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Giulianova 1860: le mura, i bastioni, le porte di Ottavio Di Stanislao

Giulianova > Informazioni utili

I nostri consigli... per le vostre vacanze.

 
Giulianova è stata fondata nel III a.C. dai romani che le attribuirono il nome Castrum (Novum). Data la posizione che occupa sul mare Adriatico e il nome stesso che indica un " luogo fortificato" Castrum (in antichità) doveva evidentemente avere scopi difensivi sia nei confronti dei pirati che delle popolazioni picene di recente soggiogate. I reperti archeologici rinvenuti nel suo sottosuolo e custoditi nei musei abruzzesi ci indicano che fu una città ricca e potente. Attualmente di Castrum, i cui ruderi erano visibili fino al secolo scorso, non rimane che qualche mosaico nascosto dalle erbe in qualche luogo imprecisato attorno al cimitero di Giulianova, stando almeno a ciò che dicono alcune guide. Durante il medioevo Castrum cambiò il suo nome con quello di Castel San Flaviano, dal nome del Patriarca di Costantinopoli le cui ossa, sottratte alla furia degli eretici da lui combattuti, approdarono miracolosamente sul litorale di Castrum Novum. Sullo stesso luogo dove le reliquie furono rinvenute fu eretto un sontuoso Tempio dedicato al Patriarca. Nel 1382 divenne feudo del Conte Antonio di Acquaviva come premio dei servigi militari da questi resi a Carlo III di Durazzo. Il 27 luglio del 1460 nei pressi di Castel San Flaviano, lungo le sponde del fiume Tordino, ebbe luogo il più fiero scontro che si fosse mai visto fra angioini e aragonesi, del quale pare esista anche un poema di versi eroici latini. L'anno successivo Matteo da Capua, che aveva partecipato allo scontro, e i Teramani Spennati, già perseguitati dagli Acquviva, dopo averla espugnata a viva forza irruppero in Castel San Flaviano e l'abbandonarono al saccheggio e alla distruzione. Del sontuoso Tempio e delle sue ricchezze che rivaleggiavano in quanto a bellezza col Duomo di Teramo ci rimane solo il braccio di San Biagio, un manufatto in argento, oggi custodito nel Duomo di San Flaviano. Nel 1463 Giuliantonio Acquaviva riuscì a concludere con re Ferdinando d'Aragona un trattato di pace col quale riebbe tutti i possedimenti appartenuti alla sua famiglia, fra cui Castel San Flaviano. Ormai ridotta a un cumulo di macerie e infestata dalla malaria alla restaurazione della città Giuliantonio preferì l'edificazione di una nuova città, non lontana dalla precedente ma un po' più in alto, che chiamò col suo nome: " Giulia ". La nuova città fu edificata grazie ad un accordo che Giulianortonio concluse con gli abitanti di Terravecchia, come allora si chiamavano i ruderi di Castel San Flaviano: Giuliantonio avrebbe messo i soldi e i futuri "giuliesi" il loro lavoro. L'architetto che progettò le fortificazioni e il bel Duomo di San Flaviano invece ci è ignoto. Nei secoli successivi Giulia Nuova fu più volte distrutta e saccheggiata, la prima nel 1596, poi nel 1708 dai Tedeschi che l'incendiarono, ma l'offesa più grande l'ebbe nel 1798, quando, occupata da un'armata napoleonica, dovette subire angherie d'ogni sorta. I soldati per scaldarsi le mani bruciarono le carte dell'intero archivio ducale con tutti i documenti importanti della storia di Giulianova i quali andarono perduti per sempre. Il 15 ottobre del 1860 Giulianova, prima città del nuovo Regno, accoglie con incredibile entusiasmo Re Vittorio Emanuele II. La cronaca dell'epoca racconta che l'allora sindaco, il barone Gaetano Ciaffardoni, cacciandosi rapidamente innanzi al cavallo del re gli gridò " Vostra Maestà è un ladro, perchè ha rubato il cuore di tutti gli italiani ". Il Re riavutosi dalla sorpresa sorrise e pare che abbia detto " Mi avete chiamato e sono venuto". Oggi Giulianova, con i suoi 23.500 abitanti, è uno dei più importanti centri turistico - balneari della riviera abruzzese. L'attività alberghiera e della ristorazione sono sapientemente supportate dalla eccellente attività ittica del locale porto peschereccio e dalla grande qualità del pesce che si pesca in questo tratto dell' Adriatico. Essa ha nel tempo introdotto nella tradizione culinaria locale importanti piatti tipici, tra i quali è senz'altro da ricordare il brodetto di pesce "alla giuliese" a cui abbiamo già fatto cenno suggerendone il miglior abbinamento nelle pagine dedicate ai vini.
 
Giulianova 1860: le mura, i bastioni, le porte
 
di Ottavio Di Stanislao*
 
PREMESSA DELL'AUTORE
La regola fondamentale per chi fa ricerca storica, o in ogni caso, per chi da appassionato si cimenta nella ricostruzione degli eventi e dei luoghi del passato, è quella dell’esame delle fonti sempre e comunque.

Timbro ad impressione con lo stemma dell’Università di Giulianova che raffigura un cavaliere, molto probabil-mente il fondatore Giulio Antonio Acquaviva, con in mano un modello di città e recante la scritta GIULIANOVA 16[93].

Questo vale anche quando certe asserzioni ci appaiono scontate, perché ormai consolidate ed accettate unanimemente per l’autorevolezza di chi le propone o per l’inerzia di chi le accoglie rinunciando a verificarle e magari a cogliere ulteriori aspetti che solo lo studio della “fonte di prima mano” può dare. Basterebbe rileggere il piccolo manuale, ormai un classico, di Umberto Eco: Come si fa una tesi di laurea, dato alle stampe più di trenta anni fa e che ebbe una certa diffusione. Personalmente ricordo le perplessità che mi manifestava don Giulio Di Francesco, dall’alto della sua forma mentis di storico rigoroso, quando gli sottoponevo qualche mio lavoro contenente conclusioni non sufficientemente documentate: mi chiedeva “e questo chi l’ha detto?” per evidenziare la carenza di fonti a supporto delle mie tesi.
Queste osservazioni possono apparire persino scontate eppure così non è perché la verifica delle fonti riserva spesso delle sorprese.

Parte dello stemma della famiglia Acquaviva che sormontava la porta marina, ora su una facciata di una casa in Piazza Bruno Buozzi.
Foto di Francesco Trifoni.

Quando ciò accade, cioè quando pensiamo di interpretare diversamente e più correttamente un documento rispetto a quanto pubblicato da altri, o addirittura quando troviamo fonti che possono fare finalmente chiarezza su congetture svelandoci definitivamente e inequivocabilmente una realtà, diamo un contributo importante alla conoscenza storica. Nello stesso tempo però entriamo in contrapposizione con gli autori che hanno scritto prima di noi affidandosi a congetture o dando per scontato presupposti errati. Poiché la permalosità è una caratteristica abbastanza diffusa, la differente lettura o l’introduzione del nuovo contributo possono sconfinare nello scambio polemico. Per evitare ciò ricordo che, circa trentacinque anni fa, il professor Renato Mori, docente di storia contemporanea all’università LUISS di Roma, consigliava di soprassedere sugli autori e sulle tesi che si andavano a correggere limitandosi a documentare rigorosamente quanto si asseriva.

Giulianova (Te) - Panorama dall'aereoplano.

Fedele a tale principio qualche anno fa nello scrivere il saggio Giulianova negli ultimi anni del regime borbonico: le mura, le porte, i bastioni, la viabilità, nel VII volume dei Documenti dell’Abruzzo Teramano (DAT VII), Teramo e la valle del Tordino, mi limitai a documentare le risultanze di una ricerca nei fondi dell’Archivio di Stato di Teramo che mi aveva consentito di individuare con esattezza il disegno originario della nostra cittadina. Ulteriori ricerche e “scoperte” mi impongono di tornare sull’argomento per confermare, con una importante e clamorosa correzione, quanto scritto in quell’occasione.


 
I bastioni.
Come documentato con la pubblicazione della piantina che raffigura il perimetro delle mura di Giulianova nel 1853 (DAT VII,1 pag. 367, fig. 700), i bastioni erano sette non otto come si era affermato: uno per ogni angolo e uno in mezzo ad ogni lato. Ognuno era identificabile con una denominazione. Partendo dal lato est, verso il mare, l’unica struttura esplicitamente difensiva era costituita dal torricino tuttora visibile, incorporato nel palazzo ducale. Andando all’angolo nord–est, il bastione oggi inglobato nel palazzo Re era chiamato torrione Castoraniperché dato a censo a questa famiglia, che abitava nei pressi, per tutto il periodo borbonico.

Giulianova (Te), Torrione di Palazzo Re (Torrione Castorani).

“Filippo Castorani del Comune di Giulia con suppliche espone alla V.S. Ill.ma che essendo situata la sua casa di abitazione quasi prossima alle murattinime del Paese, ed esistendovi ivi un torrione di ragione del Comune quasi cadente ed abbandonato al solo uso delle immondizie, c.r., per non ricevere e vedere ulteriormente delle cose laide, ed avere nel tempo istesso dell’aria mefitica, e conservare alla Padria una fabbrica che sarà molto difficile di riedificarsi, intende censire il fabbricato di detto torrione, il sito con appoggiare il resto della sua casa colle murattinime del Paese. Supplica perciò V.S. Ill.ma di ordinare che si venghi all’apprezzo tanto del sito che delle mura richieste per fissarsi un canone corrispondente e colle dovute ritualità prescritte (…). Giulia 19 marzo 1816”. Nel 1871 una richiesta di concessione di suolo pubblico, dei fratelli Valentini e di Antonio Re, interessò proprio il sito circostante che veniva così individuato: “(…) un piccolo tratto di suolo pubblico fuori porta Madonna e precisamente quello adiacente nella circonferenza del torrione Castorani (…)”.
Sul lato nord delle mura vi era un unico bastione, distante circa 126 metri da quello di nord–est e circa 26 metri da quello di nord – ovest, in corrispondenza della via della Rocca. 

Giulianova (Te), Torrione detto "Il Bianco" (Torrione "La Rocca").

Era chiamato buscione perché da tempo, a causa del crollo delle mura vi si era praticata una apertura “(…) e questi naturali han profittato del passaggio, e da vari anni si rese anche praticabile alla ruota”. Tanto scriveva nel 1854 il sindaco Antonelli all’intendente per richiedere l’autorizzazione all’abbattimento perché “diruto” e “di pessimo effetto alla vista”. L’autorizzazione veniva concessa condizionandola alla realizzazione di un nuovo ingresso carrabile per comodità degli abitanti della zona.

Giulianova (Te) - Pianta catastale del 1882. Particolare dei bastioni posti a Nord-Ovest.  

Nell’angolo nord–ovest il torrione era detto la Rocca, come il quartiere circostante. Nel lavoro citato ho riportato l’atto di donazione del bastione fatto dal duca Alberto Acquaviva ad Antonio Lucque di Campli nel 1595: “(…) donamo e concedemo a voi, ed a vostri eredi e successori in perpetuo il nostro torrione detto la Rocca sito dentro questa nostra terra di Giulia (…)”. Tale documento era stato esibito nel 1789 in una causa civile dal notaio Melchiorre De Panicis di Mosciano, abitante a Giulianova proprio nel torrione suddetto, per provarne il titolo di proprietà e confutare l’accusa di averlo usurpato all’università. Dalle testimonianze raccolte in detto procedimento apprendiamo che sui torrioni faceva bella mostra lo stemma degli Acquaviva, quindi, non solo su quello della Rocca, visibile nelle foto del primo novecento, ma anche su altri; infatti in altri due, non precisati, fu osservato ancora in vista e in un altro fu rinvenuto ai piedi dello stesso. D’altronde nella documentazione archivistica ottocentesca, sia del periodo borbonico che di quello post–unitario, il torrione suddetto è identificato sempre come “la Rocca” o anche torrione Ciafardoni perché posseduto da questa famiglia, e mai viene individuato come “il Bianco”. Sul lato ovest, nel tratto rettilineo, esistevano due torrioni, come si evince anche dalla planimetria catastale del 1881 – 82 pubblicata da Mario Bevilacqua.


Giulianova (Te) - Planimetria catastale (1881 - 1882 - Teramo, Ufficio del Territorio).

Da nord a sud si chiamavano rispettivamente il Mozzone, i cui resti erano visibili fino ad alcuni decenni fa, e il Bianco, erroneamente chiamato “di Porta Napoli”. Nel tratto di mura fra questi torrioni Camillo Massei nel 1832 aveva ottenuto di poter appoggiare la propria abitazione e di realizzare una apertura per la luce con inferriata, e nel 1841 chiedeva di poter occupare, dietro pagamento di un canone, anche un pezzo di suolo nel pomerio esterno in corrispondenza della sua casa.

Giulianova (Te), Torrione di "Porta Napoli.

Invitato dal decurionato ad indicare “dove debba cominciare la lunghezza e dove debba terminare, cioè quella del sito che vuole censire (il sig. Massei ha dichiarato) che la lunghezza del sito debba incominciare dal baluardo detto il Mozzone, e terminare all’altro detto il Bianco ripetendo ai due torrioni a dritta e sinistra dov’è situata la casa di abitazione (…)” (fig.1).

 
Fig. 1. Schizzo planimetrica (del suolo comunale richiesto da Camillo Massei nel 1841)
del tratto di pomerio ovest fra i torrioni Mozzone e Bianco.
(A.S.T., Intendenza borbonica, b. 635/A, fasc. 5)
 
Dopo l’unità d’Italia questo stesso tratto di mura e il suolo contiguo fu oggetto di una serie di richieste. In particolare, il consiglio accoglieva la domanda di Giovanni Sbozza “(…) pel censimento di un tratto di pomerio interno contiguo ad una casa posta nelle adiacenze ed a sud del torrione detto bianco”, e quella di Flaviano Iaconi “(per il) censimento del pomerio interno (…) interposto fra la sua casa e le mura comunali adiacenti al baluardo detto mozzone” (fig. 2).


Fig. 2. - 1861. Pianta del lato ovest delle mura di Giulianova con l’indicazione dei torrioni:
A porta San Francesco, C torrione detto Bianco; M torrione detto Mozzone.
(A.S.T., Intendenza borbonica, b. /B, fasc. 9)
 
Il torrione chiamato il Bianco non era e non è quindi la Rocca ma quello ora denominato di porta Napoli. È avvenuto che l’errore di qualcuno è stato assunto acriticamente da tutti coloro che sull’argomento hanno scritto successivamente senza chiedersi la provenienza di tale asserzione. Proseguendo nella ricognizione dei bastioni, quello all’angolo sud–ovest era chiamato di San Francesco, come il contiguo rione, perché inglobato nel complesso conventuale dei padri francescani, soppresso con le leggi napoleoniche del primo decennio dell’ottocento.

Giulianova (Te), Palazzo Ducale, particolare del prospetto verso la marina (Est) col torroncino.

Successivamente i locali del convento divennero sede comunale e nel 1868 il bastione fu oggetto di un’asta pubblica e dato a censo per un canone annuo di quaranta lire. In tale documentazione viene così indicato: “torrione sito in questo abitato, confinante col giardino comunale da una parte e dall’altra con la strada pubblica, di proprietà del comune, non riportato in catasto sotto alcuna denominazione, perché facente parte della cinta del paese (…)”. Fu abbattuto fra il 1879 e il 1880, perché ancora nel 1878 il consiglio comunale nel deliberare la vendita delle mura nel tratto tra la casa degli eredi di Giovanni Sbozza, che abbiamo visto era quella dietro al torrione il Bianco, e il palazzo comunale, stabiliva di impiegare il ricavato dalla vendita del materiale demolito per la “livellazione e conformazione del pomerio esterno almeno fino alla linea del primo bastione”. Mentre non è più rappresentato nella citata planimetria catastale del 1881-82.
L’angolo sud–est non era difeso da alcun bastione come si vede dalla tavola raffigurante la cinta muraria, e come ulteriormente documentato dalla piantina allegata ad una richiesta di suolo pubblico in quella zona, presentata nel dicembre 1839 (fig.3).

 
Fig. 3. Pianta dell'angolo Sud – Est delle mura ocon la porta dei cappuccini o da piedi con le seguenti indicazione: Richiesta di suolo pubblico avanzata da Vincenzo Trifoni nel 1939, contrassegnata con la lett. "B".
(A.S.T., Intendenza borbonica, b. 635/A, fasc. 4)
 

 
Le mura e le porte.
D’altronde la zona, fra la porta detta “da piedi” o “dei cappuccini” (Fig. 3), il forno e il macello, era stata interessata fin dal decennio francese da varie richieste da parte di privati. Una di queste richieste di Giovanni Francesco Scassa, tendente ad edificare appoggiandosi alle mura, “in contrada del pubblico macello detto il largo delle antiche carceri, il quale confina a mezzogiorno ed a ponente colle mura attenime di questa città, a ponente coll’ altro sito rimasto ed a settentrione colla casa di Gio. Francesco Scassa”, incontrò la decisa opposizione del I eletto Andrea Africani, che la riteneva pregiudizievole alle esigenze di difesa e anche di godimento del paesaggio perché “(…) viene a chiudere una strada per la quale si osserva il mare e l’occupazione delle pubblica muraglia toglie le necessarie difese del comune (…)”.

Progetto dell'architetto Gaetano De Maulo per restaurare le mura di Giulia e chiudere con porte la Città. Particolare di Porta di San Francesco.
(A.S.T., Intendenza borbonica, b. 455/B, fasc. 44).

Lo stesso Africani dopo qualche giorno tornò ad insistere sulle esigenze di difesa e sicurezza che le mura garantivano ricordando come solo qualche anno prima, nel 1809, i giuliesi per difendersi dal brigantaggio dilagante in quel periodo, avevano deciso di restaurare la cinta sottoponendosi a rilevanti sacrifici economici. Ad orientare il parere positivo alla concessione del suolo da parte del Consiglio d’Intendenza fu la relazione fatta dall’ingegnere Carlo Forti del Corpo di Acque e Strade in cui si mise in evidenza che la richiesta “è figlia del bisogno delle abitazioni che si comincia a sentire in Giulia per le circostanze dell’aumento del traffico e della popolazione (…)” e d’altronde le esigenze di difesa non erano diminuite dall’addossamento delle abitazioni alle mura, anche perché ormai “(…) la cinta esteriore serve per due terzi parti di appoggio alle case de’ particolari”. Conveniva quindi non tenere inoperoso un suolo che non era utile ad alcun uso pubblico e che anzi era divenuto “ricettacolo d’immondezze e nascondiglio di scostumati”. Ma all’epoca della richiesta di Vincenzo Trifoni le valutazioni del decurionato erano di tutt’altro avviso. Nel deliberato su tale richiesta infatti leggiamo: “(…) il richiesto suolo non potrebbe essere fabbricato senza deturpare il decoro pubblico: considerando che s’impedirebbe il pubblico e comodo passaggio delle vetture rotabili verso la dogana, considerando che il Consiglio d’Intendenza ha approvata l’incoazione di un giudizio di rivendica contro gli eredi di Gio. Francesco Scassa per ricuperare appunto la casa contigua designata per passarvi il carcere correzionale di questo circondario, cui il sito richiesto dal Trifoni potrebbe servire da sbalio. Considerando che le opere pubbliche debbono avere la preferenza sugli interessi de’ privati ad unanimità delibera rifiutarsi l’offerta (…)”.


Carlo Gambacorta. Veduta della costa giuliese con le due torri costiere del Salinello e del Tordino, disegni del 1598.
(Parigi, Bibliohèque Nationale)

Nel 1856 Camillo de Luca; che era subentrato agli eredi Scassa, faceva istanza al comune perché “l’istante possiede in contrada macello vecchio la sua casa di abitazione, di cui il quarto verso settentrione trovasi soprapposto al locale del macello di proprietà del comune, or accade che questo stabile minaccia di crollare a causa di mancato pedamento o strapiombo dei muri maestri di levante e settentrione i quali perciò mostrano enormi lesioni (…)”. Tali inconvenienti erano confermati dal sindaco Cavarocchi, che rilevava: “(…) neanche può puntellarsi stante l’elevatezza del muro di levante ed il poco spazio che si verifica dal lato di settentrione non essendovi fra detto muro e quello di un orto di don Vincenzo Bindi che circa otto palmi”.
Quindi, oltre alle rappresentazioni grafiche, anche le ripetute descrizioni dell’angolo sud–est del paese non fanno mai riferimento alla presenza, anche in passato, di un bastione. L’ultima citazione del sindaco Cavarocchi: “(…) l’elevatezza del muro di ponente”, ci conferma che in quella parte le mura insistevano sul margine di un colle molto ripido, per cui evidentemente non si ravvisava la necessità di difese particolari quale poteva essere fornita dalla presenza di un bastione. Dalla porta da piedi o dei cappuccini, una strada portava direttamente alla porta marina, l’attuale salita monte Grappa. Anche qui si è fatta molta confusione chiamando “porta Marina” la porta da piedi e “via Marina” l’attuale strada che taglia la collina con tre tornanti. Tale via in realtà, come ho documentato nel lavoro citato, fu costruita dopo l’apertura della stazione ferroviaria nella seconda metà degli anni ’60. La via Marina era l’attuale salita monte Grappa, praticamente un percorso pedonale particolarmente irto nella parte finale, che passava davanti alla fontana grande.


                   Natale Bonifacio. Abruzzo Ultra,                                          Teramo e Giulianova città dell'Abruzzo
                 incisione del 1587, particolare con                                         (incisione inizi del XVIII secolo; dal 
                 l'areatra Teramo, Atri e Giulianova                                         Teatro della Guerra di V. Coronelli)

Le porte della città originariamente erano tre; oltre quelle poste all’inizio e alla fine del corso, rispettivamente porta da capo o Madonna e porta da piedi o dei cappuccini, vi era la porta Marina ad est, verso il mare, sul cui architrave c’era la lapide con l’iscrizione dettata da mons. Campano che faceva riferimento ai motivi che avevano indotto il signore feudale a fondare la nuova città.
Oltre queste porte, abbiamo visto come, nell’ultimo decennio borbonico furono aperti altri due varchi fra le mura poi adeguati al passaggio rotabile: presso il baluardo chiamato Buscione e presso quello di S. Francesco. Un altro documento ci mostra infatti senza possibilità di equivoci quante e quali erano le porte della città. Nell’ estate del 1861, improvvisamente, tornò all’ordine del giorno il problema della sicurezza dell’abitato, ancora una volta come nel 1809, per timore delle scorrerie dei briganti che imperversavano per gran parte della provincia. Si pensò allora di restaurare le mura e di chiudere le cinque porte rinforzandole con uno strato metallico. L’architetto Gaetano De Maulo fu incaricato dalla giunta di predisporre un progetto “(…) che propone i mezzi come garantire questo abitato da una possibile invasione di bande reazionarie che si raggirano nei limitrofi comuni. A raggiungere lo scopo si progetta quanto segue. I. Riattare e rialzare in diversi punti più deboli e rovinati le antiche mura di cinta di questa città. II. Ridurre a vano di porta con chiusure di ponticelli di legno abete a doppia fodera e ricoverti di lastra di ferro nella parte esterna le tre porte aperte denominate Porta Marina, porta S. Francesco e Buscione. III. Finalmente costruirsi le chiusure con i modi sopra descritti nei vani di porte che immettono nel paese denominate Porta da piedi e Porta da capo”.

Italia Antiqua, affresco del 1580, particolare della costa abruzzese e Castrum Novum (attuale Giulianova). (Città del Vaticano, Galleria delle Carte Geografiche)  

Si prevedeva di rialzare le mura a sud dell’orto comunale e poi ancora davanti al giudicato di pace, a nord in prossimità dell’orto Ciafardoni. Erano previsti lavori di rafforzamento in diversi punti a sud e a nord nel tratto che cingeva l’orto dell’ospedale; la chiusura di fori, uno contiguo alla porta Marina verso sud, e un altro vicino al trappeto della duchessa d’Atri; la nuova costruzione di un pezzo di muro ad est “attaccato al magazzino del sig. De Luca”; la costruzione di pezzi di mura e degli stipiti per le porte S. Francesco, Marina e Buscione. Le porte, a due ali erano larghe 13 palmi ed alte 15, per le porte da capo, da piedi, S. Francesco e Marina, mentre era più piccola, 8 per 14, quella del Buscione.
Si tendeva quindi a ripristinare un sistema difensivo proprio della città-fortezza come per il passato. In un atto notarile del gennaio 1700 troviamo: “(…) la detta terra è recinta di muraglie le quali hanno tre porte che si serrano ogni notte si d’estate come d’inverno e le chiavi di esse è solito darsi seu tenersi dal sig. governatore, inoltre dal primo del mese di aprile a tutto il mese di ottobre si fanno le guardie per sospetto di turchi si alle porte suddette come anche per le strade della terra”. D’altronde, la preoccupazione di ordine difensivo ci è confermata anche nel procedimento giudiziario citato che aveva interessato il torrione la Rocca, in quanto una testimonianza ci rivela che sul finire del settecento, su quello che era il punto più alto del paese, si facevano servizi di sentinella soprattutto per scorgere dal mare eventuali imbarcazioni nemiche e poter allarmare la comunità. “(…) al torrione descritto sito nel luogo detto Rocca nel ristretto dell’abitato sopra del quale torrione il deponente Colantoni si ricorda di averci fatta con altri suoi paesani la sentinella in tempo che si dubitava di qualche invasione”.
 
La riproduzione dei documenti è stata concessa con Atto n.5 del 18/3/09 prot. 839/28.34.01.08 MIBAC Archivio di Stato Teramo.


* Nato a Giulianova, è laureato in Scienze politiche. Ha collaborato con il prof. Giuseppe Ignesti alla redazione delle voci del Dizionario storico del movimento cattolico in Italia (Marietti 1981) e con l’attività didattica della cattedra di Storia dei rapporti tra Stato e Chiesa presso l’Università di Teramo. Ha partecipato come relatore a vari convegni di studi storici e ha pubblicato numerosi saggi di storia locale.


Dipendente dell’Archivio di Stato di Teramo, si occupa di ricerca storico-istituzionale e promozione culturale.

L’ampia spiaggia a nord del porto, dotata di ogni tipo di struttura turistica. Giulianova - Una limpida distesa blu che incontra il cielo all’orizzonte, la natura dirompente della Regione Verde d’Europa alle spalle, il profumo intenso di fiori, e ancora palme, pini e oleandri a incorniciare un quadro di rara bellezza. Così si mostra agli occhi di un turista ammaliato il litorale giuliese, lungo e ben attrezzato, con un eccellente porto turistico.
 
 
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