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Cenni storici su Giulianova (Te) I passionisti a Giulianova

Giulianova > Cenni storici su Giulianova
 
 

I passionisti a Giulianova (1858-1866)
  di Giovanni Di Giannatale 
I pp. passionisti oltre al ritiro di Isola del Gran Sasso fondarono quello di Giulianova: il primo nel 1847 per interessamento del vescovo della diocesi di Penne, Domenico Ricciardone[1], il secondo nel 1858 a seguito del R. D. n. 1233 del 2/06/1854, che ne aveva autorizzato la fondazione in questi termini: “Accordiamo il nostro beneplacito allo stabilimento nel Comune di Giulia di un ritiro dei PP. Passionisti, ed all’oggetto concordiamo noi la cappella rurale quivi esistente sotto il titolo di Maria Santissima Annunziata, ed il sottoposto terreno; l’uno e l’altro alla dipendenza dell’amministrazione diocesana di Teramo, nella gestione della quale ritorneranno in caso di soppressione o di abbandono del ritiro anzidetto”[2].
Per concretizzare l’iniziativa il Consiglio comunale di Giulianova, subito dopo la promulgazione del richiamato decreto, aveva indirizzato al preposito generale della congregazione, p. Antonio di S. Giacomo, una lettera in cui chiedeva che una “una famiglia di essi Religiosi venisse istituita in Giulia nella Chiesa antichissima dedicata a Maria SS. Annunziata”, detta anche “a mare”, in quanto ubicata nel litorale adriatico[3].
La richiesta del Comune fu ispirata e caldeggiata da don Valentino Cozzi, arciprete della r. collegiata di S. Flaviano[4], il quale indicò i passionisti, perché aveva avuto modo di apprezzarne le esemplari ed edificanti virtù religiose durante la missione popolare, che predicarono a Giulianova nell’aprile del 1851[5]. Per realizzare il suo proposito, e far sì che la richiesta del Comune fosse accolta, decise di far costruire a sue spese un “piccolo Convento o Ritiro”, e restaurare la chiesa, acquistando, con il contributo anche di “altre pie persone”, un appezzamento di terreno, limitrofo alla chiesa[6], a cui il governo aveva aggiunto un altro fondo, a titolo di donazione[7].
I superiori della congregazione dei passionisti accettarono di buon grado la richiesta del Comune per ragioni di opportunità logistica, scartando altre offerte e proposte. Giulianova era un luogo comodo, perché consentiva di avere un punto di appoggio e di collegamento, per il transito dei frati dai ritiri di Recanati e Torre S. Patrizio (nelle Marche) al ritiro di Isola del Gran Sasso e a quello progettato (ma poi non realizzato) di Francavilla[8].
I lavori iniziarono nel luglio del 1854. Prima che fossero gettate le fondamenta, il p. Fausto di S. Carlo, in qualità di 2° consultore provinciale, effettuò un sopralluogo sull’area interessata insieme con l’ingegnere Pietro Quintiliani di Giulianova per stabilire la configurazione che il ritiro doveva assumere per l’uso previsto dalla regola passionista. Così scriveva il sindaco di Giulianova, Paolo Antonelli, all’intendente di Teramo in una lettera del 20/07/1854: “Quale poi possa essere la conformazione da darsi a detto Ritiro, non la conosco. So peraltro che giorni sono fu qui il Superiore di detti religiosi, il P. Fausto, e con esso portò l’ingegnere D. Pietro Quintiliani di costà, che venne incaricato da esso Superiore a formare la pianta, dopo istruito sulla ripartizione a farsi, secondo prescrivesi dall’istituto di detto Ordine religioso”[9].
Poiché il disegno prevedeva l’utilizzo di parte della chiesa per ricavarne il refettorio, alcuni cittadini, venuti a conoscenza del progetto, inviarono un esposto, datato il 23/07/1854, all’intendente di Teramo, nel quale chiedevano a quest’ultimo di intervenire tempestivamente per far sì che il “vetusto Tempio” fosse preservato da deplorevoli deturpazioni, essendo “desso l’unica e pregiata reliquia della distrutta Castro”[10]. Il consiglio comunale, al quale l’intendente si rivolse, deliberò “a pieni voti”, nella seduta del 18/10/1854, di vigilare sulla costruzione, vietando qualsiasi operazione che potesse rendere la chiesa difforme dalla sua antica struttura, in applicazione il R. D. del 16/09/1839, che poneva i fabbricati e i monumenti storici sotto la sorveglianza delle autorità amministrative[11].
Il ritiro dei pp. Passionisti (fabbricato a sinistra) della SS. Annunziata di Giulianova.
Elaborazione del prof. Sergio Censasorte
Il decurionato, tra l’altro, respinse qualsiasi modifica interna, perché, prevedendo la rimozione di alcune colonne, alle quali era legata una “tradizione popolare”, consistente nella preghiera dei fedeli tra di esse, avrebbe causato una “dispiacenza pubblica”: “Il Decurionato a pieni voti, considerando essere antica tradizione popolare che tra le colonne site nell’interno del tempio una ve ne sia consacrata, per cui questi buoni popolani costumavano orare intorno a ciascuna di esse, ed ora col venirne due nascoste per le innovazioni fatte, e da farsi, si darebbe luogo ad una dispiacenza pubblica”[12].
Il consiglio dell’intendenza, dopo aver esaminato la deliberazione decurionale, il 10/11/1854 espresse l’avviso di invitare l’intendente ad interporre “i suoi uffici presso Monsignor Vescovo e il Rettore dei PP. Passionisti, onde non si avveri alcuna innovazione nel tempio dell’Annunziata da cui potersi tornar detrimento così al culto che al decoro dell’arte antica”[13]. La chiesa venne restaurata senza subire alcuna alterazione[14].
Intanto, prima che il ritiro fosse stato ultimato, il 21/10/1858 ne presero possesso tre sacerdoti e due laici[15]. Il primo rettore fu p. Fasto di S. Carlo della provincia di Maria SS. della Pietà[16]. Dopo l’insediamento dei religiosi, il Cozzi provvide a formalizzare la donazione con atto rogato dal notaio Antonio Lelli di Giulia in data 9/02/1859. Comparve come rappresentante legale della congregazione, per ricevere la donazione, lo stesso p. Fausto. Il Cozzi come unica contropartita alla donazione chiedeva a questi di essere annoverato tra i benefattori negli “annali” della congregazione, riservando tuttavia a sé e agli eredi aventi diritto il possesso del ritiro e dei terreni fino alla concorrenza del valore dei circa tremila ducati spesi per la costruzione del fabbricato e per il restauro della chiesa: “ed ove avvenisse la soppressione del Ritiro (che Dio non voglia) possa il donante, e suoi eredi riprendersi oltre del terreno donato anche la porzione indicata di fabbricato sino alla concorrente somma circa di ducati tremila da lui spesi mediante apprezzo da farsi da probi periti agrimensori”[17].
Poiché il preposito generale ritenne che la dotazione patrimoniale non era sufficiente, invitò il sindaco di Giulianova a potenziarla. Il consiglio comunale accolse questa richiesta con la deliberazione del 28/02/1859, cedendo alla Comunità religiosa un orto dell’estensione di 1 tomolata, 2 quarte e 3 misure (pari a 65 are e 47 metri quadri)[18]. Il ritiro iniziò a prosperare, passando nel 1863 a 11 religiosi (di cui 6 sacerdoti e 5 laici professi) e nel 1866 a 12 (di cui 6 sacerdoti e 6 laici professi)[19]. Meritoria fu l’attività svolta, sotto il profilo non solo educativo e pastorale, ma anche sociale, per l’assistenza prestata ai poveri di Giulianova e dei paesi vicini[20].
Nonostante questa benemerenza, i pp. passionisti fin dal 1863 attraversarono un periodo di denigrazioni e di vessazioni perpetrate nei loro riguardi dal municipio stesso, costituito, dopo l’unità d’Italia, da liberali animati in gran parte da accesi atteggiamenti antiecclesiastici. Il contesto politico nazionale era caratterizzato da un clima di ostilità verso la Chiesa, sospettata di sostenere e favorire la reazione borbonica. Si pensi al ferreo controllo al quale fu sottoposto il clero dal ministero dell'interno e all'arresto di molti vescovi, tra i quali, a Giulianova nel luglio del 1860, quello aprutino, mons. Michele Milella, accusato di cospirazione contro il governo nazionale, prima imprigionato a Napoli e poi avviato al domicilio coatto nel convento domenicano di Genova fino al 1866[21].
I pp. passionisti in data 8/01/1864 inviarono un esposto al prefetto di Teramo per lamentare che, secondo alcune voci, il comune di Giulianova li aveva dichiarati “privi di ogni titolo di benemerenza verso quel Municipio”[22]. Le voci erano fondate perché il consiglio comunale nella seduta del 12/12/1863 aveva deliberato a maggioranza quanto segue: “Il Consiglio avendo esaminato che l’ordine dei Passionisti non possiede fatti, che costituiscono titoli di universale compiacimento, a maggioranza è stato dichiarato non benemerito”[23]. I religiosi espressero disappunto e meraviglia per la “risoluzione contraria, e totalmente opposta alle antecedenti, nelle quali furono qualificati utili e benemeriti, e trovati degni della donazione gratuita del terreno comunale, richiesto senza che un motivo nemmeno di utilità si poteva intravedere”[24].
Poiché il comune intendeva riprendere il possesso del terreno donato nel 1860, allo scopo di creare difficoltà alla comunità religiosa, quest’ultima si appellò al prefetto di Teramo al quale chiesero di intervenire a tutela dei suoi legittimi interessi: “Si augurano quindi gli umili supplicanti che sia a loro resa giustizia dalla illuminatezza e rettitudine conosciuta di vostra Signoria Illustrissima”[25]. Il prefetto deferì l’istanza dei religiosi alla Commissione demaniale provinciale dalla quale, come è annotato nel primo foglio dell’esposto, fu “rigettata”[26]. Pertanto il comune si sentì autorizzato ad avviare la procedura di riappropriazione del terreno, di per sé illegittima, perché contravveniva a quanto stabilito dal richiamato atto del notaio Lelli. La decisione della Commissione suscitò una vasta reazione popolare a difesa dei passionisti, ai quali venivano riconosciuti notevoli meriti sotto il profilo morale e sociale per l’attività svolta nel campo dell’istruzione e dell’educazione, nonché per la già evidenziata assistenza ai poveri. Il 30/12/1863 settanta cittadini sottoscrissero un esposto al prefetto di Teramo, articolato in quattro punti, nei quali illustravano, con dovizia di dati, l’opera dei religiosi, attestando “che la Congregazione de’ Padri Passionisti sono (sic) benemeriti alla Patria”[27]. Le motivazioni addotte sono  così esposte: “1° per la loro vita pura e intemerata: la loro morale edifica il prossimo, dove prende norma, e regola la loro condotta di vita; 2° per la loro assidua istruzione al popolo: difatti ogni domenica, e quando possono, spiegano la divina parola, raccomandano la pace, ed ubbidienza alle leggi, l’amor divino, e l’amore al governo, insegnano ai ragazzi la dottrina cristiana, secondochè ha ordinato il Ministro di pubblica istruzione; 3° perché dividono i loro cibi co’ poveri, e abbenchè siano privi di ricchezze, pur apprestano una parte di loro alimenti a quelli che hanno fame”[28]. I firmatari concludono l’esposto con il seguente appello: “I sottoscritti per le esposte ragioni domandano dalla giustizia e gran saviezza del Sig. Prefetto, a voler conservare la detta Congregazione”.

Il ritiro dei pp. Passionisti (fabbricato a sinistra) della SS. Annunziata di Giulianova. Elaborazione del prof. Sergio Censasorte

La petizione popolare fu accolta dal prefetto perchè, pur personalmente favorevole alla decisione municipale, temeva che l’esecuzione di quest’ultima avesse potuto turbare l’ordine pubblico. I passionisti poterono continuare il loro apostolato, conservando gli immobili di cui erano in possesso. La loro preziosa attività, però, era destinata a durare per due anni ancora, poiché si profilava all’orizzonte l’estensione nel territorio nazionale della legge del 29/05/1855, che nel regno di Sardegna, su proposta del Rattazzi, durante il gabinetto Cavour, aveva soppresso le corporazioni religiose, alienandone i beni. Il terreno era stato preparato già con il decreto luogotenziale del 17/02/1861, applicato all’ex regno delle due Sicilie, che ordinava la progressiva cessazione di tutti gli ordini monastici come enti morali, ad eccezione di alcuni, che furono elencati nel R. D. del 13/X/1861, promulgante il Regolamento attuativo del provvedimento governativo[29]. A Giulianova questa prima soppressione risparmiò sia i passionisti che i cappuccini: solo una parte del convento di questi ultimi, come attesta lo Stato generale di tutti i locali appartenenti a R. Demanio del 23/11/1863, fu adibito a caserma provvisoria per i gendarmi a cavallo[30].
La situazione diventò sfavorevole, allorché, nel corso del 1866, il governo Ricasoli, sospinto dall’ondata crescente di anticlericalismo, riacceso dall’enciclica Quanta cura (1864) di Pio IX, fece approvare dal parlamento la legge che sopprimeva le corporazioni religiose (n. 3036 del 7/07/1866) e quella relativa alla “liquidazione dell’asse ecclesiastico” (n. 3848 del 15/08/1867), consistente nell’incameramento dei beni appartenenti agli enti religiosi soppressi da parte dello Stato (fatta eccezione per il patrimonio immobiliare appartenente alle parrocchie, ai vescovadi e ai seminari, in quanto indispensabile per le pratiche del culto e per l’istruzione). Per avere un’idea degli effetti conseguenti alla soppressione, si forniscono i seguenti dati: furono eliminati, nel 1866, 2.300 enti ecclesiastici, che diventarono oltre 28.000 nel 1867 (per un totale di 30.300 case religiose)[31].
Dopo questa breve parentesi torniamo alla vicenda dei passionisti. Già prima che la legge fosse approvata, il ministro dell’interno aveva diramato circolari, che ordinavano ai prefetti di iniziare le operazioni di ricognizione e perquisizione dei conventi e luoghi religiosi soggetti alla soppressione[32]. Il prefetto di Teramo emanò un’ordinanza il 27/05/1866, che delegava Ottaviano Mancini, in qualità di “Ufficiale di pubblica sicurezza addetto in servizio presso la R. Prefettura di Teramo a perquisire il Convento dei Passionisti del detto Comune [Giuhanova], ed in pari tempo a disporre l’invio dei componenti esso Convento in quello di S. Angelo a Cupolo (Benevento), ove fu superiormente disposto il loro concentramento ovvero ad inviarli nel domicilio che essi fossero per scegliere”[33].
Il predetto delegato, accompagnato da Flaviano De Luca, ricevitore del demanio e tasse di Giulianova, e scortato da due “Guardie di pubblica sicurezza e dell’Arma dei Reali Carabinieri in stazione nel Comune in parola”, si recò il 28/05/1866 nel ritiro dell’Annunziata, dove chiese di conferire con il rettore, p. Dionisio di S. Bernardo (Santori Lorenzo [1811- 1868]), per notificargli l’ordinanza prefettizia[34]. Così relazionò il Mancini: “Notificato al medesimo lo scopo della nostra visita, e la necessità di far riunire, e guardare in una sola stanza tutti i religiosi, per la buona riuscita delle nostre operazioni, egli, senza oppone veruno ostacolo alla richiesta, vi aderiva, a suo malcuore, assistendovi personalmente”.
Furono perlustrate le celle dei religiosi, nelle quali non fu “rinvenuto - scrive il Mancini - alcuno oggetto influente a reato”[35]. Alla richiesta della località dove intendevano recarsi, i religiosi, che erano dodici (di cui sei sacerdoti e sei “laici professi”), indicarono S. Angelo a Cupolo, in provincia di Benevento: “Indi avendo interpellato ciascuno dei religiosi, che ascendono al numero di dodici, dei quali sei sacerdoti, e sei laici tutti professi, intorno alla scelta del loro domicilio, tutti han risposto di volersi trasferire in S. Angelo a Cupolo, luogo stabilito per il loro concentramento”[36].
I religiosi, che dimoravano nel ritiro all’atto della perquisizione, erano i seguenti, come risulta in un Notamento, redatto dallo stesso Mancini, e allegato al verbale: p. Dionisio di S. Bernardo (Lorenzo Santori), rettore; p. Attanasio di Gesù Nazareno, vicario; p. Gaudenzio di S. Luigi (Luigi Ciarlone); p. Luigi della Passione (Giambattista Pietropaolo); p. Mansueto di Maria SS. (Domenico Angelici); p. Federico dell’Assunta (Federico Caproni); fra Lorenzo di Maria SS. (Serenelli Giuseppe); fra Emidio di S. Vincenzo (Vincenzo Carli); fra Angelo di S. Giovanni (Gio. Antonino Mammino); fra Luigi di S. Vito (Tito Lorenzetti); fra Angelo Antonio di S. Luigi (Luigi Tomei); fra Felice di Maria SS. (Giuseppe Baldini)[37].
In una nota del 29/05/1866[38], indirizzata al prefetto, il Mancini, nel trasmettere il verbale, aggiunse alcune motivazioni sull’atteggiamento dei religiosi e sulle reazioni suscitare dalla soppressione del ritiro negli ambienti politici giuliesi. Dichiara, intanto, che per ragioni di sicurezza, aveva fatto circondare il ritiro dai carabinieri, “senza che si fosse verificato alcun inconveniente”. Aggiunge che i frati, pur con “la massima rassegnazione” manifestarono segni di protesta: “Nel mentre i frati protestavano contro il temperamento adottato al loro riguardo, pure lo subivano con massima rassegnazione”. La soppressione del ritiro, annota il Mancini, “venne, dai pochi liberali di questo Comune, appresa con soddisfazione, ma non così dai borbonici-clericali, che non mancarono di muovere la consueta censura contro il governo, segnatamente le pinzochere, talune delle quali, nel momento della perquisizione, recaronsi a versar lagrime presso le mura del chiostro, d’onde furono immediatamente allontanate”[39].
Dalla nota si rileva che la mattina del 29 maggio partirono i primi nove religiosi, diretti verso S. Angelo a Cupolo, ai quali il ricevitore del demanio e delle tasse consegnò 10 lire “a titolo d’indennità di viaggio”. Il Mancini così commenta: “e comunque la somma fosse tenuissima, pur venne con piacere accettata dai frati, i quali peraltro non mancarono d’esser bene forniti di denaro, quantunque mendicanti”. Sempre nello stesso giorno il ritiro, la chiesa e l’orto furono affidati dal ricevitore, a titolo di consegnatario, a tal Antonio Pedicone, che prese atto della consistenza patrimoniale esistente, compreso “l’inventario della biblioteca, composta da quarantacinque opere di poco conto”, e quello relativo agli arredi sacri e ai mobili[40]. Il terreno, donato dal comune, passò nella proprietà di quest’ultimo nel gennaio del 1867, come si ricava da una lettera del 20/03/1867, inviata dall’assessore ff. di sindaco D. Cavarocchi al prefetto di Teramo[41].
Lo stesso comune con deliberazione del 14/07/1867 stabilì di accettare la cessione in enfiteusi dell’ex ritiro, che era tornato nella proprietà degli eredi di don Valentino Cozzi, per “addirlo ad uso di quartiere per le truppe che giornalmente qui transitano, mercè l’annua corrisposta di lire cinquanta, netta da ogni peso governativo”. Infine stabilì di prendere in carico anche la chiesa della SS. Annunziata, provvedendo alle spese di culto e officiatura, “semprechè gli si concedono tutti gli arredi attualmente ivi esistenti”[42]. Prima che il comune prendesse in uso l’ex ritiro, il preside-rettore del Liceo ginnasiale di Teramo, Carlo Marenghi, aveva chiesto al prefetto di Teramo con lettera del 3/06/1866, di “ottenere a censo il convento degli ex Passionisti di Giulianova, nel fine di trasportarvi quivi a villeggiare nella stagione estiva ed autunnale gli alunni del Convitto”[43]. La richiesta, pur accolta dal prefetto, che rispose al preside con lettera dell’11/06/1866[44], non ebbe seguito, perché, come si è visto, l’ex ritiro fu utilizzato esclusivamente dal comune di Giulianova.
Alla memoria del p. Giuliano della Madre della Misericordia (Montesi [1913-1983])
passionista indimenticabile per la spontanea e fraterna umanità.  

APPENDICE DOCUMENTARIA
Delibera del Consiglio comunale del 12/12/1863
“L’anno mille ottocento sessantatrè il giorno dodici dicembre. Si è riunito il Consiglio in sede ordinaria per proroga accordata dalla Deputazione provinciale. Il Presidente ha dichiarato aperta la discussione intorno il seguente oggetto posto all’ordine del giorno, essendo legale il numero dei Consiglieri intervenuti nella persona dei Signori Del Vescovo, Zacchei, Mancini, De Luca, De Rossi, Trifoni, Morriconi, De Bartolomeis, Cavarocchi, Massi e Bucci Sindaco Presidente.
Per l’ordine dei Padri Passionisti
Il Consiglio avendo esaminato che l’ordine dei passionisti non possiede fatti, che costituiscono titoli di universale compiacimento, a maggioranza è stato dichiarato non benemerito. Datasi lettura, è stato approvato e sottoscritto dal Sindaco, dal Consigliere anziano e dal segretario. Firmati V. Bucci Sindaco, R. de Bartolomeis Consigliere, F. De Maulo Segretario”.
Delibera del Consiglio comunale del 12/12/1863
“L’anno mille ottocento sessantatrè il giorno dodici dicembre. Si è riunito il Consiglio in sede ordinaria per proroga accordata dalla Deputazione provinciale. Il Presidente ha dichiarato aperta la discussione intorno il seguente oggetto posto all’ordine del giorno, essendo legale il numero dei Consiglieri intervenuti nella persona dei Signori del Vescovo, Zacchei, Mancini, De Luca, De Rossi, Trifoni, Morriconi, De Bartolomeis, Cavarocchi, Massi e Bucci Sindaco Presidente.
In ordine il Convento dei Cappuccini. Il Consiglio ha preso conoscenza della circolare del Sig. Prefetto della Provincia in data 10 corrente n. 2003, 6^ DivisioneI, per la lettura data dal Signor Presidente, ed ha deliberato. L’esistenza di un Convento dei Cappuccini, in tempo remotissimo, e soppresso nella militare occupazioneII, risvegliò in questo popolo il desiderio di ripossederlo, ben minore di tutto il bene che qui i Padri prodigavano ad ogni classe di Cittadini, e specialmente alla bisognosa, ed affidar loro come pegno di amorevole ricordanza la custodia del Tempio di nostra Donna, quasi abbandonato, e sostenere qualche devozione per lo lungo svolgere di anni non ha (sic) mai mancata, nè mai si è affievolita. Nel 1848 quando il libero Regime fu ingoiato dalla voragine della tirannia, le catene furono ribadite, e gli ergastoli, e gli esilii i donativi di quell’epoca, quel Pio luogo riedificato dalle macerie quasi per incanto, accolse nella sua nuova non pochi perseguitati dalla borbonica sbirraglia, e condotti da quei Padri a luogo di salvezza. Invitati a testimoni nelle politiche processure impresero la difesa di gementi nelle prigioni, non calcolando le prospettive dei disagi, e la perdita della grazia del Novello TiberioIII. Alcuni religiosi furon visti in mezzo al popolo, ed appressarsi all’urna nel giorno del plebiscitoIV. Acclamaron il Re d’Italia nel suo primo ingresso in questa Provincia, ed alla Sovrana presenza cui furono condottiV, attestarono il loro consenso alla nuova forma governativa, e dichiararono gratitudine somma all’autore del risorgimento della Penisola. Quella Chiesa ha ricevuto le autorità tutte nelle feste civili, innestandovi le sacre funzioni. Qui i Religiosi apprestavano sacramenti e cristiane cure agli infermi. Quello stabilimento ha fissato giorno della settimana per dividere col povero l’alimento che guadagna dal ricco. Qui i Religiosi istruiscono i figli del popolo, e propugnano il Regime Costituzionale, e l’Unità italianaVI. Questo stabilimento accoglie viandanti che non hanno recapiti in Paese, e non ha mai rifiutato alloggio agli Uffiziali della nostra armata. Quei Religiosi, infine, di semplici costumi, addimostrano la loro simpatia ed il loro affetto a Vittorio Emanuele quando, venuto per inaugurare il tronco di ferrovia per Foggia, adornarono la torre del campanile con vaghissima illuminazione da essere rimarcata dalla maestà del Re, e dai componenti il Reale CorteggioVII. Sono queste le espressioni del Paese raccolte dalla Rappresentanza Municipale, e come chè costituiscono titoli universalmente ricevuti, il Consiglio comunale all’unanimità ha deliberato che l’ordine de’ Cappuccini in Giulianova ha tali specialità di fatti, che viene dichiarato benemerito. Datasi lettura, è stato approvato, sottoscritto dal Sindaco, dal Consigliere anziano, e dal Segretario. Firmati V. Bucci Sindaco, R. De Bartolomeis Consigliere, F. De Maulo Segretario”.

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NOTE
I Si tratta della circolare prefettizia del 10/12/1863, che applicava nella provincia di Teramo il disposto della legge n. 251 del 17/02/1861, concernente la “soppressione delle Comunità e degli ordini religiosi nelle province napoletane”, estendendo nell’ex Regno delle due Sicilie la legge del 29/05/1855 del Regno di Sardegna, come era stato fatto per l’Umbria l’11/12/1860 e per le Marche il 3/11/1861. Il Prefetto invitava i Comuni ad indicare quali ordini religiosi, nell’ambito dei loro territori, vantavano titoli di benemerenza ai fini di un’eventuale esclusione della soppressione da parte del Ministro dell’Interno. L’attestato positivo del Comune non valse a scongiurare la soppressione del Convento dei Cappuccini nel 1866 (restarono nel pio luogo solo un sacerdote come “custode”, e un laico [si vd. A. Bianchetto, 1557-1999: Il Santuario della Madonna dello Splendore, in “ La Madonna dello Splendore”, n. 18,Giulianova a. 1999, p. 17]).
II Il Consiglio confonde i Celestini con i Cappuccini. I primi abitarono il Convento fin dal 1547, come attesta un documento risalente al 20/05/1547. La soppressione, dovuta all’”occupazione militare” (cioè all”invasione francese”), fu determinata dalla legge 13/02/1807 e 7/08/1809. I Cappuccini presero possesso del Convento nel 1846, dietro richiesta del Comune di Giulianova presentata al Re delle due Sicilie nel 1844 (si vd. G. Di Giannatale, Santuari mariani nella Provincia di Teramo, in “Notizie dell’economia teramana”, n. 1-2-3, 1990, pp. 52-53).
III Allude all’atto fedigrafo di Ferdinando II, che troncò il governo costituzionale, sciogliendo il Parlamento, e dando luogo ad una dura reazione antiliberale (negli anni 1849-51 furono condannati nei”bagni penali” ben 20.000 patrioti).
IV Il plebiscito si svolse nel Regno delle due Sicilie il 21/10/1861. V Il Consiglio si riferisce alla presenza a Giulianova del Re Vittorio Emanuale II il 15/X/1860, dove fu ricevuto dal Governatore de Virgilii, dal Generale Mezzopreti, dal Sindaco di Teramo, Vincenzo Irelli, e dal Generale Veltri, ancora in divisa borbonica (si vd. R. Cerulli, Giulianova 1860, Teramo 1968, pp. 167-171) Il Re, com’è noto, era diretto a Teano, dove incontrò Garibaldi il 26/X/1860 (si vd. D. Giampietro, Cenni storici, in Monografia della Provincia di Teramo, vol. II, Teramo 1896, p. 156).
VI I Cappuccini descritti dal Consiglio sono i cosiddetti “nazionali”, in quanto avevano sostenuto il processo unitario e manifestato sentimenti liberali. Non tutti i religiosi ebbero questo orientamento. I Minori Osservanti della Madonna delle Grazie di Teramo, ad esempio, si divisero tra “nazionali” e filoborbonici: tra i primi era noto il P. Luigi da Castilenti, mazziniano, tra i secondi il P. Serafino da Miano, che avversava il governo unitario (si vd. Renato D’Ambrosio, La Chiesa, il Convento e i frati della Madonna delle Grazie di Teramo negli anni dal 1861 al 1867 durante il periodo della seconda soppressione degli Ordini religiosi in Italia, in “Abruzzo”, n. 3, 1964, pp. 378-379). I Cappuccini di Giulianova, stando alle dichiarazioni consiliari, non conobbero nel loro seno contrapposizioni politiche.
VII La tratta ferroviaria che collegava Ancona ad Ortona e quest’ultima a Foggia fu inaugurata il 9/11/1863 da Vittorio Emanuele II, il quale, come narra la delibera consiliare, dal litorale di Giulianova potè ammirare le luminarie fatte collocare sul campanile della Chiesa della Madonna dello Splendore dai PP. Cappuccini (si vd., per l’attivazione della linea Ancona/Foggia, A. Cioci, Storia delle ferrovie in Abruzzo dalle origini ai giorni nostri, A. Polla Ed., Cerchio, 1997, p. 23).
NOTE
[1] Si vd. p. Teotimo passionista, Storia del Convento di S. Gabriele, Ed. Eco, S. Gabriele 1969, pp. 25-32. Il Ricciardone fu vescovo delle diocesi di Penne e Atri dal 1818 al 1847. L’apertura del ritiro ebbe luogo il 10/06/1847 sotto il vescovo Vincenzo d’Alfonso (1847-1880).
[2] Si vd. Collezione delle leggi e dei decreti reali del Regno delle due Sicilie, a. 1854, Semestre II, Napoli dalla Stamperia reale, 1854, pp. 347-348.
[3] Si vd. l’esposto dei pp. passionisti del ritiro di Giulianova, datato l’8/01/1864, al prefetto di Teramo (Archivio di Stato di Teramo- d’ora in poi AST-, Prefettura, II/6, B. 1, f. 3). Sulla chiesa di S. Maria a Mare, conosciuta come l’Annunziata, situata nei pressi dell’incrocio tra la SS. 16 e la SS. 80, si vd. P. Rasicci, Giulianova, storia - arte -  cultura - economia - turismo, Giulianova 1997, pp. 26-32; Giulianova, la Posillipo degli Abruzzi, Edizione librarie siciliane, rist. patrocinata dalla bibl. civ. “V. Bindi” di Giulianova, 1984, pp. 11-12.
[4] Sul Cozzi, che godeva della “rendita di un piccolo vescovado”, si vd. R. Cerulli, Giuliavova 1860, Teramo 1968, pp. 44-45. Da un Liber matrimoniorum dal 1850 al 1875 risulta che il Cozzi era “dottore in teologia” (si vd. C. Falini, L’Archivio parrocchiale della Chiesa di S. Flaviano - I registri dei matrimoni, in “La Madonna dello Splendore”, n. 25, Giulianova 22/04/2006, p. 19).
[5] Si vd. p. Enzo Annibali C.P., S. Gabriele dell’Addolorata e il suo tempo, Ed. Eco, S. Gabriele dell’Addolorata 1983, p. 166.
 
[6] Il Cozzi, “animato da zelo religioso, ed intento sempre al bene spirituale di questo popolo [di Giulia], col concorso di pochi benefattori ristaurava la suddetta Chiesa, rendendola tutta propria pel Ritiro, e portava quindi al suo termine il fabbricato da servire per abitazione dei Padri, in modo che già vi sono tre sacerdoti, e due laici, spendendosi del proprio peculio un circa tremila e più ducati” (si vd. l’atto rogato dal notaio Antonio Lelli il 9/02/1859 in AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 3). G. Ciaffardoni (Cronaca. Breve cenno di Castro e Giulia in Abruzzo primo, Teramo, dai tipi di A. Scalpelli, 1861, p. 42), noto liberale anticlericale, commentava la fondazione con i seguenti sprezzanti termini: “Oggi è sorto là, ove un dì era Castro, altro Monistero, per lo bizzarro Arciprete Signor Valentino Cozzi, coadiuvato, per compiacenza, dalla borsa di ben pochi fedeli”.
 
[7] Si vd. l’esposto citato dei pp. passionisti.
[8] Cfr. p. Enzo Annibali C.P., op. cit., p. 168. In un primo tempo si pensava di aprire un ritiro a Corropoli, utilizzando l’antica abbadia, su proposta del comune, successivamente l’idea fu accantonata perché - scriveva il p. Basilio in una lettera del 25/08/1856 al p. generale - “anche ottenendola sarebbe poco comodo per le comunicazioni d’Isola e Francavilla, come potrà rilevare dall’annessa carta geografica”. La fondazione del ritiro di Francavilla fu autorizzata dal R.D. n. 1616 del 23/X/1853 nel “locale di S. Maria dei CollePiani, che con Chiesa e terreno adiacente viene ceduto all’oggetto dalla Collegiata esistente in detto Comune” (si vd. Collezione delle leggi e dei decreti reali del Regno delle due Sicilie, a. 1854, Semestre I, op.cit., pp. 473-474).
[9] Si vd. AST, Affari ecclesiastici, B. 7, f. 61.
[10] Così esordisce l’esposto: “Eccellenza, gli abitanti del Comune di Giulia rispettivamente rapportano alla E. V., che nel mentre per la clemenza del Re (E S.) nell’aver accordato di confidarsi, come Ella bene conosce, l’ameno sito con l’antico rispettabile tempio sul piano di Terravecchia, perché si avvisano di vedersi eretto, un’edificio (sic) religioso del proprio sistema, attesa la progressione delle arti, ed assicurarsi già la conservazione di detto Tempio sacro alla Vergine SS. dell’Annunziata, solo avanzo rimasto dalla distrutta città di Castro; quando in un tratto han dovuto accorarsi e fortemente sdegnarsi nel vedere che si stanno scavando fondamenta a capriccio segnate per l’impianto del nuovo Monastero da connettersi all’esistente tempio, ed in sentire che siasi formata l’idea di portare nel medesimo tempio varie ripartizioni non convenevoli, volendosi finanche addirne parte a refettorio” (si vd. AST, Affari ecclesiastici, B. 6, f. 61).
[11] Si vd. AST, ibidem.
[12] Si vd. ibidem.
[13] Si vd. ibidem. Il vescovo di Teramo era nel 1854 mons. Pasquale Taccone (1850-1856).
[14] Si vd. AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 12, “minuta” s. data.
[15] Cfr. p. Enzo Annibali C.P., op. cit, p. 268, il quale annota: “La presa di possesso, reale e legale, fu affrettata perché il donatore, don Valentino Cozzi, arciprete di Giulia, era vecchio e in pessime condizioni di salute”.
[16] Scrive il Ciaffardoni, op. cit, p. 42, polemicamente: “Essi [i Passionisti] vi han preso Sede, con poco contentamento del clero, nell’agosto del 1858, essendone Rettore P. Fausto di S. Carlo, nativo di Roma”. Il Ciaffardoni compie due imprecisioni: 1°) l’insediamento dei Passionisti avvenne il 21 ottobre del 1858, non in agosto (si vd. l’Archivio Generale della Recanati il 20/12/1872. Fu Rettore nel ritiro di Isola del Gran Sasso dal 1848 al 1853; consultore provinciale dal 1853 al 1860 sotto i provinciali p. Simone di S. Giuseppe (Reghezza [18541857]) e p. Basilio del SS. Crocifisso (Ranieri [18571860]); preposito provinciale dal 1860 al 1872 (si vd. Congregazione della Passione di Gesù Cristo, Menologio, Recanati, sett. 1998, p. 255).
[17] Si vd. l’atto rogato da Lelli citato sopra. Il Cozzi così espresse la volontà di essere ricordato dai pp. passionisti: “Infine desidera che il suo nome sia registrato nell’Archivio dell’Ordine colla spiegazione della beneficenza fatta verso il suddetto raccomandandosi ai padri Religiosi di far dei suffragi per l’anima sua e de’ suoi parenti, come crederanno nella loro saggezza e pietà”.
[18] Si vd. per la deliberazione AST, Prefettura, II/7, cat. X, B, 7, f. 206. La donazione fu autorizzata con il decreto di Ferdinando II del 6/08/1859, n. 177 (vd. Raccolta delle leggi e dei decreti del Regno di Napoli, Sem. II, 1859, p. 59).
[19] Si vd. lo Stato nominativo di tutti i Monasteri d’ambo i sessi che trovansi nell’ambito della Provincia di Teramo, compilato il 12/06/1863 del governatore e lo Stato nominativo dei Religiosi esistenti nel Convento dei Passionisti di Giulianova (1866), in AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 3 e f. 12. Il Ritiro di Giulianova, essendo di passaggio nell’ambito della Provincia di Maria SS. della Pietà, ospitò molti religiosi, che si recavano ad Isola dalle Marche o da Isola nelle Marche. L’8/07/1859 S. Gabriele dell’Addolorata vi sostò, per riposare, con i suoi compagni e con il direttore spirituale, p. Noberto di S. Maria (Cassinelli [1829-1911]), prima di partire alla volta del Ritiro di Isola del Gran Sasso, dove arrivò il 10/07/1859 per completarvi gli studi di filosofia e iniziarvi il corso di teologia (si vd. G. Di Giannatale, Lo Studentato teologico di S. Gabriele dell’Addolorata, di prossima pubblicazione). Non ha riscontro la notizia riportata da R. Cerulli (Giulianova 1860, op. cit., p. 24), secondo cui s. Gabriele fu ospite nell’abitazione del dottor-fisico Paolini a Terravecchia.
[20] Si vd. l’esposto citato dei pp. passionisti. L’attività dei padri fu solo intralciata e quasi impedita da 50 soldati e ufficiali che nel novembre del 1859 presero stanza nel Ritiro, portando “scompiglio” e “disordine”, e turbando la “quiete” e l’“osservanza” dei religiosi, al punto che, non riuscendo a sopportare oltre le “angustie” procurate dai soldati, per poco non abbandonarono il Ritiro (si vd. la lettera del p. Antonio di S. Carlo al preposito generale del 25/11/1859 [cfr. p. Enzo Annibali C.P., op. cit., p. 280]).
[21] Per la vicenda del Milella si vd. p. Benedetto Maria Càrderi O.P., Dal Carcere alla commenda. Mons. Michele Milella Domenicano, Vescovo di Teramo, Firenze 1962. Per il controllo del ministro dell’Interno sul clero, e in particolare sui seminari e sulle case religiose di istruzione, si vd. G. Di Giannatale, Il controllo dell’istruzione ecclesiastica da parte dei primi governi unitari. Il caso del Seminario di Teramo (1865-1869), di prossima pubblicazione su “Trimestre”, rivista del Dipartimento di storia e critica della politica dell’Università degli studi di Teramo.
[22] Si rimanda all’esposto più volte citato. Si vd. anche lo Stato delle Case religiose, e dei Capitoli di Chiese collegiate esistenti nel Monastero di Giulianova del 25/11/1863, in cui il sindaco dichiara che i passionisti non sono di alcuna “utilità”. Afferma lo stesso dei pp. cappuccini, sui quali soltanto, a loro favore, dichiara quanto segue: “Posso solo aggiungere che i RR. pp. Cappuccini conservano l’immagine della Vergine dello Splendore, verso cui questa popolazione nutre fervido amore” (si vd. la lettera del sindaco al prefetto di Teramo del 25/11/ 1863 in AST,  Prefettura, II/6, B. 1, f. 3).
[23] Si vd. AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 10. Si vd. anche la Stato delle Case religiose, e dei Capitoli di Chiese collegiali esistenti nel Comune di Giulianova del 25/11/1863, in cui il sindaco Vincenzo Bucci affermò che i passionisti non erano di alcuna utilità. Affermò lo stesso dei pp. Cappuccini, sui quali soltanto, a loro favore, dichiarò quanto appresso: “Posso solo aggiungere che i RR. pp. Cappuccini conservano l’immagine della Vergine dello Splendore, verso cui questa popolazione nutrì fervido amore” (si vd. la lettera del Sindaco al Prefetto di Teramo del 25/11/1863 in AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 3). Il Consiglio comunale, tuttavia, nella seduta del 12/12/1863, all’unanimità, deliberò che “l’ordine dei cappuccini ha tale specialità di fatti, che viene dichiarato benemerito” in AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 10.
[24] Ibidem.
[25] Ibidem.
[26] Ibidem.
[27] Si vd. AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 3.
[28] L’art. 1 della legge n. 315 del 9/11/1961 aveva stabilito che l’istruzione elementare di “base”, sia normale che popolare, prevedesse oltre alle nozioni di grammatica e di aritmetica, anche il “Catechismo cristiano”. Il Ministro della P.I. era Michele Amari (Gabinetto Minghetti).
[29] Il Regolamento e il decreto furono pubblicati nel Giornale Ufficiale di Napoli, n. 277, 23/XI/1861, p. 1.
[30] Cfr. AST, Prefettura, II/7, B. 6, f. 190. Restarono indenni dalla soppressione anche i Cappuccini presenti a Giulianova dal 1596. Dopo la soppressione del 1806, tornarono a Giulianova nel 1846 fissando la loro dimora nel Convento, appartenente ai pp. Celestini, annesso alla chiesa della Madonna dello Splendore (vd. G. Ciaffardoni, op. cit., Teramo, 1861, p. 1).
[31] Cfr. A. Brancati, Popoli e civiltà, vol. 3°, La Nuova Italia, Firenze, 1989, p. 221.
[32] Il Ministro di Grazia e Giustizia, e dei Culti, aveva emanato una circolare il 29/X/1863, in cui, annunciando che stava per rassegnare al Parlamento il disegno di legge sulla soppressione delle corporazioni religiose, invitava i Prefetti ad avviare con la massima circospezione le operazioni di esplorazione e ricognizione delle Case religiose e degli Enti ecclesiastici che dovevano rientrare nei provvedimenti di soppressione (si vd. AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 1)
[33] Si vd. AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 3. I Passionisti del Ritiro di Isola del Gran Sasso il 1°/06/1866 furono inviati a Manduria, dove il Vescovo di Oria, Luigi Margarita, li accolse benevolmente e li sistemò nell’ex Convento dei Cappuccini (vd. p. Teotimo passionista, Storia del Convento di S. Gabriele, op. cit., pp. 47-48).
[34] Il p. Dionisio fu Rettore in vari Ritiri: a Pievetorina (1848-1851), ad Isola del Gran Sasso (1854-1857), a Recanati (1857-1860), a Giulianova (1863-1866). Così ne è descritto il tratto nel momento in cui gli viene letta l’ordinanza prefettizia: “Nella casa di Giulianova, dove era Superiore, si mostrò evangelicamente fermo e deciso all’ordine prefettizio di abbandonare il Convento con tutta la Comunità. L’ordine infatti veniva dato secondo una legge che ancora non esisteva nell’Italia risorgimentale e anticlericale” (Congr. della passione di G. C., Menologio, Recananti, sett. 1998, p. 189).
[35] Si vd. AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 3.
[36] Ibidem.
[37] Si vd. lo Stato nominativo dei Religiosi esistenti nel Convento dei Passionisti di Giulianova, compilato dal Mancini il 28/05/1866 (AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 12). Da una Statistica del Convento dei Padri Passionisti redatta dal Sindaco di Giulianova V. Bucci il 10/01/1864 si rileva che a tale data al posto del p. Gaudenzio figurava il p. Pasquale dell’Immacolata Concezione e, inoltre, come settimo, tra i Sacerdoti, il p. Apollinare di S. Francesco (AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 10).
[38] Si vd. AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 3.
[39] Ibidem.
[40] Ibidem.
[41] Ibidem.
[42] Ibidem.
[43] Cfr. AST, Prefettura, II/6, B. 1, f. 205. La richiesta del Preside-Rettore è riportata dal Direttore delle Tasse e del Demanio di Teramo in una nota del 5/06/1866 per il Prefetto.
[44] Ibidem.

La storia di Giulianova: La Giulianova moderna

Dopo secoli di vita cittadina entro il perimetro quattrocentesco, nella seconda metà dell’Ottocento, sotto una vivace spinta demografica e con il miglioramento dell’economia locale, si ha l’espansione extramuraria dell’abitato collinare, il cui principale nodo urbano è costituito dall’attuale Piazza della Libertà. Anche il sottostante litorale, fino all’Unità d’Italia sostanzialmente deserto, grazie all’entrata in funzione nel 1863 del tronco ferroviario Ancona-Pescara e quindi, nel 1884, della strada ferrata per Teramo, registra una sempre più vivace attività sia commerciale che industriale. È qui infatti che Luigi Crocetti crea nel 1888 una società, la prima in Abruzzo, per la costruzione di mattonelle e lavori in cemento, presto emulato da altri imprenditori. Grazie anche alla “scoperta” del turismo balneare, con la costruzione nel 1874 dello stabilimento balneare e la presenza dal 1896 di un frequentatissimo Ippodromo, l’abitato a valle si infittisce di nuove costruzioni estendendosi progressivamente nelle aree la Giulianova moderna adiacenti alla stazione. Ma la borgata “Marina”, nome della germinazione litoranea di Giulianova, pur condividendo strettamente le dinamiche di crescita comuni agli altri insediamenti costieri, tuttavia rispetto ad essi avrà caratteri distinti, mancando di produrre il ribaltamento delle gravitazioni. 

E difatti nel 1934, quando la frazione ormai ha superato per abitanti lo stesso capoluogo e da tempo costituisce l’epicentro dinamico trainante dell’intero territorio, si opterà per la fusione amministrativa tra l’abitato collinare, che allora come oggi conserva saldamente la sede municipale, con quello litoraneo, che perciò assume la nuova denominazione di Giulianova Spiaggia e dove nel 1936 la già solida vocazione balneare, rappresentata dall’imponente Kursaal realizzato nella parte inferiore nel 1913 come club marino e ultimato in stile liberty sedici anni dopo come albergo assai prestigioso, viene rafforzata dalla costruzione del lungomare monumentale

Nei decenni successivi al secondo dopoguerra, l’espansione urbana privilegia, seguendo uno schema a scacchiera, le aree litoranee meridionale e settentrionale e quindi quella valliva occidentale, non pregiudicando lo sviluppo armonico della città. Oggi, infatti, Giulianova, pur avendo una delle più alte densità demografiche della provincia, è tra i centri costieri abruzzesi a disporre del più alto coefficiente di zone verdi presentandosi nelle vesti di una elegante località, culturalmente assai vivace e apprezzata dai turisti per il finissimo arenile, per le sue dotazioni ma anche per le ricche testimonianze artistiche e monumentali.

Le bellezze dell'Abruzzo. Mare, monti, arte, gastronomia, folklore: è questa in sintesi, la realtà dell’Abruzzo; che, tra le spiagge dell’Adriatico e le nevi perenni del Gran Sasso d’Italia e della Maiella, può ancora offrire ai forestieri - oltre ad una moderna attrezzatura alberghiera e in campeggi e case private - una vacanza completa, ricca di continue scoperte. I quattro capoluoghi di provincia: L’Aquila, Chieti, Pescara, Teramo e numerose altre città, che in antico ebbero un ruolo determinante, custodiscono tesori d’arte e di storia, resti archeologi, musei, cattedrali, castelli, acquedotti, fontane, ecc., che testimoniano di una continua operosità sul mare, nei campi, sulle montagne. Dalle ceramiche di Castelli ai legni intagliati di dl Pretoro, dai liquori di Tocco Casauria agli orafi di Scanno e ai merletti di Pescocostanzo, è tuttora vivo in ogni angolo della regione un artigianato che spesso affonda le proprie radici addirittura nella preistoria. 

 
 
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