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Cenni storici su Giulianova (Te) Gli Acquaviva d'Aragona a Giulianova

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Giulianova e Giosia II Acquaviva d’Aragona. Nessuna sorpresa pertanto se il secolo decimosettimo, sin dal suo esordio, faceva alitare sul signore di Giulianova Giosia II Acquaviva d'Aragona, figlio dello scomparso Alberto e da tre anni titolare della baronia quale dodicesimo duca d'Atri, l'algido soffio di quello che sarà il dissesto finanziario della sua casata nonostante l'economicamente tonificante matrimonio celebrato il 5 febbraio del 1600 con la cugina Margherita Caterina Ruffo, figlia del dovizioso principe di Scilla Fabrizio e della zia Isabella Acquaviva d'Aragona. A detta di Baldassarre Storace tra i più “ragguardevoli maritaggi [...] giammai contratti nel Regno”, suggellato tra l'altro con quel piatto recante gli stemmi inquartati degli Acquaviva d’Aragona e dei Ruffo (oggi al British Museum di Londra) che addirittura avviava la produzione castellana in pasta verde, venendo promesso a Giosia II quanto spettava alla giovanissima Margherita in virtù del testamento “fatto per il quondam D. Fabrizio Ruffo” nel 1587, cioè i due terzi dei beni burgensatici con “tutte le ragioni ed azioni che ad essa Margarita Catarina competono” contro la sorella di primo letto Maria. Dunque, una avveduta strategia matrimoniale quella del 12° duca d'Atri, mirando egli - come da consolidata tradizione familiare – all'assodamento di finanze personali ormai compromesse dal processo di indebitamento che, avviato dai suoi avi ai primi del '500, nei successivi anni ’70-’80 s'era fortemente intensificato. Si trattava di difficoltà economiche – comuni, per vero, a molte altre famiglie della nobiltà regnicola egualmente incapaci di fronteggiare i processi di finanziarizzazione dell’economia – non ancora drammatiche ma che comunque obbligavano Giosia II a pochi mesi dal matrimonio, il 6 luglio con atto rogato a Napoli dal notaio Ferdinando Bradolino, a cedere alcuni beni a Ferdinando di Palma per un corrispettivo di 140 ducati annui. Già diversa, in senso beninteso peggiore, la situazione nel 1601 allorché alla decisione assunta il 14 aprile dal Sacro Regio Consiglio di scomputare 900 ducati dalle somme spettanti a Giosia II sulle entrate della Regia Dogana delle pecore quale pagamento a beneficio di Francesco Antonio Marchiano, creditore – uno dei tanti – del duca, seguiva la perdita dei feudi di Notaresco e Cantalupo, dando prova di come fosse ormai imminente il tracollo finanziario. A palliare i rovesci economici era la persistente vigoria della famiglia in ambito ecclesiastico. Infatti, che la “Illustrissima et Eccellentissima Casa d’Acquaviva” pur ormai vistosamente indebitata conservasse una eccezionale vigoria almeno relativamente al monopolio laico dei benefici, lo testimonia “apertis verbis” un elenco proprio di inizio ‘600 relativo alle chiese di competenza ducale presenti nel loro estesissimo “Stato”, ben 262, cifra ragguardevole ma in difetto essendo escluso dal computo quelle esistenti nella Montagna di Roseto. Tra esse le undici di Giulianova, comprese la diruta chiesa di S. Flaviano a “Terravecchia” e, dentro la città con quattro Canonicati, quella matrice che ne aveva assunto il titolo soppiantando la precedente dedicazione a S. Maria in platea, insieme con le altre presenti in ambito extraurbano (a Monticolo, a Peticciano, nella “villa” di Cologna) e a S. Maria a Mare, la cui rettoria proprio sul finire del 1601 veniva a consolidarsi – nonostante una lunga disputa, non ancora conclusa, con il vescovo di Teramo Vincenzo Bugiatti da Montesanto – in capo al fratello di Giosia II, Giuseppe, investito pure in quest'anno del beneficio della Chiesa di S. Pietro a Nereto. Don Giuseppe, figura senz'altro ragguardevole ma solo di recente sottratta da una tenace e ingenerosa dimenticanza, riassume efficacemente i tratti di una strategia familiare che, principiata nel XIV secolo, aveva reso gli Acquaviva d'Aragona “una vera e propria casa cardinalizia, come ben poche nell'Italia meridionale”. Nato nel 1579, quale secondogenito maschio viene avviato alla carriera ecclesiastica che non diversamente da quelle degli zii Giulio (cardinale, morto nel 1574), Ottavio (egualmente cardinale), Orazio (vescovo di Caiazzo) e Rodolfo (missionario gesuita ucciso nella regione indiana di Sabet nel 1583), avrà sicure risultanze. Ancora chierico, dal padre Alberto nel 1596 viene “presentato” e costituito rettore appunto di Santa Maria a Mare dopo la rinuncia da parte del napoletano Pietro Gambacorta. Alla morte del genitore, Giuseppe può contare da subito sulla premurosa tutela dello zio Ottavio che infatti a pochi giorni dalla scomparsa del duca d'Atri suo fratello, il 23 ottobre 1597, lo raccomanda insieme con l'altro nipote Giosia – sebbene senza successo – al duca di Urbino Francesco Maria II della Rovere. E' ancora Ottavio ad intervenire per assodare anche economicamente la condizione di Giuseppe, di cui continuerà ad essere solertissimo patronus, assegnandogli nel 1599 la prepositura di S. Angelo a Mosciano e soprattutto le due abbazie che del prestigio secolare degli Acquaviva sono il simbolo più insigne e vistoso, quelle cioè dei Sette Frati e di Santa Maria di Propezzano, tutte esenti dalla giurisdizione del vescovo aprutino in quanto prelature nullius soggette alla potente famiglia feudale. Le operazioni messe in atto sono prodromiche alla formazione culturale del Nostro che nel 1602 è impegnato negli studi universitari a Padova. Un prestigioso ateneo, con un corpo docente di prim'ordine (a partire da Galileo Galilei, cui Giuseppe anni dopo scriverà ricevendone un cannocchiale in dono), nel quale la presenza gesuitica, folta e qualificata anche grazie alla presenza di un autorevole insegnante quale il provinciale patavino Ludovico Gagliardi, non rende irragionevole pensare ad un ruolo concretamente giocato nella scelta di questa sede dal prozio di Giuseppe, Claudio, generale della Compagnia di Gesù.
La figura del Cardinale Ottavio seniore Acquaviva d’Aragona per Giulianova. I draconiani e stizziti rilievi del vescovo Visconti, che non avrebbero cambiato le cose in diocesi, facevano quasi pendant all’ennesima alienazione acquaviviana, quella perfezionata il 12 novembre a Roma per atti del notaio Bernardino Foschi. Su un corrispettivo di 12.125 scudi, Giosia II trasferiva al cardinale Alessandro Peretti, che a sua volta lo avrebbe consegnato ai Chierici Minori, un suo imponente palazzo in Campo Marzio, dietro la chiesa di S. Lorenzo in Lucina. Si trattava di uno degli ultimi negozi giuridici posti in essere da Giosia II giacché il 23 dicembre inopinatamente cessava di vivere. Il quattordicenne già conte di Giulianova Francesco, pertanto, diveniva 13° duca d'Atri quale erede del padre sebbene col beneficio d'inventario. Non bastando la impegnativa e defatigante compilazione del documento per la Real Camera relativo alle entrate dello Stato d’Atri, necessario per l’investitura, nei primi del nuovo anno 1620 al giovanissimo duca venivano a presentarsi anche le assillanti questioni di natura finanziaria che avevano tormentato il padre, per quanto già prima del 1618 gran parte delle “Terre” perdute (ad eccezione di Forcella e Canzano) fossero tornate alla famiglia. Chiamata a tenere testa alla folta schiera dei creditori di Casa Acquaviva, evitando lo smembramento del patrimonio entro la plumbea cornice del crollo delle rendite feudali (nella sola Giulianova per il mulino sul Tordino nel 1620 si registrano 23 ducati e nulla per l'affitto forni rispetto ai 380 e 200 ducati del 1595), è scontatamente donna Margherita Caterina Ruffo. Molte, anzi quasi tutte, sono infatti le operazioni legali e di natura finanziaria che la vedono attiva in qualità di “madre, balia e tutrice” di Francesco. Ma non mancano casi nei quali agisce in nome proprio, quindi per questioni ereditarie coinvolgenti i Ruffo sebbene nell’interesse del giovane duca suo figlio e più in generale del casato acquaviviano. Oltre alla causa con la nipote Giovanna Ruffo che sin dal 1618 si era fatta carico dei 220.000 ducati dovuti da sua madre Maria, sorellastra di Margherita[93], proprio a partire dal 1620 la duchessa d'Atri, agendo come legittima erede di una parte del patrimonio di famiglia, è parte di una controversia legale con il Fisco per la rivendicazione “delle due terze parti della metà”, oltre alla liquidazione dei frutti maturati, dell'antica proprietà delle ferriere di Campoli, l'imponente complesso siderurgico calabrese che era stato arbitrariamente incamerato al Demanio. E’ dunque lei, pronta anche ad intervenire allorché qualche suo “suddito” ecclesiastico incorre nella giustizia vescovile, la protagonista indiscussa non solo di questo primo, difficile anno 1620 ma anche dei successivi pur con il ruolo fondamentale che come vedremo giocherà il cognato e cugino Giuseppe. Il quale intanto, appassionatosi all’elitario collezionismo floreale che lo inserisce in una ramificata rete di relazioni nella quale occhieggiano anche l'eminente cappuccino Giovanni Bellintani da Salò, il duca Francesco IV Caetani, altri membri della Curia pontificia e suo cugino per parte materna Andrea Matteo Acquaviva d'Aragona principe di Caserta e marchese di Bellante, tra il 4 agosto e la fine di dicembre 1620 dalla sua residenza napoletana intrattiene una intensa corrispondenza epistolare con il celebre fitognoste fiorentino Matteo Caccini[96] per dotare di essenze rare ed esotiche il giardino allestito nella villa Ceuli di Roma dove spesso dimora ed affidato alle cure dello stesso Caccini. Per quanto ricca, tuttavia la serra capitolina non doveva poi essere così ampia se ai fini della coltivazione “per il moltiplico” delle piante in esubero a Roma, alcune delle quali persino fatte disegnare dal pittore Pietro Paolo Benzi detto il Gobbo dei Carracci per il suo Libro dei fiori, don Giuseppe si avvale del giardino ducale di Giulianova, detto “Lazzaretto”, lasciando traccia delle sue incursioni botaniche con un'opera sul giardinaggio non a caso presente nella biblioteca di famiglia[99]. Si trattava di uno spazio extramoenia posto a valle del palazzo Acquaviva ed indicativo di una risalente passione familiare per la decorazione vegetale essendo già menzionato nel 1548, con strategica collocazione “sotto la fontana grande” per utilizzarne le acque, come “giardino dele marange” o “citrangule”, cioè ricolmo di piante di aranci amari (citrus aurantium), e con il nome “Cetransole” tornato a figurare tra i beni giuliesi indicati dal duca Francesco il 1 aprile 1621 per la liquidazione del relevio. Alcuni giorni dopo, il 21 aprile, Giulianova diveniva luogo di riunione delle tre compagnie a cavallo da selezionare per l’invio dei migliori elementi a Milano secondo gli ordini del viceré, con obbligo a carico della locale università di pagare 25 grani al giorno per ogni soldato. Oneri pesanti per una angariata comunità che in aggiunta ai forenses da tempo presenti accoglie nuovi residenti di origine orobica, indice di traffici commerciali ancora vivaci con le realtà extraregnicole, e non diversamente dal recente passato costretta a convivere con la paura giacché l'8 maggio seguente, come da notizia del governatore di Giulianova Giovan Luca, si avevano sul litorale le ennesime scorrerie turchesche. Un “convivere col Turco”, per mutuare il titolo di un intervento di Raffaele Colapietra utilissimo a lumeggiare la situazione in questo torno di tempo soprattutto con riferimento alla costa abruzzese, certo difficile e senz’altro tormentoso. Quasi quanto doveva esserlo con i debiti di famiglia per Caterina Ruffo, ancora costretta a frequenti viaggi a Napoli dove è al solito impegnata in numerose operazioni immobiliari e finanziarie. Da quella - che affronta con la madre come sua procuratrice - relativa al palazzo già del conte di Conversano Adriano Acquaviva d’Aragona passato poi in parte a beneficio della Casa d’Atri ed assoggettato a sequestro nella porzione spettante proprio ad Isabella in quanto sorella del defunto, all’altra nel Banco dello Spirito Santo, con un suo deposito condizionato di 138.000 ducati al 41/3 per cento di interesse che contribuiva ad incrementare il debito apodissario del Banco stesso. Nel frattempo, dal conclave indetto a seguito della morte di Paolo V era sortita la nomina a romano pontefice del cardinale felsineo Alessandro Ludovisi, arcivescovo di Bologna, incoronato papa il 14 febbraio col nome di Gregorio XV. Educato nel collegio capitolino dei Gesuiti ed uno dei tre cardinali ai quali la commissione di Uditori di Rota aveva affidato la causa per la canonizzazione di Ignazio di Loyooe.
 

PERSONAGGI ACQUAVIVIANI A GIULIANOVA
NOBILTA’ GIULIESE “FIN DE SIÈCLE”: GLI ACQUAVIVA d’ARAGONA  
di Fiorella Acquaviva d’Aragona

Gli Acquaviva
Il Conte Andrea Acquaviva
Andrea Acquaviva d'Aragona anche scrittore

Gli Acquaviva
Quest’anno la bella e sempre attesa rivista (nel suo quindicesimo anno di vita), che si pubblica in occasione della festa della Madonna dello Splendore, ospiterà il ricordo di un personaggio vissuto a cavallo del secolo, che ha lasciato un’impronta nella cultura giuliese dei primi del ‘900. Si fratta del Conte di Castellana Andrea Acquaviva d’Aragona, mio nonno, del quale mi è stato chiesto di riferire alcune notizie e tratteggiarne l’affascinante personalità. Cercherò di riportare alla mente quello che ho saputo di lui fin da bambina e, sulla base dei ricordi, rievocarne la memoria. Andrea Acquaviva è nato il 25 maggio 1852, dal Conte di Castellana, Carlo, e da Alessandrina d’Obrescoff, di nobile famiglia russa.
Dall’unione con la Baronessa Maria Siniscalco di Foggia, Andrea ebbe Carlo mio padre, e Amalia. La sua vita ha rispecchiato in pieno l’epoca in cui visse. Il tratto predominante del suo carattere ricco d’ingegno è stato la spiccata versatilità che lo ha portato ad interessarsi attivamente di tutte le innovazioni scientifiche e culturali del momento, ed a coltivare svariati interessi. Appassionato e raffinato musicista, era in grado di suonare abilmente diversi strumenti, in particolare il violino ed il violoncello. Sportivo, promosse, nella sua Giulianova, la diffusione del velocipede, o del triciclo Cruiser. Ma Andrea Acquaviva d’Aragona è conosciuto, soprattutto, come uno dei primi esperti di fotografia: ci ha lasciato una preziosa e ricchissima documentazione sulla Giulianova del suo tempo. Le immagini da lui fissate con spiccato gusto artistico, ci permettono di conoscere tanti aspetti della vita e della società giuliese. Esiste una collezione di foto e cartoline conservata da Francesco Ciafardoni, appassionato di memorie Acquaviviane. Osservando il suo ritratto, sopra riportato al di là della presenza fisica notevolissima e della nobiltà dei lineamenti, ci si può rendere conto della ricchezza interiore che traspare dalla sua fisionomia, della vivacità del carattere e dell’indipendenza delle idee, di questo figlio della terra d’Abruzzo,nelle cui vene scorreva, per parte di padre, il sangue di una delle più antiche e storiche casate italiane, com’è quella degli Acquaviva d’Aragona, e, per parte di madre, quello di una delle più note famiglie della nobiltà russa, con ascendenza polacca, e molto vicina alla famiglia imperiale. Andrea aveva appena otto anni quando S. M. il Re Vittorio Emanuele II venne ospitato dalla sua famiglia alla montagnola di Giulianova (1860).
Suo padre Carlo aveva avuto un ruolo di primo piano nelle storiche vicende dell’Italia preunitaria; eletto per cinque legislature dalla sua Giulianova alla Camera dei Deputati, Carlo diverrà Senatore del Regno a vita. Non deve avere avuto poco peso sulla formazione di Andrea, l’intreccio delle culture che gli venivano per nascita, nè la straordinaria versatilità della madre, Alessandrina, raffinata pittrice, sensibile musicista e delicatissima scrittrice di prosa e di versi in lingua francese.
Leggiamo alcuni stralci di un articolo commemorativo di Francesco Contaldi apparso sul settimanale “Il Fuoco” del 13 febbraio 1901: “Alessandrina seppe congiungere al fascino della bellezza femminile la fulgida irradiazione di un intelletto forte ed educato alle più schiette espressioni dell’arte”. Il suo salotto, a Firenze e a Roma, fu luogo di riunione per la più autentica aristocrazia del sangue e dell’ingegno, come deliziosi, addirittura, erano i suoi ricevimenti estivi a Giulianova, nella sua amata residenza della Montagnola, quando il magico archetto di Gaetano Braga e la voce appassionata di Francesco Paolo Tosti destavano gli echi malinconici del giardino sonnecchiante sotto la luna. Alessandrina fu per Andrea madre tenerissima, che seppe aprire il cuore ai nuovi ideali. La foto (sotto) che conclude questa mia rievocazione è una testimonianza significativa della vita dell’alta nobiltà napoletana dell’epoca.


Foto di gruppo del 1859 delle dame facenti parte della nobiltà napoletana, alle porte dell’unità d’Italia. Sono presenti due nobildonne della famiglia Acquaviva d’Aragona (indicate come Contesse di Castellana).
Dame rappresentate nella foto:
In piedi da sinistra a destra: - la 1ª (vestita di nero) Duchessa di Bugnera (Calabria) - la 2ª dietro Madame Lorre - la 3ª a fianco della 2ª, Marchesa di Frasto - la 4ª a fianco della 3ª (abito bianco), Contessa Olga d’Obrescoff - la 5ª e la 6ª a fianco della 4ª (sorelle) Principesse Vrosciuvra Wshara - 7ª e 8ª non menzionate - 9ª (grande collo bianco) Principessa di Cariati (Cosenza) - 10ª (di profilo in nero), Principessa Dora Zurlo.

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Il Conte Andrea Acquaviva
Le immagini riprodotte in questa pagina, tutte appartenenti all’ormai ben nota collezione privata di Francesco Ciafardoni, documentano la straordinaria versatilità del Conte Andrea Acquaviva d’Aragona, del quale Fiorella Acquaviva d’Aragona fa, nella pagina precedente, un appassionato quanto veritiero ritratto. Egli fu valente musicista (sotto a sinistra il frontespizio di un suo spartito per canto e pianoforte del 1881; in basso a sinistra lo vediamo, in età avanzata, come violinista). Fu velocipedista provetto (sotto a destra) è raffigurato con il suo “velocipede di sicurezza del tipo “Kangaroo”, fabbricato dalla ditta Hillman. Herbert & Cooper di Coventry. (Per ordinare questo velocipede era necessario indicare “l’altezza della gamba, dal punto più alto dell’inforcatura della coscia, presa in piedi”). In basso a destra possiamo ancora osservare il Conte Andrea con uno dei primi ciclomotori.

      

       

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Andrea Acquaviva d'Aragona anche scrittore
In questo fascicolo, a pagina 55, Fiorella Acquaviva d’Aragona con brevi, efficaci tratti, ripercorre la poliedrica vita di Andrea Acquaviva d’Aragona, soffermandosi su alcuni degli interessi più vivi di questo straordinario personaggio: la musica, la fotografia e lo sport (era infatti un appassionato velocipedista). Ci si consenta di aggiungere che il Conte Andrea fu anche scrittore, una attività che svolse con viva passione e con profonda competenza. Sono opere sue sia l’estratto dalla “Rivista Abruzzese”, fascicolo XII anno XVII (Teramo “Rivista Abruzzese” 1902) dal titolo “L’Adriatico e la pesca sulle coste dell’Abruzzo e delle Marche”, come pure l’orazione funebre in morte di Raffaello Pagliaccetti, del 1900. Di seguito pubblichiamo alcuni brani tratti da: “L’Adriatico e la pesca sulle coste (dall’Abruzzo alle Marche)”. La loro lettura, oltre che riportarci alla vita sul mare nostro come si svolgeva all’inizio del secolo, ci da la misura delle valenti qualità di scrittore del Conte Andrea Acquaviva d’Aragona.
   
Una cartolina degli anni venti, ripresa dal porto di Giulianova, con una veduta del Gran Sasso. Già in questi anni le condizioni di vita dei marinai erano notevolmente migliorate. Sullo sfondo la parte collinare di Giulianova è quasi completamente priva di costruzioni. (Cortesia Biblioteca Vincenzo Bindi)
 

…… Infatti prima dell’unificazione d’Italia, il Tasso, bastimento della R. Marina Napoletana, fece naufragio presso la foce del Tronto, fiume che divideva gli Stati Pontifici dall’antico Reame di Napoli: e più in là, nei miei tempi, vennero a marina uno Shooner Procidano proveniente da Trieste con carico di doghe, ed un bel Brick Greco, il Bessarabia, oltre a qualche altro trabaccolo Marchegiano di cui non rammento il nome.
Tutti questi disastri ebbero a teatro della loro mala sorte la spiaggia di Giulianova fra i torrenti Tordino e Salinello. ……
 
…… Le vele di tutte le barche da pesca delle Marche e dell’Abruzzo sono tinte in vani colori, con disegni talora stranamente raffigurati, di alberi, uccelli, astri scacchiere ecc. ecc. Le ragioni per cui è invalsa questa moda sono due, una cioè quella di avere un distintivo per ritrovarsi ed essere rintracciate nel gran numero delle compagne, e l’altra quella di dare la possibilità alla famiglia. ai parenti od agli interessanti nella industria, di riconoscere da lungi tale o tale altra pariglia di barche.
L’affetto del sole su queste vele variegate è assai pittoresco e grazioso; e quando il mare è calmo, o appena increspato da un leggiero scirocco o maestrale, è uno spettacolo bellissimo e degno di nota quello di una flottiglia di pescatori che se ne torna alla riva, verso l’ora del tramonto.
Il marinaio imbarcato sopra paranze, schili o bargozzi viene pochissimo a terra, e vive quasi sempre, in alto mare. ……
 
…… Può darsi che nei tempi avvenire ogni più piccolo paese prossimo al nostro bel mare abbia la sua banchina rifugio, e sia nel caso di possedere una flottiglia dalle vele variopinte che, se nei momenti difficili dell’elemento adirato farà palpitare il cuore delle madri e delle spose che dalla terra ansiose aspetteranno il ritorno dei loro cari, sarà pure la fonte del loro benessere materiale, ed una guarentigia atta a preservarle dalle dure sofferenze del bisogno.
Così, nella cruda stagione d’inverno, esse, raccolte attorno ai loro focolari bene alimentati dai detriti marini, non istaranno più in preda alla angosciosa incertezza di procacciarsi il pane quotidiano! ……
 
Giulianova, Novembre 1902.

La storia di Giulianova: La Giulianova moderna

Dopo secoli di vita cittadina entro il perimetro quattrocentesco, nella seconda metà dell’Ottocento, sotto una vivace spinta demografica e con il miglioramento dell’economia locale, si ha l’espansione extramuraria dell’abitato collinare, il cui principale nodo urbano è costituito dall’attuale Piazza della Libertà. Anche il sottostante litorale, fino all’Unità d’Italia sostanzialmente deserto, grazie all’entrata in funzione nel 1863 del tronco ferroviario Ancona-Pescara e quindi, nel 1884, della strada ferrata per Teramo, registra una sempre più vivace attività sia commerciale che industriale. È qui infatti che Luigi Crocetti crea nel 1888 una società, la prima in Abruzzo, per la costruzione di mattonelle e lavori in cemento, presto emulato da altri imprenditori. Grazie anche alla “scoperta” del turismo balneare, con la costruzione nel 1874 dello stabilimento balneare e la presenza dal 1896 di un frequentatissimo Ippodromo, l’abitato a valle si infittisce di nuove costruzioni estendendosi progressivamente nelle aree la Giulianova moderna adiacenti alla stazione. Ma la borgata “Marina”, nome della germinazione litoranea di Giulianova, pur condividendo strettamente le dinamiche di crescita comuni agli altri insediamenti costieri, tuttavia rispetto ad essi avrà caratteri distinti, mancando di produrre il ribaltamento delle gravitazioni. 

E difatti nel 1934, quando la frazione ormai ha superato per abitanti lo stesso capoluogo e da tempo costituisce l’epicentro dinamico trainante dell’intero territorio, si opterà per la fusione amministrativa tra l’abitato collinare, che allora come oggi conserva saldamente la sede municipale, con quello litoraneo, che perciò assume la nuova denominazione di Giulianova Spiaggia e dove nel 1936 la già solida vocazione balneare, rappresentata dall’imponente Kursaal realizzato nella parte inferiore nel 1913 come club marino e ultimato in stile liberty sedici anni dopo come albergo assai prestigioso, viene rafforzata dalla costruzione del lungomare monumentale

Nei decenni successivi al secondo dopoguerra, l’espansione urbana privilegia, seguendo uno schema a scacchiera, le aree litoranee meridionale e settentrionale e quindi quella valliva occidentale, non pregiudicando lo sviluppo armonico della città. Oggi, infatti, Giulianova, pur avendo una delle più alte densità demografiche della provincia, è tra i centri costieri abruzzesi a disporre del più alto coefficiente di zone verdi presentandosi nelle vesti di una elegante località, culturalmente assai vivace e apprezzata dai turisti per il finissimo arenile, per le sue dotazioni ma anche per le ricche testimonianze artistiche e monumentali.

L’excelsior acquaviviano dell’arcivescovo di Tebe, i “malificiati” e l’intraprendenza della “borghesia” cittadina. Le numerose lettere spedite al cardinal nipote Ludovisi da mons. Giuseppe a partire dal 13 febbraio 1622, quando da cinque giorni è in Spagna, sono a confermare un rapporto solido tra i due e, pure, l’eminente posizione che l'arcivescovo di Tebe ha ormai conseguito nella Corte papale grazie anche al successo della sua missione, suggellata il 3 maggio con il trattato di Aranjuez. Da quel che sappiamo, l'ultima missiva dell'ancora nunzio Acquaviva al nipote di Gregorio XV è del 18 maggio, di poco precedendo la nuova nomina del Nostro – datata 22 maggio - a primicerio dell’arciconfraternita dello Spirito Santo dei napoletani, sodalizio nel quale ormai folta è la presenza di “ammessi” di provenienza abruzzese. Gli eccellenti risultati raggiunti a livello curiale, ribaditi dalla sua conferma nell'istituzione di riferimento della “nazione” napoletana a Roma, inturgidiscono di molto la visibilità ed il peso anche politico di monsignor Giuseppe che quindi ancor di più deve esibire gli aspetti esteriori del nuovo, importante status. Si comprende allora la sua decisione di commissionare all'architetto Vincenzo Della Greca una serie di lavori sul suo palazzo romano, dove la serra torna ad arricchirsi di nuove rarità anche grazie ai rapporti con il commerciante botanico Felis de Guzman, che vengono portati a compimento entro il 30 ottobre, come da documento di liquidazione delle spese ammontanti a 14,78 scudi. All’incirca di 16 mila ducati era invece la somma di alcuni provvidenziali fidecommessi dei defunti gesuiti Rodolfo e Claudio che proprio in quest'anno Margherita Ruffo riceveva dal collegio atriano della Compagnia, non risolutivi ma certamente buoni ad arginare in parte lo sfascio economico. Per converso sembra davvero incontenibile – almeno a dare retta alle insistite rimostranze del vescovo di Teramo Visconti, quasi esemplate su quelle del predecessore Vincenzo da Montesanto – l'inquietante fenomeno della negromanzia. Molte infatti, aveva scritto con toni apocalittici il presule aprutino nella Relatio ad Limina del 15 dicembre 1621, le “magliarde et streghe” a causa delle quali ancor più numerosi sono gli “inspirati et malificiati” donde, come logico corollario, gli “infiniti et gravi peccati di carne, di vitio contro natura et incesti in particolare”. Una piaga, quella delle “affatturazioni”, che a Giulianova, dopo Teramo, era divenuta purulenta proprio nel 1622 coinvolgendo in una torbida storia, rispettivamente come parte lesa e in qualità di teste, un sacerdote, Agelio Scalabrino, ed un benestante, Francesco Talucci, il cui cognome ci riporta ai due fratelli Taluccio ed Andrea incontrati cinque anni prima. A dare poi prova di una temperie moralmente e religiosamente lasca sono anche, sempre a Giulianova, i meno allarmanti ma persistenti concubinaggi destinati a sollecitare almeno per altri trent'anni buoni l'intervento della corte di giustizia vescovile come di quella secolare. Non mancano inoltre, a completare il quadro, le paganeggianti credenze negli auspici tratti dai serpenti e dagli uccelli, a tal punto diffuse a Giulianova da spingere i Gesuiti, di qui ad un lustro o poco più, a venire in città per una missione di purificazione che pure contemplerà, su loro suggerimento, i rintocchi notturni “ad excitandos animos ad veneranda nostri Reparatoris vulnera quinquies Angelica salutatione et oratione Dominica”.
Francesco I Acquaviva d’Aragona. Certo, a vederla così Giulianova – soggetta senz'altro al duca Francesco, che già il 16 dicembre del precedente anno 1621 nell'esercizio delle sue prerogative aveva imposto a tutti i giovani “allistati” di portare la spada, ma posseduta con patto “de retrovendendo” dalla madre donde l'annuo pagamento, anche per altre cinque “Terre”, di complessivi 2.200 ducati relativi ad entrate e “giurisdizioni” - sembrerebbe dirupata nei vizi e avviluppata in un’atmosfera cupissima. Di buono però c’è, per il Capitolo e per il titolare dell’arcipretura Domenico Porfiri, nominato su proposta di Margherita Ruffo dopo la morte di Boccalari e del successore Pietro De Amicis pure deceduto, il decreto della Congregazione dei Riti che approvava il 6 maggio 1623 l'ufficio di San Flaviano, e per la città una ripresa almeno sul fronte demografico, con l’aumento delle nascite (corposo tra il 1625 e l’anno seguente) tanto da far contabilizzare nel 1626 ben 358 fuochi, 67 in più rispetto al 1595, pari a 1.790 abitanti. Poco, s’intende, ma è già qualcosa per una città che, forse commossa dalla morte - il 12 novembre 1623 – del venticinquenne frate cappuccino Berardo da Avezzano dimorante nel convento di S. Michele arcangelo[128], e patendo nel maggio 1624 l'attraversamento di otto compagnie a cavallo quindi nel settembre 1625 la sosta di truppe con alloggiamento forzoso a carico della comunità[129], per raggiungere il pareggio di bilancio doveva sottoporre i residenti non autoctoni, su decisione assunta obtorto collo dall’università, a nuove gabelle, non diversamente da quanto facevano Atri, Morro, S. Omero e Bellante pure costrette ad estendere l’esazione. Il riferimento a Bellante, “capitale” dell’omonimo marchesato degli Acquaviva di Caserta, ci riconduce necessariamente a monsignor Giuseppe. A partire dal 1623 impegnato in una serie di importanti committenze non sempre disinteressate (come l’incarico affidato in dicembre, a sei mesi dall’elezione al soglio pontificio di Urbano VIII, di un ritratto del papa e di quello del cardinal nipote Francesco Barberini, da poco consacrato, a Simon Vouet, tra i maggiori esponenti del caravaggismo) che daranno corpo ad una preziosa collezione comprendente, tra l’altro, dodici dipinti di François de Nomé alias Monsù Desiderio[132] ma anche opere di Giovanni Antonio Galli detto lo Spadarino e del medaglista Marco Naro, tutte o in parte destinate a confluire nel patrimonio del nipote Alberto[133], il 16 maggio del 1624 il nostro arcivescovo di Tebe ci appare nelle insolite vesti di fustigatore minacciando la scomunica ai pennesi che impedivano al loro vescovo di recarsi per la celebrazione delle funzioni ad Atri, unita alla diocesi di Penne aeque et principaliter. Qualche mese dopo, il 13 settembre, è invece come contraente che perfeziona l’atto di acquisto di Poggio Morello, feudo nel marchesato di Bellante, con Andrea Matteo Acquaviva d’Aragona principe di Caserta. Probabilmente era proprio questo il primo atto dell’opera di ricomposizione dello stato feudale atriano, dal 1528 mutilato di una cospicua e strategica parte territoriale, che l’arcivescovo di Tebe avrebbe portato a compimento nel 1625 con l’acquisto, per 150.000 ducati, della “capitale” Bellante e degli altri centri (Tortoreto, S. Omero, Corropoli) ricompresi nel marchesato. Un’operazione complessa, non esente da pesanti contraccolpi futuri sotto il profilo debitorio, portata avanti con la importante mediazione di un comune amico di entrambi i contraenti, il cardinale Ludovico Ludovisi, e andata in porto perché verosimilmente agevolata dai problemi economici che affliggevano il principe di Caserta. A complottare in maniera combinata contro le finanze di Andrea Matteo Acquaviva d’Aragona non erano infatti solo le ingenti spese per garantire alla sua corte un’immagine che si voleva sfarzosa e sovrabbondante, ma anche i 100.000 ducati assegnati in compensazione alla figlia Anna, sposatasi nel 1618, per la sua rinunzia ad ogni diritto successorio, somma costituente la dote della prima moglie Isabella Caracciolo tuttavia oggetto di contenzioso e quindi ancora indisponibile, oltre a 20.000 ducati ulteriori pure disposti a suo favore. In ogni caso il marchesato di Bellante, senza però il relativo titolo, tornava in possesso degli Acquaviva d’Atri per stringenti ragioni economiche ma forse anche in virtù di una scelta assunta dal principe Andrea Matteo al fine di assicurare il reintegro dei feudi abruzzesi a quel primigenio ramo con il quale i rapporti erano stati di competizione, e talvolta di ostilità, ma che pur sempre costituiva il tronco da cui era gemmata la sua dinastia. Divenuto pertanto “utile Signore” di Bellante, come viene definito nel 1626 in alcuni atti “possessoriali” rinvenuti da Niccola Palma[139], l’arcivescovo di Tebe, che vede riconosciuti prestigio e competenza con la partecipazione alla missione diplomatica spagnola del cardinale Francesco Barberini condivisa peraltro con il porporato Federico Corner, altro appassionato collezionista floreale[140], vive la sua fase di excelsior gratificato anche – sebbene per lui non fosse cosa nuova – dalla dedica che l’ascolano Giacomo Francesco Parisani gli tributa nella sua opera L’Erbillo, un poemetto di tre canti e 330 ottave messo a stampa in questo stesso anno. Da rilevare come accanto a quello di Giuseppe figurino anche i nomi, affiancati in dittico, dei nipoti Francesco, duca d’Atri, ed Ottavio, avviato alla carriera ecclesiastica al pari del fratello Alberto, il cavaliere “Jerosolomitano” a cui Parisani dedica invece un altro poema coevo, La Filomanta zingara vagabonda.

Le bellezze dell'Abruzzo. Mare, monti, arte, gastronomia, folklore: è questa in sintesi, la realtà dell’Abruzzo; che, tra le spiagge dell’Adriatico e le nevi perenni del Gran Sasso d’Italia e della Maiella, può ancora offrire ai forestieri - oltre ad una moderna attrezzatura alberghiera e in campeggi e case private - una vacanza completa, ricca di continue scoperte. I quattro capoluoghi di provincia: L’Aquila, Chieti, Pescara, Teramo e numerose altre città, che in antico ebbero un ruolo determinante, custodiscono tesori d’arte e di storia, resti archeologi, musei, cattedrali, castelli, acquedotti, fontane, ecc., che testimoniano di una continua operosità sul mare, nei campi, sulle montagne. Dalle ceramiche di Castelli ai legni intagliati di dl Pretoro, dai liquori di Tocco Casauria agli orafi di Scanno e ai merletti di Pescocostanzo, è tuttora vivo in ogni angolo della regione un artigianato che spesso affonda le proprie radici addirittura nella preistoria. 

 
 
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