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Cenni storici su Giulianova (Te) La lapide di Porta Marina

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LA LAPIDE DI PORTA MARINA
di Maria Manetta  

L’estate scorsa mi è capitato di leggere sulla rivista “La Madonna dello Splendore” del 1998 i due articoli riguardanti i recenti lavori di recupero della salita Monte Grappa, lavori che hanno restituito a Giulianova, sia pure attraverso interventi non sempre condivisibili, il passaggio pedonale più antico e caratteristico che da sempre collega il paese alla spiaggia.
Tra le vecchie illustrazioni poste a corredo, manca la riproduzione di un elemento architettonico che, a mio avviso, non andava trascurato. Parlo della lapide che faceva ormai parte di quel paesaggio, nobilitandolo. Murata sulla parete di un modesto fabbricato situato all’imbocco della discesa (la “neviera” di casa Di Michele, oggi Paolone) essa risale all’epoca della fondazione di Giulianova e reca incisi e versi latini del Campano, l’umanista Vescovo di Teramo Giannantonio De Teolis (1429-1476)1. Sormontata dallo stemma acquaviviano e posta sull’architrave della Porta da Mare, fu rimossa dalla sua sede originaria probabilmente nella seconda metà del secolo scorso2 al momento dell’ampliamento della strada e, come dice il Bindi3, “conservata per cura del benemerito cittadino Gaetano de’ Bartolomei” (1819-1892). Da allora è rimasta attaccata a quel muro fino a quando, negli anni Sessanta, fu trasferita al Municipio e più tardi sistemata nella sala Pagliaccetti, dove è tuttora custodita4.

 
(“O forestiero, qual tu sia, che giungi a queste aderte mura, ti sia noto che ogni casa mutò di luogo e nome poscia che fu, per turbinar di guerre, abbandonata, e per più avverso Cielo.
E mira i campi, che un dì furon deserti dei fuggiaschi coloni, ed or con queste messi fan colma la nativa gioia.”)
Una lettura occasionale, quindi, ha risvegliato in me a distanza di alcuni decenni tanti ricordi. Quante volte ho percorso la salita Monte Grappa e quante volte ho avuto modo di guardare quella lapide, magari distrattamente, e di leggere l’iscrizione che contiene. Da bambina, durante la guerra, con mia sorella Giovanna passavo le lunghe vacanze estive dalla Nonna nella casa in Piazza della Rotonda e si faceva quel percorso per andare al mare o a giocare nel giardino profumato di confetti del cuginetto Titi.
Su e Giù per quella scorciatoia anche da grande, negli anni in cui insegnavo a Giulianova paese e dovevo raggiungere la scuola o la stazione. La guerra era finita da un pezzo, ma i collegamenti sempre carenti costringevano a servirci di quel passaggio. La lapide stava là, apparentemente muta per quelli che come me erano presi dall’urgenza degli impegni di lavoro e dall’ossessione dell’orario. Per lunghi anni la Salita Monte Grappa è stata un percorso obbligato e la lapide rappresentava un elemento familiare e rassicurante. Poi le circostanze della vita hanno cambiato i miei itinerari, la lapide è stata rimossa ed è praticamente uscita dalla mia mente fino all’estate scorsa. I ricordi suscitati da quegli articoli hanno fatto si che io avvertissi prepotente il desiderio di rivedere quella pietra, di rileggerne l’iscrizione col suo messaggio vecchio di secoli, forse mai del tutto compreso e recepito. Così sono andata più volte alla Sala Pagliaccetti. Ho avuto modo di vivere l’emozione di una riscoperta. Grazie alla disponibilità del Direttore, Dottor Ludovico Raimondi, sia pure con difficoltà, sono riuscita a fotografare la lapide. Dalle mie modeste immagini la disegnatrice e pittrice Alida Mascitti ha tratto una perfetta riproduzione trascrivendo fedelmente anche le imprecisioni ortografiche frequenti nel Campano che “non faceva uso secondo il consiglio di Orazio del limae labor et mora5.
Dal raffronto tra i versi del Campano e la breve descrizione della fondazione di Giulianova di Niccola Palma, appare evidente come questa ricalchi quelli, almeno quanto ai motivi che hanno determinato Giuliantonio Acquaviva a trasferire Castel San Flaviano dalla terra vecchia in un sito più salubre su un’altura poco più a nord della foce del Tordino (1470). Dice il Palma:
         «Vediamo ora l’origine di Giulia stessa. La terra di San Flaviano, di cui tante volte ci è occorso di parlare, era quasi disfatta per effetto dei disastri di guerra sofferti, e dall’aria malsana. Giuliantonio Acquaviva, che fra i suoi titoli prendeva quello di Conte di San Flaviano, il quale era stato il primo a fregiare la nobile di lui famiglia, si accinse a rifabbricarla in sito migliore. Trascelta una deliziosa eminenza non così prossima al mare, quasi ad eguale distanza tra Salino e Tordino, ivi edificò il nuovo San Flaviano, appellato con ragione Giulia, e Giulianova, e vi introdusse gli abitanti della vecchia Terra. Quando la Chiesa Collegiata fu compiuta, vi si trasferirono le ossa del Santo Patriarca a perpetua memoria della traslocazione, s’incisero in pietra sopra la Porta verso il mare, i seguenti versi del Campano:
         Advena quis quis ad haec surgentia moenia pergis,
         Mutatas cognosce loco sic nomine sedes,
         Turbine bellorum, et Coelo graviore relictas.
         Arva vides, profugis quondam viduata colonis,
         Frugibus indigenas istis explere beatos6.
 
(“O forestiero, qual tu sia, che giungi
a queste aderte mura, ti sia noto
che ogni casa mutò di luogo e nome
poscia che fu, per turbinar di guerre,
abbandonata, e per più avverso Cielo.
E mira i campi, che un dì furon deserti
dei fuggiaschi coloni, ed or con queste
messi fan colma la nativa gioia.”)
[traduzione di Serafino Brigiotti]7
 
Lo storico, dunque, conferma quanto descritto dal Prelato umanista vari secoli prima, in “buoni esametri” scolpiti nella pietra, a memoria della fondazione del nuovo San Flaviano ovvero di Giulia.
NOTE
1. Niccola Palma, Storia della città e Diocesi di Teramo, ed. Cassa di Risparmio, Teramo, 1978, vol. II, cap. LIII, pag. 343.
2. Mario Montebello, La mappa del 1882: problematiche interpretative, in “Francesco di Giorgio Martini e il sogno epocale”, Giulianova, 1999.
3. Vincenzo Bindi, Giulianova la Posillipo degli Abruzzi. (serie “Le Cento Città d’Italia Illustrate”, Milano, fasc. 161).
4. Manuel Bastioi, La Madonna dello Splendore, 1999 pag. 56
5. Giuseppino Mincione, Giannantonio Campano a cinquecento anni dalla morte, ne “La Voce Pretuziana”, anno VI, n. III, 1977.
6. Niccola Palma, op. cit., pag. 343.
7. Riccardo Cerulli, Giulianova 1860, Teramo, 1968, pag. 7.

La storia di Giulianova: La Giulianova moderna

Dopo secoli di vita cittadina entro il perimetro quattrocentesco, nella seconda metà dell’Ottocento, sotto una vivace spinta demografica e con il miglioramento dell’economia locale, si ha l’espansione extramuraria dell’abitato collinare, il cui principale nodo urbano è costituito dall’attuale Piazza della Libertà. Anche il sottostante litorale, fino all’Unità d’Italia sostanzialmente deserto, grazie all’entrata in funzione nel 1863 del tronco ferroviario Ancona-Pescara e quindi, nel 1884, della strada ferrata per Teramo, registra una sempre più vivace attività sia commerciale che industriale. È qui infatti che Luigi Crocetti crea nel 1888 una società, la prima in Abruzzo, per la costruzione di mattonelle e lavori in cemento, presto emulato da altri imprenditori. Grazie anche alla “scoperta” del turismo balneare, con la costruzione nel 1874 dello stabilimento balneare e la presenza dal 1896 di un frequentatissimo Ippodromo, l’abitato a valle si infittisce di nuove costruzioni estendendosi progressivamente nelle aree la Giulianova moderna adiacenti alla stazione. Ma la borgata “Marina”, nome della germinazione litoranea di Giulianova, pur condividendo strettamente le dinamiche di crescita comuni agli altri insediamenti costieri, tuttavia rispetto ad essi avrà caratteri distinti, mancando di produrre il ribaltamento delle gravitazioni. 

E difatti nel 1934, quando la frazione ormai ha superato per abitanti lo stesso capoluogo e da tempo costituisce l’epicentro dinamico trainante dell’intero territorio, si opterà per la fusione amministrativa tra l’abitato collinare, che allora come oggi conserva saldamente la sede municipale, con quello litoraneo, che perciò assume la nuova denominazione di Giulianova Spiaggia e dove nel 1936 la già solida vocazione balneare, rappresentata dall’imponente Kursaal realizzato nella parte inferiore nel 1913 come club marino e ultimato in stile liberty sedici anni dopo come albergo assai prestigioso, viene rafforzata dalla costruzione del lungomare monumentale

Nei decenni successivi al secondo dopoguerra, l’espansione urbana privilegia, seguendo uno schema a scacchiera, le aree litoranee meridionale e settentrionale e quindi quella valliva occidentale, non pregiudicando lo sviluppo armonico della città. Oggi, infatti, Giulianova, pur avendo una delle più alte densità demografiche della provincia, è tra i centri costieri abruzzesi a disporre del più alto coefficiente di zone verdi presentandosi nelle vesti di una elegante località, culturalmente assai vivace e apprezzata dai turisti per il finissimo arenile, per le sue dotazioni ma anche per le ricche testimonianze artistiche e monumentali.

Le bellezze dell'Abruzzo. Mare, monti, arte, gastronomia, folklore: è questa in sintesi, la realtà dell’Abruzzo; che, tra le spiagge dell’Adriatico e le nevi perenni del Gran Sasso d’Italia e della Maiella, può ancora offrire ai forestieri - oltre ad una moderna attrezzatura alberghiera e in campeggi e case private - una vacanza completa, ricca di continue scoperte. I quattro capoluoghi di provincia: L’Aquila, Chieti, Pescara, Teramo e numerose altre città, che in antico ebbero un ruolo determinante, custodiscono tesori d’arte e di storia, resti archeologi, musei, cattedrali, castelli, acquedotti, fontane, ecc., che testimoniano di una continua operosità sul mare, nei campi, sulle montagne. Dalle ceramiche di Castelli ai legni intagliati di dl Pretoro, dai liquori di Tocco Casauria agli orafi di Scanno e ai merletti di Pescocostanzo, è tuttora vivo in ogni angolo della regione un artigianato che spesso affonda le proprie radici addirittura nella preistoria. 

 
 
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