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Giulianova, mura, bastioni, porte, viabilità - L’angolo sud-est.

Giulianova > Le mura e i bastioni di Giulia

I nostri consigli... per le vostre vacanze.

 
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GIULIANOVA. Le modifiche ottocentesche alla città acquaviviana: mura, bastioni, porte, viabilità
(Edizioni Banca di Teramo 2012)
di Ottavio Di Stanislao


II. L’angolo sud-est
Nella pianta citata colpisce la mancanza di simmetricità nella disposizione dei bastioni e in particolare l'assenza di essi nel lato sud e nell'angolo sud-est. Si può ipotizzare che tali strutture, originariamente costruite, si siano presto deteriorate e, poiché l'intero impianto divenne subito obsoleto per l' evoluzione delle opere di difesa conseguente all'avvento delle armi da fuoco, non siano state più ripristinate.
Un leggero cambio di direzione della linea della cinta nel lato sud, a circa 40 metri dal bastione di sud-ovest, detto di S. Francesco, sembra suggerire il luogo dove sarebbe potuto insistere la struttura difensiva. Altro bastione doveva essere a presidio dell'angolo sud-est, a strapiombo sul ripido crinale. Sta di fatto però che già all'inizio dell'ottocento di tali ipotetiche costruzioni non vi era più memoria anche se, nel caso dell'angolo sud-est, il sito venne individuato proprio con le persistenze del passato: «largo delle antiche carceri» (1).
Sappiamo inoltre che nelle mura rivolte verso la spiaggia vi erano delle feritoie per orientare comodamente il fuoco dei fucili su eventuali assalitori e a presidio della porta del paese esisteva una garitta (2). Si può ipotizzare che tali accorgimenti fossero ritenuti sufficienti a garantire la difesa delle mura in quel punto a strapiombo sulla ripida collina, anche se non si può escludere l'ipotesi già formulata e cioè che almeno il bastione di sud-est, esistente alla fondazione si sia poi deteriorato e non sia stato più ricostruito. Anche se, nel 1809, in un momento in cui la preoccupazione difensiva era prepotentemente all'ordine del giorno, per l'inquietudine destata dalle bande delle truppe di massa che infestavano la provincia, e che in tali scorrerie erano state contrastate dalla guardia civica del paese, la città si era preoccupata di restaurare le mura che in quel punto erano state «rifabbricate», senza però pensare a munirlo di bastione (3).
Nel secondo decennio dell'ottocento cominciarono ad essere prodotte richieste per occupare il suolo pubblico in prossimità delle mura o per addossarvi le costruzioni. Sempre nell'angolo sudest, nel 1811 il decurionato espresse parere favorevole e il Consiglio d'intendenza autorizzò il comune a permettere
 
la costruzione di due botteghe sul pubblico suolo e propriamente nella parte inferiore verso la marina della porta de' Cappuccini (…) Considerando che Giulia non è mai stata piazza d'armi ne le sue mura sono state addette a fortificazioni militari e quindi da non doversi comprendere sotto la disposizione del Codice Napoleone art.li 140 e 141 (4).
 
Le esigenze della vita civile vengono così a sovrapporsi ed anzi cominciano a prevalere rispetto a quelle difensive che avevano motivato le fortificazioni originarie e i conseguenti spazi di rispetto.
Come si è già visto, nel 1813 queste esigenze contrapposte si ripresentarono nel momento in cui un cittadino, l'albergatore Scassa (5), chiedeva di costruire su suolo pubblico per ampliare il suo esercizio, addossandosi alle mura nell'angolo sud-est, ed occupando quello che era il pomerio interno, cioè lo spazio fra l'abitato e le stesse mura, utile per organizzare l'eventuale difesa della città.
Mentre il decurionato esprimeva parere favorevole non ravvisando nessuna pubblica utilità nel tenere inutilizzato il sito che era divenuto «ricettacolo delle immondezze», e approvava una perizia che determinava il canone annuo, il primo eletto si opponeva facendo rilevare come tale innovazione avrebbe prodotto una menomazione nella capacità di difesa del paese. Il Consiglio di intendenza chiese allora che su tale opposizione si esprimesse l'ingegnere-capo Carlo Forti del Corpo degli ingegneri di ponti e strade, che rimise un parere improntato a grande realismo, con una visione moderna della problematica, dove fra l'altro rilevava che la cinta muraria già per 2/3 fungeva da appoggio a case di privati cittadini (6). Le argomentazioni esposte dal Forti forse furono tenute presente nel 1826 quando il de curio nato deliberò
 
... l'abbassamento delle mura eccessivamente alte, riguardante la linea meridionale a destra nell'uscire dalla Porta detta de' Cappuccini per la dimensione di circa palmi cinquanta in longitudine e quattro in altezza per impiegarne il materiale alla costruzione di un ponte fuori la porta da capo sulla traversa di Salino ov'è indispensabile (7).
 
Nel 1828 crollava parte del muro di cinta verso est sotto stante la casa e la locanda di Giovanni Francesco Scassa che come si è visto aveva chiesto ulteriore spazio pubblico per ampliare il suo esercizio. Come già si è accennato, lavori di rifacimento delle muraglie furono eseguiti in quel punto, ma le case sovrastanti erano state seriamente danneggiate tanto che furono abbandonate (8).
Dal 1829 il canone non fu più pagato e l'immobile fu venduto non tenendo conto dei diritti del comune (9), che visto l'inutilità di atti coattivi, chiese all'intendenza di poter iniziare il procedimento giudiziario per rientrare in possesso del sito per destinarlo a pubbliche funzioni. Infatti quando nel 1839 Vincenzo Trifoni chiese di occupare il suolo pubblico alla sinistra della porta dei cappuccini, allegando la pianta riportata (fig. 5), il decurionato si pronunciò negativamente sia perché si sarebbe compromessa la via di accesso verso la dogana, sia perché l'intento del comune era di rientrare in possesso dell'area concessa a Scassa per realizzarvi, unitamente ai locali del vecchio macello, il carcere del circondario di cui lo spazio adiacente, oggetto della domanda, doveva fungere da necessario slargo (10), tanto che nel 1833 si era incaricato l'architetto teramano Nicola Mezucelli di predisporre il relativo progetto come si vede nella tavola riportata (fig. 6) (11).
 
 
5. Pianta dell'angolo Sud-Est allegata alla richiesta di suolo pubblico (B) avanzata da Vincenzo Trifoni nel 1839.
(A.S.T., Intendenza borbonica, b. 635/A, fasc. 4)
 
Nel 1856 Camillo De Luca, che aveva acquistato la casa già di Scassa sopra il macello, comunicava al sindaco della grave minaccia che incombeva sulla sua abitazione: «pericolo di crollamento a causa del mancato pedamento al muro di levante di detto macello e dello spiombamento dell'altro di settentrione con forti lesioni». Altra protesta viene ingiunta tre mesi dopo citando il sindaco davanti al Consiglio di intendenza per essere obbligato a far eseguire i lavori di restauro (12).
Nonostante le indicazioni della prefettura fossero di predisporre la perizia per i lavori da eseguire, all'inizio del 1857 una nuova protesta del De Luca denunciava la caduta delle mura sottostanti la sua abitazione: «stante le ultime acque piovane sono cadute buona parte delle mura del comune dalla parte di levante, le quali se non saranno prontamente ricostruite, la casa dell'istante prossima ad esse, che ne formano il sostegno, andrà a certa rovina» (13). Il De Luca aveva chiesto di poter prendere a censo i locali del vecchio macello sottostanti alla sua casa consistenti in due vani a piano terra, oltre allo "sbalio" (piccolo spazio) verso est, fra la casa e le mura, al diritto di appoggiare sulle stesse mura e un "passetto" di entrata a nord confinante con l'orto di Bindi (14).
Negli anni '70 dell'ottocento la casa fu prima affittata e poi acquistata all'asta dalla provincia per fungere da caserma dei carabinieri (15).
Successivamente all'unità d'Italia motivi di pubblica igiene e di decoro urbano indussero il consiglio a variare la destinazione del locale fino allora adibito a pubblico forno, fra la strada di porta marina ed il corso, infatti su proposta del sindaco Vincenzo Bucci, nel 1862 il consiglio prendeva questa risoluzione: «Il Consiglio comunale delibera che il locale del pubblico forno sia censito, e perché forma mostruosità nell'entrata del paese, e perché il fumo che giornalmente esce dal camino arreca incomodo ai vicini abitanti» (16).
 
 
6. Giulianova 1833. Progetto per nuove carceri circondariali dell'architetto Nicola Mezucelli.
Spiegazione: A carcere criminale; B passetto; E carcere per donne; D vaglio; F camera per custode; G carcere correzionale. Nero fabbrica vecchia, l'arancio la nuova.
(A.S.T., Intendenza borbonica, b. 151)
 

7. Planimetria catastale 1882. Particolare angolo sud-est.
 
 
II. Note
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(1) Nel 1813 Giovanni Francesco Scassa chiese di poter fabbricare su tale area, che nella perizia era così individuata: «in contrada del pubblico macello detto il largo delle antiche carceri, il quale confina a mezzogiorno ed a ponente colle mura attenime di questa città, a ponente coll'altro sito rimasto, ed a settentrione colla casa di Gio: Francesco Scassa». A.S.T., Intendenza francese, b. 39, fasc. 738.
 
(2) Alla occupazione richiesta da Scassa si opponeva il primo eletto, Andrea Africani, perché a suo parere veniva diminuita la capacità di difesa del paese consentendo l'addossamento ad una «pubblica muraglia in buono stato, essendo stata rifabbricata nel mille ottocento e nove, dove esiste una comoda garitta, che serve per guardia della pubblica porta, detta dei cappuccini, la quale garitta verserebbe dentro la casa dello Scassa colla nuova fabbrica incominciata; [inoltre] verrebbe a chiudersi una strada di comodo ai cittadini, per andare ad osservare il mare, e dove sono le così dette sferrature, per sparare i fucili contro l'aggressione dei nemici dal mare, o dei briganti, se per disgrazia vi fossero». Ibidem.
 
(3) Dall'esposto del primo eletto Andrea Africani: «Nell'anno 1809, che questa Provincia disgraziatamente era infestata dai briganti, Giulia particolarmente era minacciata dai scellerati sopra indicati per il danno da essi ricevuto dai bravi civici di questo comune. Per ovviare ogni sinistro evento la saggezza de nostri cittadini si sottopose ad ogni specie di sacrificio, ed il risultato di questo fu la restaurazione delle pubbliche muraglie, le quali ànno assicurato la tranquillità e la sicurezza de fedeli cittadini di Sua M ...» Ibidem.
 
(4) Ibid. fasc. 737. Tale concessione non ebbe lunga durata perché il sito fu di nuovo richiesto, due anni più tardi, sempre per impiantarvi una bottega da fabbro in quanto non vi era disponibilità di locali da adibire a laboratorio artigianale, rivelando ci una certa vivacità economica del paese: «... non è stato possibile appigionare una bottega per essere tutte occupate da altri artieri, così si è risoluto fabbricare una da pianta in un luogo adattato per il comodo de passeggeri e cittadini, ed è appunto quello vicino alla porta da piedi del paese, luogo dedito alle antiche botteghe demolite (...) vicino al largo dell'albergo di Scassa». Ibidem.
 
(5) Nel Ruolo provvisorio delle case redatto nel 1807 Giovanni Francesco Scassa risultava possessore, in rione della Piazza, al n. 12, di «una casa di membri nove sette superiori e due inferiori di sua abitazione per uso di locanda». Parte della casa era infatti sopra il pubblico macello delle carni del comune. A.S.T., Intendenza borbonica, b. 1 082/C, fasc. Giulia.
 
(6) «... Le sue dimensioni sono molto maggiori di quelle che gli antichi solevano dare al pomerio per accorrere alle difesa delle mura, né queste hanno alcuna forma di fortificazione per potervi supporre che quel sito bisogni per manovrarvi qualche pezzo di artiglieria, onde io lo stimo più proprio per esser ridotto in fabbrica, che per altro, perché tali luoghi pubblici non frequentati per mancanza d'oggetto e nascosti alla vista delle persone sogliono divenire ricettacoli d'immondezze e nascondigli di scostumati. Dall'appoggio della fabbrica alla cinta del Comune, lungi di restar diminuiti i mezzi di difesa, restano anzi accresciuti perché se il nemico supera quel debole muro, che ha l'aria di cadere anche al suono di tamburo, deve superare anche la casa prima di entrare nelle strade dell'abitato. Oltre di ciò non consistendo in un punto solo la difesa di un Paese, sarebbe necessario che tutta la cinta avesse il suo pomerio libero per poter dire che l'attacco di una casa alle mura diminuisse li mezzi di difesa; ma ciò non si verifica in Giulia la di cui cinta esteriore serve per due terzi parti di appoggio alla case de' particolari. La richiesta di quel sito per essere ridotta in fabbrica è figlia del bisogno delle abitazioni che si comincia a sentire in Giulia per le circostanze dell' aumento del traffico e della popolazione, onde mi sembra che non convenga tenerlo inoperoso quando non può servire ad alcun uso pubblico». A.S.T., Intendenza francese, b. 37, fasc. 737.
 
(7) A.S.T., Intendenza borbonica, b 453/A, fasc. 6.
 
(8) Giovanni Francesco Scassa «abitante nel quarto superiore al locale di questo macello pubblico», faceva ingiungere atto protestativo al sindaco perché «colla caduta di un muro verso levante e con qualche altra lesione nell'altra muraglia contigua domanda delle prontanee riparazioni di detti muri onde non perdere la casa ed il comune il locale del macello». Il Consiglio d'intendenza ordinava al sindaco di provvedere a che il crollo del muro non progredisse e di far valutare con una perizia se fosse conveniente e possibile restaurare lo stesso o provvedere alla demolizione e ricostruzione. Ibid., fasc. 8. Successivamente il locandiere chiedeva di dilazionare il debito per il canone dovuto al comune in quanto non aveva più clienti per le pessime condizioni in cui versava il locale: «... essendo debitore di quel comune della somma di ducati 18 per canone enfiteutico della casa che tiene ad uso di locanda di ragione del canone anzidetto. Sono più anni che la casa è deteriorata di molto talmente che gli avventori e passeggeri per timore di non rimanere sotto le rovine non vengono più a fermarsi nella locanda ...» A.S.T., b. 636, fasc. 1. In effetti, a riprova delle gravi difficoltà economiche, il primo settembre 1829 Giovanni Francesco Scassa vendette il mobilio della locanda consistente in cinque letti con lenzuola, cuscini, coperte e materassi, cinque tavolini e due casse per conservare biancheria, oltre ad una sciabica da pesca con i relativi utensili. A.S.T., Amministrazione del registro e bollo, Copie atti privati, Giulia, b. 95, fasc. II.
 
(9) Alcuni anni dopo l'Intendenza registrava che lo Scassa, «... dopo aver fatto in detto sito un principio di fabbrica passò ad alienarlo come cosa di sua assoluta proprietà unitamente alla casa di abitazione che aveva in contiguità del suolo medesimo». Per il Consiglio di intendenza ciò era potuto avvenire perché l'atto di concessione originario del I aprile 1815 «... è concepito in modo da non potersene definire la natura essendo un miscuglio che partecipa un tempo di vendita di censo riservativo e di enfiteusi». A.S.T., Intendenza borbonica, b. 635/A fasc. 1. Come vedremo l'incertezza e gli equivoci sulla natura giuridica delle mura e del pomerio saranno ricorrenti.
 
(10) «... il richiesto suolo non potrebbe essere fabbricato senza deturpare il pubblico decoro: considerando che s'impedirebbe il pubblico e comodo passaggio delle vetture rotabili verso la dogana; considerando che il Consiglio d'Intendenza ha approvato l'incoazione di un giudizio di rivendica contro gli eredi di Gio. Francesco Scassa per ricuperare appunto la casa contigua designata per passarvi il carcere correzionale di questo circondario, cui il sito richiesto dal Trifoni potrebbe servire di sbalio; considerando le opere pubbliche debbono avere la preferenza sugli interessi die privati, ad unanimità delibera rifiutarsi l'offerta in parola». A.S.T., Intendenza borbonica, b. 635/A fasc. 4. Ma tale intento non fu possibile portarlo a termine perché si aprì un contenzioso tra i successivi acquirenti subentrati a Scassa e il comune. Nel 1843 si arrivò ad una transazione fra Gianbattista De Luca e il sindaco Ciafardoni in cui il primo riconosceva il comune quale proprietario del fondo e accettava di pagare il canone a suo tempo convenuto. Ibid. fasc. 1.
 
(11) A.S.T., Intendenza borbonica, b. 951.
 
(12) A.S.T., Intendenza borbonica, b. 455/A, fasc. 39.
 
(13) A.S.T., Intendenza borbonica, b. 717. Il sindaco spiegava che «... dette mura sostenevano un terrapieno, alto dal piano della strada esterna, da circa 15 palmi, quale terrapieno, di terra friabile è rimasto senza sostegno colla caduta di dette mura ed è perciò che la casa del detto sig. De Luca potrebbe trovarsi in qualche pericolo». Il Consiglio d'intendenza faceva sapere che il comune non aveva alcun obbligo di provvedere "alla fermezza" della casa del De Luca che aveva facoltà di eseguire «le fortificazioni che saranno necessarie».
 
(14) Tale pratica, dall'iter estremamente lungo, si concluderà solamente nel 1861 quando ormai tutto l'immobile era gravemente deteriorato. A.S.T., Intendenza borbonica, b. 635/B, fasc. 8.
 
(15) «Il deputato Scarselli riferisce che si è stabilita l'espropriazione giudiziaria della casa De Luca, attualmente affittata dalla Provincia per caserma dei R. Carabinieri, considerato che nel difetto d'altri locali disponibili ed adatti all'uso, onde prevenire la grave spesa della costruzione di un apposito edificio è cosa convenientissima che la Provincia acquisti la proprietà della detta casa del sig. de Luca e si concorra alla relativa asta, in modo da non superare il valore capitale del fitto che attualmente si corrisponde dalla provo in £. 885». A.S.T., Provincia, titolo III, classe II, b. 111, Caserma dei RR Carabinieri in Giulia. Acquisto casa De Luca. Deliberazione Deputazione provinciale 22 luglio 1873.
 
(16) A.S.T., Intendenza borbonica, b. 455/B, fasc. 45, deliberazione Consiglio comunale 20 ottobre 1862.
 
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