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Cenni storici su Giulianova (Te) La battaglia sul Tordino del 1460

Giulianova > Cenni storici su Giulianova
 
 
La grande battaglia del 1460 a Castel San Flaviano
(poi Giulianova) e gli eventi che portarono ad essa
 
testi e fumetti di Manuel Bastioni
 
Nel 1343 morì Roberto D’Angiò, signore di Napoli, duca di Calabria, conte di Provenza e re della Sicilia angioina.
Subito iniziarono gli scontri per la successione al trono.
I suoi discendenti iniziarono ad affrontarsi, indebolendosi reciprocamente, fino ad offrire una appetitosa occasione ad Alfonso D’aragona, già signore del Regno di Sicilia, che aspettava solo il momento giusto per impadronirsi anche di quello di Napoli.
Come se non bastasse, l’autorità degli angioini subì un ulteriore duro colpo nel 1433, quando il principale successore, Luigi III , morì a Cosenza.
La lotta per ristabilire il potere fu continuata da suo fratello Renato, ma pochi anni dopo questi fu catturato dal re di Borgogna, ed il dominio dei D’Angiò inizio a sfaldarsi ancora più rapidamente: molti baroni, tra cui Giosia Acquaviva, non riconobbero più il loro potere e si allearono con gli aragonesi.
Il duca abruzzese, prevedendo il trionfo di Alfonso, si schierò con questi: probabilmente sperava di recuperare il trono di Teramo, che gli spettava come diretto discendente di Antonio Acquaviva.
A mostrare come la parentela in questo periodo non avesse nessuna importanza vi era il fatto che Andrea Matteo Acquaviva, suo nipote, scelse invece di schierarsi con gli angioini, nell’ambizione di ottenere anche il dominio di Atri.
La storia ci racconta che Giosia combatteva valoroso al fianco del suo sovrano, insieme al quale fu però catturato nel 1435, durante l’assedio di Gaeta, da una flotta genovese mandata in aiuto agli angioini dal duca di Milano, Filippo Maria Visconti.
Tuttavia quest’ultimo, astuto politico, giudicò più saggio accogliere i prigionieri come amici carissimi, e la questione si risolse con la liberazione dell’Aragona, che anzi, si ritrovò addirittura alleato del potente milanese.
Catturare un uomo per farlo diventare il proprio alleato può sembrare una cosa strana al giorno d’oggi, tuttavia nel quattrocento questo genere di manovre politiche era del tutto normale, tanto più che il Visconti in quel momento aveva urgentemente bisogno di appoggi potenti,  dovendosi guardare da numerosi nemici, come le città di Venezia e Firenze, nonché da uno dei quattordici figli di Muzio Sforza, che stava accumulando rapidamente terreni e potere: lo scaltro ed ambizioso Francesco.
E pensare che questi, fino a poco tempo prima, combatteva come condottiero proprio al servizio di Filippo Maria, a fianco di un altro importante uomo d’armi, Niccolò Piccinino.
Anzi, il duca di Milano ammirava tanto lo Sforza al punto di volergli concedere, sin dal 1432, la mano di sua figlia, Bianca Maria (e con essa una buona possibilità di succedergli al trono).
Francesco dal canto suo si mostrò molto propenso all’idea, tanto che fece annullare il primo matrimonio con la figlia di Jacopo Caldora (un altro condottiero), di cui era rimasto vedovo, dimostrando così di accettare di buon grado l’offerta milanese.
Ma, al contrario di quel che ci si aspettava, il matrimonio non ebbe luogo, poiché  una serie di turbinosi eventi sconvolsero i regni italiani: lo Sforza si sposerà solo dopo molti anni , anni di guerre ed intrighi , nei quali fu coinvolto anche l’Abruzzo, e fu distrutta la città da cui poi risorse Giulianova: l’antico castel S. Flaviano.
Infatti, negli anni tra il 1433 ed il 1435, Francesco conquistò in nome di Filippo Maria una gran quantità di territori marchigiani, sottraendoli allo stato della chiesa.
Ma il Papa Eugenio IV, che temeva l’espansione viscontea, gli propose di tradire il duca, lasciando i territori alla Santa Sede, ma governandoli in prima persona con il titolo di Vicario.
Lo Sforza accettò, trasformandosi così di colpo in una grave minaccia per lo stesso Visconti, e volle assumere il controllo del territorio con un grado ancora più importante: quello di Gonfaloniere della Santa Chiesa.
Nessuna meraviglia, quindi, se Alfonso D’Aragona da prigioniero venne a diventare un alleato: lui ed i suoi baroni, particolarmente Giosia, operavano proprio nei territori più prossimi ai possedimenti della Chiesa  e Francesco.
Adesso che Filippo Maria poteva contare su tale appoggio, si decise finalmente a fermare lo Sforza e dal 1437 gli avventò il più pericoloso (nonché il più fedele) condottiero ai suoi servigi: il già citato Niccolò Piccinino.
D’altronde questo condottiero era il più indicato, poiché serbava già da tempo rancore personale nei confronti dello Sforza, temendolo (giustamente) come avversario nel conquistare i favori del Visconti (che non avendo figli maschi, doveva ancora decidere a chi affidare il regno dopo la sua morte).
Probabilmente Niccolò non riusciva a credere di avere veramente l’occasione per affrontarlo e distruggerlo, addirittura con gli elogi dello stesso duca !
Così egli scese dalla Romagna, facendo mettere in giro la voce di voler semplicemente raggiungere i bagni di Petricciolo, nei dintorni di Siena, per curare la grave ferita alla nuca che si era procurato durante la battaglia sull’Oglio del 1431, e che lo avrebbe reso zoppo a vita.
Ma, all’improvviso si unì alle ex-truppe braccesche (1), che si muovevano per le campagne romane e grazie al suo carisma riuscì a far sollevare contro il Papa l’intera popolazione.
Il 28 maggio il Piccinino entrò in Roma, ma il pontefice, Eugenio IV, dopo essersi rifugiato a Castel S. Angelo, riuscì a fuggire la notte del 4 giugno: disteso su una barca, si allontanò protetto da un grande scudo, sotto una fitta sassaiola dei romani stessi.
La perdita di questo formidabile ostaggio rese molto più difficile l’attacco a Francesco, che nel frattempo era stato raggiunto anche dalle truppe alleate di Micheletto Attendolo Sforza.
La cosa si risolse quindi con un armistizio, ma il Piccinino non avrebbe mai smesso di cercare la battaglia risolutiva.
In questa lotta incessante, molti scontri avvennero in Abruzzo, nei possedimenti di Giosia, che quindi acquistarono una grande importanza strategica.
Il duca di Milano, per favorire la manovre del Piccinino, nominò l’Acquaviva Luogotenente degli Abruzzi, aumentandone quindi il potere, e lo esortò esplicitamente (inviandogli anche del denaro) ad aiutare Niccolò, nonché ad assalire e devastare le terre conquistate dallo Sforza.
Dunque Giosia, per interesse ad accrescere i propri possedimenti (in particolare egli mirava a conquistare Ascoli) e a rafforzare il suo legame con Alfonso D’Aragona, in quel momento alleato del Visconti, dopo un’iniziale esitazione, attaccò le Marche con tutta la violenza di cui era capace.
Ma egli, come anche il Piccinino, era ignaro del sottile gioco in atto tra Francesco Sforza ed il duca di Milano, che voleva solo ridimensionare l’espansione di quello che, tuttosommato, era sempre il suo più probabile genero.
Questi, d’altronde, guardava sempre con un occhio alla possibile successione al trono di Milano, ed  evitava accuratamente di urtare il Visconti più di tanto.
Tale comportamento tra i due portò ad una serie di tregue, tradimenti ed accordi segreti, in cui , suo malgrado, si trovò coinvolto anche l’Acquaviva.
Ed ecco infatti che il Visconti, nel 1438, si riappacificò improvvisamente con lo Sforza, e dopo avergli mandato diverse truppe in rinforzo, rompendo anche l’alleanza con Alfonso D’Aragona, lo spedì nel Regno di Napoli, in aiuto a  Renato D’Angiò, che era stato improvvisamente liberato dalla prigionia del re di Borgogna.
Contemporaneamente il Visconti, temendo che Giosia, e lo stesso Alfonso, cercassero un’alleanza con il Piccinino, richiamò questi ed il suo possente esercito a Nord, col pretesto di proteggere Milano dagli attacchi di Firenze e Venezia.
Qui giunse anche, poco dopo, la compagnia di ottocento cavalli guidata dal giovane Federico II da Montefeltro, che appena sedicenne si apprestava ad imparare l’arte della guerra proprio da Niccolò Piccinino.
Sforza, con i suoi nemici lontani, ebbe piena libertà di movimento, e approfittò di questa occasione anche per vendicarsi degli assalti di Giosia.
Prima prese il castello di Acquaviva nelle Marche e poi si spinse sino ad entrare a Teramo, da cui l’Acquaviva era prontamente partito per chiedere aiuto ad Alfonso D’Aragona.
 
(1) Il loro capo, il famoso Braccio da Montone, fu ucciso proprio dal giovane Francesco Sforza, quando questi combatteva per gli angioini, nel 1423, durante l’assedio dell’Aquila; in quell’occasione lo Sforza lasciò salva la vita al Piccinino, che, rimasto al comando delle truppe di Braccio, si arrese per uscirne incolume e con il bottino, ma che con tale scelta non sarebbe mai stato risparmiato da un altro capitano meno corretto).
 
Una volta dentro, i suoi soldati distrussero con le lance ogni dipinto e scultura che rappresentasse l’emblema acquaviviano, a partire da quelli di fronte alla cattedrale della città.  L’esercito sforzesco non si arrestò qui, e conquistò tutte le altre terre di Giosia, giungendo sino a Civitella.
Lo Sforza, non appagato da queste vittorie, continuò ad ampliare il suo potere, cambiando continuamente bandiera, e già dal 1439 combatteva al soldo di Venezia, di nuovo contro il suo probabile suocero, il Visconti, che si affidò ancora all’aiuto del Piccinino, a lui sempre fedele.
Questi cercava non solo di difendersi, ma addirittura di attaccare l’intera lega che si era coalizzata contro il suo duca, sempre con la speranza di poter un giorno trarne una grossa ricompensa, magari lo stesso trono di Milano.
Con questa ambizione Niccolò scese in Toscana ed in Umbria, saccheggiò città e bruciò borghi, sino alla grande battaglia di Anghiari , dove però viene sconfitto da Micheletto Attendolo.
Tuttavia questo episodio non lo scoraggiò, e nel 1441, nel bresciano, riuscì finalmente ad accerchiare Francesco Sforza.
Era convinto di averlo in pugno, ma prima di chiudere la partita mandò un messaggero a Filippo Maria, chiedendogli un proprio regno da governare: la città di Piacenza.
Dall’assenso o dal rifiuto del duca “poteva forse dipendere il vincere o il perdere”.
Ma al milanese non piacque quel tono di minaccia: mandò segretamente degli ambasciatori allo Sforza, e per raggiungere un accordo, gli rinnovò l’offerta di matrimonio con la figlia.
Francesco questa volta acconsentì, ed il Piccinino, dopo tanti anni di fedele servizio, si ritrovò tagliato fuori.
Bianca Maria si sposò il 25 ottobre del 1441, nella chiesetta di S. Sigismondo a Cremona, portando in dote, oltre a Cremona stessa, anche Pontremoli.
Mentre il condottiero con queste nozze si avvicinava alla successione al trono di Milano, i suoi ufficiali governavano per lui tutto il teramano, e almeno per certi aspetti, si rivelarono più accorti e tolleranti di Giosia, tanto che Teramo stessa, in questo periodo, godeva di una relativa floridezza.
Ma il dominio sforzesco in Abruzzo non era destinato a durare a lungo:  sin dall’anno successivo al matrimonio della figlia, il Visconti,  che nonostante la parentela acquisita non riusciva a  tollerare la crescente potenza dello Sforza, dopo aver recuperato la fiducia del Piccinino, si alleò di nuovo con il papa Eugenio IV.
Quindi il duca di Milano finse di licenziare il Piccinino, che si diresse a Bologna, dove entrò nel 1442. Dal canto suo, il papa dichiarò improvvisamente lo Sforza nemico della Chiesa, e al suo posto nominò gonfaloniere proprio Niccolò.
Contemporaneamente, da sud, Alfonso D’aragona stava riconquistando il regno, e nel 1443 entrò vittorioso a Napoli: Renato D’Angiò dopo essere stato sconfitto diverse volte ed abbandonato da molti dei suoi baroni, era tornato in Provenza.
Il Papa, che non riusciva più ad opporsi all’aragonese, venne con lui ad accordi segreti, e lo aiutò nell’ascesa al potere. Alfonso, in cambio promise di aiutarlo a riprendere i territori conquistati dallo Sforza, e così fece: nominò il Piccinino anche capitano di molte sue truppe, e questi, con tali rinforzi si volse addosso agli sforzeschi; in pratica si era creata una sorta di lega antisforza, che comprendeva il Visconti, il Pontefice ed il re .
Stretto in questa morsa, Francesco Sforza,  cercò l’alleanza di Federico II da Montefeltro, a cui voleva affidare anche trecento lance e trecento fanti.
Questi, sapendo che in quel momento unirsi con lo Sforza significava allearsi anche con Venezia e Firenze (che potevano ben proteggere Urbino, la sua città), accettò, ma non riuscì comunque a risollevare la posizione di Francesco, accerchiato da troppi nemici perfino per lui.
Quindi l’aragonese approfittava della sua debolezza, e dopo aver ripreso Ascoli e Civitella, si accingeva a recuperare tutto il territorio teramano.
Finalmente Giosia, fedele all’aragonese nella buona e nell’avversa fortuna (qualità davvero rara a quei tempi) avrebbe potuto riavere i suoi tanto agognati possedimenti: chiaramente egli si aspettava anche Teramo.
Intanto riebbe subito S. Flaviano, che gli venne reso dalle truppe sforzesche, senza tentare neppure di resistere.
Nel frattempo Il Piccinino, dopo aver conquistato e saccheggiato molti paesi dell’Umbria, senza rispettare neanche i luoghi sacri, come il Santuario di S. Francesco ad Assisi (2), stava mettendo in grave difficoltà Francesco Sforza, quando ecco che di nuovo, segretamente, il Visconti decise di aiutare il genero, impensierito anche dall’inaspettata espansione di Alfonso D’Aragona.
Così, oltre che esortare Venezia stessa a mandare aiuti , nella primavera del 1444 egli richiama di nuovo il Piccinino a Milano.
Ma questa volta il condottiero intuisce qualcosa, e risponde di non poter abbandonare il campo, sia per motivi di salute che gli impedivano un lungo viaggio, sia perché vicino alla vittoria finale; inoltre l’unico che veramente poteva dargli quell’ordine era in effetti il Papa, di cui lui era gonfaloniere.
Non ci mise molto il Visconti a premere su Eugenio IV che acconsentì facilmente al ritorno del condottiero.
La scena del commiato alle truppe è stata descritta da molti autori: tutti i principali cavalieri disposti a cerchio, con le armature lucenti e bene in mostra, in un gran cerimoniale; al centro lui, sul suo cavallo, tra le grida di evviva, che chiama a sé il suo primogenito Francesco e lo esorta a proseguire la sua opera. In realtà egli confidava anche nell’ardore del suo secondo figlio, Jacopo, che in quegli anni, benché poco più che ventenne, militava al comando di alcune truppe aragonesi.
Con questa consolazione il vecchio condottiero ritornò alla corte del Visconti, dove, dopo una solenne cerimonia di benvenuto, fu messo da parte senza un incarico ben preciso; il Piccinino, privato dell’ardore della battaglia si sentì svuotato e si ritirò nella sua villa a Corsico, ma le sue condizioni peggiorarono quando seppe della sconfitta subita a Montolmo dal suo primo figlio il 19 Agosto del 1444, che ora si trovava nelle mani del suo acerrimo nemico, Francesco Sforza.
Niccolò morì il 16 ottobre dello stesso anno, ma suo figlio Jacopo avrebbe dato del filo da torcere agli sforzeschi, che affrontò in diverse battaglie, tra cui la più importante fu quella di Castel S. Flaviano, da cui uscì vittorioso .
Intanto Alfonso D’Aragona continuava la sua riconquista, sempre con l’aiuto dell’Acquaviva, ma quando entrò in Teramo, accolto dalle grida di gioia del popolo e dalle onoranze dei capi del reggimento teramano, si trovò di fronte il principale tra essi, l’audace Marco Raniero.
Questi, per conservare la libertà appena riconquistata dalla sua città, finalmente soggetta solo al potere reale e non più alla volontà di qualche feudatario, decise di parlare all’aragonese, per convincerlo a non donare la città a Giosia.
Per la verità tutti lo sconsigliarono a compiere tale azione, poiché era molto difficile che il sovrano ascoltasse il parere di un rappresentante del popolo anziché di un condottiero che gli era stato sempre vicino.
Ma Raniero, ricordando a questi che la fortuna aiuta gli audaci , ebbe il coraggio di parlare ad Alfonso, e davanti a tutta la cittadinanza fece le sue richieste di libertà.
Il re, commosso dall’aspetto e dai modi dell’anziano capo, nonché dalle lacrime dei presenti, dichiarò, di fronte allo stesso Giosia, di voler accogliere la volontà del popolo, e di avere intenzione non solo di conservare, ma addirittura di accrescere le immunità di Teramo.
L’affronto per l’Acquaviva fu intollerabile !
I lunghi anni di fedeltà dimenticati, le sue fatiche vanificate !
Teramo ed Atri, città che egli aveva sacrificato proprio combattendo al fianco di Alfonso, perdute irrimediabilmente!
Non appena l’aragonese e le sue truppe furono abbastanza lontani, Giosia, ormai invaso dallo sdegno e dal desiderio di vendetta, con una mossa inaspettata chiese l’aiuto di colui che era stato il suo principale avversario: nientemeno che al conte Francesco Sforza, che non aveva certo rinunciato ai territori ecclesiastici e napoletani.
Questi mandò un esercito sotto il comando del Triulzi, e l’Acquaviva, con tali aiuti, decise di prendere la tanto agognata Teramo con la forza, cingendola d’assedio.
La città, benché sorpresa, oppose una validissima resistenza per mesi.
Ma lentamente il cibo iniziò a scarseggiare, e finita la farina, i teramani, non potendo ricevere scorte dall’esterno, iniziarono a cibarsi di cani, gatti, topi, ortiche e malve cotte, condite solo con il sale.
Molti vecchi, privi di nutrimento, cadevano all’improvviso morti per terra, davanti agli sguardi inermi dei figli, e molti bambini spiravano tra le braccia delle madri.
Ma l’ira del duca non si placava, e sempre con l’aiuto degli sforzeschi, tentò di riprendersi anche Atri. Quando Alfonso D’Aragona venne a sapere della violenta reazione del duca, ordinò al conte di Tagliacozzo, G.A. Orsino, di correre in soccorso a Teramo;
l’Acquaviva non si arrese, e al contrario, dopo aver allentato l’assedio, riunì gli uomini che prima erano impegnati in quella operazione e mise insieme un esercito con il quale andò incontro al al conte; nella primavera del 1446, presso Villa Bozza, nei pressi di Atri, dopo un fierissimo scontro, l’Orsino venne completamente sbaragliato.
Dopo tale disfatta, ad Alfonso non rimase che venire di persona negli Abruzzi, e giunto a Chieti, fu sul punto di invadere l’Abruzzo Ulteriore, quando, grazie alla mediazione di uomini illustri,  decise più saggiamente di stipulare una pace con Giosia.
Così il 22 luglio del 1446, il sovrano firmava un accordo con il quale il nipote dell’Acquaviva, Andrea Matteo II, (che come già detto, aveva parteggiato per gli angioini) veniva privato di tutti i suoi possedimenti in favore dello zio.
Questi possedette quindi S. Flaviano, Cellino, Bisenti, Basciano, Castagna, Penne, Roseto con li casali, Forcella, Canzano, Castel Vecchio Trasmondo, Notaresco, Morro, Montone, Tortoreto, Corropoli, Mosciano, Torano, S. Omero, Ripattoni, Bellante, Latroja, Castiglione e Rocca Cantalice............ma non aveva Teramo!!
Tra il re e l’Acquaviva si creò così un rapporto teso e fortemente instabile: l’antica amicizia aveva ormai ceduto il passo a sentimenti di ingratitudine e odio da parte di Giosia e di tradimento e timore da parte di Alfonso.
L’anno successivo una notizia sconvolse l’intera penisola: il 13 agosto 1447 era morto improvvisamente il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, e subito si era innescato un processo caotico, che vedeva da una parte le città che volevano essere libere, e dall’altra uomini ambiziosi che volevano sostituire il duca: ma Niccolò Piccinino, l’unico avversario temibile per lo Sforza era ormai morto, e dopo breve tempo questi divenne il nuovo signore del Nord.
Tuttavia questo avvenimento non mutò molto le cose per Giosia, che non riusciva ancora ad accettare il comportamento di Alfonso D’Aragona.
Il desiderio di vendetta del duca non si era certo placato, ma egli si rendeva conto che non avrebbe mai potuto attaccare la città finche questa era sotto la protezione del sovrano.
Ma il 27 giugno del 1458 Alfonso D’Aragona morì, e Teramo si trovò, seppure per un breve momento, senza l’appoggio delle forze reali.
Lo stesso Marco Raniero che aveva convinto il defunto re a proteggere la sua città, doveva adesso chiedere la stessa attenzione al suo successore: Ferdinando D’Aragona.
Quindi, dopo breve tempo, l’eminente teramano, insieme ad altri due ambasciatori uscì dalle mura per portare le sue condoglianze alla corte napoletana: una mossa alquanto ingenua, sebbene necessaria, perlomeno vista con il senno di poi.
Giosia Acquaviva era notoriamente un uomo vendicativo, risoluto e senza mezzi termini:
da Cellino, dove dimorava, fu informato dalla famiglia teramana dei Mazzaclocchi ( a lui fedeli, opposti alla famiglia teramana degli Spennati) dello spostamento del Raniero, rimasto ormai senza protezione.
Le notizie erano molto precise, e riferivano anche del percorso che i tre avevano scelto per aggirare Cellino: così il duca poté mandare dei sicari, che ai primi di Luglio si appostarono al guado del Vomano, sulla strada Caprafico-Taverna-Montegiove, dove sorpresero la piccola carovana.
Marco dopo essere stato ucciso con trenta pugnalate, fu miseramente derubato, mentre i suoi compagni furono lasciati fuggire.
Gli assassini riportarono quindi a Giosia le vesti insanguinate del Rainero, come prova dell’avvenuta esecuzione.
Occorre dire che forse il duca non sapeva dove era diretto l’ambasciatore, poiché nell’interpretazione di un documento trovato nell’archivio di stato di Milano egli confessa di avere “facto tagliare a pezzi un ser Marchetto da Teramo” solo per vendetta e perché suo nemico.
Il consiglio comunale di Teramo, saputo l’accaduto dal racconto dei sopravvissuti, recuperò il corpo del Raniero per dargli una degna sepoltura, dopodiché munì la città di guardie che sorvegliassero la porta e le mura, ed elesse dodici cittadini meritevoli che, insieme al magistrato, risolvessero il problema delle richieste da fare al nuovo re.
La commissione così creata agì in gran segreto, e riuscì a mandare altri tre oratori, che tornarono con in mano un nuovo accordo favorevole all’indipendenza della città.
Sembrava quindi che Teramo fosse tornata rapidamente sotto la protezione reale, ma si trattava solo di un’illusione.
Infatti Ferdinando non era ben voluto dai baroni, e nemmeno dal papa che aveva sostituito Eugenio IV, Callisto III.
Si propose invece dalla sua parte Francesco Sforza, duca di Milano, che l’ 8 luglio del 1458 mandò un suo ambasciatore, detto Orfeo de Ricavo, per “via Aprucii” a Napoli, a comunicare appunto la disponibilità delle forze milanesi.
Tale viaggiatore si soffermò nelle dimore dei principali signori, tra cui quella di Giosia Acquaviva, che egli definisce “uno dei più infidi”.
In questa occasione l’Acquaviva non nascose l’odio per la casata aragonese, e si lamentò apertamente “per i sinistri trattamenti che me ha facto indebite la Maestà del signore re Alfonso”, chiedendo di riavere “quello che debitamente è mio et indebite ne fui privato”.
Con sottile astuzia Giosia fece capire che il suo non era l’unico caso e che se Ferdinando avesse voluto “fermarsi et stabilirsi in questo regno con gratia e benevolentia di populi e di signori”, innanzitutto avrebbe dovuto preoccuparsi di alleggerire “le gravezze insopportabili, quali per fin mo havevamo sopportate e che non era possibile potessero resistere di più”.
E non si dimentica certo di minacciare velatamente il re, facendo riferimento alla possibilità che l’inimicizia del Papa si trasformasse in un più vasto incendio “non trovando riposati gli animi dei signori et populi”.
C’era di che preoccupare il re, e anche se questi riuscì a trarre un respiro di sollievo quando, il 6 agosto del 1458, Callisto III morì e venne eletto Pio II, la sua autorità rimaneva ancora gravemente minacciata dal comportamento di uno dei più potenti signori a cui si riferiva Giosia:  il temibilissimo Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, che progettava la detronizzazione del nuovo re a favore degli angioini.
Quando l’Aragona seppe di questi progetti, chiese al principe il motivo del suo malcontento:
l’Orsini rispose senza mezzi termini che non sopportava la mancata restituzione di Teramo e delle altre città a Giosia Acquaviva, suocero della figlia (il figlio di Giosia, Giuliantonio, che fonderà Giulianova, era sposato con la figlia dell’Orsini) e non poteva tollerare lo stesso comportamento nei riguardi del Santiglia, a cui erano state tolte Catanzaro e Crotone.
Ferdinando, conoscendo la potenza del tarantino, annullò con facilità l’accordo preso con i teramani, e finalmente restituì Teramo all’Acquaviva.
Il 18 maggio del 1459, Giosia fece il suo ingresso solenne a Teramo, accompagnato da un grande corteo, con molti cavalieri e condottieri: egli cavalcava fieramente, sotto un baldacchino di velluto verde guarnito con frange d’oro, portato da sei signori del reggimento, circondati da dieci palafrenieri, tra i quali vi era Marco di Cappella, uno dei maggiori Mazzaclocchi.
Il corteo venne avanti in processione, preceduto dai preti che cantavano il Te Deum laudamus e da una moltitudine di bambini che correvano con le palme in mano gridando:- Duca, duca, viva il signore di Giosia !-.
Giunto davanti alle scale della cattedrale, il duca smontò da cavallo, camminò fino all’altare centrale e si fermò; quindi si inginocchiò ed iniziò a pregare.
In quel momento i signori del reggimento gli diedero le chiavi della città,  ed egli finalmente rimontò a cavallo e si diresse verso la rocca .
A nulla valse la resistenza degli abitanti, che accusarono il re di fellonia e spergiuro, e Giosià si trovò finalmente a capo del territorio che gli spettava.
Quando gli ambasciatori teramani andarono a replicare al re, con il mano i documenti da lui firmati, Ferdinando gli spiegò di aver saputo che Giosia stava complottando per unirsi agli angioini:
se  la città non gli fosse stata restituita, e nel peggiore dei casi gli angioini avessero vinto, egli l’avrebbe presa con la forza e con il sangue , ma ora che l’aveva riottenuta pacificamente, quello non sarebbe mai accaduto, e se gli angioini avessero perso,  sarebbe stato egli stesso, il re , a punire Giosia e liberare Teramo; bisognava solo aspettare. Nel frattempo gli Spennati, avversi all’Acquaviva, furono banditi dalla città.
Le informazioni che aveva ricevuto il sovrano erano esatte: dopo meno di due mesi l’Acquaviva si schierò contro Ferdinando, combattendo per conto dell’acerrimo nemico di questi, Renato D’Angiò. I suoi continui attacchi avevano successo, e senza paura egli giunse a minacciare anche i territori di Pio II.
Si trattava del’attuazione del piano dell’Orsini, che stava con successo sobillando tutti i baroni ad attaccare l’aragonese,  e a passare quindi dalla parte degli angioini.Il principe di Taranto scrisse anche allo stesso Renato D’Angiò in Francia e a suo figlio Giovanni D’Angiò, che in quel momento si trovava a Genova, esortandoli a conquistare il reame e promettendo loro molti aiuti.
Nonostante fosse la mente della rivolta dei baroni, l’Orsini fu l’ultimo a scoprirsi, quando ormai per gli Aragona le cose iniziavano a mettersi male.
Così il re fu costretto a richiamare il suo principale condottiero, Federico II da Montefeltro, che stava combattendo insieme a Jacopo Piccinino contro Sigismondo Malatesta, signore di Rimini.
Federico, che come già detto aveva appreso molto proprio dal padre di Jacopo, stipulò una tregua con il Malatesta e scese in aiuto di Ferdinando. D’altronde egli era contemporaneamente anche al servizio del Papa, che comunque veniva disturbato dall’agitazione che lambiva i confini del suo stato.
Insieme all’urbinate discese anche Alessandro Sforza, signore di Pesaro,  e da poco suocero di Federico, che ne aveva sposato la figlia, Battista.
Inoltre il re, per chiudere meglio la difesa del suo regno, aveva mandato in Abruzzo anche il famoso capitano Matteo da Capua, che si era distinto nelle battaglie di Venezia contro il duca di Milano.
Con tali forze Ferdinando credeva di essere riuscito a mantenere l’ordine tra i baroni, senonchè Jacopo Piccinino, rimasto da solo e fuori gioco a causa della tregua con  Sigismondo, fiutando la possibilità di grosse operazioni militari nel sud,  decise di mettersi al soldo del principe di Taranto, e quindi degli angioini.
Il primo ordine di Ferdinando ai suoi capitani fu quello di impedire assolutamente che il pericolosissimo condottiero riuscisse a scendere nel regno e ad unirsi con gli eserciti ribelli.
Ma il re non considerava che i suoi condottieri possedevano i loro domini proprio nelle zone vicine alla posizione in cui si trovava il Piccinino in quel momento, e che quindi avevano interesse ad allontanarlo facendolo scendere a sud.
Così, con una serie di giustificazioni lo lasciano passare; Federico supponendo (in maniera illogica) che Jacopo preferisca percorrere la più scomoda via montana,  si ritirò addirittura ad aspettarlo nella zona di Camerino, scaricando poi la colpa del passaggio ad Alessandro Sforza e all’ufficiale pontificio che non avevano coperto in tempo la zona litoranea, dove vi era un passo talmente impervio che sarebbe bastato un piccolo esercito di villani con le loro donne per battere il Piccinino: “non tanto le genti d’arme seriano state sufficiente a romperlo se lo havessero giunto, ma li villani propri del paese, a discretione de li quali si missi perchè era in loco dove havia a passare più  de uno miglio per  pessima via, cavallo innanzi cavallo, come è le Grotte a Mare, infra sassi terribilissimi et la marina è sotto la montagna, che le femine li averia presi.
Et per fare questa giornata tale, scorticò multi cavalli li quali , como si vedea fussero stracchi, li faceva amazare”; e se Alessandro avesse fatto “come se remase d’acordo et come era ordinato, arivavano a tempo et era disfacto el conte Iacomo perchè, due ore fussero arrivati più presto, lo giongivano...”
Comunque Jacopo arrivò indenne sino a S. Benedetto, e dopo aver passato il Tronto, giunse a Colonella, città già appartente ai domini acquaviviani, dopo essere stata riconquistata nell’autunno del 1458.
Sapeva che Giosia lo stava aspettando, e per avvertirlo del suo arrivo nel modo più rapido e sicuro possibile,  fece preparare dai suoi uomini e dai villani del luogo delle enormi fascine di legna secca, che vennero portate in un punto aperto e ben visibile.
Durante la notte, con gran sbigottimento di tutta la popolazione, il condottiero le fece incendiare creando delle colonne di fuoco così alte che il duca da Castel S.Flaviano le vide e capì che il grande esercito era vicino.
Due giorni dopo il Piccinino si trovava a S.Flaviano, dove, grazie al porto, ricevette artiglierie e uomini inviati via mare dalla Romagna.
L’esercito, adesso ancora più potente, poteva riprendere il suo cammino verso il sempre più preoccupato re D’Aragona.
Nella sua discesa il Piccinino sembrava inarrestabile.
Cinse d’assedio Città S. Angelo, custodita da Giacomo Padulio: la fortificazione non aveva mura in grado di resistere alle nuove macchine da guerra, e dopo aver assistito inermi alla demolizione delle proprie difese, gli abitanti dovettero arrendersi; il giorno dopo si Jacopo prese Penne, senza bisogno neppure dell’assedio, mentre giunto a Loreto dovette abbattere gran parte delle mura a colpi di bombarda, prima che il signore della città, il marchese Francesco D’Aquino, si arrendesse, perdendo tutti i suoi territori in favore dei D’Angiò e pagando una somma di 4000 ducati d’oro.
Con facilità giunse fino al fiume Pescara, dove, approntato un ponte mobile, fece attraversare tutte le sue truppe. Qui Jacopo ricevette nuovi rinforzi, infatti Giulio da Camerino, che recava con sé quattro squadre di cavalli, lo attendeva per unirsi ai suoi ufficiali.
Ma ora il Piccinino doveva affrontare Matteo da Capua,  che ben protetto dalle mura di Chieti, anche se con un numero inferiore di uomini e mezzi, si rivelò un valido avversario.
Jacopo iniziò l’assedio, ma ogni giorno Matteo in persona usciva dalla città a capo di piccole squadre, attaccando ripetutamente gruppi isolati di soldati; queste manovre rapide ed agili,  unite ad una violenta esecuzione, causavano comunque molto disturbo all’organizzazione del Piccinino.
In questo modo Matteo da Capua prendeva tempo, mentre Ferdinando aveva ordinato ai due eserciti di Alessandro Sforza e Federico II da Montefeltro di inseguire il Piccinino cercando di raggiungerlo, visto che non erano riusciti a fermarlo.
Così i due condottieri, obbedendo agli ordini, iniziano la discesa verso sud, e giunsero sino a S.Flaviano.
Qui posero d’assedio la città, che pur essendo fittissima di case, era in realtà poco abitata.
Bastarono le sole truppe montefeltresche per espugnare le mura e saccheggiare le case dei contadini; ma per completare l’impresa dovevano catturare gli uomini più illustri di S. Flaviano, che si erano rifugiati nella rocca, l’ultimo baluardo della città, formato da una grande torre a base quadrata di 20 braccia per lato.
A tentare questa estrema resistenza furono in otto,  ma si trattava di un’azione disperata; per espugnare la piccola fortezza bastò un gruppo di uomini,  guidati da Francesco da Saxatello e Falameschia da Bagno: gli assalitori costrironouna travata, ossia una di copertura mobile in legno, con la quale riuscirono ad avvicinarsi alle mura senza essere colpiti dai lanci dei nemici; una volta sotto, aprirono una breccia nel muro, e gli otto difensori dovettero arrendersi per aver salva la vita.
Dopo la presa e la devastazione di S.Flaviano, Alfonso D’Aragona incitava Federico ed Alessandro a continuare per raggiungere Pescara e poi Chieti, dove avrebbero potuto finalmente aiutare Matteo da Capua che nel frattempo teneva duro.
Ma il duca di Urbino preferì accamparsi alle spalle della città appena conquistata, perché riteneva un pericolo inutile passare vicino ad Atri, che aveva la possibilità di creare dei seri problemi.
Così fece mettere le tende sulla riva sinistra del fiume Tordino, nel quale ogni sera faceva abbeverare i cavalli. Qui lo raggiunse un altro capitano, Bosio Sforza, che portava con sé altri 700 destrieri.
La postazione da lui scelta era protetta dal fosso di Mustaccio e dagli impaludamenti del fiume, ma questi ultimi rendevano impossibile la manovra del pezzo forte del suo esercito, la cavalleria.
Probabilmente egli non intendeva utilizzarla, anzi forse egli non voleva neppure scontrarsi realmente con il suo avversario, ma solo temporeggiare, per tenerlo lontano dai suoi stati e al tempo stesso accontentare il sovrano con piccole scaramuccie. O forse, semplicemente non si aspettava l’orgogliosa ed improvvisa mossa del Piccinino che, saputo che i due eserciti si erano accampati a S.Flaviano, lasciò perdere Chieti e ritornò indietro per affrontarli.
Lungo la sua risalita radunò ancora altri combattenti, reclutandoli tra i sudditi dei Caldora ( altri baroni ribelli ), e con il contingente così accresciuto si accampò sulla collina di Bozzino, a destra del Tordino, nell’attuale zona di Cologna, ad un’altezza di 80-100 m, protetto alle spalle dal fosso di S. Martino.
Si trovò così in una posizione vantaggiosa, anche se non eccessivamente.
I due eserciti si trovarono così uno di fronte all’altro, e si organizzarono come poterono,  poiché la conformazione del terreno non permetteva un reale spiegamento di forze (si trattava di un totale di circa 20000 uomini! ).
Un lembo di terra, una sorta di isoletta che sorgeva in mezzo al corso del fiume, fu scelta da entrambi gli schieramenti come avanguardia, e vi prendevano posto a turno le sentinelle dei due eserciti, che si spiavano a vicenda.
Tra le due forze avversarie vi era solo il corso del Tordino, e ad una simile scarsa distanza, era inevitabile che si giungesse spesso a piccole battaglie, frutto di reazioni impulsive dei singoli individui e di reciproche provocazioni. Questi episodi si risolvevano spesso con duelli, o tornei, e a volte erano sedate dagli ufficiali, o anche dai capitani in persona.
E’ proprio in un’occasione del genere che Federico, nel calmare gli animi, prese un brutto strappo alla schiena, probabilmente a causa di uno strattone del cavallo: il dolore non gli permise di cavalcare, e nemmeno di camminare, per parecchi giorni.
Questa situazione di tensione si protrasse per otto giornate, durante le quali gli uomini del Piccinino facevano continue scorrerie nel campo nemico. Ma il duca di Urbino, consapevole della difficoltà di manovra delle sue truppe in caso di battaglia, cercava di non cedere alle provocazioni: egli ripeteva che non era il caso “...per omne cavallo che venisse ad asaltare le nostre vedette, o qualche saccomanno, fare armare et fare montare a cavallo omne homo, perché questo era uno scorticare de homini et de cavalli senza niuno utile...”
Ma la sera del 22  luglio 1460, uno degli ufficiali del Piccinino, un tale Saccagnino, uscì dagli accampamenti con due o tre squadre composte da pochi cavalieri ma con un discreto numero di fanti; si trattava di una delle tante incursioni a danno degli aragonesi: le truppe attraversarono il fiume e provocarono un combattimento sulla riva sinistra del Tordino.
Federico da Montefeltro in quel momento era nella sua tenda, impossibilitato a muoversi a causa dello strappo alla schiena; il comando era quindi in mano ad Alessandro Sforza, per niente impensierito, visto che comunque si trattava di un episodio di routine, destinato a spegnersi in breve tempo.
Senonchè due dei suoi logotenenti gli fecero notare che mentre gli uomini del duca di Urbino avevano già compiuto delle belle imprese (ad esempio la presa di S. Flaviano), i suoi soldati non si erano ancora distinti in nessuna azione: “...quisti Feltrischi hanno facto due o tre volte facto d’arme, e nui non havimo facto niente; mandate a torre due o tre squadre,  et damo una stretta a costoro come si debba, che adesso non c’è el conte de Urbino et tucto lo honore serà nostro”.
Alessandro mandò allora Marco Antonio Torello, che assalì il Saccagnino con una tale violenza da respingerlo oltre il fiume; ma nella foga di colpire, il capitano sforzesco si fece troppo avanti, e si lasciò chiudere tra un canale di mulino ed un pozzo.
La scena era seguita dall’alto dal Piccinino, che subito decise di approfittare dell’occasione inviando Giulio da Camerino, stavolta con uno squadrone di tutto rispetto; ma Alessandro non rimase a guardare, e mentre faceva preparare tutto l’esercito alla battaglia, inviò in aiuto del Torello sette squadre di cavalli.
Allora Jacopo divise l’esercito in tre parti, creando due ali ed un blocco centrale: mentre quest’ultimo, guidato da Silvestro Licinio, fu scagliato adosso agli sforzeschi, le due parti rimanenti vennero affidate una ad un certo conte Giovanni, l’altra ad un tale Annechino, con l’ordine di appostarsi ai lati del campo di battaglia e di chiudere l’avversario in una morsa a tenaglia nel momento in cui questo si fosse ritirato verso il proprio accampamento.
In breve tempo tutte le forze scesero in campo ed il confronto, in un primo tempo, fu tra Silvestro Licinio ed Alessandro Sforza.
I vari storici raccontano che Licinio cavalcava con destrezza, muovendosi rapido per tutto il campo di battaglia, urlando comandi e caricando i suoi uomini ricordando loro i successi delle altre battaglie; andava sempre nei punti dove il combattimento era più cruento e faceva trasportare fuori dalla mischia i feriti e i soldati troppo stanchi, che sostituiva con squadre di uomini sani e freschi: in questo modo infondeva coraggio nei suoi e demoralizzava i nemici. Anche Alessandro  si muoveva rapido tra i suoi soldati, dimostrando grande forza ed esperienza: esortava  i militi, teneva quelli che volevano fuggire,  faceva cenni con il volto e con le braccia  trasmettendo i comandi ai suoi ufficiali.
Si vedevano da entrambi le parti morire miseramente molti uomini e cavalli, poiché la palude e la vegetazione  non rendevano possibile  alcun tipo di manovra. Per centinaia e centinaia di metri si udiva lo strepitare delle armi, il nitrire dei cavalli e il grido delle genti. Tra questi rumori qualche volta si avvertiva l’espressione soddisfatta di chi stava vincendo, oppure il gemere e il rantolare dei feriti: tutto era  immerso in un clima di orrore e di spavento. La violenta battaglia continuò per ore, e sopravvenne la notte; le due armate si equivalevano, e il Piccinino che aveva spesso tentato inutilmente di penetrare gli steccati nemici attraverso un “passo” lungo la marina, decise che era giunto il momento di eseguire la manovra a tenaglia che aveva progettato sin dall’inizio: con un cenno comandò al conte Giovanni e ad  Annechino di chiudere il nemico con le loro truppe. La violenza di questo attacco fu tale che distrusse  in parte l’accampamento aragonese, e  molti soldati sforzeschi e montefeltreschi furono uccisi e catturati. Le perdite furono talmente gravi che si diffuse la notizia della sconfitta e due squadre di guardia ad un passo presso la marina fuggirono fin oltre il Tronto. Nel frattempo Federico si era fatto portare nel  luogo più alto dei suoi alloggiamenti, per seguire la battaglia; egli mandava in continuo delle staffette per  informarsi su ciò che accadeva, finché dal campo non giunse una disperata richiesta del suo intervento personale.  Il momento era così pericoloso che egli, nonostante le sue condizioni fisiche, si fece issare sul cavallo coperto solo con delle fasciature, poiché il dolore non gli permetteva di indossare una corazza, e arrivò nel campo nell’attimo stesso in cui i suoi soldati stavano per ritirarsi. In quel frangente egli si prodigò e fece il possibile per incoraggiare i suoi soldati e far giungere i rinforzi dove più occorreva, fermò e riordinò i fuggitivi, riuscendo in tal modo a limitare i danni della sconfitta. Solo per miracolo non fu colpito mentre il suo cavallo fu invece ferito ed ucciso.
Le tenebre avanzavano, e giunti alle tre di notte, quando ormai era quasi impossibile distinguere gli amici dai nemici, la luna tramontò e divenne buio assoluto. La fatica e la cecità fecero spegnere lentamente la battaglia, e senza alcun suono di tromba le truppe iniziarono a ritirarsi: i cavalieri chiamarono delle torce dai loro accampamenti, e con le schegge e i frammenti di tante lance rotte fecero accendere dei grandi fuochi; facendo molta attenzione a non illuminarsi alle spalle, ciascun soldato tornò al proprio alloggiamento.
Il giorno dopo, all’uscire del sole, si vide nel campo una grandissima strage di uomini e di cavalli, e non vi era neppure un palmo di terreno, che non fosse coperto di morti, di sangue e di armi. Per tutta la campagna non si udiva altro che il lamento dei feriti, molti dei quali erano sul punto di morire; tra quelli che rimanevano in piedi, alcuni piangevano la perdita o la cattura dei loro amici, altri raccontavano le cose fatte nella battaglia. Taluni soldati lodavano o criticavano il comportamento dei loro capitani e tutti si lamentavano dei danni riportati.
Federico da Montefeltro ed Alessandro Sforza nella paura che i nemici chiudessero loro la strada del ritorno e dei rifornimenti, la notte seguente partirono in gran segreto con tutto l’esercito, lasciando dietro a Castel San Flaviano tutte le cose inutili che potevano appesantire i cavalli, ed in breve tempo, varcato il Tronto, si fermarono nelle Grotte a Mare.
Il Piccinino li inseguì fino al Tronto, poi ritornò indietro ad attaccare Matteo da Capua .
Sembrava che le cose per Ferdinando D’Aragona volgessero verso il peggio ma non fu così: infatti l’astuto sovrano qualche tempo dopo riuscì a riconciliarsi con Roberto San Severino, figlio di Elisa Sforza. Inseguito a ciò il Principe di Taranto fu costretto a richiamare nelle Puglie il Piccinino, che dovette quindi lasciare l’Abruzzo.
Finalmente Matteo di Capua poteva vendicarsi degli attacchi subiti e uscendo da Chieti recuperò per il Re molte località Abruzzesi. Saputo questo,  il Piccinino s’imbarcò a Manfredonia, approdando di nuovo all’antico porto di San Flaviano. Ma ormai il suo esercito si era molto ridotto a causa delle troppe perdite subite nei continui combattimenti senza rinforzi, tanto che dovette di nuovo abbandonare l’Abruzzo.
In questo momento anche Giosia si trovava indebolito, e dopo la partenza di Jacopo, anche isolato: lo intuì la famiglia teramana degli Spennati, che colse subito l’occasione per eliminare l’Acquaviva e con lui i suoi odiati fautori, i Mazzaclocchi.
Così alcuni Spennati partirono in gran segreto per Chieti,  dove giunsero al cospetto di Matteo da Capua: gli proposero di togliere a Giosia la città di Teramo, garantendogli il loro aiuto e quello di molti altri teramani.
E’ inutile dire che il condottiero accettò senza indugiare, e così ordinò che calata la notte, per vie non praticate calasse dalle montagne una gran quantità di gente del posto, armata, da riunirsi a Castel S.Flaviano per poi marciare alla volta di Teramo.
Così avvenne, e Matteo, cavalcando lungo la salaria, si incontrò con i seguaci degli Spennati scesi dai monti: gli abitanti di S.Flaviano, del tutto ignari, vennero sorpresi da questa gente, e non riuscirono a difendersi; la cittadella fu nuovamente depredata, gli uomini uccisi, gli edifici incendiati: nulla venne risparmiato, le case private, gli edifici pubblici, le chiese, tutto fu barbaramente travolto.
L’antica città, che per più di un millennio e mezzo aveva resistito alle guerre e all’avversità, questa volta non ce la fece: i sopravvissuti erano troppo provati per ricostruire le mura e coltivare i campi, e presto tutto versò in stato di abbandono; le paludi, la malaria, le malattie dovute alla grandissima quantità di cadaveri che ormai coprivano tutta la zona, fecero il resto.
Frattanto Teramo veniva conquistata e Giosia fu costretto a fuggire; ma nonostante l’ampio svantaggio numerico l’Acquaviva riuscì a vincere una grande battaglia, avvenuta nei pressi di Basciano.
Tuttavia non fu sufficiente: buona parte delle sue ricchezze erano ormai cadute nelle mani di  Matteo, i suoi sostenitori erano stati cacciati o catturati, suo figlio Giuliantonio era troppo lontano per aiutarlo, e al vecchio condottiero non rimase altro che rifugiarsi nella sua inespugnabile fortezza di Cellino.
E li per più mesi oppose una validissima resistenza, tanto che il da Capua cominciava a credere che non sarebbe mai riuscito a prendere il suo avversario.
Ma nel 1462 le terre abruzzesi vennero sconvolte da una grave carestia, e cui seguì una terribile epidemia di peste.
Il contagiò riuscì ad attraversare le mura di Cellino, e Giosia vide morire prima la moglie, la duchessa Margherita, poi i suoi stessi figli, ed infine i suoi più fedeli servitori; la popolazione cellinese si ridusse rapidamente a metà, finchè, il 22 agosto del 1462, lo stesso duca d’Acquaviva, ormai troppo stanco per opporsi al destino, spirò.
Quando Matteo da Capua riuscì finalmente ad entrare nel paese, fu però vittima dell’ultima orgogliosa beffa del vecchio duca: quello che conquistò fu solo un “vasto sepolcro di scheletri umani”, un’enorme, angosciante, desolata rovina!
Un finale veramente macabro per Giosia Acquaviva, ma senza dubbio più combattuto e significativo di quello a cui andò incontro l’ultimo dei Piccinino.
Jacopo infatti, grazie alla grande fama che si era costruito, fu chiamato a Milano da Francesco Sforza, che dopo molto tempo si era finalmente deciso ad offrirgli in moglie la sua figlia naturale Druisiana.
Il condottiero accettò, ed il 12 agosto 1464 sposò la giovane Sforza, e con lei andò a risiedere a Pavia.
Ma nella primavera del 1465 fu improvvisamente chiamato da Ferdinando D’Aragona, che voleva stranamente affidargli il controllo degli Abruzzi con il titolo di vicerè.
Ed è proprio a Napoli che accadde un episodio ancora bene da chiarire, e tuttora discusso dagli storici.
Il Piccinino fu accolto con tutti gli onori, ma dopo circa un mese, a causa di una congiura, si ritrovò in carcere.
Druisiana, saputo ciò, fece di tutto per salvarlo, scrivendo anche al padre, raccomandandogli di intervenire per salvarlo.
Ma non servì a niente: il 14 luglio 1465 Jacopo, dopo essere stato barbaramente torturato, venne fatto strozzare.
Nessuno crebbe alla versione secondo cui il Piccinino cadde da una finestra del carcere; molti ritengono invece che era stato tutto organizzato dallo Sforza sin dal matrimonio con la figlia, che serviva solo come ignaro strumento per catturare la fiducia del condottiero.
D’altronde Ferdinando era ben noto per la crudeltà con cui eliminava i suoi nemici: non era un segreto la terribile collezione di mummie umane, quasi tutti uomini, accuratamente vestiti con i loro abiti usuali, catturati dal re con i sistemi più subduli, ad esempio invitandoli pacificamente a prendere parte al banchetto reale.
Da questo turbinare di eventi, Castel San Flaviano uscì come un cumulo di macerie: i pochi sopravvissuti che non volevano abbandonare le loro vecchie case vivevano di stenti in un ambiente ormai in totale decadenza; ogni tanto vi era la malaria, e periodicamente approdavano i feroci saraceni, a saccheggiare un ormai ben magro bottino.
La natura stava lentamente riprendendosi ciò che le era stato tolto, e la vegetazione cresceva sopra le mura e sopra i tetti.
Sembrava che il paese fosse destinato a divenire una semplice terra di passaggio, un banale crocevia, ma così non fu.
Il figlio di Giosia, Giuliantonio, tornato in possesso degli averi paterni, venne a visitare la città che per così tante generazioni era stata della sua famiglia.
In quel periodo in Italia avevano forte eco le operazioni architettoniche ad Urbino, a Pienza e a Ferrara, in cui importanti casate immortalavano la propria fama dando forma ad intere porzioni di città; confrontando il suo nome a quello degli altri grandi, Giuliantonio decise di fare qualcosa di magnifico, più importante di quello che aveva fatto Pio II a Pienza e di quello che aveva fatto Federico da Montefeltro ad Urbino: egli avrebbe ridato vita a S. Flaviano, costruendo una città totalmente nuova, spostata di poco più in su per renderla inespugnabile, anche dalle moderne armi da fuoco, e lontana dalle esalazioni delle paludi.
Secondo la sua visione, il paese doveva essere straordinario, ed ogni edificio progettato secondo le proporzioni degli antichi, che in quel tempo si andavano riscoprendo. Una città moderna e funzionale, che rispondesse anche alle esigenze rappresentative degli Acquaviva.
Per far ciò egli si rivolse ad un architetto toscano, che fu incaricato di disegnare una città degna di prendere, per tutto il tempo a venire, il nome di Giulioantonio: così fu iniziata la costruzione di Giulianova, che doveva racchiudere in se la grandezza degli Acquaviva e la sapienza neoplatonica, ma questa è un’altra storia.......
 

NOTA IMPORTANTE: Queste notizie e gli studi più importanti effettuati su Giulianova sono  presenti (o in corso di trasferimento) su internet al sito www.advcom.it/giuliantica.
A tal proposito vogliamo ringraziare il Sig. Giancarlo D’Agostino della ADVCOM di Alba Adriatica che ci ha gentilmente concesso, gratuitamente, solo per amore della cultura, tutto lo spazio necessario per la pubblicazione sul web.

La storia di Giulianova: La Giulianova moderna

Dopo secoli di vita cittadina entro il perimetro quattrocentesco, nella seconda metà dell’Ottocento, sotto una vivace spinta demografica e con il miglioramento dell’economia locale, si ha l’espansione extramuraria dell’abitato collinare, il cui principale nodo urbano è costituito dall’attuale Piazza della Libertà. Anche il sottostante litorale, fino all’Unità d’Italia sostanzialmente deserto, grazie all’entrata in funzione nel 1863 del tronco ferroviario Ancona-Pescara e quindi, nel 1884, della strada ferrata per Teramo, registra una sempre più vivace attività sia commerciale che industriale. È qui infatti che Luigi Crocetti crea nel 1888 una società, la prima in Abruzzo, per la costruzione di mattonelle e lavori in cemento, presto emulato da altri imprenditori. Grazie anche alla “scoperta” del turismo balneare, con la costruzione nel 1874 dello stabilimento balneare e la presenza dal 1896 di un frequentatissimo Ippodromo, l’abitato a valle si infittisce di nuove costruzioni estendendosi progressivamente nelle aree la Giulianova moderna adiacenti alla stazione. Ma la borgata “Marina”, nome della germinazione litoranea di Giulianova, pur condividendo strettamente le dinamiche di crescita comuni agli altri insediamenti costieri, tuttavia rispetto ad essi avrà caratteri distinti, mancando di produrre il ribaltamento delle gravitazioni. 

E difatti nel 1934, quando la frazione ormai ha superato per abitanti lo stesso capoluogo e da tempo costituisce l’epicentro dinamico trainante dell’intero territorio, si opterà per la fusione amministrativa tra l’abitato collinare, che allora come oggi conserva saldamente la sede municipale, con quello litoraneo, che perciò assume la nuova denominazione di Giulianova Spiaggia e dove nel 1936 la già solida vocazione balneare, rappresentata dall’imponente Kursaal realizzato nella parte inferiore nel 1913 come club marino e ultimato in stile liberty sedici anni dopo come albergo assai prestigioso, viene rafforzata dalla costruzione del lungomare monumentale

Nei decenni successivi al secondo dopoguerra, l’espansione urbana privilegia, seguendo uno schema a scacchiera, le aree litoranee meridionale e settentrionale e quindi quella valliva occidentale, non pregiudicando lo sviluppo armonico della città. Oggi, infatti, Giulianova, pur avendo una delle più alte densità demografiche della provincia, è tra i centri costieri abruzzesi a disporre del più alto coefficiente di zone verdi presentandosi nelle vesti di una elegante località, culturalmente assai vivace e apprezzata dai turisti per il finissimo arenile, per le sue dotazioni ma anche per le ricche testimonianze artistiche e monumentali.

Le bellezze dell'Abruzzo. Mare, monti, arte, gastronomia, folklore: è questa in sintesi, la realtà dell’Abruzzo; che, tra le spiagge dell’Adriatico e le nevi perenni del Gran Sasso d’Italia e della Maiella, può ancora offrire ai forestieri - oltre ad una moderna attrezzatura alberghiera e in campeggi e case private - una vacanza completa, ricca di continue scoperte. I quattro capoluoghi di provincia: L’Aquila, Chieti, Pescara, Teramo e numerose altre città, che in antico ebbero un ruolo determinante, custodiscono tesori d’arte e di storia, resti archeologi, musei, cattedrali, castelli, acquedotti, fontane, ecc., che testimoniano di una continua operosità sul mare, nei campi, sulle montagne. Dalle ceramiche di Castelli ai legni intagliati di dl Pretoro, dai liquori di Tocco Casauria agli orafi di Scanno e ai merletti di Pescocostanzo, è tuttora vivo in ogni angolo della regione un artigianato che spesso affonda le proprie radici addirittura nella preistoria. 

 
 
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