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Archeologia a Giulianova: Il ponte romano

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Archeologia a Giulianova: Il ponte romano

L’antica viabilità tra Roma e Giulianova
di Silvia Barbetta
 
L’assetto della viabilità da Roma al medio Adriatico, attraverso il territorio abruzzese, è circoscrivibile nell’ambito cronologico successivo alla conquista della Sabina e del Piceno da parte del console M’. Curius Dentatus, tradizionalmente posta nel 290 a.C. e, senza dubbio, ricalca percorsi già tracciati in epoche precedenti. L’espansione di Roma verso l’Adriatico comportò anche la romanizzazione dell’ager Praetuttianus con le deduzioni della colonia latina di Hatria (Atri) nel 289
a.C. e della colonia romana di Castrum Novum Piceni (Giulianova) nel 286/284 a.C. Il problema della data di fondazione di Giulianova è controverso e le differenti ipotesi si basano su due passi letterari. La prima fonte, di Velleio Patercolo, nomina una Castrum colonizzata insieme a Firmum (Fermo), nel 264 a.C. mentre la seconda, di Livio, afferma che dopo la conquista di M. Curio Dentato furono dedotte le colonie di Hatria, Sena (Senigallia) e Castrum. Il problema è a quale delle due Castrum Novum conosciute, Piceni ed Etruriae, vadano rispettivamente attribuiti i passi di Velleio e di Livio. Considerando le condizioni storiche del 264 a.C., la fondazione di Firmum, come giustamente osservato, fu un ulteriore rafforzamento della presenza romana sulla costa del Piceno, ma alla vigilia della I guerra punica era probabilmente necessario un nuovo caposaldo romano anche sulla costa tirrenica, che ben poteva essere rappresentato dalla Castrum Novum Etruriae e meglio si adatta la data dell’inizio del III sec. a.C. per la Castrum Novum Piceni, quando ancora l’interesse romano era rivolto verso l’Adriatico. La notizia di Velleio riguardo una Castrum fondata nel 264 a.C., affiancata da Firmum, potrebbe essere spiegata come un’azione combinata di Roma su due fronti: da un lato Fermo sulla costa picena rappresentava l’azione conclusiva del definitivo assoggettamento del Piceno dopo la rivolta del 269 a.C. di una parte della popolazione, dall’altro, sulla costa tirrenica, la fondazione di Castrum Novum Etruriae come caposaldo romano sul teatro della I guerra punica.
A seguito del definitivo stanziamento dei romani sulla costa mesoadriatica fu sicuramente creato, negli anni immediatamente successivi, un collegamento con Roma diretto e più breve di quello che sarà poi rappresentato dal percorso settentrionale della via Salaria, passante per Ausculum Piceni.
La corretta integrazione di un’epigrafe, rinvenuta a Roma nei pressi della Porta Collina delle cd. Mura Serviane, ha consentito di identificare tale asse viario nell’ormai nota via Caecilia. Lungi dall’essere un diverticolo della più importante Salaria, come fu inizialmente proposto, bisogna di contro sottolineare l’importanza di una strada i cui lavori di ripristino furono resi pubblici in un’iscrizione affissa a Roma e che, evidentemente, collegava alcuni punti nevralgici per la politica espansionistica di Roma. L’epigrafe, correttamente messa in rapporto con la Salaria, che infatti usciva da Roma attraverso Porta Collina, riporta un capitolato d’appalto per alcuni lavori di restauro da condurre [in vi]a Caecilia. I dati topografici dell’iscrizione segnalano che la via Cecilia incontrava un fiume al 35° miglio, identificato con il Farfa e che lo valicava nei pressi di Vicum Novum, nel territorio di Trebula Mutuesca (l’attuale Monteleone Sabino), superandolo con un ponte. Dopo aver attraversato gli Appennini, prima del 98° miglio, viene indicato un ramo verso Interamnia (Teramo). Queste indicazioni suggeriscono il passaggio attraverso il territorio di Amiternum (San Vittorino, in provincia dell’Aquila) da dove la via poteva superare il difficile tratto montano, sfruttando sicuramente la possibilità offerta dal Passo delle Capannelle e dalla valle del Vomano, che consentivano un più agevole transito dell’Appennino verso la costa.

Presso Amiternum, racconta Catone, sorgeva il primo stanziamento sabino, da dove i Sabini invasero l’agro reatino e conquistarono la città di Kotulia (nei pressi dell’odierna località Terme di Cotilia). La priorità di questo tratto è da collegarsi alla necessità di un rapido transito della vallata dell’Aterno, in relazione al problema dell’approvvigionamento di sale da parte di popolazioni la cui economia si basava prevalentemente sulla pastorizia; già per l’epoca regia abbiamo notizia di un trattato tra Romani e Sabini per il rifornimento dalle coste tirreniche.
Sicuro indizio di tale itinerario si trova nel tracciato della Salaria riportato nella Tabula Peutingeriana (copia medioevale di un itinerario del IV secolo d.C.) dove, all’altezza di Interocrium (Antrodoco), è segnalato un diverticulum che raggiunge Amiternum attraverso le successive località di Fisternas, Forulos, Pitinum e Prifernum (queste ultime due località vanno in realtà assegnate alla via Claudia Nova, che verrà tracciata nel 49 d.C.). In effetti la posizione di Interocrium costituiva un conveniente punto di accesso per la penetrazione verso Est, attraverso la valle fluviale segnata dal Rio Repelle, tributario del Velino, che marca un passaggio obbligato attraverso impervie gole montane.

L’identità di percorso con la Salaria è supportata, inoltre, da un’iscrizione, rinvenuta “presso i ruderi di Amiternum”, menzionante un santuario della dea Feronia posto ad 1 miglio e 210 pedes da una “via poplica campana”. La distanza di 1210 pedes dal presunto luogo di rinvenimento, nel territorio di Coppito, coincide pressappoco con la linea del tratto Amiternum-Foruli. Se si considera che Campana, era chiamata la via che da Roma, lungo la sponda settentrionale del Tevere, conduceva ad campum salinarum, è interessante sottolineare lo stretto legame che doveva esistere tra la via Campana, considerata come la prosecuzione della Salaria da Roma verso la costa tirrenica e la via poplica campana, costituendo quest’ultima la prosecuzione della prima in area sabina.
Dopo la conquista del 290 a. C., la via fu prolungata, fino alla costa adriatica con il nome di Caecilia sfruttando anche in questo caso tracciati utilizzati in epoche protostoriche dalle popolazioni locali per rifornirsi di sale dalle coste, costituendo un unico sistema con la più famosa Salaria.
L’allestimento del settore appenninico adriatico, sebbene verosimilmente ricalcasse anch’esso un tracciato di epoche precedenti a causa dei forti condizionamenti orografici degli attraversamenti, delineò l’assetto della Cecilia in un’unica opera. L’unità topografica e funzionale dell’asse viario tirrenico con il settore orientale dello spartiacque appenninico è anche suggerita dalla probabile necessità di uno sfruttamento delle saline adriatiche nel momento in cui le saline di Ostia, a seguito delle nuove occupazioni, potevano non essere più sufficienti al fabbisogno dello stato romano. Tale ipotesi è confortata dall’esistenza di toponimi e fonti che attestano la presenza di saline lungo la costa del versante adriatico: in alcuni terreni del comune di Cermignano, sulla destra del Vomano, sono localizzati i toponimi “Salara” e “Piani della Salaria” mentre la Tabula Peutingeriana (VI, 19) testimonia sulla costa una località Salinas; ancora nel 936 d.C. è documentata l’esistenza di una salina presso la foce del Vomano. Il ricordo della primaria funzione commerciale di via attraverso la quale i Sabini si rifornivano di sale, privilegiò in seguito il nome Salaria rispetto a quello istituzionale.
La sistemazione unitaria della strada è dunque storicamente circoscrivibile all’ambito cronologico che vede nel 293 a.C. la conquista di Amiternum da parte del console Sp. Carvilius e il successivo processo di acquisizione dei territori piceni che, passando attraverso la trasformazione di Interamnia Praetuttiorum in sede di un conciliabulum romanorum nel 290 a.C., culminò con le deduzioni coloniali di Hatria e Castrum Novum. In effetti, Teramo, fondata su una lingua di terra compresa tra due fiumi, nel punto in cui il passaggio attraverso
l’Appennino sfociava nella valle del fiume Tordino, costituiva un importante nodo strategico, consentendo un rapido e sicuro accesso alla costa.
Poiché le fondazioni coloniali prevedevano, nell’ambito dell’organizzazione o ristrutturazione del territorio appena assorbito, anche la creazione di infrastrutture e la sistemazione di assi viari che potessero garantire un controllo rapido e diretto sulla nuova occupazione, da realizzare nell’arco di tempo immediatamente successivo, appare oltremodo ragionevole l’ipotesi che identifica il costruttore della via con il L. Caecilius Metellus Denter, console del 284 a.C.
Quasi due secoli dopo un L. Caecilius Metellus pose il suo nome su un cippo che indicava la distanza di 119 miglia da Roma, corrispondenti ad Interamnia, rinvenuto nel 1823 a S. Omero, presso S. Maria a Vico, nella contrada Vallorino. Il L. Caecilius Metellus Q. f. , il cui nome compare sul miliario di S. Omero fu identificato con il console del 117 a.C. Diadematus e messo in relazione con l’epigrafe di Porta Collina, determinando l’erronea datazione dell’apertura della Cecilia allo stesso anno. Tuttavia, la modesta valenza celebrativa della pietra su cui è incisa l’indicazione delle miglia suggerisce il carattere “locale” dell’intervento, sia pure solo nell’intento di ribadire una continuità d’interessi familiari sulla strada.
Sebbene esista la possibilità, in base ad alcune notazioni di carattere paleografico, di rialzare la datazione dell’epigrafe di Porta Collina all’ultimo ventennio del II secolo a.C., la datazione dell’iscrizione in età sillana, tra il 90 e l’80 a.C., meglio si adatta alla riorganizzazione territoriale e ai rinnovamenti urbanistici realizzati nell’Italia centrale dopo la guerra sociale, in occasione della quale anche la Caecilia dovette assumere nuova importanza. Furono probabilmente ora disposti i cospicui lavori di ripristino previsti dall’appalto pubblicato. La datazione dei miliari LXXXIII, CIIII e CXIIII agli anni compresi tra il 367 e il 375 d.C., durante l’impero di Valentiniano, Valente e Graziano, testimonia il rinnovato interesse che la via rivestì nella seconda metà del IV secolo d.C. anche se non bisogna dimenticare che, in quanto moles necessariae, le strade erano motivo di orgoglio imperituro e i miliari, soprattutto nel basso Impero, sfumarono la loro primaria funzione di indicatori viari per assumere quella di testimoni della partecipazione e della munificenza dei regnanti che, legando il proprio nome non solo alla costruzione della via ma anche ad interventi di restauro o anche soltanto al rifacimento dei miliari stessi, ne fecero efficaci strumenti di propaganda.

Giulianova, Statale 80; il ponte è posto a circa 4 metri sotto il livello della viabilità attuale. Archivio fotografico Archeoclub - Sez. di Giulianova
 
Il tracciato dell’antica via Cecilia rimase in uso evidentemente a fasi alterne, strettamente collegate agli eventi storici dei territori attraversati e sopravvisse continuando a costituire un importante asse di comunicazione tra i due versanti creando, insieme al tracciato della via Claudia Nova, una vitale rete di comunicazioni tra le diocesi di Rieti, Amiterno e Forcona; il suo utilizzo è ancora testimoniato per il XIV ed il XVI secolo della nostra era.
Tutto il percorso, da Roma all’Adriatico, è marcato da un rilevante susseguirsi di evidenze archeologiche:
in particolare i miliari che, sebbene d’epoche diverse, consentono un coerente calcolo delle miglia e i ponti.
Dopo aver superato Reate, la Cecilia raggiungeva Interocrium presso il LXII miglio da Roma. Proseguendo verso Amiternum, all’altezza del moderno paese di Vignola, la via incontrava il miliario LXVII. Più oltre, passato il paese di Sella di Corno, cade il miliario LXXII; il fusto di colonna sul quale è incisa tale distanza è conservato nella piazza del paese e riporta un’iscrizione che riguarda alcuni lavori di restauro, effettuati da Valentiniano, Valente e Graziano, negli anni tra il 367 e il 375 d.C. Prima di raggiungere il probabile sito di Foruli (Civitatomassa) la strada passava sul cosiddetto Ponte Nascosto, ad arco semplice e costruito con blocchi squadrati, messi in opera senza legante e databile, secondo alcuni, tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C. Tra le miglia LXXX e LXXXIII la via passava “in Amiternina civitate”. La distanza di 83 miglia compare su un miliario rinvenuto “prope Aquilam in S. Eusanii”, anch’esso dell’epoca di Valentiniano, Valente e Graziano, oggi perduto ed assegnata ad Amiternum da una notizia del Martyrologium Hieronymianum, dove, il 24 luglio, si ricorda il natale di S. Vittorino celebrato “in Amiternina civitate octogesimo tertio milio ab urbe Roma Via Salaria”.
Da qui la via iniziava a risalire lungo l’Appennino attraverso il varco offerto dal Passo delle Capanelle. Le difficoltà orografiche che doveva affrontare in questo tratto sono testimoniate dai resti di ponti, indizio di frequenti cambi di versante. Fino alla località Paladini (ad ovest di Nerito) la strada correva lungo la riva sinistra del Vomano; poco oltre, la notizia del rinvenimento dei resti di un ponte, presso Aprati, segnala il passaggio sulla riva destra. All’altezza della località Corvagnola, la strada si portava di nuovo sulla riva sinistra, dove, sul Colle del Vento, è stato individuato un santuario. Qui, nei pressi dell’abitato romano situato nel Piano S. Maria, vicino a Poggio Umbricchio, cadeva il miliario CIIII, oggi conservato nella chiesa parrocchiale del paese, anch’esso attribuibile agli imperatori Valentiniano, Valente e Graziano; proseguiva poi fino al paese di Montorio al Vomano, dove furono visti i resti di altri due ponti, uno nei pressi della chiesa di S. Rocco e l’altro sotto quello moderno. La Cecilia continuava da qui biforcandosi in un doppio itinerario, funzionale alle due colonie adriatiche di nuova fondazione e riconoscibile nel plurale diverticula della linea 13 dell’epigrafe di Porta Collina. Un asse, attraverso Valle S. Giovanni (miliario CXIIII), raggiungeva Interamnia, alla quale va assegnato il miliario CXIX e seguendo il corso del basso Tordino arrivava fino a Castrum Novum. Qui, presso la SS 80, è conservato un ponte ad una sola arcata databile dalla fine del II a tutto il I secolo a.C. sulla base del grande quantitativo di anfore utilizzate per la costruzione. La struttura è ad una sola arcata a sesto ribassato con ghiera costituita da una duplice fascia di laterizi rettangolari su entrambe le fronti.
L’altro ramo della strada, proseguendo lungo il Vomano, giungeva ad Hatria, divergendo a destra all’altezza di Villa e passando per Monte Giove (miliario CXXV) e più oltre fino alla costa dove, presso la Torre di Cerrano è stato riconosciuto il porto della colonia latina.
 
Giulianova, il ponte romano è posto sul fossato occidentale di Castrum nella SS. 80, a termine di una breve sopravvivenza della lìantica via del Batino. E' a doppio arco estradossato di sesquipedali, il primo giro dei quali è crollato e si trova a circa 4 metri sotto il livello della viabilità attuale.
Archivio fotografico Archeoclub - Sez. di Giulianova

Se la via Cecilia costituiva l’asse portante della viabilità da Roma per l’Abruzzo teramano, tuttavia l’organizzazione del territorio prevedeva anche un sistema di collegamenti più funzionali al raccordo locale tra i principali centri abitati e tra gli approdi presenti sulla costa. Un collegamento tra Castrum Novum e Pinna (Penne), passante per Atri, è indicato sulla Tabula Peutingeriana; questo tracciato può essere individuato in quello che da Castrum Novum passava il Tordino e proseguiva per Guardia Vomano, probabilmente nei pressi di S. Clemente. Da qui, valicato il Vomano, proseguiva per Atri attraverso Fontanelle e da Atri a Penne attraverso Casti-lenti, dove il passaggio di un asse viario è testimoniato dal rinvenimento nei pressi di un miliario, privo dell’indicazione numerica ma di nuovo attribuibile a Valentiniano Valente e Graziano. La Tabula indica anche un percorso parallelo, tra Castrum Novum e Pinna, che passa per la mansio di Macrinum. Questa località è stata identificata con la foce del Matriuou potamoz (il Matrino), dove Strabone individua il porto (e˘piueiou) di Hatria. È interessante notare che il Matrino di Strabone, poiché “scorre dalla città di Atri”, si può identificare con uno dei corsi d’acqua che scendono dalla collina di Atri e, tra questi, il Cerrano alla cui foce sorge la Torre, costruita nel XIV secolo sulle rovine di una torre più antica, probabilmente a guardia di un territorio già anticamente deputato a scalo, come lascerebbero pensare i frammenti di ceramica apula che sono stati rinvenuti negli scavi della Cattedrale di Atri. Inoltre la distanza di 18 miglia della Tabula fino alla località Macrinum corrispondono alla distanza tra la foce del Tordino (dove è localizzato l’impianto portuale della colonia di Castrum Novum) e quella del Cerrano. Sembra che, ma la notizia è da verificare, il primo nucleo della torre fu edificato in un punto detto “Penna Cerrani”: suggestiva l’identificazione con la Pinna della Tabula Peutingeriana, che in questo modo segnalerebbe le distanze da Castrum Novum a Pinna, entrambe sedi di un impianto portuale, a seconda se il passaggio avveniva lungo la costa o, più internamente, attraverso la colonia di Hatria. Una diversa opinione identifica Macrinum con l’odierno Saline e pone la statio ad Salinas alla sua foce.

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