Giulianova, mura, bastioni, porte, viabilità - Il corso e le altre strade interne. - Abruzzo... una regione da vivere e... da scoprire.

Cerca nel Sito
Vai ai contenuti

Menu principale:

Giulianova, mura, bastioni, porte, viabilità - Il corso e le altre strade interne.

Giulianova > Le mura e i bastioni di Giulia

I nostri consigli... per le vostre vacanze.

 
Giulianova e l’entroterra del Teramano. Uliveti e vigne curati alla stregua di meravigliosi giardini, inconsueti percorsi a spasso tra borghi e paesini medievali dove immergersi nella cultura, nell’arte e nel folklore di questo “pezzo d’Abruzzo”. Sono le “Colline Teramane”. Un vero e proprio itinerario a cavallo tra mare e montagna dove a farla da padrone sono i colori caldi ed accoglienti delle nostre colline, le immagini ed il fascino dei mille “tesori” artistici da visitare: pievi, abbazie, chiese romaniche, monumenti e musei dal notevole valore storico e culturale. Ed infine i sapori più genuini della cucina teramana accompagnati dall’immancabile Montepulciano d’Abruzzo DOCG “Colline Teramane”, vino ormai celebre e rinomato in tutt’Italia e non solo.
 
GIULIANOVA. Le modifiche ottocentesche alla città acquaviviana: mura, bastioni, porte, viabilità
(Edizioni Banca di Teramo 2012)
di Ottavio Di Stanislao


XVII. Il corso e le altre strade interne
Il contrasto dell'ingegnere Forti con il comune di Giulianova non si limitava solo ai tracciati della consolare e della distrettuale. In quello stesso periodo si palesarono anche diversità di vedute per ciò che atteneva ai lavori da eseguire sulla strada del corso. O meglio, si scontrarono due modi diversi di intendere la priorità delle opere da eseguire nella città.
Nel 1826 il decurionato aveva deliberato di rifare il selciato del corso, con l'occasione si voleva anche eliminare, richiudendole, le fosse esistenti lungo la stessa via dove, per una consuetudine secolare, si era soliti conservare il grano.
La strada del corso, la principale arteria della città era ridotta malissimo, addirittura «non si puoi battere ne nei buoni e ne nei cattivi tempi a motivi dei suoi guasti e delli depositi di acque lorde che restano nelle fogne con gran pregiudizio della nostra salute» (1).
Non esistendo un condotto per raccogliere le acque meteoriche, queste scendevano impetuosamente dalle strade provenienti dalla parte più alta della città, trasportando terra e detriti sulla sede stradale del corso rendendo la così difficilmente praticabile. Per tale motivo si era pensato di costruire dei "chiavi cotti" in corrispondenza delle vie superiori in modo da condurre le acque piovane al di là del corso. Era stata fatta la gara e c'era stata l'aggiudicazione, occorreva l'approvazione dell'intendenza che richiese il parere dell'ingegnere Forti.
Questi non limitò le sue osservazioni alla perizia e agli atti di gara, ma entrò nel merito delle soluzioni scelte dal decurionato di Giulianova criticandole radicalmente. Anzitutto notò che per la chiusura delle fosse da grano conveniva cercare la mediazione con i proprietari e non agire d'imperio, inoltre la soluzione dei chiavi cotti poteva essere valida per le strade esterne, convogliando l'acqua in aperta campagna, ma non in un centro abitato; infine riteneva più utile costruire un collettore lungo tutta la strada e indicava come opera prioritaria la riparazione l'antica cloaca della pubblica fontana.
All'epoca l'ingegnere Forti godeva di grande stima quale autorevole esperto in tema di opere pubbliche. Per tal motivo il suo parere era tenuto in grande considerazione dall'intendente e dal Consiglio di intendenza che infatti orientavano la propria attività politica di valutazione delle opere pubbliche provinciali, alla luce delle osservazioni espresse dall'ingegnere-ispettore. Così avvenne anche per i lavori nel corso di Giulianova, infatti il Consiglio d'intendenza invitò il de curio nato ad esprimersi sulle osservazioni di Forti.
Ciò suscitò le proteste di tutti gli amministratori di Giulianova (2) che si vedevano espropriati della propria autonomia decisionale e contestavano l'eccesso di potere compiuto dal funzionario che avrebbe dovuto limitarsi ad un controllo di legittimità sui conti e sui prezzi, mentre invece metteva in dubbio l'utilità dell'opera approvata dal decurionato proponendone un'altra come prioritaria. Inoltre le remore mostrate dal Forti rispetto all'eliminazione delle fosse per conservare il grano lungo il corso non convincevano assolutamente gli amministratori giuliesi:
 
Che non solamente non sia il miglior metodo, ne il più commendevole in buona economia quello di conservar grano nelle fosse, ave contrae inevitabilmente un tanfo di muffa e di terra, inconveniente che non si verifica ne' magazzini, come la prattica dimostra; ma che ave di quelle si voglia far uso, necessarie non sono le fosse poste lungo il corso, mentre un numero senza fine n'è posto e risparso dentro tutto l'abitato (...) le fosse della strada suddetta devono togliersi, ave il solo abuso ha potuto tollerarlo, e perciò il comune, vero padrone del suolo che occupano ha tutto il diritto di rivendicarle reclamando l'interesse pubblico (3).
 
Ma il Consiglio d'intendenza, composto da Cornacchia, Ponno e Morganti, non approvò la selciatura convessa già appaltata, ma deliberò di far eseguirne una nuova perizia per una selciatura concava in modo da raccogliere le acque al centro della strada. L'opera realizzata in questo modo, a parere dei consiglieri, avrebbe reso inutili i chiavicotti e la stessa cloaca giudicata necessaria del Forti. Inoltre veniva osservato che il comune doveva realizzare solo la carreggiata, mentre i marciapiedi erano a carico dei residenti, o "complateari"; le fosse che non erano al centro della strada potevano essere conservate e quelle che insistevano nel mezzo potevano esser spostate vicino alle case.
Nel corso del 1828 il lavoro fu eseguito dall'appaltatore giuliese Pasquale Tentarelli (4), ma ben presto le condizioni della strada tornarono ad essere assai critiche. Del resto si comprende bene come la se1ciatura consistente in ciottoli di fiume posti su letto di sabbia fosse facilmente divelta dal passaggio continuo di carri e l'assenza di un sistema per la raccolta delle acque, con la conseguenza che nel corso vi si raccoglievano anche quelle delle strade superiori, faceva il resto.
Nel 1837 il sindaco Comi chiedeva di poter eseguire nuovamente lavori sulla strada del corso perché «resa quasi impraticabile». Si riproponevano la realizzazione di chiavicotti in corrispondenza dell'incrocio con le strade provenienti dalla parte superiore, il riempimento delle fosse da grano e un nuovo manto di ghiaia nella sede stradale.
Per abbassare i costi si pensava di ricorrere al "braccio pubblico", obbligando uomini e donne a giornate di lavoro gratuiti come pure i possessori di carri al trasporto gratuito di breccia. Inoltre, anche se non esisteva nessuna norma di legge che lo prevedeva, si contava di addossare la spesa per i marciapiedi ai residenti.
Il sindaco nella richiesta all'intendente diede conto della opposizione alla realizzazione di tali opere da parte di «taluni progettisti» che sostenevano la necessità di doversi preventivamente costruire un condotto sotto la strada per la raccolta delle acque, ma poiché la scarsità delle finanze disponibili non avrebbe consentito l'esecuzione di un simile lavoro, era comunque necessario intervenire per migliorare le condizioni della strada.
Il 30 ottobre 1837 il decurionato deliberò la costruzione di un tratto di condotto dalla porta dei cappuccini alla porta marina: «servirà esso di principio alla finalizzazione del medesimo appena il comune [avrà risorse disponibili] e intanto si faccia l'imbrecciamento come cosa urgentissima ...» (5).
I lavori furono eseguiti fra aprile e luglio 1838, anche su impulso dell'intendente marchese di Spaccaforno personalmente convinto della necessità degli stessi. Questi però subirono delle modifiche rispetto agli intenti originari: infatti non furono realizzati i chiavicotti, ma fu costruito un tratto di condotto non solo verso porta marina ma anche nella parte sud del corso, con tre pozzetti di raccolta, due botti sotterranee con pozzetti, per una lunghezza di 510 palmi. Inoltre, per tutta la lunghezza della strada fu asportato il brecciame di antico deposito, furono riempite ben 127 fosse da grano, furono realizzati fossi laterali con selciato e guide di mattoni e infine fu rifatto il manto di ghiaia (6).
Ma, ad ulteriore riprova della poca utilità di tali interventi il nuovo sindaco Camillo Massei, qualche mese dopo la fine dei lavori, nel novembre 1838, chiedeva di poter procedere nuovamente all'imbrecciamento del corso, perché la strada era di nuovo invasa dal fango (7), ed analoga richiesta riproponeva nell'aprile successivo chiedendo di essere autorizzato ad imporre un turno di trasporto gratuito di breccia dalla marina a tutti i «possessori di carri a bovi, traini, ed animali da basto» (8).
Negli anni successivi, compresa l'inutilità di ricostruire il selciato, si provvedeva a rifare periodicamente il manto di breccia per rendere la strada almeno trafficabile (9).
Un regolamento comunale del 1853 che, nell'intento di salvaguardare le altre strade del paese che conservavano la selciatura, voleva limitare il traffico carrabile per quanto riguardava il carico e scarico dei cereali al solo corso - che invece era inghiaiato - incontrò l'opposizione di molti proprietari. I ricorrenti contestavano l'asserzione del decurionato che descriveva le strade interne costruite con
 
pietre fluviali raccomandate a delle guide di mattoni le quali perciò sono soggettissime a sconnessioni allorché soffrono la pressione risultante dai pesi enormi dei cani e delle taglienti ruote di questi. [Si obbiettava invece che tali strade] ... trovansi costruite nel modo il rozzo e deplorevole che possa idearsi, cioè con grosse pietre fluviali gittate quasi alla rinfusa, senza alcuna regola d'arte, e senza le assurte guide di mattoni, talmente che le ruote de cani per quanto carichi voglion supporsi non potranno mai renderle peggiori di quel che sono, giacché le dette pietre per la loro grossezza non sono soggette ne a sconnettersi ne a rompersi.
 
Veniva contestata anche l'asserzione che «la strada del corso non essendo basolato di pietra, ma bensì ricoverta di ghiaie non vada soggetto a deterioramento»; si osservava infatti che proprio tale stato imponeva la «necessità di riaccomodarsi annualmente simili strade, e riconfigurarle colla breccia, senza di che in breve tempo divengono intrafficabili» (10).
Le pessime condizioni delle strade della città, sia dal punto di vista della transitabilità che da quello igienico, sono testimoniate anche da segnalazioni all'intendente da parte di giudici regi che si succedettero nel giudicato di pace di Giulianova negli anni' 50 dell' ottocento (11).
Proprio in quegli anni era però maturata la consapevolezza che occorreva una soluzione radicale prevedendo anzitutto il completamento del sistema di raccolta delle acque e quindi una pavimentazione durevole come quella che si stava realizzando sul corso di Teramo. Fu quindi incaricato l'architetto De Maulo di predisporre il progetto che fu approvato dal decurionato sul finire del 1852 e successivamente anche dal Consiglio d'intendenza previo parere dell'ingegnere Cangiano che prescrisse di impiegare pietra arenaria dura e non calcarea.
La spesa prevista, di ben 1476 ducati, non era però nella disponibilità del comune in un solo esercizio, perciò l'anno successivo si decise di realizzare intanto il condotto per la raccolta delle acque, opera comunque propedeutica alla pavimentazione della strada.
N el procedere con la fondazione si incontrarono «antiche e profonde fosse da grano», per cui fu necessario realizzare 39 arcate a mattoni su cui mettere in sicurezza il condotto. Tali opere, non previste nel progetto originario, provocarono un contenzioso con l'appaltatore Giovanni Brattini di Tortoreto che terminò solo nel 1856, dopo che i lavori eseguiti furono "riconosciuti" da una commissione di cui fece parte anche l'ingegnere D'Amora del Servizio di acque e strade (12).
Alla prova dei fatti le caditoie sul condotto (vedi fig. 62) si rivelarono inefficaci in quanto non riuscivano a captare tutta l'acqua piovana che provocava danni alle botteghe che si affacciavano sulla strada. Per tale motivo si pensò di ovviare a tale inconveniente sostituendo tre pietre forate che coprivano i pozzetti di raccolta con griglie ad inferriata (13).
Per la pavimentazione bisognerà aspettare ancora molti anni per la scarsità delle risorse disponibili, per l'assenza di maestranze esperte in lavori che richiedevano materiali adeguati e precise cognizioni (14); e ciò nonostante la consapevolezza dell'indifferibilità dell'opera che spingeva il decurionato ad indicarla comunque come prioritaria (15).
Infatti, la selciatura del corso sarà realizzata tra il 1871 e il 1872 dall'impresa dell'ingegnere Angelo Ara di Ancona con cui il comune aveva stipulato il contratto il 10 giugno 1871. Fu impiegata pietra di Fano e Pesaro, posta in opera da selcini marchigiani. L'importo totale dei lavori fu di £. 20.117,35 (16).
 
 
59 e 60. Il corso Garibaldi in due vedute verso nord e verso sud. Nella prima, sulla sinistra, il palazzo già Ciafardoni, poi Migliori, sede comunale dal 1899; nella seconda, a sinistra, i palazzi De Bartolomei e Bindi.
Collezione privata.
 

61. 1889. Estremità nord del corso. Sulla sinistra la casa, da poco ricostruita, del violoncellista Gaetano Braga, oggi casa-museo curata dall'omonima Associazione Culturale. La foto è del fotografo giuliese Andrea Acquaviva, amico dell'insigne artista. Si nota la prima pavimentazione realizzata nel 1871.
Foto conservata dal sig. Giulio Braga, discendente del musicista.
 

62. Caditoie, selciati e paracarri ancora visibili fino ad alcuni decenni addietro.
In particolare in alto a sx una caditoia in pietra risalente alla metà dell'800.
Immagini tratte dal libro: G. Brino, a cura di, Colore e arredo urbano - Giulianova, Comune di Giulianova, 1984, pp. 47-48.
 
 
XVII. Note
---------------------------------------------------------------
 
(1) Il selciato sul corso, o "strada interna" era stato realizzato nel 1813, in occasione del passaggio del re ed era così descritto dall'ingegnere Carlo Forti: «... ciottoli di fiume battuti sopra un letto di arena fra un compartimento di mattoni in coltello disposti a quadri di sei palmi di lato, e questi divisi in triangoli per mezzo delle diagonali (...) quei lavori erano di una necessità assoluta perché l'antico selciato della strada interna formato di grosse pietre fluviali, senza guide, era stato messo sossopra dal passaggio continuo di carriaggi mercantili ed era ridotto ad una vera sassaia». A.S.T., Intendenza francese, b. 41/B, fasc. 828.
 
(2) Vincenzo Ciafardoni, allora consigliere provinciale, così scrisse all'intendente: «... è molto conosciuta la persecuzione del sig. Forti verso del nostro comune, mentre brama di toglierci intieramente il commercio e la luce del sole benanche se potesse». Il decurionato nella deliberazione di risposta all'intendenza lo accusò di «... nuocere al benessere di questi abitanti, essendo nemico fierissimo di questo Pubblico, al quale ha già recato i maggiori danni ...». A.S.T., Intendenza borbonica, b. 453/A, fasc. 8.
 
(3) Ibidem.
 
(4) Questa la descrizione dell'opera: «Selciato di ciotoli di fiume atterrati, di coda ½ palmo, di superficie non maggiore di once quattro nel vertice, battuti sopra un letto d'arena di once quattro d'altezza, fra riquadri di mattoni in coltello di palmi otto in quadro, di lunghezza palmi 1.026, larghezza palmi 12. Sono palmi superficiali 12.312, pari a canne 190 e palmi 52 a Ducati 1:20 la canna compreso lo scomponimento del selciato vecchio importa ducati 228:97». Ibidem.
 
(5) A.S.T., Intendenza borbonica, b. 453/B, fasc. 13.
 
(6) L'ingegnere Nicola Cocchia, del Servizio di acque e strade nella «Misura dei lavori occorsi per la costruzione della strada del corso del comune di Giulia» del 29 luglio 1839 così descriveva il condotto praticabile per le acque: «Fabbrica a pietre rivestite a mattoni con malta di calce pozzolana del corpo del condotto di lunghezza palmi 510, larghezza palmi 6, 1:20 altezza dal piano della fondazione a quello dell'estradosso della volta 4,75 ...». Il decurionato, a fine lavori, nel «Dettaglio delle spese erogate per la costruzione della strada del corso e di quella da porta marina a porta cappuccini» riconosceva che le maggiori spese erano dovute: «... al riempimento di 127 fosse (...) all'abbassamento prodigioso della strada che ha prodotto una spesa di cento e più ducati, alla necessità di prolungare l'acquedotto da porta cappuccini fino alla strada di S. Francesco della lunghezza di palmi 216, perché creduto indispensabile all'incanalamento di tutte le acque sporgenti dalle strade sovrapposte ...». Per i lavori di «sterramento e riempimento delle fosse» furono impiegati uomini e donne per 2492 giornate lavorative, per i lavori di fabbrica furono necessari 217 giornate lavorative di muratori. Ibidem.
 
(7) «... mentre nel consolidarsi col passaggio del rotaggio e della gente a piedi il brecciale è rimasto sul fondo e la parte terre a al di sopra per cui in occasione delle pioggie forma un ghiosa [sic] peggiore di prima». Ibidem.
 
(8) Ibidem.
 
(9) Il 19 ott. 1843 il decurionato deliberava: «Ristaurazione della strada del corso (...) il decurionato è di avviso farvi rispandere sulla strada del corso novanta carrate di breccia fina [da prendere nel fiume Tordino con piccola miscela di arena] Questa breccia dovrà rifondersi dopo tolto lo strato terroso alla superficie ...». A.S.T., Intendenza borbonica, b. 454/ A, fasc. 21.
 
(10) Secondo gli oppositori del provvedimento erano invece le strade "basolate" con pietre, in quanto più durevoli, a non aver «bisogno di accomodo che dopo l'elasso di più anni». Secondo i reclamanti non esistevano altri casi di limitazione del traffico rotabile ad alcune vie: «Le strade degli altri paesi, ed in particolare quelle di Teramo smentiscono chiaramente la teorica artistica del decurionato di Giulia, giacché a mal grado di essere costruite con piccole pietrucce e con guide di mattoni, sono tutte soggette al passaggio della ruota, ed in particolare de grandissimi carretti napoletani con forti carichi condotti da quattro e cinque cavalli (...). Le strade della capitale basolate con durissime pietre del Vesuvio ànno [sic] pur bisogno di accomodo ed a malgrado che costino tesoro non ve ne è alcuno ove sia impedito transitare coi carri; solamente in Giulia ove l'unica risorsa è quella del commercio, si vede uscire fuori un'ordinanza che inibisce il transito della ruota sopra strada ...». A.S.T., Intendenza borbonica, b. 717.
 
(11) Sul finire del 1852 così scriveva il regio giudice D'Amore: «Quando piove le strade interne di questo comune fanno schifo e paura (...) la prego avere la degnazione disporre che la breve traccia di strada che dal corso mena a questo Giudicato Regio sia riattata maggiormente nell'interesse della Brigata di Pubblica Sicurezza a cavallo che correrebbe gravi rischio una a' cavalli. V'à poi tutta la strada del corso che ad ogni leggi era pioggia si rende intraficabile pel tanto loto che si addensa. La pregherei disporre la riattazione della sopradetta strada che dal corso mena in questa casa comunale e Giudicato regio e che due spazzatori autorizzati nettino in ogni settimana ambedue le anzidette strade. Le sommetto ancora che anche la Distrettuale che da sotto il c.d. Archivio mena in questo Comune è orrendamente impraticabile pel fango». A.S.T., Intendenza borbonica, b. 454/C, fasc. 32. Quasi un anno dopo il nuovo giudice Guarino denunciava «... intorno alla squallida luridezza delle strade interne di questo paese, e per cui gran detrimento ne viene alla pubblica salute, atteso anche il vagamento di porci, Le manifesto che per nulla questo I eletto cura cosiffatto importante ramo di urbana polizia, non ostante più volte analogamente gli si fosse favellato. Prego quindi la sua giustizia a compiacersi emettere disposizione a impedire e far cessare così fatti inadempimenti». A.S.T., Intendenza borbonica, b. 455/A, fasc. 33.
 
(12) A.S.T., Intendenza borbonica, b. 455/A, fasc. 34. Ho creduto opportuno riportare in appendice (G)
ampi stralci del progetto De Maulo.
 
(13) Infatti l'11 dicembre 1857 l'assise civica così deliberava: « il decurionato trovando di stretta necessità doversi dalla strada del corso togliere le pietre forate addette ad adunare le acque piovane che vanno a scaturire nelle cloache perché non possono riceverle tutte ed è causa che l'acqua inonda la strada introducendosi la volta nelle botteghe, perciò ha deliberato ad evitare tale inconveniente di farsi costruire delle ferrate nel numero di tre coi rispettivi coperchi di rovere ...» A.S.T., Intendenza borbonica, b. 455/B, fasc. 43.
 
(14) Nel gennaio del 1856 il sindaco Cavarocchi chiedeva di poter rivolgersi a «un tal Schiavoni di Ascoli adibito anche per la costruzione del corso di Teramo, espertissimo in si fatti lavori», ma il Consiglio di intendenza era invece dell'avviso che bisognava avvalersi «de' muratori del nostro Regno». A.S.T., Intendenza borbonica, b. 455/A, fasc. 39. Pochi mesi dopo il nuovo sindaco De Dominicis ribadiva la necessità che la nuova pavimentazione doveva resistere al traffico di pesanti carri, «ad esempio delle città del vicino Stato Pontificio che, bisogna pur confessarlo, ci va innanzi in opere di civiltà». A.S.T., Intendenza borbonica, b. 455/B, fasc.40.
 
(15) «... la strada del Corso di questa città quantunque si fosse la principale per essere più di tutte le altre trafficata, per esser la più comoda e più adatta al passaggio e per formare il punto di riunione di questi amministrati, pure vedere a tal punto deperita che riportare ad altro tempo il richiesto lastricato sarebbe una grave colpa, un imperdonabile errore di questo consesso: la stessa difatti oltre all' essere indecorosa per una città di commercio qual si è Giulia, in cui di continuo pervengono forestieri, essendo ormai in tutto rovinata, rendesi anche inaccessibile in tempo di pioggia, perché addivenuta in modo fangosa che faria meglio passeggiare su campo coltivato. Arrogasi a tutto questo il fango che quivi formasi misto a rimasugli di sostanze organiche che trascinate dalle acque piovane vi arrivano eziandio dalle strade superiori, fangose anch'esse con altre immondezze di ogni genere potrebbe riuscir pregiudizievole alla pubblica salute, tanto più che la suddetta strada non può essere nettata in qualsivoglia maniera. Si potenti ragioni muovevano più di una volta questo decurionato medesimo a deliberare un tale importante lavoro da fare pur anche redigere perizia da questo architetto signor De Maulo fin dal 1856, ma poi per altre spese di più forte urgenza ne dovea posporre l'attuazione, il che però oggi per danni sempre progredenti si è reso tanto necessario da doversi preferire ad ogni altra opera. Nella considerazione che il selciato da costruirsi dovendo resistere al continuo passaggio di ogni sorta di legni, ma quel che più dei carri carichi, il qual passaggio non può ne deve essere impedito, essendo il commercio la maggiore risorsa di questi amministrati, fa mestieri che sia fatto molto solido, duraturo, e perciò uniforme alla citata perizia ...» Ibidem.
 
(16) Il 17 giugno 1872 il Consiglio comunale approvò la relazione della commissione incaricata del collaudo delle spese per la selciatura del corso. Fra capostrada e marciapiedi furono pavimentati 2.157, 85 mq; furono realizzati tratti di fognatura nei diversi incroci e fabbricati diversi tombini e bocche di lupo. Le bocche dei tombini furono chiuse con 40 lastre di pietra forate. A.S.T., Prefettura 11/9 serie II, Giulia, b. 2, fasc. 7.
 
Torna ai contenuti | Torna al menu