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La città costruita. Il belvedere ela piazza Vittorio Emanuele

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Giulianova è dotata inoltre di un attrezzatissimo porto peschereccio e turistico la cui origine risale al 1913, sede di un importante mercato ittico dove in ogni momento della giornata è possibile “assaporare” il profumo del pesce appena pescato. Caratteristiche sono le manifestazioni folkloristiche e gastronomiche di rilevanza regionale e nazionale con feste patronali molto care alla tradizione popolare locale. Si comincia con la Festa della Madonna dello Splendore nel mese di Aprile con la caratteristica processione lungo le vie cittadine per arrivare nel pieno dell’estate, in agosto, a celebrare la festa in onore di Maria SS. del Portosalvo con la famosa e suggestiva processione sul mare che culmina con l’impareggiabile spettacolo dei fuochi d’artificio sempre sul mare. Chiude l’ampia rassegna, la festa che si celebra nel mese di settembre, in onore di Maria SS. dell’Annunziata.
 

Edifici storici a Giulianova:
Il belvedere e la piazza Vittorio Emanuele II (Piazza della Libertà)

Il belvedere e la piazza Vittorio Emanuele. La città costruita
Nato nei postremi anni del periodo borbonico con la prima e parziale sistemazione del “Monte”, l’ampio spazio extramurario meridionale compreso tra quella che era stata la porta urbana detta da piedi o dei Cappuccini e il quattrocentesco bastione posto nell’angolo sud-ovest, chiamato di San Francesco, nel corso del decennio successivo all’Unita d’Italia era assurto al rango di nodo urbanistico di una Giulianova che, soprattutto dopo l’inaugurazione nel 1863 della ferrovia e della stazione, stava aprendosi con sollecitudine a penetranti modifiche. L’emergenza più vistosa della piazza, chiamata Belvedere a partire dal 9 maggio 1871, era senz’altro, e lo sarebbe rimasto per tutto il corso del XIX secolo, l’imponente complesso cinquecentesco dei Minori conventuali. Adibito all’indomani dell’estromissione dei frati, effettuata nel 1811 per effetto delle leggi di soppressione delle corporazioni religiose promulgate da Murat, a sede dell’ufficio della ricevitoria dei demani, della Giudicatura, della caserma della gendarmeria e a scuola, l’ex convento dal 1863 veniva in parte utilizzato come Casa municipale e in parte per le esigenze del Giudicato mandamentale e dei carabinieri. All’Arma competevano anche due stanze al pianterreno, dove gli altri ambienti esistenti erano utilizzati per la scuola maschile e per il macello mentre ulteriori sei vani, di proprietà comunale, erano stati dati in affitto. Al lato opposto, lungo la cosiddetta ed assai ricercata “linea Marcozzi”, una febbrile e precoce attività edilizia aveva fatto innalzare modeste case e qualche palazzo, come quello di Pasquale De Martiis con farmacia al pianterreno alla quale nel 1879 il dinamico speziale avrebbe aggiunto lo stabilimento chimico. Quasi al centro della “linea Marcozzi” si innalzava la piccola cappella di famiglia intitolata a San Gaetano, voluta dall’ingegnere Gaetano de Bartolomei in ricordo della zio Angelantonio e il cui progetto, abbozzato l’11 novembre 1868 da Raffaello Pagliaccetti, era stato eseguito nel 1876 sotto la direzione dell’architetto teramano Giuseppe Lupi, che aveva apportato alcune modifiche al disegno originario.

Proprio in quello stesso anno 1876, il 13 ottobre, il Comune, che con il Regolamento di ornato pubblico del 1870 e con quello edile del 1875 aveva evidenziato la volontà di modellare le trasformazioni secondo una disciplina normativa che ne dettasse limiti e condizioni ispirati a criteri estetici e funzionali, dopo aver incentivato nel 1871 l’edificazione del lato nord della piazza prevedendo la cessione gratuita del suolo pubblico, e deciso nel 1873 di procedere al livellamento della piazza stessa, deliberava la demolizione della sacrestia della chiesa di San Francesco, un tempo annessa al convento minorita, per favorire la comunicazione diretta tra il centro cittadino e la piazza Belvedere. E sempre nel 1876, ma a marzo, aveva ceduto a Gaetano de Bartolomei, intenzionato a costruire un edificio con fronte porticato, un tratto del vicino e cadente muro di cinta acquaviviano. Effettuata la perizia e stipulato il 12 settembre il contratto con l’imprenditore e ≪proprietario≫ Nicola Galantini, nel maggio 1879 veniva cosi completato lungo la linea nord della piazza, per un importo pari a 2205,74 lire, il portico de Bartolomei, tra gli emblemi del processo edilizio in atto. L’altro e vistoso esempio di questo processo di rapida urbanizzazione era l’edificio che Vincenzo Trifoni aveva fatto edificare una volta ottenuto dal Consiglio comunale, il 18 maggio 1877, il relativo atto di concessione con permesso di poggiare la sua ≪fabbrica≫ al portico de Bartolomei in fase di costruzione. Ed un nuovo immobile, di proprietà di Giovanni Trifoni, sarebbe sorto intorno al 1879 all’angolo sud-ovest, in luogo del bastione di S. Francesco, aggiungendo cosi una tessera ulteriore, diciamo cosi, alla definizione del nodo urbanistico rappresentato dalla piazza. A completare questa sorta di mosaico erano, all’estremo lato sud-est della piazza, l’elegante palazzo Orsini innalzato nel 1873 alla fine di via del Sole, già strada dei Cappuccini, che ospitava al pianterreno il caffe della famiglia e al piano superiore, a partire dal 1874, il Circolo dell’Unione, nonché quello, imponente, realizzato intorno al 1884 nella parte opposta da Berardo Cerulli.
 

    

E sarà ancora il Cerulli che in seguito provvederà alla costruzione di un terrazzo, con solido muro di contenimento nella estrema parte orientale del Belvedere, a ridosso della scarpata, munito di una elegante balaustra in ferro fornita, al prezzo di 2 mila lire, dalla ditta anconetana di Raffaele Jona e preferita a quella su artistiche colonnine marmoree inizialmente concepita. Quanto al complesso ex conventuale in cui aveva sede il Municipio ma non più la caserma dei carabinieri, traslata nel poco distante immobile di Camillo De Luca, proprio in occasione del livellamento della piazza gli amministratori si erano posti il problema del malridotto muro della parte frontale che comprometteva pesantemente il decoro dell’emergenza cittadina di maggior prestigio. Per cui, accogliendo solo parzialmente un primo progetto steso da Gaetano de Bartolomei nel 1873 che velleitariamente prevedeva anche interventi negli ambienti interni per destinazioni commerciali, si procedeva alla demolizione delle vetuste mura esterne. Gli interventi per la riedificazione della parte frontale, conformi al nuovo progetto approntato nel 1877 da Gaetano de Bartolomei con parziale modifica di quello precedente e di un altro redatto il 22 febbraio 1875, consentivano di dotare la Casa comunale, che peraltro a partire proprio dal 1877 ospitava sotto le volte a botte della sala consiliare il teatro cittadino, di un ampio e quasi sontuoso ingresso sulla piazza. Grazie al mutuo di 34 mila lire, concesso con decreto del 3 agosto 1882 su richiesta del sindaco Gaetano De Maulo, si poteva procedere ad ulteriori lavori sulla piazza che veniva abbellita con la messa a dimora, sulla terrazza del Belvedere, di piante ornamentali e dotata di sistema di illuminazione a petrolio, su lampioni a palo, in sostituzione dell’impianto a lucellina.
 
Ma fondamentale, per fare della piazza il salotto buono della citta, era quel monumento a Vittorio Emanuele II che l’amministrazione comunale aveva deciso di realizzare il 31 dicembre 1880 per testimoniare ≪la riconoscenza indelebile al gran re dell’Unita≫ accolto il 15 ottobre 1860 a Giulianova, prima citta dell’ancora Regno delle Due Sicilie ad aver ospitato il monarca sabaudo. Il monumento era stato commissionato ad un illustre scultore giuliese ormai di fama internazionale, Raffaello Pagliaccetti, che il 24 gennaio 1881, accettando l’incarico, scriveva una commossa lettera esprimendo al sindaco De Maulo, all’amministrazione comunale e ≪all’intero Paese≫ natio la sua gratitudine. La prima pietra, con la pergamena a firma del Municipio, del Comitato promotore e dello scultore nella quale si ribadiva come l’opera dovesse fissare ≪a imperitura memoria≫ il ricordo del re che con il suo memorabile ingresso aveva liberato le province del Mezzogiorno ≪dal dispotismo borbonico≫, veniva interrata tra l’entusiasmo popolare il 20 settembre 1889, quando ormai da un anno il ventenne Giulio Federici era subentrato al padre Andrea, venuto a mancare il 27 aprile 1888, nella gestione dell’albergo realizzato all’angolo tra via del Sole e l’estremo limite meridionale di piazza Belvedere. Il 5 dicembre successivo Gaetano De Maulo, che da tempo era tornato alla sua professione di ingegnere, presentava al sindaco Francesco Maria Ciafardoni una relazione tecnica, su preventivo di spesa di 133,34 lire, relativa agli ≪accomodi≫ da farsi alla Sede comunale che oltre alle infiltrazioni d’acqua presentava molteplici e pericolose lesioni strutturali. Dopo quella del 1889 il sindaco Ciafardoni, che nel 1890 aveva affidato all’ingegnere anconetano Attilio Pignocchi il progetto per la sistemazione e l’abbellimento della piazza Belvedere e per la conduttura dell’acqua potabile, riceveva nel 1891 una seconda relazione, egualmente grondante di toni preoccupati, a firma di Vincenzo Sarti, tecnico del Genio civile.
 
Il Sarti attribuiva il rapido e progressivo deterioramento dell’edificio al cedimento delle fondazioni, in particolare quelle del muro perimetrale sul lato della piazza, a causa dai lavori di sterro praticati alla base, nonché agli squilibri dovuti all’assenza di solidi contrasti come conseguenza delle demolizioni delle antiche mura. Non e perciò sorpresa che nel 1893 gli uffici comunali, insieme con quelli giudiziari e la scuola, venissero precipitosamente sgomberati a seguito del crollo di alcune volte, donde la ricollocazione della sede municipale su piazza del Mercato, l’attuale Dante Alighieri, nel palazzo di donna Irene Antolini, vedova di Concetto e madre del sindaco Francesco Maria Ciafardoni. Nel corso di quegli anni s’era intanto srotolata l’infelice vicenda relativa ai rapporti tra il Pagliaccetti e la committenza pubblica: un florilegio di arbitri e inadempienze contrattuali che inevitabilmente si erano riverberati sul monumento, con un basamento risultato alla fine difforme rispetto al bozzetto iniziale, non meno che sul celebre scultore, cosi amareggiato per il ‘tradimento’ artistico consumato ai suoi danni da rinunziare persino alle 5 mila lire pattuite per l’incarico. Sicché quando il 26 agosto 1894, a mezzogiorno, si procedeva, presenti tra gli altri il rappresentante di re Umberto con i ministri dell’Interno e della Pubblica istruzione, allo scoprimento della statua in una piazza per l’occasione chiusa al lato sud da un elegante padiglione e messa in alta toletta con i lavori diretti dall’ingegner Pignocchi, ad essere assente era proprio Raffaello Pagliaccetti, che sdegnosamente aveva rifiutato di partecipare anche al sontuoso banchetto di 150 coperti allestito per la sera da Giulio Federici nel palazzo del sindaco al quale quattro anni dopo, il 16 dicembre 1898, giungeva la provvidenziale concessione di un mutuo di oltre 72 mila lire con cui sopperire anche alle spese, assai ingenti, relative al monumento.
 
Benché sortita da una vicenda poco edificante, e che avrebbe spinto il Pagliaccetti a candidarsi nelle elezioni del 1899 riversando nel suo ruolo di consigliere d’opposizione un forte impegno civile ma pure un certo revanscismo nei confronti del sindaco Ciafardoni per la questione ancora bruciante del monu-mento, la colossale statua bronzea, alta quasi quattro metri per trentacinque quintali di peso, signoreg-giando quella piazza immor-talata negli scatti del cese-nate Agostino Lelli Mami, fotografo amatoriale e socio del Touring Club Ciclistico, sceso nel 1897 in velocipede dalla sua Romagna per un tour estivo sulla costa abruzzese, era comunque ≪d’inappuntabile perfezione≫ come veniva sostenuto ne La Patria, un’opera di non modesta portata che proprio nel 1899 usciva con il volume di Gustavo Strafforello sugli Abruzzi e Molise. Scontato quindi che il consiglio comunale del 19 aprile 1900, dando avvio alla “rivoluzione” toponomastica adagiata su evocazioni savoiarde e risorgimentali, decidesse unanimemente di intitolare a Vittorio Emanuele II la piazza che pero, pur recando il nome del gran Re, l’anno seguente appariva ai redattori del combattivo periodico locale “Il Fuoco” addirittura ≪un letto di fiume≫. Tra le questioni da risolvere per assicurare dignità e decoro al nodo urbanistico fondamentale di Giulianova, oltre alla manutenzione degli ampi spazi della piazza e del Belvedere, anche un più adeguato sistema di illuminazione e l’eliminazione dello sconcio spettacolo offerto dall’imponente edificio ex conventuale che i crolli avevano ormai disfatto. Per cui il sindaco Ciafardoni, anche con lo scopo di lenire la dilagante disoccupazione, aveva affidato ad alcuni marinai rimasti a terra la demolizione dei ruderi del vecchio municipio e quindi stipulato, nel febbraio 1902, il contratto con il napoletano Domenico Geraci, impegnatosi a realizzare la rete idrica, e a completare l’impianto elettrico per la stagione estiva o al più entro ottobre.

Ma nel luglio 1902, quando si erano tenute le elezioni per il rinnovo del Consiglio, l’impianto elettrico ancora non era stato realizzato. Ne lo era il 12 settembre seguente, allorché la piazza ospitava, secondo una con-suetudine che aveva avuto il suo avvio nel 1888 con la Divisione Pavia, la parata di ufficiali e soldati della seconda Divisione del VII Corpo d’Armata agli ordini del gene-rale Coriolano Ponza di S. Martino per la conclusione delle manovre di campagna. I ritardi erano sintoma-tici delle difficolta della ditta affida-taria che infatti sarebbe fallita, facendo cosi svanire definitivamente ogni speranza di realizzare in tempi brevi i due progetti. Una grande capacita imprenditoriale veniva invece esibita da Giulio Federici con l’inaugurazione, l’8 febbraio 1903, del nuovo albergo ristorante Belvedere. La struttura, convenien-temente ampliata tramite l’acquisto di un immobile attiguo, metteva a disposizione dei clienti camere arredate con cura, una vasta sala da pranzo con dipinti alla pompeiana opera di un talentuoso artista locale, Clodomiro Iezzi, allievo a Roma del celebre Saverio Altamura, nonché un giardino da passeggio con un’ampia terrazza coronata da rampicanti, il tutto rischiarato da lampade ad acetilene. L’impeto efficientista del Federici, lungi dal trovare appagamento, si estrinsecava ulteriormente nel 1904 con la creazione, all’interno della sua struttura ricettiva, di un teatro, l’Eden, che a ridosso di ferragosto ospitava la compagnia di Edoardo, Luigia ed Emilio Marchesini con la rappresentazione del dramma Théodora di Victorien Sardou interpretato dalla celebre Agata Tamberlani e da Augusto Carlone ed un paio di settimane dopo, il 28 agosto, l’hotel ospitava i ciclisti delle delegazioni abruzzesi e marchigiane del Touring Club che dopo il pranzo sarebbero sfilati in piazza Vittorio Emanuele. Nel luglio 1906, dopo aver radicalmente rinnovato il teatro, il cui nome cambiava in Garden, Luigi Federici procedeva alla sua inaugurazione con un concerto della banda di Francavilla al Mare diretta da Francesco Tancredi sicché ben poteva dire il corrispondente del “Corriere Abruzzese”, in un articolo uscito il 21 luglio 1907, che l’Albergo Belvedere, grazie alle ≪cure continue e intelligenti≫ del suo abile proprietario, era senz’altro ≪all’altezza dei migliori alberghi delle grandi citta≫. Il giudizio veniva a consolidarsi con l’importante avvenimento mondano che Federici aveva organizzato il 4 agosto seguente nel Garden Theatre del suo albergo: si trattava del Barbiere di Siviglia, messo in scena con la prima donna Saffo Michelini e gli orchestrali de “La Cetra” di Teramo.





Ma ad evidenziare icasticamente la grande capacita organizzativa dell’imprenditore era il banchetto del 30 agosto 1908 da egli approntato all’aperto, nel tratto iniziale di via del Sole tra il suo albergo e il palazzo Orsini, per i 350 gitanti della Società operaia di Ascoli Piceno giunti a Giulianova con il loro presidente Silvio Meletti ed accolti festosamente dalle autorità locali unitamente ai soci della Società operaia cittadina guidata da Attilio Quercetti.
  


Il sistema di illuminazione elettrica della piazza entrava in funzione nel 1909 e faceva il paio con il contratto stipulato con l’impresa Pompeo Grossi per la costruzione, su progetto approntato cinque anni prima dall’architetto Antonio Petrignani, dell’edificio scolastico di piazza Vittorio Emanuele, il cui spazio veniva dunque sgomberato dei residui derivanti dalla demolizione dell’ex convento minorita in cui lungamente aveva avuto sede il Municipio. Con i lavori condotti alacremente sotto lo sguardo vigile del geometra Alessandro Campetti, nominato assistente ai lavori sotto la supervisione dell’architetto Petrignani, gia nel 1910, l’anno in cui il 15 ottobre veniva a celebrarsi solennemente il cinquantesimo anniversario della venuta di Vittorio Emanuele II con un lungo corteo partito scontatamente dal monumento al Gran Re, l’imponente edificio prendeva forma con i suoi stilemi liberty. Quattro anni dopo il complesso, sebbene non ultimato a causa dello scioglimento del contratto con l’impresa Grossi, e quindi privo del necessario collaudo, tuttavia diveniva ufficialmente la sede della sospirata Scuola industriale sulla quale gli interventi riprendevano nel 1917 con la stipula, il 3 aprile di quell’anno, di un nuovo contratto con il senigalliese Alfredo Angeloni. Nell’immediato dopoguerra, in una temperie resa tumultuosa dalle forti contrapposizioni politiche, la piazza assurge al ruolo di quinta scenografica delle principali manifestazioni delle formazioni di opposto schieramento.
 

E’ qui che si tiene il grande raduno socialista del 2 maggio 1920 culminato con l’apposizione, su una delle colonne del palazzo de’ Bartolomei e in un tripudio di bandiere rosse, della lapide commemorativa, su testo di Lidio Ettorre, ≪Ai proletari vittime delle guerra borghese≫. Ed e ancora qui che il 20 settembre 1922, ormai alla vigilia della Marcia su Roma, le camicie nere si concentrano in una affollata adunata per l’inaugurazione dei gagliardetti, con i discorsi dal balcone di palazzo Montebello di Giacono Acerbo, Vincenzo Camerini e Giuseppe Bottai, dando poi avvio al corteo fino alla chiesa di San Flaviano per lo scoprimento della lapide ai caduti

      

      

Nella primavera del 1922, anno in cui finalmente si aveva il collaudo della scuola, faceva anche il suo esordio il primo cinema della citta: si trattava del “Braga” realizzato da Michele Di Pietro con galleria in legno e scena per spettacoli teatrali in uno stabile posto lungo il lato sud-est della piazza a breve distanza dall’antica farmacia De Martiis che Nicola, uno dei figli di Pasquale, aveva ristrutturato inaugurandola nel gennaio del 1923 ma che di qui a tre anni sarebbe stata ceduta ad Armando Pannella. Ed il 25 maggio sempre del 1923, a segnalare come dopo la guerra fosse tornata a gemmare l’iniziativa imprenditoriale tanto nel settore artigianale quanto nel ramo commerciale, aprivano i battenti i Grandi Magazzini di mobili Braga-Giuliucci, ospitati nei locali a piano terra del Palazzo di Tito Orsini a ridosso di quel Belvedere che veniva adornato con una palma posta al suo centro mentre altre dieci, tutte acquistate dalla contessa Bonaccorsi di Potenza Picena, venivano interrate su due file parallele nella piazza Vittorio Emanuele II.



La palma del Belvedere, rimossa il 10 aprile 1924 per una serie di interventi che, eseguiti a partire dal 22 settembre, avrebbero risolto il problema dello stillicidio delle acque sulla vicina proprietà Cerulli mediante il livellamento dell’intera area e con la rettifica della pendenza, tornava al suo posto dopo il 1925. Proprio in quell’anno si decideva di effettuare, su progetto De Albentiis, una serie di costosi interventi riguardanti la prossima piazza Vittorio Emanuele II. Lavori attesi e necessari per il decoro del nodo urbano più importante della citta e luogo privilegiato delle principali manifestazioni pubbliche, come quella del 4 novembre o per le adunanze pubbliche del Regime, che pero rimanevano solo su carta e di certo non palliati dal fontanino collocato nel 1928 a ridosso del monumento. Gli interventi sulla piazza prendevano in realtà corpo dopo un paio di importanti avvenimenti che assodavano ulteriormente la centralità di questo spazio urbano, rispettivamente l’inaugurazione, il 6 ottobre 1929, della nuova agenzia del Banco di Napoli al pianterreno di palazzo Orsini, quindi, il 4 giugno 1930, la venuta dell’autotreno del grano proveniente da Atri. Proprio nell’agosto del 1930, infatti, giungeva l’atteso e a lungo reclamato parere favorevole del Genio Civile ai lavori, sicché questi, mediante il mutuo di 50 mila lire concesso dal Banco Abruzzese nel gennaio 1931, venivano appaltati il 4 febbraio seguente, precedendo di un anno l’attivazione della sezione giuliese della Cattedra Ambulante di Teramo nei locali del dottor Tito Orsini, non lungi dal Belvedere.

    

    

Dalla sua elegante e panoramica balaustra si era affacciato, nell’agosto del 1932, il noto giornalista e scrittore Ulderico Tegani definendo nel suo reportage sulla citta, ospitato un mese dopo nel periodico specializzato “L’Albergo in Italia”, ≪magnifico≫ il panorama che poteva godersi da quel ≪rettangolo spaziante che sembra in procinto di sollevarsi in piedi con i suoi palazzoni e il suo giardino e con quel suo bronzeo monumento a Vittorio Emanuele II≫. Le esigenze di decoro, estetiche e funzionali imposte dall’importanza della piazza, la principale della citta e vero “biglietto da visita” per i ≪forestieri≫ che in numero crescente affollavano Giulianova nel periodo balneare, spingevano l’Amministrazione podestarile a non rinviare oltre l’approvazione del progetto per la sistemazione delle principali arterie, specificamente i viali Umberto I e Regina Elena (oggi del Popolo e Amendola), le vie G. Mazzini e per Mosciano e la piazza Vittorio Emanuele, approntato dall’ingegner Ernesto Pelagalli il 20 gennaio 1933.

 

La sua approvazione, che prevedeva anche la costruzione di marciapiedi ≪a scopo di decoro, di estetica e di disciplina del pubblico transito≫ nonché di condutture per le acque pluvie eliminando cosi quelle ancora in superficie, si aveva il 29 settembre 1934, aggiungendosi alla di poco precedente assunzione di spesa per 20 sedili in ferro da collocare in piazza e lungo il viale Madonna ≪per comodità del pubblico≫ e, appunto, per il ≪maggior decoro della citta≫. Perseguiva invece l’obiettivo di rendere agevole e persino gradevole la connessione pedonale tra la citta alta e il Lido il progetto concepito dall’architetto Giuseppe Meo di una faraonica scalinata che attraverso due tratti, funzionali al superamento di altrettanti dislivelli, e tramite una sequenza di rampe rettilinee doppie o semplici e curvilinee, avrebbe dovuto collegare il piazzale Belvedere con la parte bassa della citta in asse con il viale Nazario Sauro, al cui prolungamento faceva intenzionalmente da sfondo.

  




 
Il progetto Meo, su un costo di 101089 lire, era assai simile alla gradinata monumentale che gli ingegneri Giuseppe Iannetti ed Ernesto Pelagalli avevano inserito nel piano regolatore generale, il primo della citta, cui stavano da tempo lavorando: sempre partendo dal Belvedere, dove i due tecnici avevano immaginato di riposizionare il Municipio utilizzando il palazzo Orsini, la gradinata sarebbe sfociata in una nuova piazza, attorniata dalla sedi delle organizzazione di regime e dei nuovi uffici giudiziaria, seguendo pero la via Fonte a Collina e rasentando il confettificio. Nonostante il progetto Meo venisse approvato il 25 maggio 1935 scatenando la reazione di Iannetti e Pelagalli, tuttavia questa scalinata sarebbe rimasta solo sulla carta, al pari dello stesso piano regolatore che veniva ufficializzato nell’ottobre successivo. A quella data erano peraltro in fase avanzata i lavori per l’Acquedotto del Ruzzo, un’opera faraonica seconda solo all’acquedotto pugliese e a quello dell’Istria. La sua inaugurazione ufficiale veniva stabilita per il 28 novembre 1936 ventilandosi la presenza di Benito Mussolini che con l’occasione, cosi almeno era stato ipotizzato dagli ambienti vicini al Duce, avrebbe visitato oltre a Teramo anche altre località della provincia, tra le quali Giulianova. Per questa ragione, una volta ultimato l’allaccio con il partitore di Bellante, il podestà Alfonso De Santis decideva di sostituire la palma posizionata al centro del Belvedere con una fontana, simbolo visibile della ricchezza idrica assicurata dal nuovo Acquedotto che avrebbe garantito alla parte urbana della citta 19,27 litri al secondo. Il progetto di Giuseppe Iannetti, che prevedeva una grande vasca signoreggiata da fasci littori stilizzati, veniva portato ad esecuzione dalla ditta Cesare Albani in tempi rapidissimi, il 20 novembre 1936. I lavori avevano comportato un costo di 27448 lire, 10 mila delle quali per il travertino fornito dalla Matricardi & Angelini di Ascoli Piceno, la stessa impresa vincitrice dell’appalto per il lungomare monumentale, mentre il sistema di illuminazione, sempre realizzato con estrema sollecitudine, era stato affidato ad una ditta egualmente ascolana e pure coinvolta nei lavori del lungomare, la SIME, Societa Impianti Materiali Elettrici. Benche atteso, Mussolini non sarebbe venuto ne nel 1936 e nemmeno nel 1937, anno nel quale pure era stata ventilata una sua nuova visita. Peraltro proprio nel 1937 i riflessi della guerra ispanica e gli sforzi economici per la “quarta sponda”, con tutto il corollario rappresentato dall’aumento dei prezzi dei materiali e dalla loro scarsità a causa delle sanzioni economiche, imponevano qui come altrove l’adozione di misure severe. Una di queste era la sostituzione della balustra in ferro del Belvedere e dell’altra, più modesta, all’inizio di Corso Garibaldi. Per questo si incaricava l’architetto Meo di studiare una acconcia soluzione che il professionista produceva il 6 giugno, proponendo di sostituire le balaustre in ferro non con un parapetto in muratura che ≪verrebbe a danneggiare la visuale della Piazza con l’occultamento della vista≫, ma con pilastrini in travertino separati da altri di muratura a cortina, senz’altro preferibili al parapetto per motivi estetici ma al contempo – argomentava ancora il professionista - in grado di assolvere egualmente alle esigenze di stabilita ≪cui devono corrispondere le nuove costruzioni≫. La draconiana misura fortunatamente sarebbe stata accantonata e pertanto la piazza accoglieva, senza alcuna menomazione nei suoi arredi, importanti gerarchi in visita . Una vera e propria mobilitazione si sarebbe avuta il 12 giugno 1938 per un ospite di assoluto riguardo, il maresciallo d’Italia e duca di Addis Abeba Pietro Badoglio, giunto in citta percorrendo via XX Settembre l’attuale Gramsci, assiepata da una folla festante con visita alla Casa del fascio, quindi al Comune e congedatosi con un discorso tenuto in piazza, all’ombra del monumento bronzeo.


Il Belvedere oggi.


Il Belvedere oggi.

Facilmente raggiungibile, Giulianova da tutte le località, grazie anche alla sua vicinanza (40 Km) all’aeroporto di Pescara, è dotata di moderne attrezzature ed infrastrutture turistiche oltre alla presenza di un’impiantistica sportiva per tennis, nuoto, vela, windsurf, bocce, minigolf, pallacanestro, calcio a 5, pattinaggio; inoltre vi è possibile praticare la pesca d’altura e subacquea. Grazie ad un nuovissimo sistema di collegamento con pontili in legno è possibile raggiungere, in bicicletta, le località limitrofe, costeggiando il mare e lussureggianti pinete.


Giulianova turistica. Ammirevole e splendente città di mare, si estende lungo la fascia costiera del Medio Adriatico per circa 5 km e ogni anno risorge tra il fiume Tordino e il Salinello sempre più energica e scintillante per accogliere con ancora più onore e impegno di tantissimi turisti che visitano Giulianova e il suo territorio.

Venirci a trovare è davvero semplice. Giulianova è nel bel mezzo d’Italia, a Nord di un Abruzzo costiero dalle innumerevoli risorse turistiche e ambientali. Giulianova si raggiunge via Autostrada A14 - uscita Giulianova, oppure in treno con la comoda stazione ferroviaria, o ancora in aereo atterrando nel moderno Aeroporto d’Abruzzo di Pescara, Giulianova è distante solo 50 chilometri.

 
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