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Degli importanti
reperti archeologici rinvenuti nel
territorio di Giulianova nel corso l’Ottocento, oggi
ben poco rimane. Epigrafi, reperti e materiali nella
quasi totalità sono andati perduti, rimanendo di
essi traccia in alcune descrizioni, saggi e
resoconti.
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Una testimonianza visibile della presenza romana è
presente al bivio Bellocchio, nei pressi
dell’incrocio tra la Statale per Teramo e la
nazionale adriatica, vicino all’edificio della
scuola. Si tratta di un ponte, che doveva trovarsi
sul fossato di Castrum Novum Piceni, con arco a
tutto sesto ed intradosso realizzato in
sesquipedali. Presenta pareti in conglomerato
pozzolanico con ciottoli e frammenti di pietre e
laterizi. A tre chilometri da qui, in direzione
Teramo, sulla destra, dietro una casa e vicino
all’imbocco per via Cupa, esistono ancora i resti di
“muracche”, cioè tombe, realizzate con gli stessi
materiali del ponte. Probabilmente collegata ad una
domus romana è la cisterna ubicata nel giardino di
villa Maria Immacolata, su via Gramsci. È costituita
da un gran locale, diviso in tre navate: queste sono
coperte con volte a botte sorrette da tre ordini di
archi perpendicolari e poggianti, oltre che sulle
pareti, su sei pilastri. Da qui dipartono dei
cunicoli sotterranei la cui lunghezza rimane ancora
ignota. Le campagne di scavo condotte a partire da
un ventennio fa, hanno permesso di scoprire, oltre a
strutture in pietre di fiume, laterizi, resti di
pavimentazioni domestiche in mosaico e a due
cisterne di diverse dimensioni, anche una necropoli
posizionata ai piedi della collina sulla quale
sorgeva l’abitato romano.
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Antiche monete in oro dal tesoretto di Giulianova |
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Le quindici tombe sinora rinvenute, quasi tutte
coperte con frammenti di tegoloni e coppi di
riutilizzo, oppure con tegoloni interi bipedales,
hanno restituito boccalini, coppe ed ollette insieme
con lucerne ed altri oggetti personali. Di grande
interesse sono anche le numerose anfore rinvenute
negli strati di terra sottostanti alle sepolture,
dovute, come si ipotizza, alla presenza nel sito di
un magazzino utilizzato per il carico e lo scarico
delle merci precedente alla riconversione dell’area
in sepolcreto. Si tratta di anfore di forma
Lamboglia 2, molto diffuse lungo le coste del Mare
Adriatico tra la fine del II secolo a. C. e la fine
del I secolo a. C, utilizzate per il trasporto via
mare del vino, dell’olio e del garum, una salsa di
pesce di cui gli antichi romani erano ghiotti.
Appartenenti al I secolo d.C. sono le lucerne pure
scoperte recentemente, riconducibili alla presenza
di un laboratorio artigianale operante a Castrum
Novum Piceni.
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Lucerna ad olio di epoca romana dagli scavi di Giulianova |
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Notevole è la varietà dei temi iconografici: accanto a
scene erotiche o di ispirazione mitologica e a motivi
zoomorfi e floreali, le anfore presentano anche immagini
gladiatorie, venatorie o desunte dai soggetti di vita
reale. Medievale invece, benché poggiante su resti
romani, è l’avanzo di torre nell’angolo sud-est del
vecchio cimitero, riconducibile alle strutture difensive
di CastelSan Flaviano, rimodellate su quelle bizantine. |
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