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Cenni storici su Giulianova (Te) La pesca a Giulianova ai tempi delle barche a vela

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La pesca a Giulianova ai tempi delle barche a vela
di Lucio MARÀ
 
Il mondo della pesca con le barche a vela a Giulianova, segnatamente nel periodo che va dagli ultimi decenni dell’ottocento agli anni quaranta del secolo scorso, mi ha sempre incuriosito e questa curiosità mi ha spinto a studiarlo, per conoscere il modo di vivere, i rapporti familiari, i rapporti di lavoro dei pescatori di allora.
In altri paesi a noi vicini ed anch’essi adagiati sulle rive del mare Adriatico, qualcuno s’è preso la briga di raccontare la storia e le storie dei pescatori, con buoni risultati.
Penso, perciò, che anch’io, forse con qualche ragione in più di altri, essendo discendente di una stirpe di pescatori e pescatore io stesso, possa cimentarmi nell’opera di rievocazione di quel mondo, perché non ne vada persa la memoria.
Tutto quello che mi accingo a scrivere l’ho appreso direttamente dai miei genitori, dai miei zii e da mio nonno. Quest’ultimo, Andrea Marà (1875-1940 ), fu una specie di capo carismatico della marineria giuliese nei primi anni del Novecento, quando, ancor giovane, assunse, al posto del fratello primogenito Domenico Marà (1862-1947) il comando delle lancette di famiglia, fino ad allora condotte dal capofamiglia Pasquale Marà ( 1832-1902).
Altre notizie di quel periodo le ho desunte dai racconti ascoltati quando, anch’io giovanissimo, iniziai ad andare per mare sui pescherecci, dai vecchi pescatori giuliesi, che in quegli anni, reduci tutti dalla pesca sulle barche a vela, spendevano gli ultimi anni della loro ormai logora vita sulle barche a motore.
Se la vita dei marinai, oggi, è dura, faticata e pericolosa, cerchiamo di immaginare come fosse quella dei pescatori di allora, costretti ad affidare la sopravvivenza loro e delle loro famiglie al mare, non sempre calmo e prodigo, anzi. Le giornate in cui era possibile avventurarsi in mare, erano, in effetti, molto poche, per molti e svariati motivi.
Con vento sostenuto, c’era il pericolo che le vele, gonfiandosi oltre misura, potessero spezzare l’unico albero della barca, che, senza la spinta delle vele, sarebbe andata alla deriva, con grande pericolo per gli uomini dell’equipaggio. Esisteva anche la possibilità, nelle stesse condizioni di vento, che l’albero reggesse e che la barca rischiasse di ribaltarsi, con esiti dolorosi.
Nei giorni di mare grosso, era addirittura impensabile poter uscire in mare, per l’impossibilità pratica di varare o ritirare in secca le barche, sicure vittime della violenza delle onde. In quei tempi, si continuava a parlare, ma solo a parlare, della realizzazione di un porto o di un approdo riparato, che consentisse alle lancette ed alle paranze di compiere tutte le operazioni di carico, scarico e approvvigionamento, che venivano normalmente fatte sulla spiaggia, di fronte alle barche ormeggiate all’ancora, che, ad ogni minaccia di cambiamento del tempo, dovevano essere, con la massima velocità possibile, ritirate a terra.
Si provvedeva alla bisogna a mezzo di argani, piantati sulla spiaggia e girati a mano tramite lunghe pertiche innestate sull’asse rotante;
quando era necessario, cioè quasi sempre, alle pertiche correvano, in aiuto agli uomini, anche le donne ed i ragazzi. Altro motivo di impedimento all’uscita delle barche poteva essere la totale assenza di vento, che significava mancanza di forza motrice.
In presenza di vento scarso, non sufficiente a far muovere le pesanti barche, si doveva provvedere, a forza di remi, a raggiungere il tratto di mare antistante la foce dei fiumi, dove il “vento della valle” riusciva a gonfiare le vele ed a spingere lancette e paranze verso il largo, dove c’era la possibilità di incontrare una brezza sostenuta che consentisse la pesca.
In quegli anni, la vita era grama per tanti e i pescatori, spesso e malvolentieri, facevano la fame, insieme alle loro famiglie; nessuno li aiutava, tanto meno lo stato: il sistema non prevedeva ancora interventi previdenziali o assistenziali.
Per superare i crudi inverni, le donne si davano da fare nei servizi nelle case dei benestanti, in cambio di qualche soldo o, più spesso, in cambio di generi alimentari; e fare i servizi non significava solo sbrigare le faccende domestiche, ma anche fare la lavandaia, andando a lavare il bucato alla Fonte Grande o alla Fontanella, entrambe ubicate lungo la costa della collina di Giulia, fuori le mura.
C’era anche, naturalmente, qualcuna più fortunata, che si arrangiava in lavori di cucito o qualcuna, beata lei, che sapeva di ricamo e riusciva a spuntare buoni compensi. Quasi tutte le donne dei pescatori erano impegnate nella cucitura delle vele e nella tessitura delle reti, sia nuove che da riparare.
All’approssimarsi della primavera, si ricominciava a rimettere le barche in mare, dopo aver provveduto alla loro manutenzione, e, con la ripresa dell’attività della pesca, si ricominciava a vedere qualche soldo.
Chi guadagnava di più dalle operazioni di pesca erano, ovviamente, i proprietari delle barche: di loro spettanza era il 50% del ricavato; erano, però, a loro carico le spese di manutenzione delle barche e quelle di riparazione e sostituzione delle vele e delle reti, che spesso marcivano e si strappavano.
Più spesso di quanto non si pensi, per trascinare una rete più grande, e quindi più pesante, due barche lavoravano in coppia o alla pari ( da cui il nome di “paranza”).
Il proprietario della o delle barche, ogni due settimane o alla fine del mese, a seconda degli accordi, convocava i marinai a casa sua, per fare “i conti’.
Se l’incasso era stato soddisfacente, allora i pescatori trovavano a cuocere sul focolare, in una grossa caldaia, tagliolini e fagioli, in quantità sufficiente per una quindicina di persone, cioè l’armatore, che spesso era anche il “parone” o capobarca, i suoi familiari e l’equipaggio della o delle sue barche.
Dopo che tutti avevano mangiato e bevuto a sazietà, le donne di casa sparecchiavano e lasciavano gli uomini a fare le loro cose.
A quel punto il proprietario tirava fuori un quaderno di appunti e di cifre, nel quale sapeva leggere solo lui; poco male, perché nessuno degli uomini dell’equipaggio si sarebbe sognato di contestargli qualcosa, anche perché del tutto incapaci di leggere o far di conto.
Si cominciava, una volta precisato l’ammontare, a dividerlo in due metà: una di spettanza del proprietario, l’altra dell’ equipaggio o, quasi spregevolmente, “ciurma”.
Naturalmente, la quota spettante all’equipaggio veniva suddivisa tra tutti gli uomini che ne facevano parte, compreso il proprietario e i figli, se partecipanti alle operazioni di pesca (ed era quasi sempre così), secondo quote ben definite.
Di norma si facevano dieci parti, ognuna divisa in quarti o “quartarole” per un totale di 40.
Ma procediamo con ordine: al “parone” spettavano 7 quartarole; al “sottoparone’ cioè al comandante della barca subordinata, ne spettavano 6; al marinaio con famiglia a carico andavano 5 quartarole (la quartarola in più rappresentava una specie di assegni familiari ante litteram) ; una parte intera, cioè 4 quartarole, spettava ad ogni marinaio non sposato; al giovane sotto i 21 anni spettavano 3 quartarole; al mozzo sotto i 14 anni 2 quartarole.
Questi erano i conti stabiliti dalla legge del mare ( non scritta, ma rigorosamente rispettata ), per le dieci persone che, normalmente, formavano l’equipaggio di una “paranza” Alla fine dei “conti”, la padrona di casa era solita offrire il caffè o la birra ( un lusso per quei tempi ), quale segno di benevolenza.
Non così, purtroppo, andava quando nel periodo di pesca non si usciva in mare per più di due o tre volte, per maltempo o altre ragioni:
si doveva non solo rinunciare al pasto in comune, ma si evitava perfino di fare i conti, accontentandosi ognuno di pochi soldi “una tantum”.
Non era, d’altra parte, possibile diminuire il numero delle persone imbarcate: 4 o 5 marinai per barca erano il minimo indispensabile, prima di tutto perché il lavoro a bordo era molto pesante e poi perché, in caso di necessità, dovendo ritirare le barche per 50-60 metri sulla spiaggia, c’era assoluto bisogno di braccia. Se un marinaio, malauguratamente, si ammalava, i compagni di equipaggio sopperivano in qualche modo alla sua assenza e, a fine mese, l’assente prendeva, comunque, la sua parte; se però la malattia si prolungava, osi ripeteva, oppure l’assenza era dovuta ad altre cause, il poveretto non aveva diritto a nessuna parte. Questo perché allora, come ricordano ancora in molti, vigeva il detto: “Chi tira clocco, tira parte” ( il clocco era una bandana di rete, che il marinaio metteva a tracolla, terminante in un nodo, che lo aiutava a tirare a bordo le reti e le funi grondanti acqua; è rimasto in uso fino a poco tempo fa, nella pesca con la sciabica ).
Si cominciava il mestiere di pescatore fin dalla più tenera età, o per tradizione familiare o per necessità; e gli anziani non si peritavano di trattare quei bambini alla stregua di schiavetti: dovevano caricare la pipa del parone ed accendergliela; oppure dovevano accendere il mezzo sigaro ai marinai anziani; loro compito era pure quello di sgottare l’acqua di sentina, nel nauseabondo puzzo di legno marcio e catrame; inoltre, naturalmente, dovevano aiutare gli altri marinai nel lavoro di bordo.
Questa condizione di assoluta subordinazione si modificava al passaggio da mozzo a giovanotto, che non avveniva automaticamente o per età, ma solo riuscendo a convincere il parone di essere divenuti sufficientemente abili da meritare il passaggio di qualifica.
Da quanto detto finora si evince con chiarezza che il parone, a bordo, era una specie di Padreterno: non era solo l’uomo che comandava, era anche l’unico che sapeva tenere uniti ed obbedienti quegli uomini dal carattere aspro, ma leale; l’unico in possesso di superiori qualità nello scegliere i luoghi di pesca più fruttuosi e nel sapervi condurre la paranza; l’unico, forse, capace di prevedere con assoluta precisione i mutamenti del tempo e di riportare a terra, sani e salvi, i suoi uomini in caso di burrasca.
Questi erano i marinai di allora, gente diversa, abituata a vivere in un ambiente diverso, che nulla aveva a che vedere con il mondo dei contadini o con quello degli artigiani; oltre al suo mestiere, il pescatore non ne conosceva altri, incapace com’era di adattarsi a fare altro: la sua vita scorreva in mare, a bordo della barca, o a ridosso di essa, sulla spiaggia. Quasi considerati dei reietti, per le loro misere condizioni di vita, i pescatori non riscuotevano eccessive simpatie in paese: le ragazze di buona famiglia rifiutavano di sposare un povero pescatore squattrinato, mentre quelle di famiglia marinara, sprovviste di dote e di corredo, incontravano molte difficoltà a trovar marito. I giovani pescatori, più intraprendenti delle loro sorelle, si recavano, perfetti sconosciuti vestiti a festa, alle sagre campagnole dei paesi vicini ed abbordavano le ragazze, con la promessa di sposarle e di portarle a Giulia, il cui nome suscitava, allora, grande fascino: ormai divenuta una cittadina, era famosa nei dintorni per lo sfarzo profuso durante i festeggiamenti della Madonna dello Splendore, con l’esibizione di numerose bande musicali di alto livello e con la rinomatissima corsa di cavalli con fantino. Molti pescatori riuscirono a conquistare e a condurre spose a Giulia belle ragazze forestiere; primi fra gli altri, i fratelli Marà, figli del “Parone” Andrea; quattro fratelli per quattro spose: di Martinsicuro, di Tortoreto, di Roseto degli Abruzzi, di Silvi. Altri pescatori seguirono il loro esempio, facendo felici molte ragazze, anche se qualcuna restò delusa. Nessuna di loro, però, mostrò mai, ai propri compaesani, segni di pentimento, continuando a cantare con convinzione:” Giulianov’ è lu cchjù bell’ sit’ la terr’ d’ l’Abruzz’ ca t’invit’ “.

La storia di Giulianova: La Giulianova moderna

Dopo secoli di vita cittadina entro il perimetro quattrocentesco, nella seconda metà dell’Ottocento, sotto una vivace spinta demografica e con il miglioramento dell’economia locale, si ha l’espansione extramuraria dell’abitato collinare, il cui principale nodo urbano è costituito dall’attuale Piazza della Libertà. Anche il sottostante litorale, fino all’Unità d’Italia sostanzialmente deserto, grazie all’entrata in funzione nel 1863 del tronco ferroviario Ancona-Pescara e quindi, nel 1884, della strada ferrata per Teramo, registra una sempre più vivace attività sia commerciale che industriale. È qui infatti che Luigi Crocetti crea nel 1888 una società, la prima in Abruzzo, per la costruzione di mattonelle e lavori in cemento, presto emulato da altri imprenditori. Grazie anche alla “scoperta” del turismo balneare, con la costruzione nel 1874 dello stabilimento balneare e la presenza dal 1896 di un frequentatissimo Ippodromo, l’abitato a valle si infittisce di nuove costruzioni estendendosi progressivamente nelle aree la Giulianova moderna adiacenti alla stazione. Ma la borgata “Marina”, nome della germinazione litoranea di Giulianova, pur condividendo strettamente le dinamiche di crescita comuni agli altri insediamenti costieri, tuttavia rispetto ad essi avrà caratteri distinti, mancando di produrre il ribaltamento delle gravitazioni. 

E difatti nel 1934, quando la frazione ormai ha superato per abitanti lo stesso capoluogo e da tempo costituisce l’epicentro dinamico trainante dell’intero territorio, si opterà per la fusione amministrativa tra l’abitato collinare, che allora come oggi conserva saldamente la sede municipale, con quello litoraneo, che perciò assume la nuova denominazione di Giulianova Spiaggia e dove nel 1936 la già solida vocazione balneare, rappresentata dall’imponente Kursaal realizzato nella parte inferiore nel 1913 come club marino e ultimato in stile liberty sedici anni dopo come albergo assai prestigioso, viene rafforzata dalla costruzione del lungomare monumentale

Nei decenni successivi al secondo dopoguerra, l’espansione urbana privilegia, seguendo uno schema a scacchiera, le aree litoranee meridionale e settentrionale e quindi quella valliva occidentale, non pregiudicando lo sviluppo armonico della città. Oggi, infatti, Giulianova, pur avendo una delle più alte densità demografiche della provincia, è tra i centri costieri abruzzesi a disporre del più alto coefficiente di zone verdi presentandosi nelle vesti di una elegante località, culturalmente assai vivace e apprezzata dai turisti per il finissimo arenile, per le sue dotazioni ma anche per le ricche testimonianze artistiche e monumentali.

Le bellezze dell'Abruzzo. Mare, monti, arte, gastronomia, folklore: è questa in sintesi, la realtà dell’Abruzzo; che, tra le spiagge dell’Adriatico e le nevi perenni del Gran Sasso d’Italia e della Maiella, può ancora offrire ai forestieri - oltre ad una moderna attrezzatura alberghiera e in campeggi e case private - una vacanza completa, ricca di continue scoperte. I quattro capoluoghi di provincia: L’Aquila, Chieti, Pescara, Teramo e numerose altre città, che in antico ebbero un ruolo determinante, custodiscono tesori d’arte e di storia, resti archeologi, musei, cattedrali, castelli, acquedotti, fontane, ecc., che testimoniano di una continua operosità sul mare, nei campi, sulle montagne. Dalle ceramiche di Castelli ai legni intagliati di dl Pretoro, dai liquori di Tocco Casauria agli orafi di Scanno e ai merletti di Pescocostanzo, è tuttora vivo in ogni angolo della regione un artigianato che spesso affonda le proprie radici addirittura nella preistoria. 

 
 
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