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Giulianova, mura, bastioni, porte, viabilità - La cinta muraria: da struttura difensiva a mura “ad tenimen”.

Giulianova > Le mura e i bastioni di Giulia

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GIULIANOVA. Le modifiche ottocentesche alla città acquaviviana: mura, bastioni, porte, viabilità
(Edizioni Banca di Teramo 2012)
di Ottavio Di Stanislao

I. La cinta muraria: da struttura difensiva a mura ad tenimen.
Nel 1576, per timore di incursioni dei turchi, che dopo la sconfitta di Lepanto si erano dati alla guerra di corsa, il capitano Brancadoro, incaricato da Alberto Acquaviva responsabile della difesa della costa adriatica da Tronto a Pescara, aveva dato precise disposizioni al consiglio della città per riparare «fra lo spatio de tutta domenica o lunedì, le muraglie et luoghi sospetti e fracechi».
Si dovevano rialzare le mura adiacenti alla chiesa di S. Francesco «a paro dell'altri muri, come era prima», come pure c'era necessità di «alzare le muraglie al torrione del trappito». Andava anche elevato il torrione della Rocca e nelle mura vicine il capitano Brancadoro voleva che fossero apportate modifiche per permettere che «se possa sagliere senza impedimenti».
Del sistema difensivo facevano parte «tre torrioni scoperti» dei quali non è indicata l'ubicazione. Vengono citate due porte d'ingresso: Terravacchia a sud e Santa Maria a nord, mentre non è citata la porta Marina.
 
Nelle giornate difficili dell'estate-autunno 1576, i torrioni e le mura erano popolate, anche di notte, dalli homini deputati alla guardia de le porte, giusta l'ordine delll'lll.mo sig. Conte, dei quali il codice ha serbato due liste: la prima riferita ai trenta turni, ciascuno di due persone stabiliti nel novembre 1576, e la seconda allo stesso numero degli identici turni, da osservare a far tempo dal I febbraio 1577 (1).
 
Ancora nel corso dell'Ottocento, all'occorrenza la cinta muraria era oggetto di lavori di restauro o di rifacimento vero e proprio. Ciò anche se, oramai su gran parte di esse erano addossate le abitazioni. L'atto di concedere parti di mura e lo spazio attiguo però destava sempre qualche remora da parte di chi pensava alle esigenze difensive o comunque era geloso delle prerogative dell'interesse pubblico nei confronti delle particolari richieste di privati. Tuttavia la stessa espressione comunemente usata: mura ad tenimen, che italianizzata diveniva "mura a tenime" o "murattenime", ci indica che la funzione prevalente di queste era considerata quella di sostegno, di appoggio dell'edilizia privata (2). D'altronde lo stesso fenomeno era avvenuto anche negli altri borghi fortificati dei dintorni di Giulianova con case appoggiate alle mura e bastioni di proprietà di privati (3). Va comunque rilevato che il regolamento comunale di polizia urbana del 1823 tendeva a conservare l'integrità della cinta muraria proibendo:
 
... di far de guasti nelle mura che circondano la città e nelle porte che la chiudono sotto pena di ducati 6 e del risarcimento del danno (...) di tenere aperte le porticine dalle quali i proprietari delle case rispettive possono entrare ed uscire dall'abitato nel caso il Paese sia chiuso dalle porte e da mura ma dovranno chiuderle murando le (...) di occupare il suolo pubblico tanto per costruirvi case nuove, ovvero farvi degli orti o giardini, quanto per fare scarpate per riparare la rovina de muri avallati senza special permesso in iscritto del sindaco che lo darà o negherà in seguito di decurionale deliberazione (...) di chiudere le pubbliche strade ed i vichi con muraglie od altro per ad dirli ad uso privato (...) di fare nelle proprie case nuove aperture di finestre o di porte che riguardano una strada pubblica o vero un vico senza precedente permesso da accordarsi con deliberazione decurionale... (4).
 
Come si dirà più avanti, la prima notizia di importanti lavori di restauro alle mura risale al 1809 (5); ma pochi anni più tardi, nel 1816, il sindaco Bucci chiedeva l'autorizzazione a ripristinare l'integrità della cinta muraria per prevenire la prevedibile recrudescenza di reati che la carestia avrebbe provocato (6). Furono previste riparazioni: per il torrione detto Buscione
 
vi occorre alzarsi un pezzo di muro alto palmi quattro e lungo palmi venti; per ristaurare i buchi nel torrione contiguo alla caserma della gendarmeria [torrione di S. Francesco]; per chiudere due forami nel condotto o sia chiavica vicino alla porta della Marina dove si introduce la gente di notte tempo; per racchiudere un altro squarcio di muro dietro le carceri [sotto l'ex palazzo ducale].
 
Le mura erano quindi non solo strutture per la difesa della città da nemici esterni ma anche per assicurare la sicurezza interna. All'epoca infatti si procedeva ancora alla chiusura delle porte nelle ore notturne, come si evince da quanto scriveva il sindaco Bucci e dalla risposta dell'intendente che approvò la richiesta dello stesso sindaco «onde impedire ai malintenzionati di potersi introdurre di notte o poter uscire liberamente allorché non lo possono fare per le porte che rimangono chiuse».
Un decennio più tardi diversi benestanti proposero di ingrandire le porte «con formarle a modo di pilastri» per realizzare comodi accessi alla città e si erano offerti di far fronte alle spese perché «... le porte attuali dell'abitato, cioè quella che riguarda la strada de' cappuccini, l'altra della Madonna dello Splendore sono anguste, e formandosi delle strade nuove relativamente alle medesime recano disdoro» (7).
Con tale lungimirante intervento si rendevano più comodi gli accessi ed evidentemente si rinunciava alle porte la cui chiusura notturna era stata considerata per secoli un elemento di sicurezza e tranquillità per tutta la città (8).
Una testimonianza del 1700 ci fa sapere che di notte le tre porte venivano chiuse e le chiavi erano tenute dal governatore, mentre da aprile ad ottobre si faceva la guardia sia alle porte che per le vie della città «per sospetto di turchi» (9).
Da un altra documentazione della fine del '700 apprendiamo che sul torrione chiamato la Rocca, punto più alto della città, nei momenti in cui si temeva potessero avvenire sbarchi di pirati, i cittadini avevano organizzato servizi di sentinella (10).
Oltre quelli citati del 1809 e 1816, risultano documentati lavori di restauro nel 1822 presso il torrione Buscione: «una scarpata di lunghezza palmi 16 e altezza palmi 18, n. mattoni 2300» (b. 453/ A, fasc. 2); nel 1829 «per la ricostruzione di due muraglioni uno in contrada detta Cappuccini [si trattava, come si vedrà, del muro caduto sotto la casa di Scassa l'anno precedente] e l'altro in contrada Buscione» (b. 453/A, fasc. 8); nel 1840, anche se autorizzati fin dal 1836, «sotto il macello», cioè vicino porta Marina, (b. 453/B., f 12); nel 1843, anche questi autorizzati fin del 1836: «Restaurazione de muri sul lato meridionale e del baluardo di S. Francesco» (11).
Negli anni cinquanta dell'Ottocento l'umani sta atri ano Gabriello Cherubini, commentando le prime demolizioni che proprio in quel periodo si erano avute e di cui daremo conto, usa espressioni di rincrescimento per la perdita delle testimonianze del passato, ma nello stesso tempo è cosciente che i nuovi bisogni della vita civile fatalmente si sarebbero imposti, facendoci intendere come all'epoca fosse prevalente una concezione che vedeva le due esigenze nettamente alternative.
 
Di Giulia del secolo xv, può dirsi che altri edifizii non rimangono se non una parte del palazzo degli Acquaviva, e le mura. Queste cerchiavano intorno intorno il paese, ed erano a quando rafforzate da ben saldi torrioni merlati. De' quali alcuni furono distrutti, ed altri tuttora restano in piedi per attestare ai presenti l'antica dominazione degli Acquaviva. Anche la cerchia delle mura è stata in qualche parte rotta, per aprirvi strade di commercio e di passeggio. Che se io dovessi dir netta la mia opinione, non approverei queste ruine degli antichi edificii, senza una grande necessità; ma il secolo le vuole ed invano opera chi se gli oppone con parole (12).
 
Ma, improvvisamente, nel 1861 , a seguito del compimento dell'unità d'Italia, tornò all'ordine del giorno l'esigenza della difesa della città. La strenua resistenza della fortezza borbonica di Civitella del Tronto e la vicinanza con il confine con lo Stato pontificio fecero sì che la nostra provincia, ed in particolare la zona a nord-ovest, fosse teatro di un' aspra resistenza condotta da bande filo borboniche, che diedero vita, come in altre zone del mezzogiorno, al fenomeno indicato con il termine "brigantaggio". Il documento che si riporta, finora sconosciuto, è importante anche perché ci indica di quale entità fosse tale fenomeno, dal momento che induceva gli amministratori di Giulianova a pensare ad opere di difesa della città, e questo diversi mesi dopo che l'unità d'Italia era stata proclamata e la fortezza di Civitella si era arresa (13). Ma per quello che interessa ai fini di questo studio il progetto redatto dall' architetto Gaetano De Maulo è una ricognizione puntuale delle condizioni della cinta muraria al fine di renderla efficiente in caso di invasione da parte dei briganti. Per tale motivo si riporta integralmente il documento in appendice (C).
Dopo l'unità d'Italia l'abbattimento delle porte e delle mura che circondavano il paese divenne, per qualche amministratore di più larghe vedute, un obiettivo da conseguire, un gesto simbolico per sottolineare nuovi tempi e la fine del governo dispotico. Un deliberato del consiglio comunale del 12 novembre 1863 stabiliva l'abbattimento delle mura per costruire, con il materiale di risulta, un deposito militare di cui si auspicava l'ubicazione nel territorio comunale. Nella stessa deliberazione figura però anche la posizione rimasta minoritaria, sostenuta dal consigliere Caravelli e dallo stesso sindaco Bucci, che ritenevano profondamente inadeguato il deliberato, in quanto l'abbattimento delle mura nel loro intento doveva avere ben altra portata:
 
... onde si liberi il Paese da avanzi che ricorda il dispotico feudalismo, non offrendo più quelle garanzie per lo che furono costrutte, ed acquisti una ventilazione di aria che migliora la pubblica igiene. I materiali vendersi all'asta pubblica dando cosi agevolazione per la costruzione di novelli fabbricati e censirsi il suolo ai proprietari limitrofi da rendere più comoda e bella la loro abitazione, e del prodotto spendersi per opere pubbliche comunali (14).
 
La risposta del comandante militare della provincia, in data 31 dicembre 1863, si limitava ad affermare che per l'eventuale abbattimento delle mura non aveva nulla da osservare perché nella città non vi erano fabbricati del demanio militare per la cui ubicazione era competente l'autorità militare superiore. Per la Direzione del demanio di Teramo le mura di una città
 
... appartengono al Demanio Nazionale dello Stato per le leggi eversive della feudalità e per gli articoli 465 e 466 del codice civile vigente in questa provincia". Per cui si consigliava di aprire una trattativa con il ministero "per la cessione contro corrispettivo di quelle proprietà dello Stato ...
 
Il comune, prima di abbatterle, avrebbe quindi dovuto comprare le "sue" mura dal Ministero delle finanze. Il Consiglio comunale di Giulianova con una deliberazione puntuale e questa volta votata all'unanimità, contestò totalmente quanto asserito dal direttore del demanio.
 
II consiglio in risposta alle pretese demaniali fa osservare di aver chiara conoscenza delle Leggi, dei Decreti e delle ministeri ali riflettenti l'abolizione dei possedimenti baronali e per quando abbia rovistato non ha potuto leggere un articolo o disposizione che dichiara dello Stato le porte e le mura di una città, costruite per particolare difesa.
 
Dopo aver rievocato la storia della città che traeva origine dall'antica Castrum e fu riedificata in luogo più salubre e maggiormente difendibile, come ricordava la «lapide che tuttora si conserva sovrapposta alla porta d'oriente», la delibera contestava radicalmente la pretesa proprietà del demanio sulle mura.
 
Non saprebbesi poi comprendere come quel governo che proclamò abolita la feudalità cedesse al comune i ducali palaggi ed altri cospicui edifici riserbandosi dirute mura prive di ogni scopo, ne mai usate da qualunque militare o nazionale o forestale che fosse. Il comune ne è stato perpetuamente il pacifico possessore e delle molte quantità censite ai proprietari, sia nel passato che nell' attuale governo, ne ha sempre introitato il canone. Gl'invocati articoli 465 e 466 del codice civile stanno tanto meno a difesa del Demanio perché Giulia non è stata giammai piazza di guerra ne lo Stato ne ha mai [avuto] la proprietà come mai ha fatto impedimento, giusta la ministeriale del30 novembre 1830 e l'ordinanza di piazza del26 gennaio 1831, alla costruzione di vicinissimi ed antichi edifici, i quali avrebbero dovuto conservare la zona di distanza.
 
La Direzione teramana del demanio prese atto di tale risposta ma chiese i documenti comprovanti la proprietà comunale delle mura e delle porte, per esporre la vertenza al ministero: «I fatti suddetti dal consiglio per essere esposti saranno appoggiati da titoli». La risposta del consiglio non si fa attendere e in un deliberato del 28 aprile 1864 sostiene:
 
... il diritto di proprietà conservato dal comune non ha origine da titoli di concessione che bisogno non eravi ma sebbene dal fatto riconosciuto e sanzionato dal passato ed attuale Governo nelle molteplici censuazioni... I Governi per la tutela che mantengono nei comuni adempite le formalità di legge non solo non hanno mai negato il compenso al comune nelle domande di alienazione delle mura facendone introitare il canone quando nessuna contestazione hanno creduto introdurre intorno la proprietà. Evocare una questione dopo che il comune ha pacificamente posseduto per anni che si perdono nel tempo, ha provveduto alla conservazione con considerevole spesa delle mura e porte ed esercitarne diritti senza interruzione di legittimo proprietario è stabilire il principio di vedere sempre incerta, non garantita la proprietà e cancellato dal diritto sociale l'articolo della prescrizione.
 
Evidentemente tali motivazioni furono ritenute convincenti dal Ministero delle finanze e nel luglio del 1864 una nuova nota della Direzione provinciale del demanio faceva conoscere che il ministero dava il suo nulla osta all'abbattimento delle mura ad opera del Comune in quanto
 
... non poteva opporsi alle opere progettate per la demolizione delle mura e delle porte della città di Giulianova e perciò non ostava vi si procedesse (...) [fatte] salve peraltro le più ampie riserve nello interesse erariale pei diritti che lo Stato potesse per avventura in prosieguo di tempo esercitare sulla proprietà delle mura e delle porte di Giulianova (15).
 
Ma, costatata l'impossibilità di accogliere nel territorio del comune un deposito militare, si preferì abbandonare l'intento dell'abbattimento sistematico ad opera del comune e si continuò a dare a censo, dietro pagamento di un canone, pezzi di mura e di suolo pubblico adiacente (16).
 
 
I. Note
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(1) R. CERULLI, Un codice cartaceo giuliese della fine del cinquecento, in "Bullettino della deputazione abruzzese di storia patria", LXIV (1974), vol. I, pp. 198, 199. L'autore scrive che «Le disposizioni particolari impartite, nella circostanza, dal Brancadoro, fedelmente trascritte nel codice equivalgono ad una descrizione dettagliata del quadrilatero difensivo originario di Giulia», ma purtroppo, oltre quelli riportati non dà altri elementi di descrizione. Non è identificabile il "torrione del trappito", mentre un altro chiamato "torrione di la fonte" dovrebbe essere il torricino incorporato nel palazzo ducale, sovrastante la fontana. Purtroppo il codice dell'Archivio vescovile di Teramo studiato da Riccardo Cerulli è oggi introvabile.
 
(2) E' interessante, nel 1792, la comparsa di difesa dei fratelli Muri di Campli, abitanti a Canzano dove possedevano una spezieria, chiamati in giudizio da questa università per aver praticato una apertura verso l'esterno delle antiche mura cittadine, che è una vera e propria disquisizione storico-giuridica sulla natura delle mura di cinta degli antichi borghi, dove tra l'altro leggiamo: «Se il volgo lo chiama attenime egli è tanto espressivo in favore de privati, che significa un muro sul quale si attiene la casa (quod attinetur ad imo, et attineturdomus et attinte domum) fatto per mantenimento, per piede della casa che poggia su di una base debole, che ha insomma il fondamento poco profondo ...». A.S.T., Regia Udienza, Processi civili, b. 78, fasc. 1135, c. 87r.
 
(3) La notizia ci perviene da un processo civile del 1789 sostenuto dal notaio Melchiorre De Panicis di Mosciano, dimorante a Giulianova presso il torrione la Rocca. II notaio dovette difendersi dall'accusa di aver usurpato il bastione all'Università della terra di Giulianova. Egli sostenne che «quell'Università non l'ha mai posseduto. siccome non ne possiede anche un altro, che si vede incorporato col ven. convento de Rev.di Pp.ri Francescani. E non solamente in Giulianova, ma in Mosciano, Montone, Tortoreto, Montepagano ed in altri luoghi tali torrioni sono posseduti da particolari cittadini, i quali hanno generalmente le loro case fabbricate sopra le mura attenime». A.S.T., Regia Udienza, Processi civili, b. 66, fasc. 974, c. 39r.
 
(4) A.S.T., Intendenza borbonica, b. 7l7. «Alla stessa pena [multa di sei ducati] saranno assoggettati coloro che ardissero di rompere e devastare i matto nati delle strade interne e le mattonelle numeriche apposte nelle porte delle case e quelle site ne capivichi e capistrade».
 
(5) Nel rendiconto presentato da Antonio De Luca per l'amministrazione dell'università nel periodo settembre 1800 agosto 1801, figura la voce «accomodo delle mura del macello dell'università», che potrebbero riferirsi a lavori sulla cinta esterna, contigua al macello, ma in mancanza di altre indicazioni non si può sostenerlo con certezza. A.S.T., Intendenza francese, Conti comunali, Giulia, b. 41 fasc, 473.
 
(6) «Il bene di questa popolazione e la tranquillità perché regnasse tra essa mi obbliga a rassegnarvi che ad evitare i furti in tempo di notte, che si cominciano già a sentire entro questo abitato, conforme nella notte passata si è tentato assalire la casa della vedova sig.ra Nizza, sia espediente d'attivarsi le necessarie preoccupazioni. Per la scarsa ricolta delle biade, per la deficienza totale del vino, degli olei, e di ogni sorta di frutta a causa delle grandini spesso cadute, e per la desolazione che han causato le guerre in questo luogo di passaggio, la popolazione e tutti i contadini trovasi nell'estremo bisogno ed i miserabili prezzano poco le leggi e si dedicano per vivere ai furti . A prevenirli veggo necessaria principalmente la restaurazione di vari pezzi delle mura che circondano questo abitato per dove possono essere facilmente scalate ed introdursi i malintenzionati per commettere delitti e trasportare i generi furtivi. Tale accomodo per questo principio è necessario, e lo è di più per non ridurre a maggior deteriorazione i pochi siti delle mura che ne hanno bisogno. Quindi pare ancora indispensabile la sistemazione di una guardia di sicurezza che possa occuparsi per la pubblica tranquillità ...» A.S.T., Intendenza borbonica, b. 453/A, fasc. 1.
 
(7) Ibid. fasc. 6.
 
(8) Nel 1861 si progettò di «... costruirsi le chiusure (...) nei vani di porta che immettono nel paese denominati Porta da Piedi e Porta da Capo», perché mancanti e forse eliminate proprio dopo l'intervento del 1826 quando invece erano stati realizzati gli stipiti non previsti nel 1861. A.S.T., Intendenza borbonica, b. 455/B, fasc. 44. L'abbattimento delle porte, intendendosi con questa espressione la demolizione degli stipiti, avverrà ben dopo l'unità: l'11 marzo 1870 il consiglio comunale deliberò per l'«atterramento della porta da capo», sia perché «non più consentanea ai tempi, sia perché il paese acquisterebbe in quella contrada altra ventilazione da migliorare la pubblica igiene». A.S.T., Prefettura 11/9, serie II, Giulia, b. 2, fasc. 7.
 
(9) A.S.T.Atti dei notai, Biagio Pomilio di Morro, b. 231, vol. 3, c. 68r. Le incursioni dei pirati barbareschi, provenienti dalle coste settentrionali dell'Africa, chiamati genericamente "turchi", costituirono un pericolo per le popolazioni rivierasche fino ai primi decenni dell'ottocento. Per tale motivo si sorvegliava il mare e se si avvistavano legni sospetti che si avvicinavano alla riva si dava l'allarme e si correva in spiaggia con le armi da fuoco per impedire lo sbarco. Particolarmente temuta era la possibilità di essere catturati dai pirati e ridotti in schiavitù, eventualità tutt'altro che remota. In uno «Stato della scuola primaria del comune di Giulia» del 1809, nella colonna dove era indicata la condizione dei genitori degli scolari, accanto ad Altobrando Palestini, figlio di Pietro e Maria Grazia si trova l'annotazione che lo stesso genitore era «schiavo in Tunisi». A.S.T., Intendenza francese, b. 92, fasc. 2239.
 
(10) «... al torrione descritto sito nel luogo detto la Rocca nel ristretto dell'abitato sopra del quale torrione il deponente Colantoni si ricorda di averci fatta con altri suoi paesani la sentinella in tempo che si dubitava di qualche invasione». A.S.T., Regia udienza, Processi civili, b. 66, fasc. 974, c. 79.
 
(11) Nella delibera de curio naie leggiamo: «... è patentemente in pericolo di cadere il bastione che fa parte di questa casa comunale così si è risoluto che si elevi prontamente perizia e si rimetta all'approvazione del sig. intendente per farne eseguire il ristauro, unitamente ad un pezzo di muraglia accosto alla caserma di gendarmeria ...». Fin dal 1835 era stato rilevato che «... sotto l'orto degli ex francescani una porzione delle mura va cadendo di giorno in giorno ...». (b. 454/A, fasc. 21). In questa occasione ho evitato continui richiami in nota indicando tra parentesi, nel testo, le collocazioni archivistiche nel fondo Intendenza borbonica dell' Archivio di Stato di Teramo.
 
(12) G. CHERUBINI, Giulianova, in F. CIRELLI, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato ovvero descrizione topo grafica, storica, monumentale, industriale, artistica, economica e commerciale delle provincie poste al di qua e al di là del Faro e di ogni singolo paese di esse, t. IV, vol. XVI, Napoli, Pansini, 1855, p. 45.
 
(13) Nell'agosto del 1861 «Giovanni De Panicis alias Campana, antico poliziotto», con diversi briganti si aggirava per le campagne limitrofe a Giulianova minacciando di aggredire il paese. Il 16 agosto la banda fu sorpresa nei pressi della villa Palma dai Carabinieri e dalla Guardia Nazionale che effettuarono quattro arresti mentre altri banditi si dispersero dandosi alla fuga. In seguito a tale episodio il comune pensò di rafforzare le difese. A.S.T., Polizia borbonica, b. 3, fasc. 1.
 
(14) A.S.T., Prefettura II/7, serie II, Giulia, b. 3, fasc. 10.
 
(15) Ibidem
 
(16) Il 10 dicembre 1863 il Segretariato generale del Ministero della guerra di Torino faceva sapere : «I depositi dei vari corpi sono tutti dislocati stabilmente (...) il sottoscritto non può assecondare la richiesta del Municipio di Giulia ...». A.S.T., Prefettura gabinetto 11/6, I e II versamento, b. 9, fasc. 2.
 
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