla più tenera età, o per tradizione familiare o per necessità; e gli anziani non si meritavano di trattare quei bambini alla stregua di schiavetti: dovevano caricare la pipa del parone ed accendergliela; oppure dovevano accendere il mezzo sigaro ai marinai anziani; loro compito era pure quello di sgottare l’acqua di sentina, nel nauseabondo puzzo di legno marcio e catrame; inoltre, naturalmente, dovevano aiutare gli altri marinai nel lavoro di bordo.
Questa condizione di assoluta subordinazione si modificava al passaggio da mozzo a giovanotto, che non avveniva automaticamente o per età, ma solo riuscendo a convincere il parone di essere divenuti sufficientemente abili da meritare il passaggio di qualifica.
Da quanto detto finora si evince con chiarezza che il parone, a bordo, era una specie di Padreterno: non era solo l’uomo che comandava, era anche l’unico che sapeva tenere uniti ed obbedienti quegli uomini dal carattere aspro, ma leale; l’unico in possesso di superiori qualità nello scegliere i luoghi di pesca più fruttuosi e nel sapervi condurre la paranza; l’unico, forse, capace di prevedere con assoluta precisione i mutamenti del tempo e di riportare a terra, sani e salvi, i suoi uomini in caso di burrasca.
Questi erano i marinai di allora, gente diversa, abituata a vivere in un ambiente diverso, che nulla aveva a che vedere con il mondo dei contadini o con quello degli artigiani; oltre al suo mestiere, il pescatore non ne conosceva altri, incapace com’era di adattarsi a fare altro: la sua vita scorreva in mare, a bordo della barca, o a ridosso di essa, sulla spiaggia. Quasi considerati dei reietti, per le loro misere condizioni di vita, i pescatori non riscuotevano eccessive simpatie in paese: le ragazze di buona famiglia rifiutavano di sposare un povero pescatore squattrinato, mentre quelle di famiglia marinara, sprovviste di dote e di corredo, incontravano molte difficoltà a trovar marito. I giovani pescatori, più intraprendenti delle loro sorelle, si recavano, perfetti sconosciuti vestiti a festa, alle sagre campagnole dei paesi vicini ed abbordavano le ragazze, con la promessa di sposarle e di portarle a Giulia, il cui nome suscitava, allora, grande fascino: ormai divenuta una cittadina, era famosa nei dintorni per lo sfarzo profuso durante i festeggiamenti della Madonna dello Splendore, con l’esibizione di numerose bande musicali di alto livello e con la rinomatissima corsa di cavalli con fantino. Molti pescatori riuscirono a conquistare e a condurre spose a Giulia belle ragazze forestiere; primi fra gli altri, i fratelli Marà, figli del “Parone” Andrea; quattro fratelli per quattro spose: di Martinsicuro, di Tortoreto, di Roseto degli Abruzzi, di Silvi. Altri pescatori seguirono il loro esempio, facendo felici molte ragazze, anche se qualcuna restò delusa. Nessuna di loro, però, mostrò mai, ai propri compaesani, segni di pentimento, continuando a cantare con convinzione:” Giulianov’ è lu cchjù bell’ sit’ la terr’ d’ l’Abruzz’ ca t’invit’ “.
La pesca a Giulianova ai tempi della vela in e foto e cartoline.
Per raccontare questa storia non bisogna andare troppo lontano nel tempo, solo una manciata di anni, tre lustri per l’esattezza, e spostarci in spiaggia, sulle rive bagnate della nostra costa. È qui, vicino al torrente Ragnola, che un piccolo gruppo di amici (dapprima tre, in seguito aumenteranno), tra cui anche una vecchia conoscenza di questo blog, Gino Piergallini, decide di dedicarsi al recupero di barche abbandonate e ridar loro una nuova vita. Non è un lavoro da poco ed è soprattutto un impegno meritorio: tra la barche che decidono di salvare ci sono anche tre lancettucce sopravvissute al tempo e ai risvegli delle acque, quasi uniche testimoni della storia marinara sambenedettese prima che arrivasse il motore a cambiare abitudini, tempi e modi di pescare. E così, con fatica ma anche con la consapevolezza di fare qualcosa di importante – perché, si sa, spesso il recupero del passato salva l’anima del presente – ritornano a vivere Mazzlìn, ‘Nziatin e Pupina Serena. Quest’ultima ha una bellissima storia sulla quale vale la pena fermarci qualche minuto, trascriverla e infilarla tra due parentesi tonde. Donata dalla famiglia Curzi al Comune di San Benedetto dopo la morte del suo proprietario, Pupina fu restaurata, fu messa in mostra per diverso tempo sia alla Palazzina Azzurra sia all’ex Gil, e scomparve infine nel nulla. Gino Piergallini, notandone l’assenza, iniziò a chiedere in giro dove fosse finita la barca, ma nessuno aveva una risposta da dargli.

La storia di Giulianova

Il profilo del centro storico di Giulianova Paese al tramonto con la inconfondibile  sagoma della cupola del Duomo di San Flaviano.

Coordinate Duomo di San Flaviano: 42.751973, 13.957436


Giulianova appare oggi come una cittadina moderna ed equilibrata, cresciuta seguendo le linee del paesaggio collinare sul quale si estende e rispettando il sinuoso confine del mare e della sua ampia spiaggia sabbiosa. Ma tanta armonia urbana non è un caso: nasce da un passato lontano, da una millenaria tradizione di convivenza pacifica con il territorio iniziata oltre 2000 anni fa, quando in queste terre giunsero le legioni di Roma.

Furono solo il caso e qualche bolletta da pagare a far recare il signor Gino qualche tempo dopo presso l’ufficio postale di Porto d’Ascoli, e fu sicuramente la curiosità a farlo dirigere verso il vicino edificio della scuola media Cappella, in un terreno accanto alla quale giaceva qualcosa di famigliare: la lancettuccia scomparsa. Le intemperie e l’incuria l’avevano nuovamente rovinata e Pupina esigeva una seconda restaurazione. Il signor Gino non perse tempo e la fece tornare alle vecchie glorie. Glorie che arrivarono soprattutto qualche anno dopo, con il rifacimento del lungomare sud e la messa in mostra delle tre lancette ritrovate. Ma ora chiudiamo la parentesi aperta qualche riga fa e torniamo dai nostri pescatori di barche. Era il 1999, dicevamo, e il signor Gino trascorreva quell’estate a richiamare i bagnanti che si sedevano nello scafo di un vecchio 420 verde che stazionava in una spiaggetta libera proprio davanti casa sua. La barca, di sua proprietà, era stata disarmata e giaceva lì, pronta ad essere occupata dal primo passante. E così, appena vedeva il 420 occupato, Gino scendeva infuriato ad allontanare gli abusivi. A queste scene assistevano, divertiti, Camillo Camaioni e Pietro Piergallini, che avvicinarono Gino e gli suggerirono l’idea di recuperare l’imbarcazione e farla tornare in vita. Un’idea subito sposata. «Si prestarono alla barca le più amorevoli cure – scrive il signor Gino nel suo libro “Il circolo nautico Ragn’a Vela, pubblicato nel 2009 – Ma era un disastro, veniva quasi da piangere. Comunque, fu ristuccata, rivettata e rinforzata; rincuorata e rassicurata; alla fine riverniciata con un bel blu marina che Camillo portò da chissà dove. Però mancavano albero, boma, vele, timone, strozzascotte e deriva, tutto insomma. Ma era bello vederla sbrillucciare al sole primaverile in attesa di riprendere il mare, fiduciosa in una nuova futura vita». Così, mentre rimettevano a nuovo la barca nel tratto di spiaggia vicino al Ragnola, adibito nel frattempo ad area per rimessaggio barche, i tre appesero un cartello con la scritta Cantieri Navali Riuniti Piercamilli. Iniziò in questo momento la caccia a tutte le barche abbandonate, vecchi ruderi rinnegati dai loro proprietari, da salvare dalle acque e dall’incuria. Dopo le prime due barche si decise di fondare un circolo culturale. Il nome lo inventò Gino: Ragn’a Vela, per la vicinanza al torrente Ragnola. «L’estate del 1999 fu memorabile. – scrive il signor Gino – Ci furono uscite in mare al limite del tragicomico, terrificanti strambate da brividi, inesorabili impantanamenti prua al vento, le vele che sbattevano come lenzuola stese ad asciugare, la barca ferma meglio che se si fosse buttata l’ancora, scorriere raschiate al millimetro, bagnanti terrorizzati. Ma le armi si stavano affilando, i giovani, si fa per dire, velisti, crescevano».
 

Giulianova turistica. Ammirevole e splendente città di mare, si estende lungo la fascia costiera del Medio Adriatico per circa 5 km di spiaggia e ogni anno risorge tra il fiume Tordino e il Salinello sempre più energica e scintillante per accogliere con ancora più onore e impegno di tantissimi turisti che visitano Giulianova e il suo territorio. Da non perdere il centro storico di Giulianova Alta (GPS: Latitudine: 42.750797 / Longitudine: 13.958527 - Piazza Belvedere), confina coi comuni di Tortoreto e Roseto.

Venirci a trovare è davvero semplice. Giulianova Lido (GPS: Latitudine: 42.753486 / Longitudine: 13.966701 - Piazza Fosse Ardeatine) è nel bel mezzo d’Italia, a Nord di un Abruzzo costiero dalle innumerevoli risorse turistiche e ambientali. Giulianova si raggiunge via Autostrada A14 - uscita Giulianova, oppure in treno con la comoda stazione ferroviaria, o ancora in aereo atterrando nel moderno Aeroporto d’Abruzzo di Pescara, Giulianova è distante solo 50 chilometri.

 
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