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Ospitalità nel chietino – Dove dormire ad Altino (Ch)

Chieti > Ospitalità Provincia di Chieti
GUIDA ALL'OSPITALITA' NEL PAESE DI ALTINO (CH)
 
Ospitalità nel Paese di ALTINO (Ch) (m. 345 s.l.m.)
Coordinate geografiche del paese di Altino: 42°06′N - 14°20′E
     
  CAP: 66040 -  0872 -  0872.985129 - Da visitare:   
 MUNICIPIO DI ALTINO 0872.985121   0872.985835       0872.993250 -81001430693 -00285260691
Come raggiungere AltinoSatzione: San Vito-Lanciano   Aeroporto d'Abruzzo a 56 Km. Uscita: Val di Sangro
 
HOTELS ED ALBERGHI AD ANTINO (CH)
*** HOTEL AURORA
Via Nazionale, 249 - Contrada Selva - 66040 Altino (Ch)
tel. 0872 983194 - fax 0872 983197
 Servizi offerti dalla struttura













*** HOTEL DOMUS
Via Nazionale, 351 - 66040 Altino (Ch)
tel. 0872 983056 - fax 0872 983736
 Servizi offerti dalla struttura







RESIDENZE TURISTICHE ALBERGHIERE AD ANTINO (CH)
Le origini di Altino (Ch) Nell’alto medioevo i ritrovamenti archeologici più interessanti e prossimi al territorio di Altino, sono quelli rinvenuti in località Santa Lucia, tra Torricella Peligna e Roccascalegna, ed ora conservati al museo di Crecchio. Proprio in questo periodo è probabile che si siamo formati i primi insediamenti sul masso roccioso dove attualmente è collocato il centro storico. I nuovi processi di incastellamento, che iniziarono ad interessare le aree collinari e montane della fascia appenninica, nonché le forme di difesa attuate nel IX secolo dalla chiesa costruendo torri di avvistamento sui propri territori, o realizzando torri campanarie come quelle di San Pancrazio, per contenere le invasioni dei Saraceni che, risalendo il Sangro, allora navigabile, si inoltravano nell’intera vallata disseminando morte e distruzione, come più volte ebbe a verificarsi in quel tempo, accelerarono la crescita dei centri di difesa e di arroccamento. Non sappiamo con precisione quando fu realizzata la prima torre di quello che diventerà il castello di Altino, anche perché successivamente distrutto da eventi tellurici che, nel corso dei secoli, si susseguirono più volte danneggiando anche pezzi di mura costruite per la difesa del borgo. Le prime notizie dirette, pervenute attraverso documenti scritti, risalgono al 1140: Edrisi, geografo incaricato direttamente dal re Ruggero II di analizzare alcune aree geografiche italiane, cita nel suo libro scritto in arabo il castello di Altino con il nome di “Cars Al tin”. Nel 1141 viene citato in alcune concessioni di decime dei castelli di Gisso a Pennadomo che Roberto, vescovo di Chieti, fa ad Alessandro priore dell’eremo di San Salvatore a Maiella. Nel 1145 nel Catalogo dei Baroni il territorio apparteneva al conte Boamondo di Manoppello, giustiziere d’Abruzzo per volere di Ruggero II, e forniva al re due militi, testimoniando indirettamente la consistenza numerica della popolazione del borgo, presumibilmente di circa 48 famiglie. Nelle decime dei secoli XIII – XIV risultano iscritte varie chiese tra cui una dedicata a Santa Maria, anche se non è possibile identificarla con certezza con una delle due chiese ancor oggi dedicate a Maria. Nel 1395 Re Ladislao reintegra Napoleone Orsini nella contea di Manoppello e conferma a Pippo Ricci, della potente famiglia di Lanciano, un feudo sul territorio di Altino che, secondo i suggerimenti dell’Antinori, si tratterebbe di quello rustico di Scosse. Detti territori nel 1421 risultano ancora amministrati da Tuccio Ricci per conto dell’Abbazia di San Giovanni in Venere. Nel periodo delle guerre tra Angioini e Aragonesi, la famiglia Ricci approfittò degli eventi favorevoli e del beneficio della Regina Giovanna, per ampliarne e consolidarne i possedimenti acquistando, da Nicolantonio di Letto, già “Adoa” della nobildonna Marisa, Altino e Casacanditella. Il passaggio delle proprietà fu formalizzato nel 1425. Emergenze architettoniche ad Altino: Il territorio è particolarmente ricco di emergenze architettoniche, soprattutto di quelle localizzate nel centro storico o nei nuclei rurali che, nonostante i valori ambientali o costruttivi per i particolari materiali impiegati, sono poco conosciute, scarsamente valorizzate e comunque non utilizzate. Il Centro storico di Altino: Conserva un notevole pregio ambientale soprattutto per la tipica conformazione arroccata sulla rupe calcarea, interamente circondata da estesi paesaggi che spaziano dalla Maiella al fondovalle Sangro – Aventino, alle colline boscose di Monte Pallano, al sottostante Rio Secco. Seppure soggetto, negli ultimi anni ad assidui interventi di recupero urbanistico e di valorizzazione da parte dell’Amministrazione Comunale, diversi sono gli edifici ancora da ristrutturare, alcuni dei quali conservano ancora intatti gli originali aspetti tipologici ed architettonici. Alcuni palazzi pubblici, come quello “Rossetti”, già recuperato, è predisposto nei locali a piano terra, per ospitare eventuali musei o attività culturali. I Nuclei rurali di Altino (Ch): Nella seconda metà del ‘700 molti insediamenti rurali, sparsi sul territorio, iniziarono a crescere ospitando tipologie insediative di notevole pregio architettonico. In alcuni nuclei si conserva ancora l’aia, spazio comune utilizzato sia per lavori agricoli, come ad esempio la trebbiatura dei grani o dei legumi, sia per le attività di socializzazione (balli, recite, incontri). Sono rintracciabili i tipi edilizi più comuni e soprattutto le tecniche costruttive legate ad utilizzi di materiali particolari: le canne, i vimini, il gesso, il legno che oggi potrebbero costituire degli esempi di bioarchitettura. Sono state individuate alcune tipologie insediative tipiche del mondo rurale: il casino, ossia l’edificio costruito dal signore possidente per ospitare i fattori, le stalle per gli allevamenti, le cantine e le rimesse per la trasformazione e custodia dei prodotti; la masseria, isolata oppure aggregata per ospitare le famiglie contadine legata al podere da lavorare per conto dei signori o per conto proprio; le abitazioni a schiera di fratelli o gruppi familiari; le pagliare per la rimessa del fieno, nella parte superiore, e degli animali nei seminterrati; il fondaco per il presidio degli orti. Edifici di particolare interesse architettonico o tipologico ad Altino: Si sono individuati diversi edifici che presentano aspetti tipologici e formali singolari, attraverso i quali è possibile ammirare l’abilità sia nell’ideazione di determinate strutture, sia nella realizzazione attraverso l’utilizzo di materiali tipici della zona. Ad esempio alcuni edifici legati ai casati di contadini proprietari, presentano una costruzione modulare che, attuata nel tempo in relazione alle singole necessità abitative, riesce a definire un organismo architettonico completo ed uniforme, in cui l’aggregazione abitativa avviene secondo un progetto unitario ben definito a priori, nonostante la completa realizzazione possa traslare nel tempo in una o più fasi. Ricchi sono gli esempi di tecniche costruttive diverse, a seconda della natura e caratteristica dei materiali. Ad esempio nelle aree pianeggianti, prossime ai fiumi, le murature vengono realizzate con pietre tonde di fiume opportunamente lavorate e cementate secondo regole e accorgimenti consolidati nel tempo. Singolare, in alcuni casi, è l’utilizzo del gesso e degli elementi vegetali come canne, vimini ed altro per la realizzazione di solai, controsoffittature, tramezzature ed altro. Anche i camini, associati ai forni, realizzati con gesso e mattoni, hanno una propria tipicità ricorrente nel mondo rurale.
CAMPEGGI AD ANTINO (CH)
Storia del Territorio di Altino (Ch) Tra il Sangro e l’Aventino intorno all’anno mille iniziò il fenomeno dell’incastellamento. Le popolazioni si raggrupparono intorno a fortificazioni strategiche controllate come Prata, Gessopalena, Civitella Messer Raimondo. Occuparono spesso anche antiche fortificazioni sannitiche come Montenerodomo, Pizzi Superiore, Monte Moresco. Gli insediamenti, inoltre, si localizzarono anche in alta montagna oltre 1500 m su Monte La Rocca e monte dell’Ellera, fino a toccare 1615 m su Colle delle Vacche. Il riscaldamento climatico tra il X e XV sec. favorì l’insediamento umano in quota. L’economia dei centri montani si basava sia sullo sfruttamento delle risorse naturali della foresta che sull’agricoltura e l’allevamento. In generale nel Medioevo i centri erano più piccoli di quelli attuali, con una popolazione contenuta e uniformemente distribuita sul territorio, al fine di utilizzare in maniera ottimale le risorse naturali disponibili. In definitiva il nostro comprensorio si contraddistingue per la presenza di numerosi insediamenti e feudi, di origine medioevale, oggi scomparsi. Essi si localizzano solitamente sulla sommità di rilievi, spesso inaccessibili in quanto difesi da rupi strapiombanti. Una caratteristica dell’area è la presenza di insediamenti a quote elevate, oltre i 1200 m, abbandonati come su Liscia Palazzo, Monte La Rocca, Rocca Cerretana, Ricazza, Monte dell’Ellera, Forca Palena, Pietrabbondante, Val di Terra, ecc.. Alcuni di questi insediamenti si localizzavano anche a quota superiore a 1500 m come nel caso di quelli situati su Monte La Rocca e Monte dell’Ellera. Molti degli insediamenti scomparsi furono abbandonati nel XV secolo a seguito di forti eventi sismici, nonché epidemie tra cui la peste che fece la sua comparsa in Europa proprio in quel periodo. Gli insediamenti più elevati non furono ricostruiti probabilmente a causa di un generale raffreddamento climatico. Altri insediamenti, invece, furono probabilmente abbandonati poiché minati dalle frane che interessavano gli affioramenti su cui si localizzavano come nel caso di Monte Moresco, Pile, Rocca Cerretana e la stessa Pizzi Superior su Liscia Palazzo. Il monachesimo benedettino ha rivestito un ruolo importantissimo e decisivo nella riorganizzazione sociale, territoriale, nonché economica dell’area di studio. A partire dal VIII secolo furono fondati importanti monasteri nel comprensorio come Santa Maria Basilica nei pressi di Villa Santa Maria di pertinenza di San Vincenzo al Volturno, nelle vicinanze di una grande ed impenetrabile foresta pubblica sulle rive del Sangro. Sui resti degli antichi templi della città romana di Juvanum fu organizzata, intorno all’XI secolo, l’abbazia di Santa Maria del Palazzo mentre quella di Santa Maria della Spineto fu edificata, probabilmente in un periodo antecedente, sulle vestigia dell’antica Trebula. Più in alto nel territorio di Rosello e non lontano dal tratturo, prima dell’XI secolo, fu fondato il monastero di San Giovanni in Verde. Sull’Aventino, invece, probabilmente intorno al X secolo, venne costruito il monastero di Santa Maria di Monte Planizio. Oltre a questi nel comprensorio si localizzavano altri monasteri benedettini a Palena, Casoli (San Giustino), Roccascalegna (San Pancrazio), Gessopalena (Sant’Egidio), Torricella (Santa Maria di Monte Moresco); inoltre l’importante monastero di San Martino in Valle a Fara San Martino. Intorno ai monasteri sorsero anche alcuni insediamenti come nel caso di Lettopalena nei pressi di Santa Maria di Monte Planizio, oppure Quadri non lontano da Santa Maria dello Spineto e Villa Santa Maria vicino Santa Maria in Basilica. Inoltre, già nel IX secolo, intorno ai castelli posseduti dal monastero di Montecassino, si organizzarono gli insediamenti di Prata, Civitella Messer Raimondo, Gessopalena. I monasteri possedevano terreni seminativi, uliveti vigneti, pometi, inoltre boschi e bestiame. Probabilmente all’attività dei monaci si deve anche l’organizzazione di importanti attività artigianali come quella della lana lungo la vallata dell’Aventino. I grandi Monasteri benedettini dell’area entrarono in una crisi irreversibile nel XVI secolo per cause non ancora del tutto chiare. Altro fenomeno che non può essere trascurato è quello religioso legato alla figura degli eremiti.  Oltre alla maiella, in cui si rinvengono numerosi eremi e luoghi di isolamento per eremiti, in particolare legati alla figura di Pietro dal Morrone e dei suoi seguaci, nel comprensorio si localizzano altri eremi frequentati nel periodo medioevale ed in quelli successivi da diversi anacoreti. In particolare, sotto Monte San Domenico di Pizzoferrato, si localizzavano la grotta e la cella eremitica che fu frequentata nel X secolo da San Domenico da Sora a cui si deve la fondazione, a Pizzoferrato, anche dell’abbazia andata distrutta di Sant’Altissimo. Nei pressi di Fallascoso, sotto una rupe la tradizione colloca l’antro in cui si ritirava in preghiera San Rinaldo, uno dei frati calabresi che tra il X e XI secolo si insediarono nella vallata dell’Aventino ed in perticolare nel monastero di Prata, nei pressi dell’attuale lago di Casoli. Le reliquie del santo tuttora sono conservate nella chiesa di Fallascoso. Anche San Falco, confratello di San Rinaldo, si ritirò in preghiera negli antri della Majella, sopra Palena. Probabilmente un luogo eremitico era preesistente al convento, attualmente scomparso, di San Giovanni in Verde nel territorio di Rosello. Un luogo di ritiro spirituale, attivo anche in tempi recenti, è stata l’area del Santuario della Madonna delle Rose presso Torricella Peligna, meta anche di pellegrinaggi. Ben più antico come eremo è la grotta di Roccascalegna, in località Peschiocupo, ove la tradizione vuole si sia ritirato San Giustino, Vescovo di Chieti, intorno alla metà del IV secolo. Festival 2016 del Peperone Dolce di Altino (Ch) A fine estate, Altino, borgo di origine medievale arroccato su un colle da cui domina un'ampia vallata ricca di orti e frutteti, ospita il "Festival del Peperone Dolce di Altino". Il peperone rosso  di Altino dal profumo e dal gusto più intensi rispetto ad altre varietà  rappresenta un prodotto d'eccellenza dell'intera regione. E proprio per contribuire alla conoscenza di questa tipicità che l'Associazione di Tutela del prodotto organizza l'evento che si presenta come punto d'incontro tra tradizione e gusto. L'appuntamento è nel centro storico, dalle ore 19,00,  per scoprire il paese e gustare i piatti della tradizione del territorio, dagli antipasti ai dolci; ogni piazzetta diventerà teatro di degustazione, laboratori di vimini, legno, rame, merletti, orti didattici e musica, con l'Altino red pepper music. Nell'ambito del festival è in programma "Il Palio delle Contrade", sfida culinaria tra le sette contrade di Altino che si cimenteranno nell'uso più estroso.
VILLAGGI TURISTICI AD ANTINO (CH)
Storia del Territorio di Altino (Ch) Gli insediamenti nella preistoria e durante il dominio dei Sanniti e dei Romani: Non è possibile comprendere la storia e la trasformazione di un territorio, sia pur piccolo come quello di Altino, senza collocarlo almeno in una visione comprensoriale. Per questo, prima di soffermarci sugli approfondimenti di alcuni aspetti e problematiche inerenti in modo specifico il territorio di Altino, è stato necessario inquadrare alcuni fenomeni ed eventi in un sistema di riferimento sufficientemente vasto tale da facilitarne analisi, constatazioni, raffronti, e la stessa comprensione. Il nostro territorio è stato abitato sin dal paleolitico, come testimoniano non solo le caverne e le grotte a ridosso della Maiella, ma anche i numerosi reperti litici rinvenuti in territori meno elevati e rocciosi come quelli di Pescopennataro, nelle vicinanze delle sorgenti Del Verde. Nel periodo neolitico, cioè quando l’uomo da cacciatore e raccoglitore inizia a diventare un agricoltore, i posti prediletti per l’insediamento di capanne sono i terrazzamenti fluviali. Oltre ai terreni più fertili e limosi, la presenza dell’acqua facilita sia le coltivazioni che la stessa vita degli uomini. In effetti i ritrovamenti sin ora fatti interessano le sponde del fiume Aventino. Il cosiddetto “uomo della Maiella” (anche se in realtà si tratta di una donna), vissuto nei nostri ambienti oltre 7.500 anni fa, e rinvenuto a Fonte Rossi nel territorio di Lama dei Peligni nel 1913, rappresenta una delle testimonianze più significative. Nell’età del rame e del bronzo, cioè nel III – II millennio a.C., si incominciarono ad avere le prime traccie di insediamenti testimoniati da pugnali ed asce in pietra o in rame rinvenuti lungo lAventino (Piano Laroma, Lama dei Peligni, Lettopalena, Colledimacine, Taranta Peligna) e nelle vicinanze del Sangro: a Roccascalegna in località Colle Longo; ad Archi in località Fonte Tasca; a Pennadomo sempre nelle vicinanze del Sangro. I ritrovamenti a Cole Longo dimostrano attività di allevamento, soprattutto di pecore, mentre l’insediamento in località Fonte Tasca ci porta la testimonianza più antica, nell’utilizzo adiatico, della coltivazione e commercializzazione dell’ulivo. In definitiva nell’età neolitica, eneolitica e nell’età del bronzo nel nostro comprensorio gli insediamenti tendono a localizzarsi a quote basse in prossimità dei fiumi ed i siti, in genere, sono scelti in relazione:  alla vicinanza di corsi d’acqua o di sorgenti perenni; all’esistenza di suoli piani, produttivi, in poche parole ottimali per l’agricoltura; alla vicinanza, soprattutto per gli insediamenti lungo l’Aventino, dei valloni o di altre strade naturali che permettono l’accesso ai pascoli sulle pendici della Maiella. La logica insediativa rispondeva alle esige agricole, a quelle di avere accesso ai pascoli e naturalmente alla disponibilità di acqua. Tra gli insediamenti agricoli già specializzati, allo stato delle conoscenze attuali, possiamo citare solo quello della Fonte Tasca ad Archi. La notevole quantità di resti di dolii ci induce a pensare che esistesse un’attività produttiva di olio non solo finalizzata a soddisfare i consumi interni, ma anche quelli esterni. E’ però nel primo millennio a.C. che, con il sorgere di entità culturali specifiche, iniziano a moltiplicarsi e a diffondersi gli insediamenti a quote più elevate. Sono per lo più centri fortificati dislocati sulle sommità delle colline e dei monti a ridosso dei fiumi, o anche nelle parti più interne. Possiamo citare le fortificazioni di Monte Pallano, posizionate a guardia della confluenza del fiume Aventino e Sangro; Monte di Maio, M.te Pidocchio, Colle di Guardia e lo stesso M.te Clavario nel centro abitato di Montenerodomo nonché quelli arroccati sui Monti Pizzi, nella parte più interna; altri invece controllano i percorsi lungo i fiumi Sangro ed Aventino, oppure la risalita da questi come Costa del Tasso a Pennadomo, Monte Moresco a Torricella Peligna, M.te S. Giuliano a Gessopalena; verso l’Aventino possiamo citare Colle Calcare a Casoli, Castellano a Lettopalena ed altri a Lama dei Peligni. In questo periodo aumentano anche le testimonianze funerarie delineando una rete insediativa piuttosto diffusa. Gli insediamenti, in ogni caso, hanno una dimensione limitata rispettando le consuetudini di vita degli stessi Sanniti. Le caratteristiche geomorfologiche del nostro territorio, la mancanza di estese pianure, la difficoltà di coltivare terreni con forte pendenze, e probabilmente in gran parte coperti da boschi, inducono a scegliere piccoli insediamenti sparsi sul territorio dov’è possibile costruire una relazione diretta tra le modeste risorse ed il contenuto numero delle persone da sostentare. Sin ora, oltre ai centri fortificati, solo 4 sono gli insediamenti più grandi e significativi: Juvanum, Cluviae, Trebula e l’insediamento su Monte Pallano, non molto distante dalle mura megalitiche erette sulla sommità. Detti centri, oltretutto, saranno potenziati dagli stessi Romani dopo la totale conquista del comprensorio. Il modello insediativo dei Sanniti, e quindi della tribù dei Carecini che occupava il comprensorio, è arricchito dalla presenza di santuari e strutture culturali dislocati in zone facilmente accessibili e fruibili da tutti. E’ il caso del santuario edificato a Juvanum non molto distante dalle strutture difensive di Montenerodomo e dei Pizzi, ma facilmente raggiungibile e posto ad una eguale distanza dal fiume Aventino e Sangro. Il teatro arricchisce un’area evidentemente pensata ed organizzata per i servizi culturali ma anche economici e sociali dal momento in cui gli stessi santuari, come ampiamente documentato, non assolvono solo funzioni religiose, ma facilitano gli incontri e gli scambi e costituiscono dei punti di riferimento per un’economia legata essenzialmente all’agricoltura ed alla pastorizia. Se si analizza la dislocazione territoriale delle fortificazioni e dei santuari, si nota subito la stretta relazione con i percorsi legati alla transumanza. Sono insufficienti gli studi attuali a dimostrare l’esistenza di detti percorsi sin dall’epoca sannitica, ma la relazione è talmente evidente da avvalorarne l’ipotesi. Oltretutto i sistemi insediativi che si sono succeduti nei tempi hanno mostrato, come avremo modo di verificare successivamente, una forte continuità rafforzando l’importanza di alcuni servizi e strutture localizzati proprio in quei punti da sempre vocati a sostenere un ruolo ed una funzione per l’intero comprensorio; ciò probabilmente significa che anche il tipo di economia è strettamente relazionato al territorio ed alle sue persistenti vocazioni.
AFFITTACAMERE AD ANTINO (CH)
Il turismo e gli ambienti naturali di maggior interesse ad Altino: Oltre alla riserva regionale “Lago di Serranella”, area umida localizzata alla confluenza dei fiumi Sangro ed Aventino, nel territorio di Altino si localizzano altre zone di un certo interesse naturalistico per la presenza di specie floristiche o faunistiche rare, nonché lembi di vegetazione residuale o fitocenosi estremamente localizzate di rilevante interesse fitosociologico, come nel caso delle formazioni arbustive mediterranee con ginepro e lentisco. Di seguito vengono descritte queste aree che preservano altri valori ambientali, facendo riferimento agli elementi naturalistici di maggior pregio in ambito regionale e nazionale, nonché agli aspetti ecologici maggiormente caratterizzanti. Uno studio più approfondito è stato effettuato per il bosco planiziale a ridosso del Rio Secco, in considerazione del notevole interesse fitogeografico e storico che questo residuo dell’antica selva di pianura riveste. In Appendice vengono elencate le specie vegetali ed animali più rare e minacciate, meritevoli di tutela, presenti nel territorio di Altino. Il bosco planiziale di rio secco: In considerazione dell’interesse floristico-vegetazionale di questo bosco di pianura, localizzato a ridosso del Rio Secco, prima che questo torrente confluisce nel fiume Aventino, è stato effettuato uno studio più dettagliato. La ricerca, oltre agli aspetti floristici e vegetazionali, ha interessato anche gli aspetti storici per ricostruire le vicende che nel passato hanno portato alla totale distruzione delle selve delle pianure alluvionali del Sangro, Aventino e Rio Secco. I boschi del fondovalle sono quelli che maggiormente hanno risentito dell’azione distruttiva da parte dell’uomo, specialmente negli ultimi secoli quando si è verificata una sistematica azione di disboscamento allo scopo di coltivare i suoli straordinariamente fertili, nonché di permettere l’insediamento stabile dei coloni nelle aree deforestate e favorire l’espansione urbana. La pianura alluvionale dell’Aventino e del Sangro, in Provincia di Chieti, ha così avuto lo stesso destino di molte altre pianure in ambito regionale e nazionale che sono state completamente stravolte dall’azione dell’uomo per essere sfruttate in maniera intensiva. Gli ultimi lembi di boschi residuali della pianura scampati alle distruzioni costituiscono, pertanto, un eccezionale documento sia sotto l’aspetto floristico-vegetazionale che storico e sociale. Nella vallata dell’Aventino, solo una piccolissima formazione boschiva, localizzata nei pressi della confluenza con il torrente Rio Secco, testimonia la passata presenza delle selve primigenie nella pianura alluvionale di cui oggi rimangono solo mere espressioni toponomastiche. Si Tratta di un vero e proprio monumento naturale, o meglio, la vestigia di una natura ormai irrimediabilmente persa. La distruzione delle selve planiziali della pianura dell’Aventino: Prima di gettarsi nel Sangro, il fiume Aventino attraversa un’ampia zona pianeggiante nei comuni di Casoli e Altino. Attualmente, l’area risulta intensamente coltivata e interessata da un forte processo di espansione urbana e, da qualche anno, anche alla realizzazione di insediamenti industriali e artigiani, spesso collocati a ridosso o proprio nell’alveo del fiume con tutte le intuibili e gravi conseguenze che ne potrebbero derivare. La primitiva copertura forestale è testimoniata da alcuni toponimi che ricorrono nella pianura alluvionale: Selva di Altino, Selva Piana e Casoli; inoltre, in un documento catastale del 1890, relativo al territorio di Altino, compare il toponimo Salette, piuttosto frequente lungo i fiumi abruzzesi, con il significato di saliceto. Le ghiaie dei fiumi Sangro e Aventino di recente hanno restituito giganteschi tronchi d’albero, probabilmente di farnia (Quercus robur), che documentano gli antichi e grandiosi boschi che un tempo ricoprivano la fertile pianura. Nelle stesse ghiaie è stato rinvenuto anche un poderoso palco di cervo, probabilmente, uno degli animali che frequentavano le antiche selve oggi scomparse. Quando e come furono distrutte le estese foreste lungo l’Aventino? Quali furono le motivazioni del massiccio disboscamento? Quali erano le formazioni forestali che ricoprivano il fondovalle? A queste domande si cercherà di dare una risposta. Già nella prima metà dell’Ottocento, la pianura di Casoli ed Altino era ormai coltivata in maniera intensiva. Illuminante è la testimonianza del famoso botanico napoletano Michele Tenore che, in un suo viaggio in Abruzzo nell’anno 1832, attraversò e cos’ descrisse la pianura di Altino: “… dei rigagnoli che ne bagnano le basse falde, què laboriosi contadini derivar fanno copiose vene di acqua per irrigare i loro campi. Essi sono coltivati a granone e civaje, che vi fanno sfoggia della più rigogliosa vegetazione. La soverchia umidità che questo sistema di colture trattiene in qué bassi luoghi, per quanto sia propizia all’agricoltura, altrettanto nocivasi scorge alla condizione dell’aria, notabil danno arrecando alla salute de’ contadini che vi pernottano”. Il medico Giuseppe De Nobili di Casoli, nel 1835, si adopererò per la regimazione delle acque dell’Aventino e arrivò persino ad ipotizzare la deviazione delle acque del fiume sul letto del torrente Rio Secco mediante una lunga galleria, tutto per limitare i danni che le frequenti inondazioni dell’Aventino arrecavano alla pianura casolana ormai coltivata in maniera intensiva, grazie anche all’arrivo dei nuovi prodotti di origine americana come il mais, i fagioli, le zucche, il peperone e il pomodoro. Quest’ultimo ortaggio risulta essere coltivato per la prima volta in Abruzzo proprio nel territorio di Casoli già nel 1815 (Manzi, 1999). Dagli atti del notaio Paglione di Gessopalena apprendiamo che alla confluenza tra il Sangro e l’Aventino, ove attualmente si localizza la riserva naturale di Serranella, nell’anno 1584 si estendeva un bosco di proprietà di Dionisio de Marinis, signore di Altino, che godeva del diritto di affittare le ghiande ed altri frutti prodotti da questa selva allora conosciuta come Mammuna.
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Il turismo e gli ambienti naturali di maggior interesse ad Altino: I boschi della pianura dell’Aventino, in particolare quelli delle Scosse, finirono nelle mani del Duca di Casoli il quale ne intraprese il taglio intorno all’anno 1720 per colonizzare e iniziare la coltivazione dei terreni del fondovalle, come si evince da alcuni atti rogati dal notaio Sciarra di Fara San Martino (Fiorentino, 1993). Questi documenti sono di grande interesse in quanto, oltre ad informarci sul periodo del disboscamento, testimoniano anche le modalità di bonifica dell’area. Gli operai addetti alle operazioni di esbosco, provenienti per la maggior parte da Lama dei Peligni, tagliarono e sradicarono tutti gli alberi considerati infruttiferi; risparmiarono, però, quelli fruttiferi, utili per l’allevamento dei maiali e per la sopravvivenza degli stessi uomini nei periodi di carestia, come nel caso delle querce, sorbi, peri e meli selvatici. Il legname tagliato veniva ammucchiato in maniera ordinata e le sterpaglie bruciate. Le terre così strappate alla foresta furono messe a coltura e vennero edificate le prime masserie per la permanenza stabile dei coloni in queste aree, precedentemente frequentate e sfruttate solo nel periodo invernale, in quanto malsane per la presenza della malaria, conseguenza dei ristagni di acqua e della presenza di vaste aree impaludate. Il bosco oggetto del presente studio si colloca a ridosso della sponda del torrente Rio Secco, nei pressi della confluenza del corso d’acqua con il fiume Aventino, in località le Scosse nel comune di Altino (CH), su un piccolo terrazzo fluviale ad una quota di circa 100 m.s.l.m. La valle dopo la confluenza con il Sangro, si allarga e diviene più ampia. Il substrato geologico su cui si sviluppa il bosco è costituito dal conoide di deiezione del torrente Rio Secco formato da clasti calcarei grossolani su cui è evoluto un suolo poco profondo e molto permeabile. La formazione forestale si estende per circa 4 ha ed è delimitata da campi coltivati e dall’alveo del torrente. Il bosco è governato ad alto fusto, quantunque non si riscontra la presenza di alberi di grandi dimensioni, e viene sfruttato in maniera saltuaria con il taglio della legna da ardere ad uso familiare. Una pista sterrata spacca a metà il bosco; lungo il tracciato stradale si notano piccoli cumuli di rifiuti di vario genere e la presenza di diverse specie floristiche avventizie di origine esotica penetrate nel bosco proprio con i rifiuti ivi trasportati. Per la nomenclatura floristica si fa riferimento a Conti (1998), la vegetazione è stata studiata ed inquadrata con il metodo fitosociologico. La vegetazione del bosco di Rio Secco: La cenosi forestale in oggetto è costituita da un querceto a roverella (Quercus pubescens) ascrivibile all’associazione vegetale Roso sempervirentis – Quercetum pubescentis. Si Tratta di un querceto “caldo” caratterizzato dalla presenza di numerose entità floristiche temofile a distribuzione mediterranea che si insediano anche nei boschi di leccio (Quercus ilex): come la smilace (Smilax aspera), il caprifoglio (Lonicera etrusca), la robbia selvatica (Rubia peregrina), la rosa di San Giovanni (Rosa sempervirens), la vitalba fiammola (Clematis flammula). Lo strato arboreo è dominato dalla roverella a cui si associano altre essenze forestali con valori di copertura minori quali il cerro (Quercus cerris), l’orniello (Fraxinus ornus) e il leccio. Il bosco si presenta molto intricato per la massiccia presenza di specie lianose, in particolare la smillace e la rosa di San Giovanni. Il querceto di Rio Secco mostra anche una facies più fresca in corrispondenza di piccoli avvallamenti del terreno ove si registra un suolo più profondo e una maggiore umidità: tale facies si caratterizza essenzialmente per la presenza del gigaro (Arum italicum) a cui si associano altre entità floristiche più mesofile come l’edera (Hedera helix), il prugnolo (Prumus spinosa), l’olmo (Ulmus minor), ecc. L’associazione Roso sempervirentis – Quercetum pubescentis è stata rilevata anche per altre località abruzzesi (Biondi et. Al., 1990), marchigiane (Biondi, 1986; Allegrezza et al., 1997; Verdecchia, 2000) e umbre (Catorci, Orsomando, 1997), solitamente lungo la fascia costiera, oppure in aree interne con un clima di tipo mediterraneo o sub – mediterraneo. La presenza di questa associazione boschiva sulla pianura alluvionale, anziché di una formazione forestale più mesofila come ci si aspetterebbe, è da relazionare al particolare substrato litologico costituito da ghiaie calcaree grossolane depositate dal torrente Rio Secco allo sbocco nella pianura, prima della confluenza con l’Aventino. Il substrato molto permeabile determina, quindi, un’aridità edafica che facilita l’insediamento di questa associazione vegetale caratterizzata dalla presenza di numerose specie termofile. In altri settori della pianura alluvionale dell’Aventino e Sangro ove è presente un suolo più profondo e fresco, con falda acquifera alta e frequenti ristagni d’acqua, è difficile immaginare quale vegetazione potenziale il Roso semper virentis – Quercetum pubescentis. Infatti i piccoli lembi di bosco planiziale e riparale sopravvissuti lungo il Sangro e il torrente Gogna (Manzi, 1988; Manzi e Pellegrini, 1995) lasciano supporre che la grande pianura alluvionale, in passato, fosse occupata per la maggior parte dei boschi mesofili e in particolare da querco – carpineti, ossia boschi a dominanza di farnia (Quercus robur) e carpine bianco (Carpinus betulus). La farnia, una quercia maestosa tipica propri di questi boschi che si sviluppano nella fertile pianura del fondovalle, tuttora è presente lungo il torrente Gogna e il fiume Sangro (bosco di Mozzagrogna, boschi alla foce); inoltre si rinvengono individui isolati nelle campagne coltivate che testimoniano la potenzialità della specie. D’altronde, nella pianura casolana, la farnia viene citata tra le specie forestali anche in documenti notarili del ‘700 con il nome di ischio, termine che in passato indicava questa specie in Abruzzo.
APPARTAMENTI PER VACANZA AD ANTINO (CH)
Il turismo e gli ambienti naturali di maggior interesse ad Altino: Il bosco residuale di Rio Secco, quantunque limitato nell’estensione, presenta un notevole interesse sia di carattere botanico – vegetazionale che storico e sociale. Infatti, costituisce una preziosa testimonianza delle selve che un tempo ricoprivano la pianura alluvionale del bacino idrografico dei fiumi Sangro – Aventino e quindi un utile indizio per ricostruire la vegetazione potenziale. La sua esistenza dimostra che la vegetazione potenziale della pianura non è uniforme, ma diversificata in funzione del substrato geologico. E’ ipotizzabile che sui depositi grossolani della pianura, clasti e ghiaie calcaree, la vegetazione potenziale sia rappresentata da formazioni forestali maggiormente xeriche come nel caso dell’associazione Roso sempervirentis – Quercetum pubescentis descritta per il bosco di Rio Secco; mentre una vegetazione più mesofila dei querco – carpineti si sviluppa nelle aree caratterizzate da suoli più profondi e meno permeabili come sui suoli argillosi che costeggiano l’ultimo tratto del corso del torrente Gogna, anch’esso affluente del Sangro. La formazione forestale oggetto di studio costituisce, insieme al bosco di Mozzagrogna, quantunque quest’ultimo si caratterizzi maggiormente come bosco ripariale anziché planiziale, la testimonianza ultima delle grandiose selve della pianura fluviale del bacino del Sangro la cui distruzione ebbe un impulso decisivo e un epilogo drammatico nel corso del XVIII secolo. Il bosco di Rio Secco presenta anche un altro aspetto peculiare: la campagna che lo circonda la quale, almeno nel lato meridionale, ha conservato un aspetto tradizionale. Infatti, numerose sono le querce sopravvissute, sia isolate che in filari. Si tratta di una delle ultime testimonianze della campagna dei secoli XVIII e XIX, frutto dei disboscamenti descritti in precedenza che risparmiavano gli “alberi fruttiferi” e in particolare le querce indispensabili per l’allevamento dei maiali, attività di rilevante interesse socio – economico nella vallata del Sangro nei secoli scorsi (Manzi, 1989). Concludo questa breve nota di carattere storico e botanico con un invito caloroso agli enti competenti e alla popolazione locale affinché prendano a cuore il bosco di Rio Secco e ne garantiscano la tutela e una appropriata valorizzazione. Questi pochissimi ettari di “selva” racchiudono valori naturalistici, storici e sociali notevoli, la cui distruzione non comporterebbe alcun vantaggio alla collettività ma solo la perdita di un tassello della storia naturale dell’area e della storia sociale ed economica degli uomini che in quel territorio hanno vissuto e continuano a vivere. Le rupe del centro storico di Altino (Ch): Il centro storico di Altino si localizza su una rupe, costituita essenzialmente da calcare e marma, che si innalza fino ad una altitudine di 345 m. La rupe, in considerazione delle sue caratteristiche geomorfologiche e dell’acclività dei versanti presenta una buona naturalità ed aspetti ambientali interessanti. Il versante meridionale si caratterizza per l’affioramento di bancate rocciose colonizzate da una vegetazione mediterranea costituita da gariche a cisti, lentisco e ginepri, inframezzate da prati aridi annuali, nonché piccoli lembi di vegetazione rupestre. Tra le specie più significative rinvenute si segnalano: Argyrolobium zanonii, Anthyllis tetraphylla, Stipa bromoides, Hyparrhenia hirta. Rilevante è la presenza sulla sommità delle rupi di alcuni ginepri coccoloni (Juniperus oxycedrus ssp. Macrocarpa) (Biondi et al. 1988) ed esemplari di terebino (Pistacia terebinthus) che raggiungono anche dimensioni degne di nota. Sulle pendici più aride ed erose si localizzano formazioni arbustive con lentisco (Pistacia lentiscus), spina di Cristo (Paliurus spina – chrysti), acero minore (Acer monspessulanum). Va segnalata anche una popolazione ormai spontaneizzata di fico d’india (Opuntia sp.) che ha colonizzate le pareti sommitali della rupe, a ridosso delle ultime abitazioni. La specie, di origine americana, nei secoli scorsi è stata introdotta e diffusa per il consumo dei frutti eduli. A ridosso delle abitazioni si riscontra la presenza anche di altre essenze floristiche spontaneizzate, un tempo coltivate negli orti quali piante medicinali come nel caso di Lavatera arborea, Papaver sommiferum, Ruta graveolens (Manzi, 2006), oppure Lycium europaeumutilizzato per la realizzazione di siepi interpoderali. Il versante con esposizione settentrionale, invece, ospita una fitta copertura boschiva costituita da diverse essenze forestali, quali cerro sui terreni argillosi alla base della rupe, roverella, mentre le zone più rocciose sono occupate principalmente dal carpine nero, ornello e leccio. Quest’ultima specie forma dei consorzi forestali di alto fusto, piccoli nell’estensione ma interessanti sotto l’aspetto strutturale e fisionomico, nelle vicinanze della grande rupe verticale costituita da marne e interessata da frequenti crolli e da una cavità. Il piccolo lembo di lecceta attribuibile all’associazione Orno – Quercetum ilicis si caratterizza nella fisionomia per l’abbondante presenza di una liana spinosa: lo straccia braghe (Smilax aspera). Sulla rupe si localizza un sito di nidificazione di gheppio. Tra i grossi animali che frequentano il bosco, oltre alla presenza del cinghiale divenuta recentemente ubiquitaria, si segnala il capriolo, di cui sono state ravvisate le tracce ed osservato in maniera diretta un esemplare maschio, proprio in occasione della redazione del presente studio.
CASE PER LE FERIE AD ANTINO (CH)
Il turismo e gli ambienti naturali di maggior interesse ad Altino: Sant' Angelo: Sotto la frazione Sant’Angelo, sul versante che degrada verso il Sangro, si localizza un’area con buoni elementi di naturalità. Si tratta di un ambiente costituito da piccole balze arenacee, campi coltivati, uliveti con alberi monumentali, inframezzati ad incolti e residui di boscaglie a roverella. Le balze arenacee si caratterizzano, oltre che per la presenza di un interessante giacimento fossilifero (in particolare resti molluschi bivalvi) che andrebbe ulteriormente indagato, per una vegetazione termofila costituita essenzialmente da praterie steppiche a Hyparrhenia hirta, una specie erbacea di origine sub – tropicale piuttosto rara e localizzata in Abruzzo che qui, invece, costituisce ampie formazioni sul suolo sabbioso. Ai piedi delle balze si sviluppano formazioni arbustive con alterno (Rhammus alaternus) e più a valle con lentisco (Pistacia lentiscus), specie in passato intensamente utilizzata sia per i frutti da cui si ricavava un olio impiegato per alimentare le lampade e per le foglie e i giovani rami da cui si otteneva tannino, sostanza indispensabile per la concia del pellame. Tra le formazioni di lentisco spesso si insediano anche densi ed impenetrabili macchioni di spino di Cristo (Paliurus spina – christi), localmente noto come vecache. Negli incolti, ormai colonizzati da praterie secondarie dominate da Brachypodium, si rinviene una specie vegetale molto rara in ambito regionale che in quest’area raggiunge il limite settentrionale del suo areale sul settore adriatico della Penisola: Ononis mitissima, specie anch’essa alquanto localizzata nell’ambito del teritorio regionale. Ulteriori indagini tassonomiche serviranno ad inquadrare meglio gli individui di Ononis diffusa rinvenuti a Sant’Angelo. I boschetti residuali che scendono fin quasi sulla pianura alluvionale del Sangro sono costituiti essenzialmente da quercieti termofili a roverella attribuibili all’associazione Roso sempervirentis – Quercetum pubescentis. Lungo la vecchia strada si rinvengono esemplari di roverella di grandi dimensioni e, lungo le siepi, in primavera è possibile osservare la fioritura della bocca di lupo (Hermodactylus tuberosus), una specie di iris della caratteristica infiorescenza. L’area presenta anche un notevole interesse di carattere agronomico, in particolare per quanto attiene alla coltivazione degli olivi. Ivi, infatti si localizzano alcuni tra gli uliveti più vecchi del territorio altinese, con alberi dalle dimensioni monumentali. Il turismo e gli ambienti naturali di maggior interesse ad Altino: Area Calanchiva le Macchie: In località Le Macchie affiorano le argille rosse scagliose o valico lari della “colata gravitativa dell’Aventino – Sangro”. L’area centrale di questo versante che degrada verso il Sangro è caratterizzata da frane e smottamenti, nonché fenomeni erosivi molto accentuati. Queste forme di erosione sono tipiche proprio delle argille scagliose e ben si differenziano da quelli che si manifestano sulle più recenti argille grigie del Pliocene. Le argille scagliose risalgono infatti all’Oligocene e manifestano una colorazione variegata e diversificata. Ad Altino presentano una colorazione scura di fondo con striature di colorazione rossa o azzurrina, in relazione al contenuto di composti del ferro o del rame. Queste forme erosive molto spinte ospitano un contingente floristico impoverito ma alquanto interessante e peculiare. Infatti le specie che riescono a vivere in questo ambiente presentano le caratteristiche delle piante pioniere e risultano ben adattate a vivere in condizioni ambientali estreme e su suoli con alti contenuti di Sali. Tra le piante più caratteristiche ed esclusive si ricordano Hordeum maritinume Parapholis strigosa che costituiscono un’associazione pioniera nota ai fitosociologi come Parapholis strigosae – Hordeetum marini (Biondi et al., 1990). Tra le altre piante si ricordano Cardopatum corymbosum, una composita spinescente che cresce esclusivamente in questi ambienti, inoltre Podospermum laciniatum, localmente nota come varve e in passato oggetto di raccolta in quanto utilizzata quale pianta commestibile. Su queste formazioni calanchive si rinviene una interessante popolazione di Beta vulgaris subsp. Martima e di Cynara cardunculus, rispettivamente i progenitori selvatici della bietola coltivata e del carciofo. Le specie legnose che meglio riescono a crescere su questi terreni argillosi risultano essere la tamerice (Tamarix gallica) che solitamente si insedia sul fondo delle vallecole segnando questo paesaggio, e il pero selvatico (Pyrus amigdaliformis), un albero fruttifero tenuto in alta considerazione in passato poiché i piccoli frutti venivano raccolti per essere utilizzati nell’alimentazione del bestiame e sovente per quella dell’uomo. La tamerice è stata diffusa dagli uomini nel tentativo di stabilizzare i terreni argillosi e limitare l’insorgere di frane e smottamenti. Sui campi coltivati, sul finire dell’estate, non è raro osservare un particolare infestante la Crozophora tintoria, meglio nota come tornasole, una specie erbacee utilizzata quale colorante naturale per alimenti. La colorazione che si ottiene da questa pianta varia in funzione del pH dell’ambiente di utilizzo. L’area presenta, oltre ad un interesse di tipo floristico e vegetazionale, anche un certo interesse geomorfologico connesso all’affioramento delle argille scagliose in cui si generano facilmente fenomeni erosivi e di smottamento. Le argille scagliose, peraltro, inglobano una notevole varietà di rocce e minerali.
COUNTRY HOUSE AD ANTINO (CH)
Il turismo e gli ambienti naturali di maggior interesse ad Altino: Il calvario – bricciole: Il Calvario, localmente conosciuto anche come Monte, costituisce il rilievo che raggiunge la quota più elevata (434 m) nell’ambito del territorio comunale. Si tratta di una collina marnosa che nel lato settentrionale ed orientale presenta pendici molto acclivi, mentre il versante meridionale ha una morfologia piuttosto dolce. Le aree più acclivi e quelle con roccia affiorante sono rivestite da vegetazione naturale in quanto in passato utilizzate solo per la legna e il pascolo del bestiame. I boschi sono costituiti essenzialmente da querceti a roverella a cui si associano il carpine nero, il carpine orientale e, nei settori più termofili, il leccio e l’ornello. Le aree maggiormente erose sono interessate da formazioni arbustive dominate dal lentisco (Pistacia lentiscus) e dal ginepro rosso (Juniperus oxycedrus), non mancano le formazioni a cisto (Cistus creticus), a ginestrella (Osiris alba), specialmente sulla sommità del rilievo, e a camedrio doppio (Teucrium flavum). Sul versante orientale si rinvengono diverse rupi e, probabilmente, il sito di una vecchia cava per l’estrazione di materiale lapideo calcareo. Sulle rupi si localizzano preferenzialmente la fillirea (Phyllirea latifolia), il terebinto (Pistacia terebinthus) e l’acero minore (Acer monspessulam). Va segnalata la presenza di un esemplare monumentale di ginepro coccolone (Junipeurs oxycedrus subsp. Macrocarpa), tra gli individui più grandi della regione, degno di nota e di tutela. Inoltre si rileva la presenza di un alto numero di orchidee sia nei prati, appartenenti essenzialmente ai generi Ophrys ed Orchis, che nel bosco (generi Limodorum e Cephalanthera). Sul versante settentrionale, si rinvengono diverse aree un tempo coltivate ed oggi abbandonate, interessate alla ricolonizzazione della vegetazione spontanea. Nei vecchi terreni coltivati si osservano ancora vecchie varietà di ulivi ed alberi fruttiferi; inoltre si notano le opere di bonifica e sistemazione agraria quali muretti a secco, sentieri, terrazzamenti e resti di nuclei di vecchi abitati che accrescono il valore paesaggistico e documentario del territorio. Nella zona pianeggiante nell’area di Bricciole, si localizza un’interessante area orticola, segnata dalla regolare divisione degli appezzamenti, che sfrutta le copiose risorgive della zona. Tra le sorgenti, va ricordata per il suo interesse storico, nonché idrogeologico e naturalistico, una risorgiva di acqua sulfurea, in passato utilizzata anche per alcune forme di cure termali. Tra le specie animali di maggior pregio rinvenute in zona si segnale la presenza del cervone (Elaphe quatuuorlineata), il più grande dei serpenti europei ed uno dei più rari e minacciati di estinzione (AA. VV., 2004). Tra i picchi è stata accertata la nidificazione del picchio verde e di quello rosso maggiore. Il turismo e gli ambienti naturali di maggior interesse ad Altino: Rilievi Colli – Castellana. Si tratta di un’area caratterizzata da rilievi in prevalenza marnosi tra cui si aprono vallate costituite da argille varicolori che spesso inglobano piccoli affioramenti calcarei. L’altitudine culmina con il rilievo denominato Colli (380 m circa), mentre le quote inferiori toccano i 200 m. I rilievi in buona parte sono interessati da vegetazione naturale, mentre le aree vallive e sub – pianeggianti sono soggette ad agricoltura. La vegetazione forestale è costituita da boscaglie in prevalenza di roverella a cui si associano carpine nero, nei versanti settentrionali, ornello e leccio nei versanti meridionali. Nelle aree più acclivi, la vegetazione forestale è stata sostituita, a seguito dell’azione umana intensa in passato, da fitte formazioni arbustive costituite da lentisco (Pistacia lentiscus) e ginepro rosso (Juniperus oxycedrus), a cui spesso si associa il cisto (Cistus creticus). Si tratta di arbusteti mediterranei o sub – mediterranei, ben caratterizzati nella loro fisionomia e composizione specifica, che si riscontrano solo in alcune aree della bassa vallata del Sangro, sempre su affioramenti rocciosi calcarei o marnosi. Queste cenosi arbustive dominate da lentisco e ginepro, meritano di essere ulteriormente indagate sotto l’aspetto vegetazionale allo scopo di approfondirne l’inquadramento fitosociologico. Piccole aree pascolive si aprono all’interno di queste formazioni arbustive costituite da Stipa bromoides, Cleistogenes serotina e Fumana sp.pl.. Nelle aree più aride si rinvengono anche limitate estensioni di praterie steppiche a dominanza di Hyparrhenia hirta, caratteristiche nel loro aspetto e ben individuabili anche da lontano. Nel comprensorio, in particolare nell’area individuata dal toponimo Castellana, si localizzano diversi esemplari arborei di ginepro coccolone (Junyperus oxycedrus subs. Macrocarpa) che andrebbero tutelati ed opportunamente valorizzati. Nei pascoli secondari a dominanza di Brachypodium rupestre si rinviene una specie floristica molto rara: il finocchio porcino (Peucedanum officinale) presente con diversi individui. Oltre che nel territorio di Altino, in Abruzzo la specie è stata segnalata solamente nell’area di Monte Pallano e nel territorio di Casoli (Conti, 1998). In passato il finocchio porcino veniva utilizzato nella farmacopea popolare per la cura di alcune forme di catarro e, secondariamente, per altre patologie e disfunzioni. Spesso le aree coltivate ed abbandonate sono soggette alla ricolonizzazione di densi arbusteti, in particolare formazioni impenetrabili a spina di Cristo (Paliurus spina – christi). Tra le specie animali si segnala la presenza del capriolo, nonché la nidificazione di due specie di uccelli rapaci: la poiana e soprattutto il nibbio reale, specie ornitica rara in ambito europeo e che sul versante adriatico della penisola non si spinge più a nord del bacino del Sangro. D’inverno i querceti dell’area costituiscono un’area di rifugio e di alimentazione per cospicui stormi di colombacci.
OSTELLI DELLA GIOVENTU' AD ANTINO (CH)
Il turismo e gli ambienti naturali di maggior interesse ad Altino:  Gli uliveti di Altino (Ch): Il territorio di Altino, storicamente, ha trovato nella vite e nell’ulivo le colture meglio adattate alle condizioni climatiche e pedologiche del comprensorio. Si tratta di coltivazioni di pregio finalizzate, oltre che al consumo locale, alla commercializzazione e all’esportazione nei comuni dell’area montana. Ancora oggi, diversi settori del territorio altinese risultano caratterizzati da folti e vecchi oliveti che testimoniano il radicamento della coltura dell’albero sacro ad Atena e simbolo vivente del Mediterraneo. Oliveti si riscontrano nel settore meridionale del territorio comunale, ma soprattutto sui versanti collinari della contrada Sant’Angelo dai quali gli uliveti scendono fino a colonizzare la piana alluvionale dei fiumi Sangro ed Aventino. Si tratta essenzialmente di oliveti di antico impianto, con alberi vetusti, contorti dal tempo e dalle intemperie, spesso cavi all’interno. Alcuni di essi raggiungono dimensioni rilevanti e possono essere annoverati tra gli ulivi più grandi e monumentali in Abruzzo, come nel caso di alcuni esemplari a valle delle masserie di Sant’Angelo o di olivo gigantesco localizzato in pianura. Questi uliveti sono sopravvissuti alle due grandi gelate del secolo XX quelle dell’inverno 1929 e del 1956. In mezzo agli ulivi, spesso, si riscontrano altre essenze fruttifere in particolare mandorli e, più raramente, sorbi, cotogni, melograni. La varietà di olivo sono quelle antiche: gentile, crognaleto, olivastro, ghiandaro, per la produzione di olio, ndosso per la produzione di olive da frutto. In passato, gli olivi venivano impiantati anche all’interno delle vigne tradizionali in cui le viti erano governate ad alberello e sorrette da canne. Oggi, invece, gli olivi sono stati banditi dai moderni impianti viticoli, così come molti altri alberi fruttiferi che in passato crescevano frequentemente tra le viti. E’ cambiata anche il modo di potare gli ulivi. Anche le piante vecchie e secolari oggi vengono trattate al fine di facilitare la raccolta dei frutti anche in funzione dell’impiego delle macchine. Gli alberi non svettano più come nel passati, ma vengono potati bassi modellandoli nella caratteristica forma a vaso capovolto. Specie rare e di prestigio: Di seguito vengono descritte le specie vegetali sevatiche, riscontrate nel territorio di Altino (al di fuori della riserva regionale di Serranella), di maggior pregio, in relazione alla loro rarità sul territorio regionale e nazionale, nonché per il loro interesse fitogeografico e per la necessità di salvaguardia. Juniperus oxycedrus L. subsp. macrocarpa (Sibth. Et Sm) Neirl: Si tratta di una entità arbustiva, in Abruzzo presente solo in un’area ristretta nei comuni di Roccascalegna, Casoli, Altino, Gessopalena. Questo ginepro, solitamente localizzato sulle dune costiere, in Abruzzo si rinviene sui terreni argillosi della colata gravitativi dell’Aventino – Sangro o sui rilievi calcarei e marnosi (Biondi et al., 1988). Costituisce piccole boscaglie, oppure cresce solitario all’interno della macchia o su rupi e cenge. Nei territori di Roccascalegna ed Altino, il ginepro coccolone raggiunge dimensioni notevoli oltre 8 m di altezza, assumendo un portamento arboreo. In particolare ad Altino, si segnala nell’area il Calvario – Brecciole, un esemplare di dimensioni rilevanti per la specie, con il portamento monumentale, caratteristica che può fare di questo ginepro un vero e proprio richiamo turistico, almeno tra gli esperti ed appassionati. Altri individui dal portamento arboreo si segnalano nell’area Colli – Castellana, mentre i pochi esemplari sulla rupe del centro storico presentano dimensioni più contenute. Le formazioni a ginepro coccolone del comprensorio, in considerazione della loro rarità e del fatto che questa pianta rientra tra le specie in pericolo di estinzione di Abruzzo (Conti et al., 1997), vanno adeguatamente tutelate e valorizzate. Ononis diffusa Ten. – Ononide diffusa: Questa specie è segnalata per l’Abruzzo solo per la parte mediana del bacino del Sangro, in particolare nel territorio di Gessopalena in località Piane Vicenne, e in quello di Altino, nella stazione di Sant’Angelo. Queste località risultano del tutto inedite, la specie viene segnalata per la prima volta per la regione Abruzzo proprio in questo lavoro. La pianta si sviluppa nelle praterie secondarie dominate da Brachypodium, nell’ambito dei terreni argillosi, spesso formando dense popolazioni. Gli individui rinvenuti in zona presentano alcune caratteristiche morfologiche intermedie con Onomis mitissima L. Nel territorio di Altino, la pianta è segnalata negli incolti sotto l’abitato di Sant’Angelo, sul versante Sangro ove forma anche piccoli popolamenti monospecifici. La stazione altinese segna il limite settentrionale dell’areale della specie sul versante adriatico della Penisola. Peucedanum officinale L. – Finocchio porcino: In Abruzzo, questa specie un tempo tenuta in considerazione per i suoi impieghi nella fitoterapia, è molto rara e segnalata solo per il territorio di Atessa (Vallaspra), Casoli (Grottaimposta) (Conti, 1998) ed Altino. In quest’ultimo comune, in cui la presenza della specie risultava finora del tutto inedita, si rinviene nei pascoli secondari inframezzati a boscaglie in località Castellana. In passato le radici che secernono un lattice di colore giallognolo, venivano utilizzate nella medicina popolare per curare i catarri cronici dell’apparato respiratorio, contro le febbri intermittenti e quale regolatore del ciclo mestruale (Negri, 1976). Hyparrhenia hirta (L_) Stapf subsp hyrta – Barboncino: Si tratta di una graminacea di origine sub – tropicale, che cresce in ambienti aridi non distanti dalla costa. In Abruzzo questa pianta non risulta molto rara, si localizza essenzialmente nella provincia di Chieti dove forma anche caratteristiche praterie di limitata estensione. I pascoli ad Hyparrenia hirta della zona sono stati inquadrati nell’associazione Onosmato echiodis – Cymbopogonetum hirti (Bionde t al. 1988). Nel territorio di Altino, le formazioni più interessanti ad Hyparrhenia si rinvengono in località Sant’Angelo.
RIFUGI E BIVACCHI AD ANTINO (CH)
Aree naturali nel territorio di Altino (Ch) La sorgente sulfurea in contrada Briccioli. Il massiccio di roccia ammirabile dalla chiesa di Santa Maria del Popolo. L'immenso patrimonio paesaggistico del lago di Serranella. Il turismo e gli ambienti naturali di maggior interesse ad Altino: Specie animali rare: Segue la descrizione delle specie faunistiche di maggior interesse rinvenute nel comprensorio altinese al di fuori del perimetro della riserva regionale di Serranella. La scelta delle specie è caduta su quelle più rare, in declino, o con maggiori problematiche connesse alla conservazione. Capriolo (Caproleus caproleus): La specie è presente nel territorio di Altino ove è stata segnalata sia nei boschi che ammantano la rupe del centro storico che nelle boscaglie dell’area Colli – Castellana. Si tratta, probabilmente, di caprioli che discendono dalle reintroduzioni della specie effettuate a partire dai primi anni ’70 del Novecento in diverse aree protette della regione. Il capriolo potrebbe trovare nel territorio collinare di Altino, come in buona parte delle aree circostanti, un ambiente ottimale in quanto predilige territori caratterizzati dal compenetrarsi di boscaglie, incolti, coltivi e siepi. Nibbio reale (Milvus milvus): Si tratta di una specie di rapace sedentario, raro e in declino in tutto il suo areale europeo. In Abruzzo è presente una cospicua popolazione nidificante nel settore meridionale della regione, fino al fiume Sangro che segna il limite settentrionale per questa specie nel versante adriatico della Penisola. Nel bacino del Sangro la specie sverna e si riunisce anche in dormitoi comuni ove si contano anche oltre 30 individui, forse alcuni di questi esemplari provengono da altre nazioni europee poste a latitudini più alte e che in Abruzzo giungono per svenare. I nibbi reali localizzati nella valle del Sangro risultano essere quelli maggiormente studiati in ambito regionale (Manzi, 1999, Manzi et al., 1992, 1991). Nel territorio di Altino, il nibbio reale nidifica, caccia e sverna in maniera più o meno regolare. Cervone (elaphe quatuorlineata): Si tratta del più grande dei serpenti europei e tra i più legati ad un clima di tipo mediterraneo. Presenta un’indole piuttosto docile e per quanto risulta, attualmente, l’unico serpente catturato dai serpari nella festività di San Domenico a Cocullo ed in altre aree regionali. Trattandosi di un rettile molto raro e in rapido declino a causa della distruzione del suo ambiente, viene tutelato dalla Comunità Europea attraverso la direttiva “Habitat”. Ad Altino la sua presenza è stata accertata in località il Calvario anche se non si esclude una diffusione più capillare nelle aree idonee costituite da boscaglie e cespuglieti in aree assolate. Granchio di fiume di Altino: Crostaceo legato a fiumi, torrenti, nonché sorgenti, pozze e stagni. Ad Altino la specie vive, oltre che lungo le rive dell’Aventino e del Sangro, anche sul rio Secco. Si tratta di una specie più resistente ai parassiti e all’inquinamento del gambero, oggetto come questo di raccolta illegale per il suo utilizzo in cucina. L’inquinamento dei corpi idrici e la loro degradazione attraverso la cementificazione delle sponde e rettificazione, unitamente al bracconaggio, costituiscono i pericoli principale per questa specie.
I monumenti e i luoghi di interesse ad Altino (Ch) Palazzo Sirolli: Epoca di costruzione ed eventuali aggiunte/modifiche/restauri: Non si conosce la data di realizzazione del primo impianto di questo palazzo, anche perché è ipotizzabile che la costruzione abbia subito diversi stadi. Con molta probabilità l’attuale configurazione del palazzo è il frutto di una ricostruzione iniziata dall’accorpamento di più unità abitative. L’analisi stilistica dei prospetti ci suggerisce che la gran parte dell’edificio è sorto tra il XVII e il XVIII secolo, esso, infatti, presenta partiti architettonici riconducibili a quest’epoca. Stato di conservazione: L’edificio non versa in un buono stato e presenta in più parti problemi di ordine statico, nonché degrado superficiale di vario tipo. La cortina muraria in pietra e le zone con residui di intonaco hanno una superficie contaminata da sporco, licheni e croste dovute allo scolo delle acque meteoriche. A tutto questo si aggiungono le disattenzioni da parte dell’uomo, visibili negli infissi metallici, nelle tubazioni per la distribuzione delle varie utenze inseriti senza alcuna attenzione qua e là sul manufatto architettonico. Descrizione dell’edificio con riferimento ai materiali e alle tecniche costruttive adottate: L’edificio è situato nella parte alta del centro storico, rivolto in parte verso la valle dell’Aventino, sul giardino, invece verso la valle del Sangro. Il prospetto principale si alza su un vicolo e su una piazzetta, in quest’ultima, infatti, è ubicato l’ingresso principale. Sulla facciata sono evidenti gli interventi di consolidamento della fabbrica, in particolare un contrafforte a scarpata, realizzato al centro della parete fino alla quota del primo piano. Le murature dell’edificio sono in bozze di pietra e ciottoli spaccati con un’apparecchiatura irregolare a filari sub-orizzontali, rafforzati ai cantonali da conci giustapposti di dimensioni maggiori. Le aperture sono realizzate con soglie in pietra e cornici in mattoni sagomati secondo modanature classiche. Sul prospetto vi sono alcune tracce di intonaci. E’ da supporre che all’origine la cortina muraria in pietra fosse nascosta da un trattamento superficiale con intonaco e successiva scialbatura. Il coronamento dell’edificio è ottenuto con il comune cornicione di tre fasce di romanelle aggettante, annegate nella muratura e sormontate dai coppi della copertura. La fontana monumentale: Epoca di costruzione ed eventuali aggiunte/modifiche/restauri:  Sul concio lapideo posto nella parete di chiusura dell’arcata, si apprende la data di costruzione della fontana, che risale al XVI secolo e precisamente al 1558, numero inciso in cifre romane. Con molta probabilità dopo la costruzione la fontana non ha subito grandi modifiche, neppure interventi di risanamento o restauro. Stato di conservazione: la fontana presenta un pessimo stato di conservazione a causa di numerosi fattori tra cui la mancanza e perdita di alcuni conci lapidei, nonché il loro deterioramento superficiale, ma soprattutto la presenza di una folta vegetazione che la sovrasta (cespugli e rovi) e in parte al ricopre (muschi e graminacee). Descrizione dell’edificio con riferimento ai materiali e alle tecniche costruttive adottate: La fontana si presenta oggi come una grande vasca, delimitata superiormente da una semplice cornice in pietra, coperta da un arco, in conci squadrati e levigati di pietra calcarea, che delinea una copertura voltata a botte con ciottoli cementati con malta. La parete di tamponamento dell’arcata è realizzata con una muratura pseudo-isodoma su cui fuoriescono le due cannelle con teste umane. L’arcata poggia su due tozzi pilastrini a sezione rettangolare delimitati superiormente da una cornice che funge da capitello, assente in quello di sinistra. Sul lato destro della fonte si addossa controterra una vasca rettangolare che mal si accosta alle proporzioni della fontana. Si tratta di un abbeveratoio probabilmente edificato in epoca successiva alla costruzione del primo nucleo. il monumento all'emigrante: Parco Gilberto Brunelli, monumento all'Emigrante: opera bronzea alta due metri, dell'architetto svizzero Gianni Piombek, donata alla cittadina dai coniugi Laura e Americo Rossetti, emigranti altinesi in Svizzera da 40 anni. Il Monumento all’Emigrante è il simbolo del fenomeno dell’emigrazione che ha interessato la maggior parte delle Regioni Italiane. La collina degli alberi morti: Sebastiano A. De Laurentiis, “La collina degli Alberi Morti” Riserva Naturale Regionale Lago di Serranella – Percorso delle Lanche. Insediamento e percorso quasi noir ispirato agli alberi recisi, già sede di nidi d’uccelli, quali il picchio. L’idea nasce dalla pratica esplorativa del territorio. La “collina”, in verità, è un ampio ed esteso accumulo di sabbia drenata dal fiume, dove l’artista ha appoggiato grandi alberi e tronchi enormi, perfettamente conservati, sepolti nella ghiaia ad alcuni metri di profondità dove hanno subito un processo di “mummificazione”, diverse decine di tronchi la maggior parte dei quali appartenenti a querce e con molta probabilità a farnie. Così nell’oasi naturale del Lago di Serranella, lungo il percorso delle Lanche (Contrada Scosse), area protetta e riserva naturale di grande impatto e suggestione paesaggistica, si riesce ad avere una percezione globale che è visiva ed acustica ad un tempo. L’assenza di forme architettoniche urbane, il vuoto circostante, con la fluidità delle acque del Sangro, non corrispondono in nessun modo ad un silenzio.
Luoghi di Culto ad Altino: Chiesa della Madonna delle Grazie. Epoca di costruzione ed eventuali aggiunte/modifiche/restauri: Poco si conosce della storia di questo edificio, sorto lontano dal nucleo storico in una zona più a valle rispetto all’antico castello. La chiesa che vediamo oggi potrebbe non conservare nulla del suo impianto originario, databile intorno al XIV secolo. All’interno, infatti si custodisce un dipinto su tavola, che rappresenta la Madonna delle Grazie, datato 1335. La chiesa ha subito nel corso dei secoli numerosi rimaneggiamenti che l’hanno portata allo stato attuale. Recentemente è stata restaurata e esternamente biancheggiata. Stato di conservazione: L’edificio presenta un buono stato di conservazione dal punto di vista strutturale. La facciata non presenta i partiti architettonici di rilievo, ma una muratura liscia intonacata e biancheggiata e un semplice portale, anch’esso intonacato. Descrizione dell’edificio con riferimento ai materiali e alle tecniche costruttive adottate: La chiesa sorge isolata dal tessuto urbano prospiciente. La facciata, interamente intonacata e biancheggiata, presenta un semplice profilo a capanna che preannuncia una copertura a due falde. La muratura laterale a valle è del tipo a scarpata, probabilmente frutto di un remoto intervento di consolidamento. Al centro della facciata si apre un portale architravato sormontato da una semplice cornice classica aggettante. In asse col portale una piccola nicchia contiene una recente statua in gesso della madonna. La Chiesa di Santa Maria del Popolo. Epoca di costruzione ed eventuali aggiunte/modifiche/restauri: La prima notizia documentata dell’esistenza di questo edificio risale al XIV sec. poiché S. Marie viene indicata tra le chiesa di Altino per le decime degli anni 1324-1325. L’attuale edificio, pur conservando un impianto che ricorda una tipologia medievale, non mantiene nessuna traccia delle strutture più antiche. L’analisi stilistica dell’interno e della facciata suggerisce l’ipotesi di un possibile intervento di restauro dell’edificio originale, avvenuto in periodo rinascimentale, sulla facciata, e barocco, all’interno. Stato di conservazione: L’edificio presenta globalmente un buono stato di conservazione. La facciata, dai partiti architettonici in pietra, è intonacata nelle tamponature ed è stata recentemente biancheggiata, come il resto delle strutture esterne. L’interno conserva delle superfici, trattate a stucco e ad intonaco, in buono stato, fatta accezione della parete curva absidale dove la muratura è fortemente degradata a causa di evidenti infiltrazioni dovute all’umidità. Descrizione dell’edificio con riferimento ai materiali e alle tecniche costruttive adottate: La facciata della chiesa mostra un ordine architettonico di paraste in pietra a sezione quadrata, che la tripartisce verticalmente, e una trabeazione aggettante che la divide orizzontalmente. La parte alta presenta un profilo a salienti il cui corpo centrale è inquadrato da paraste in pietra esattamente in asse alle sottostanti, in alto un timpano triangolare e al centro un finestrone rettangolare. Nonostante al scansione interne in tre navate, sulla facciata si apre un solo portale centrale, dove una modanatura a tre fasce decora gli stipiti e, piegando ad angolo retto, segue ininterrotta sull’architrave, su quest’ultimo poggia un timpano triangolare con una cornice dentellata. L’interno è diviso in navate da pilastri cui si addossano, su ogni lato, paraste a sezione rettangolare, dipinte ad imitazione del marmo. Sulla navata centrale una trabeazione molto sporgente segue l’intero perimetro della navata e dell’abside ed aggetta in corrispondenza delle paraste addossate ai pilastri, con capitelli pseudo-ionici decorati volute e ghirlande dorate. Gli archi della volta, in asse con i pilastri, scandiscono la copertura a botte lunetta della navata centrale, interrotta, nell’ultima campata prima dell’abside, da una calotta su pannacchi Gli archi delle navate laterali presentano nell’intradosso un cassettonato con decorazioni in stucco di girandole e rosette, e sorreggono le volte a vela che coprono le campate. Le decorazioni interne della chiesa sono interamente realizzate con stucchi bianchi, talvolta dorati, che riproducono ghirlande, cartigli, puttini ecc. emergenti dai fondi, tenuemente colorati sui toni pastello del celeste, del rosa e del beige. Il dossale dell’altare maggiore è realizzato sovrapponendo orizzontalmente due ordini di colonne corinzie, poggiate su mensole, con trabeazione. L’ordine centrale in primo piano, più alto di quello laterale, e coronato con due monconi di timpano ed inquadra la nicchia che contiene la statua della madonna. L’ordine laterale termina con la trabeazione orizzontale e sostiene due statue di santi poste in asse alle colonnine. La Chiesa di San Rocco.  Epoca di costruzione ed eventuali aggiunte/modifiche/restauri: Anche ad Altino, come in numerosi paesi dove si venera S. Rocco, la chiesa è collocata extra moenia, fuori dall’antico nucleo urbano. Della chiesa non si hanno notizie certe, ma, dall’analisi stilistica dell’edificio come oggi si presenta, è ipotizzabile che essa sia stata eretta tra il XV e il XVI secolo. Negli ultimi anni la chiesa ha subito interventi di restauro soprattutto nel trattamento delle superfici esterne. Stato di conservazione: L’edificio presenta un buono stato di conservazione. La facciata presenta i partiti architettonici realizzati con una muratura in pietra squadrata con filari di altezze diverse, che con molta probabilità avrebbero dovuto presentare una trattamento ad intonaco. Le tamponature sono state recentemente biancheggiate, come il resto delle strutture esterne.
La riserva del Il Lago di Serranella. Il Lago di Serranella è un invaso artificiale creato nel 1981 per scopi irrigui ed industriali. Situato alla confluenza dei fiumi Sangro ed Aventino è diventato in pochi anni un ambiente palustre ricco di vita ed un’importante zona umida, luogo di sosta per l’avifauna migratrice lungo la rotta adriatica. Un gruppo di giovani naturalisti ne ha seguito l’evoluzione promuovendo la tutela dell’area che nel 1987 è diventata Oasi di Protezione della Fauna istituita dalla Provincia di Chieti  con la gestione del WWF Italia e successivamente, nel 1990, l’istituzione della Riserva Naturale Regionale. La gestione operativa dell’area protetta è affidata dai Comuni e dal WWF alla cooperativa Sagrus; la Riserva dispone di strutture, di personale stabile e di collaboratori ed è divenuta nel tempo un importante punto di riferimento nella vallata del Sangro anche nel campo della progettazione e del ripristino ambientale. L’area è stata inoltre inclusa fra i Siti di Interesse Comunitario con il codice IT7140215 “Lago di Serranella e colline di Guarenna”. Vista la presenza di numerosi terreni agricoli da qualche anno la Riserva sta sviluppando programmi a tutela della biodiversità rurale. La flora e vegetazione della riserva del Il Lago di Serranella: Le indagini effettuate già da alcuni anni hanno messo in luce l’eccezionale ricchezza vegetazionale della Riserva dove sono state già rilevate circa 25 associazioni vegetali, quasi tutte legate ad ambienti acquatici, con specie talvolta molto rare. La vegetazione più rappresentata è ovviamente quella palustre con un esteso canneto a cannuccia di palude. Del tutto peculiare è la comunità a tifa di Laxmann, specie nota in Abruzzo solo per la Riserva di Serranella ed inserita nel “Libro Rosso” delle Piante d’Italia, che spesso vegeta insieme alla tifa minore, anche questa una pianta alquanto rara nella regione. Man mano che ci si avvicina alle sponde del lago si incontrano fasce di vegetazione ripariale dove domina il saliceto con la presenza del salice da ceste, del salice rosso e del ripaiolo che lasciano poi spazio ai saliceti con fisionomia più arborea dominati dal salice bianco misti al pioppo bianco, soprattutto sul torrente Gogna. In aree vicine alle sponde domina l’ontano nero; esso costituisce una tipica associazione, l’ontaneta, che ospita numerosi arbusti: il sanguinello, la fusaggine, il nocciolo, il ligustro, il luppolo. Vicino al torrente Gogna si è conservato un lembo di bosco con olmo campestre e farnia, una quercia un tempo molto diffusa negli estesi boschi di pianura ed oggi rara e localizzata nella regione. Fra le specie più rare e degne di menzione va ricordata l’Epipactis palustris, un’orchidea rara che abita solo paludi ben conservate, la brasca a foglie opposte e la zannichellia, mentre nel sottobosco vive la clematide viticella, una rara liana, il cencio molle e la carice falso-cipero, di cui Serranella è la terza località nota in Abruzzo. La fauna della riserva del Il Lago di Serranella: L’aspetto naturalistico più importante della Riserva di Serranella è la notevole ricchezza avifaunistica; per la sua posizione geografica essa è infatti divenuta un punto strategico per le migrazioni degli uccelli lungo la costa adriatica. Sono state censite oltre 200 specie di uccelli, di cui alcune molto rare come falco pescatore, cicogna nera, mignattaio, gru, fenicottero, marangone, spatola, airone bianco maggiore e cormorano, la cui presenza nelle migrazioni e d’inverno è ormai regolare. Nel periodo di migrazione e svernamento il lago è frequentato da un numero elevato di uccelli, in particolare anatre, folaghe e trampolieri. Le specie nidificanti sono oltre 70 tra le quali germano reale, nitticora, cannareccione, tarabusino e, irregolarmente, codone, scelto anche quale simbolo dell’area protetta. Di recente è stata confermata la nidificazione a Serranella della nitticora e del cavaliere d’Italia, prima in Abruzzo. Nei campi coltivati e nelle aree cespugliate si riproducono la cappellaccia, l’upupa, l’occhiocotto e l’averla capirossa. Le aree boscate sono frequentate da picchio verde, picchio rosso maggiore, poiana e nibbio reale, la cui nidificazione è di grande rilievo. Tra i mammiferi la volpe, il tasso, la faina e il moscardino risultano comuni, meno frequenti la puzzola e il topo quercino. Negli ultimi anni si sono osservati anche il capriolo, probabilmente proveniente dalle aree collinari limitrofe dove è sempre più diffuso, e la nutria, un mammifero di origine sudamericana allevato in Europa per la pelliccia. Di recente è stata rilevata la presenza di qualche esemplare di lupo, probabilmente proveniente dal vicino parco della Majella.  La fauna ittica è rappresentata da diverse specie, soprattutto legate ai fondali melmosi come tinca, carpa, anguilla, barbo, cadevano e cobite, piccolo pesce molto bello ma difficile da osservare per le sue abitudini di vita. I percorsi all’interno della riserva del Il Lago di Serranella - Percorso del Sangro: Situato sulla sinistra dell’invaso parte dal Centro visite, scende sotto la traversa consentendo di osservare il Centro Testudo e le aree faunistiche. Conduce infine al Sangro che riprende il suo corso dopo aver formato l’invaso. È un percorso natura dove vengono svolte per lo più le attività didattiche con i ragazzi anche perché permette l’osservazione dell’habitat tipico di un greto fluviale. Percorso degli orti: Il sentiero si diparte in contrada Guarenna, nel territorio di Casoli in prossimità della chiesa rurale di S. Francesco. È un percorso di interesse paesaggistico e culturale che permette di osservare da vicino l’antico sistema degli orti legati all’ambiente fluviale e l’area protetta nel suo punto panoramico più alto, per poi ricondurre al Centro visite. Percorso dei fiumi: Permette di osservare da vicino ambienti, vegetazione e fauna di uno degli angoli più interessanti della Riserva, esattamente alla confluenza dei fiumi Aventino e Sangro, nel territorio di Altino, arrivando da contrada Selva. Negli orari migliori consente l’osservazione, anche ravvicinata, dell’avifauna acquatica. Percorso delle lanche: Si sviluppa sul lato destro dell’invaso con partenza dal parcheggio situato in contrada Scosse di Altino e attraversa l’area che negli ultimi anni è stata interessata da grandi progetti di restauro ambientale che hanno ricreato l’antico paesaggio fluviale. È un percorso di suggestiva bellezza naturalistica e paesaggistica, arricchito dagli interventi di artisti contemporanei. Percorso del Gogna: Un lungo itinerario che, a partire dall’innesto con il Percorso degli orti, risale la valle del torrente Gogna fin quasi al centro abitato di Sant’Eusanio del Sangro. L’area è caratterizzata da un’ampia piana, dove il  torrente forma numerosi meandri ricoperti da una rigogliosa vegetazione, impreziosita dalla presenza di piante rare come la farnia.
Artigianato nel pese di Altino (Ch) I TRAPPETI: Singolare interesse rivestono gli antichi Trappeti ancora presenti nel territorio altinese. Possiamo affermare di poter documentare una singolare storia sull’evoluzione dei frantoi passando da quelli a “trabocco”, tra i più antichi e suggestivi dell’ottocento, a quelli a vite di legno oppure ferro. Vi sono numerosi opifici ancora perfettamente conservati, con macchine funzionanti ed ambienti integri, secondo il proprio aspetto originario, che rivestono un interesse non solo locale o regionale, ma nazionale ed europeo. Numerosi sono anche gli oggetti, legati alla raccolta e trasformazione dell’olio ancora conservati negli stessi frantoi o dalle singole famiglie. Le lavorazioni in vimini di Eduardo Scutti: Un’attività artigianale tipica della zona di Altino negli anni ‘50 era quella legata alla lavorazione del vimini, rami di salice che, intrecciati, costituivano una sorta di fibra tessile dalla quale si potevano ottenere vari oggetti. La tecnica, ancora oggi, è la stessa con cui s’intrecciavano un tempo i cesti da vendere ai contadini in occasione della vendemmia. I salici raccolti lungo il fiume Sangro fornivano la materia prima, canne di varie dimensioni e diametri. Prima di essere utilizzate esse venivano tagliate, pelate e poi bollite per l’elasticità, per renderle più duttili alla lavorazione, questo dava loro il caratteristico colore marrone. Esse venivano poi lasciate ad asciugare. Con il vimini e la paglia prodotti ad Altino si preparavano i tradizionali “canistri”, cioè contenitori per la raccolta della frutta, per l’esposizione al sole dei pomodori, dei fichi o delle melanzane. Tra i tanti e bravi intrecciatori di vimini di Altino, un posto d’onore spetta a Eduardo Scutti, che con la sua grande esperienza, ingegno e voglia di lavorare, rappresenta un vero e buon esempio per tutta la comunità. Eduardo, è una vera e propria attrazione, è difficile che passi inosservato. Percorrendo via Della Madonna, che passa al centro del paese, è impossibile non notarlo mentre lavora fuori casa oppure quando si sente il trillare del mandolino, un suono acuto e vibrante che si espande e penetra direttamente alla mente ed al cuore di chi ascolta. Ettorino Finocchio: Da qualche anno l’artigiano Ettorino Finocchio, si dedica alla lavorazione del legno realizzando preziosi oggetti come complementi d'arredo, sculture, quadri e utensili di uso comune quali pilette, piatti e coltelli. Questa attività richiede innanzitutto ottime capacità manuali, pazienza e precisione, qualità che Ettorino dimostra quotidianamente di possedere. Inoltre, per fare questo mestiere, Ettorino, conosce tutte le caratteristiche del legno, le diverse qualità esistenti (acero, ulivo, vite, noce, ciliegio ecc) il colore, la malleabilità e la compattezza. Il primo passo per realizzare manufatti in legno, Ettorino lo compie nella scelta del pezzo di legno da lavorare, successivamente inizia la vera e propria creazione, che può avvenire di getto, senza progetti affidandosi all’estro creativo, oppure seguendo un disegno e un progetto ben preciso o ancora assecondando le indicazioni e le richieste del committente. La lavorazione del legno prevede l’utilizzo di diversi attrezzi: con arnesi molto simili a degli scalpelli sagomati, si eliminala parte di legno eccedente; oltre a questo sono necessari una serie di morsetti, martelli, seghetti, pialle, raspe ecc. Per la fase di finitura del manufatto, Ettorino, utilizza tinta ad acqua, carta abrasiva e vernici impregnanti e di finitura. Laboratorio del Legno di Ettorino Finocchio 3479407904. Michele Petitti, artigiano del Rame. www.artigianodelrame.com Michele Petitti è forse uno degli ultimi ramai in attività nella nostra zona. La sua famiglia è originaria di Agnone, cittadina molisana rinomata per l’eccelsa arte dei fonditori di campane, ma anche per la straordinaria vitalità dell’artigianato di bottega, che in passato era fonte di lavoro e sostentamento per la popolazione locale. In quel contesto i Petitti lavoravano il rame, forgiando le lamelle, i listelli, le verghe, i lingotti nelle più disparate e contorte forme: recipienti per tutti gli usi, utensili domestici e strumenti per la quotidianità, oggetti di decoro, lanterne, trespoli. Michele è l’anello terminale di un lungo e ininterrotto susseguirsi di generazioni: suo padre era ramaio come suo nonno che lo era come suo padre che a sua volta lo era come suo padre e suo nonno, e il suo cognome è il simbolo di una storia secolare, di una presenza viva, anche se le vicende della vita, indussero i suoi predecessori ad abbandonare Agnone per trasferirsi ad Altino, dove la famiglia ha continuato a plasmare la docile resistenza del rame. Nella bottega del ramaio sono accalcati alla rinfusa arnesi di ogni foggia, spezzoni di rame, martelletti, seggiole, vecchi oggetti pencolanti su mensole e rastrelliere pensili. Poco distante dal laboratorio, Michele vende una moltitudine di oggetti: conche, imbuti, bracieri, brocche, candelabri, mestoli, paioli, tutti in rame foggiato e battuto e perfettamente rispondenti alle forme e alle funzioni di un tempo. i locali ad altino: hotel “domus” via nazionale, 351 tel. 0872 - 983056  fax 0872 - 983736  cell. 339 – 1880443 http://www.antiquadomusantoni.it/; hotel “aurora” via nazionale, 501 di: bellisario torino tel. 0872 - 983194 / 0872 - 983195 / 0872 – 983197 http://www.auroracenter.it/; bed and breakfast - ristorante pizzeria “l’edera” c.da scosse, 3 di:  esposito domenico e d’ercole anna maria tel. 0872 – 985307; azienda agrituristica “la fonte” via fonte, 10 tel. 0872 – 985413 cell. 347 – 0952142; ristorante pizzeria “il bosco delle meraviglie” via nazionale, 167 di:  il bosco delle meraviglie soc. coop. a r.l. tel. 0872 – 985765; ristorante “su stazzu’” via nazionale, 14 di:  su stazzu s.a.s. di serra tiziana tel. 0872 – 985136 http://www.paginegialle.it/ristorantesustazzu; pizzeria “al vecchio mulino” via nazionale, 869 di:  urbisci doretta tel. 0872 – 985942; ristorante pizzeria “zi’ nicola” c.da sant’angelo, 65 di: di lallo luigi tel. 0872 – 985368; bar  “la cantina dello zio” via nazionale, 255 di:  d’alonzo giovanni cell. 328 – 0811060; enoteca wine bar  “fiorinvalle” via benedetto croce, 96 di: abbonizio domenico cell. 339 – 3970662; bar "blue moon" via s. spaventa, 84 cell. 320 – 1870622; bar  "araba fenice" via nazionale, 420 di:  arbesko s.a.s. di d’alonzo liliana tel. 0872 – 983337; bar  gelateria  “solaria” via nazionale, 387 di:  solaria s.n.c. di dell’orefice s. m. cell. 320 – 8706156; bar  sala giochi  “all in” via nazionale, 649 di:  guelma s.r.l. tel. 0872 – 985076; bar "ai pini" via della madonna, 50 di:  ai pini s.n.c. di   di donato filomena & c. tel. 0872 – 985888; bar  rosticceria tavola calda "da sergio" via nazionale, 313 di:  travaglini sergio cell. 339 – 8971980.
La riserva del Il Lago di Serranella. Il cea del fiume: Il Centro di Educazione Ambientale del Fiume è situato presso la Riserva Regionale “Lago di Serranella” istituita con L.R. n. 68/90, un ambiente palustre alla confluenza dei fiumi Sangro ed Aventino, importante luogo di sosta per l’avifauna migratoria e centro di osservazione sul basso corso del Sangro. Il CEA del Fiume promuove non solo attività “tradizionalmente” rivolte al mondo della scuola e alla formazione ma anche azioni di sensibilizzazione e di coinvolgimento della popolazione locale, di collaborazione con gli operatori del sociale e del volontariato, dei centri diurni degli anziani. Il CEA sostiene inoltre la ricerca scientifica e storica: ha avviato proficue collaborazioni con enti, ricercatori, docenti e quanti si occupano, a vari livelli, dell’ambiente naturale ed attivato convenzioni con università a livello nazionale. Nel CEA del Fiume è stato attivato anche un Centro Studi sul Sangro finalizzato alla documentazione e all’allestimento di un archivio del territorio; esso è divenuto quindi un poliedrico laboratorio didattico operativo e multidisciplinare con il fine ultimo di promuovere comportamenti individuali e sociali atti a favorire una gestione sostenibile delle acque insieme alla consapevolezza delle problematiche ambientali. Il CEA del Fiume è riconosciuto fra i centri di interesse regionale ai sensi della Legge Regionale n. 122/99 sull’educazione ambientale e si è specializzato in particolare nel tema della biodiversità rurale e della tutela delle cultivar. Aree floro-faunistiche ed ambiente rurale: Nei pressi del Centro visite sono situate le aree faunistiche delle testuggini terrestri e palustri e l’area faunistica delle anatre con funzioni educative e di conservazione. È in fase di realizzazione un orto botanico con le specie vegetali più rappresentative degli ambienti mediterranei ed acquatici ed una sezione dedicata alle varietà locali arboree, il giardino di Pomona. Vicino ai bordi dell’invaso è stato ricostruito un ambiente rurale con un pagliaio, un piccolo vivaio, l’orto medioevale, il semenzaio e la rola. Nella stessa area vengono annualmente  messi a coltivazione orti didattici ad opera delle scuole. Il centro testuggini della riserva del Il Lago di Serranella: Nell’ambito del Progetto Emys, avviato nel 1995, oltre al censimento e alla tutela delle popolazioni spontanee di testuggine palustre (Emys orbicularis) in Abruzzo, è stata realizzata un’area destinata al recupero, alla custodia e all’allevamento degli esemplari di questa specie in collaborazione con la Società Erpetologica-Sezione abruzzese. In appositi stagni, facilmente accessibili al pubblico, sono stati ricostruiti gli habitat tipici della specie in cui è ospitato un nucleo di individui riproduttori e non che vengono utilizzati per attività didattiche, per la custodia di animali sottratti a detenzione illegale e per l’allevamento e la successiva reintroduzione in ambienti idonei di altre aree protette della regione. Le visite: La Riserva è aperta tutto l’anno. Le visite guidate si effettuano nei giorni feriali e festivi su prenotazione, nella mattinata e nel pomeriggio. Si raccomanda, in particolare per le scuole ed i gruppi, di prenotare in anticipo presso gli uffici della Riserva. I programmi didattici specifici vengono annualmente inseriti nel Catalogo delle offerte dei CEA inviati a tutte le scuole della regione e sono consultabili sul sito www.ceaserranella.it. Le aree pic-nic e sosta: Su entrambi i lati dell’invaso, in prossimità del Centro visite e del parcheggio in contrada Scosse, sono localizzate aree attrezzate con tavoli e panche mentre panchine per la sosta sono posizionate lungo il percorso delle lanche. Come arrivarci - In auto e in pullman: Dall’autostrada A14 Bologna-Canosa si esce al casello Val di Sangro e si prosegue lungo la fondovalle Sangro in direzione Castel di Sangro fino all’uscita di Lanciano. Da qui, dopo circa 1 km, si svolta a sinistra sulla strada provinciale verso Casoli. Dopo circa 4 km sulla sinistra, indicato con segnaletica, è situato l’ingresso della Riserva. Con i mezzi pubblici: In autobus si raggiunge la riserva con le linee che collegano Lanciano a Casoli, fermata in località Brecciaio, oppure tra Atessa ed Archi con fermata alla Staz. di Perano o la Staz. di Archi. dove si trova: In Abruzzo, provincia di Chieti, nella bassa vallata del Sangro alla confluenza con l’Aventino, nei territori comunali di Altino, Casoli e Sant’Eusanio del Sangro. Data di creazione: 1987: istituzione di un’Oasi di Protezione della Fauna della Provincia di Chieti. 1990: istituzione della Riserva Regionale con L.R. 68/90. Estensione: 300 ha + 200 ha di fascia di rispetto. Vincoli di protezione: Riserva Naturale Regionale, L.R. 68/90. Sito di Interesse Comunitario IT7140215 “Lago di Serranella e colline di Guarenna”. Gestione: Comuni di Altino, Casoli e Sant’Eusanio del Sangro, WWF Italia e Cooperativa Sagrus. Strutture: Rete dei percorsi, capanni di avvistamento, aree di sosta, parcheggio, Centro visite, Centro di Educazione Ambientale del Fiume, giardino botanico, aree faunistiche, laboratorio didattico, museo naturalistico, orto medioevale, ambiente rurale. Alcune strutture e percorsi sono accessibili ai portatori di handicap. Recapito: Centro Visite - Riserva Naturale Regionale “Lago di Serranella”. Loc. Brecciaio, 66037 – Sant’Eusanio del Sangro (CH) Tel. e Fax: 0872 50357 - E-mail: lagodiserranella@virgilio.it. Sito Web: www.ceaserranella.it - Sì, il mare in Abruzzo è pulito, si fa il bagno volentieri e si riesce anche a nuotare piacevolmente. Si possono trovare lunghe spiagge di sabbia così come spiagge di sassi, ghiaia o scogli. La sabbia è scura, quindi l’effetto-Sardegna non si ottiene, ma anche nell’acqua alta ci si riesce a vedere i piedi. In particolare, segnalo tre spiagge da visitare. Prima fra tutte, la mia preferita: i Ripari di Giobbe, conosciuta grazie alle indicazioni di un’amica di Pescara. In zona Ortona, seguendo le indicazioni, si può lasciare l’auto in un parcheggio gratuito e scendere alla spiaggia tramite un breve tragitto con sentiero e gradini, oppure accedere al camping I Ripari di Giobbe
Grotte del Cavallone. La Grotta del Cavallone è la più famosa e l’unica visitabile del complesso di cavità carsiche nella Valle di Taranta, a cinque ore di distanza dalla cime di Monte Amaro (2795 m, la seconda dell’ appennino). La sua collocazione a 1475 mslm fa si che sia la grotta naturale visitabile più alta d’Europa e che per raggiungerla si debba o percorrere  un ora e 30 minuti di sentiero (livello di escursione EE) o prendere una cestovia che copre il tragitto dalla stazione a valle fino a quella a monte (all’interno della quale è presente un punto di ristoro turistico) in 20 minuti (costo A/R 10 euro; ridotto ragazzi fino a 15 anni 8 euro). L’ingresso delle grotte dista 10 minuti a piedi dall’arrivo della funivia (biglietto grotte 5 euro; ridotto ragazzi fino a 15 anni 4 euro). I biglietti sono acquistabili presso la biglietteria situata nella stazione della funivia a valle (orario biglietteria h 9-16). L’altezza, il percorso della cestovia e le condizioni climatiche all’interno delle grotte (10° con il 90% di umidità) fanno si che sia necessario un abbigliamento pesante e calzature adeguate (consigliate scarpe da trekking).  La grotta è stata visitata già agli inizi del Seicento, benché la prima traccia certa di una esplorazione porti la data 1666, incisa insieme ad altre più recenti nei pressi dell'ingresso. Al 1704 risale una più accurata esplorazione condotta dal medico Jacinto de  Simonibus e da DonatAntonio Francischelli barone di Montazzoli, che di quel loro ardito viaggio sotterraneo "con inarcate ciglia" penetrarono nella grotta del Cavallone. Il resoconto fu raccontato dallo stesso de Simonibus in un manoscritto e in un rilievo su pergamena, dei quali si sono purtroppo perse le tracce nel dopoguerra. Seguì un periodo di anni difficili, la cavità cadde più o meno nell'oblio, e per decenni nessuno pensò più alla grotta del Cavallone. A farla ritornare all'onore delle cronache fu un caso fortuito: intorno al 1870 un pastore, che cercava di recuperare una capra sulla rupe della grotta, riscoprì con non poco stupore la cavità. L’ingresso in grotta avviene in gruppi assieme ad una guida che accompagna lungo tutto il percorso illustrando le particolarità storiche e naturalistiche. Il percorso inizia, una volta raggiunto un numero sufficiente per la costituzione di un gruppo (massimo 30 persone) davanti al Masso dei Nomi Antichi nella sala di Aligi, nel primo dei continui rimandi alla tragedia di D’Annunzio “La figlia di Iorio” ambientata in parte proprio nella grotta (che infatti si chiama anche Grotta della Figlia di Iorio).  In pochi passi si sfila davanti alle gigantesche Sentinelle, stalagmiti annerite dal fumo delle lampade ad acetilene usate per i vecchi ingressi, si prosegue, passando davanti alla Torre di Pisa e al Battistero, i mezzo alla foresta incantata. Davanti al laghetto di Ornella, poco prima della sala degli elefanti, ci si trova davanti all’emozione delle firme storiche dei primissimi visitatori della grotta (del secolo scorso) e di chi ha vissuto in grotta tra gennaio e febbraio del 1944, quando i Tarantolesi, con il paese raso al suolo dalla Wermacht, per sfuggire a rastrellamenti e per trovare riparo, si rifugiarono nel cuore della Majella, che tornò maja, madre. Poco dopo si entra nel Pantheon, sala con maggiore attività di stillicidio, con la meraviglia del Mostro e della Vergine delle Rocce. Ma bastano pochi passi e la grotta cambia radicalmente: scompaiono i merletti delle concrezioni, appare la roccia della montagna, segna fronzoli, dura e pura come i Partigiani che partirono da questi monti: si scende nella Bolgia Dantesca attraverso l’Inferno e il Purgatorio, si passa affianco al Pozzo senza fondo e alla lampada di Aligi, si arriva infine alla Sala dei Prosciutti. Qui il percorso turistico si ferma, ma la grotta continua e si divide in due: a destra la galleria degli Specchi, che prende il nome dai numerosi laghetti presenti, a sinistra quella dei Merletti, con i cristalli di aragonite, fragili e preziosi ricami di carbonato di calcio.
ABRUZZO – ITALY. Abruzzo è una regione dell’Italia centrale, dovrebbe esserci il mare, ma forse no, però ci sono le montagne; il suo capoluogo è Pescara, anzi, L’Aquila, boh, ah sì L’Aquila, dove qualche anno fa c’è stato il terremoto. In Abruzzo si mangia bene.” Io, fino all’estate scorsa, dell’Abruzzo non conoscevo nulla. Sono approdata nella provincia di Pescara per caso, cercando su gmaps una località di villeggiatura adatta anche a Luca di soli sei mesi, con un mare più invitante di quello della Riviera Romagnola e più vicino di quello splendido di Puglia/Calabria, e più economica delle Marche o della Toscana che, da preventivi, erano al di sopra del nostro budget familiare. L’Abruzzo è una regione incredibile, con mare, montagna e alta montagna (ci sono tre Parchi Nazionali: il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, il Parco Nazionale della Majella e il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga), borghi medioevali, castelli, città, riserve naturali a non finire, laghi spettacolari e spesso balneabili, fiumi, gole, un fittissimo programma di sagre estive, una cucina prevalentemente di carne, ma non solo. La vacanza estiva ideale della nostra famiglia, ora che siamo in quattro (perché prima in due era un’altra storia), è al mare, stanziale come alloggio, ma dinamica e varia rispetto a luoghi e attività. Ed è per questo che siamo andati in Abruzzo con infradito e scarpe adatte a gite in montagna. Ci siamo mossi guardando cartine geografiche e cercando su internet informazioni su eventuali itinerari da percorrere con bambini, calcolando distanze e tempi di spostamento in auto e verificando le fotografie su Instagram, spesso più realistiche di quelle di google o di certe guide turistiche. Ci sarebbe piaciuto visitare le cascate delle Marmore (in Umbria, non in Abruzzo!) e la Camosciara (sì, in Abruzzo), ma abbiamo valutato che due ore di viaggio a tratta sarebbero state troppe. In realtà, conilsennodipoi, ne abbiamo trascorse anche di più per altri itinerari. L’anno scorso abbiamo scoperto, a breve distanza da Pescara, il Parco delle sorgenti sulfuree del fiume Lavino: una piacevole passeggiata adatta a tutti, un’area pic-nic con giochi per bambini, uno spettacolo di colori e suoni e un antico mulino. Quest’anno, come prima gita, siamo andati alla cascata Cisterna, seguendo prima un sentiero panoramico e poi percorrendo il letto del fiume Orta. La partenza per i sentieri è da Bolognano (PE), entrambi percorribili anche da bambini di 4 anni, con scarpe da ginnastica un po’ strutturate (non a suola liscia). Gaia e il papà hanno anche fatto il bagno nel fiume, pare che l’acqua fosse gelida e molto bagnata. Un giorno, avendo come meta per il pomeriggio il lago di Barrea (AQ), abbiamo percorso una statale attraverso gli Appennini che ci ha fatto improvvisare un programma alternativo: come prima sosta, arrivati alle Gole del Sagittario, abbiamo seguito il sentiero lungo il fiume verso le pozze e, tornando indietro, ne abbiamo visitato le sorgenti. Ci sono anche un percorso botanico ed uno faunistico, su cui però non ci siamo soffermati; è presente anche un’area pic-nic molto piacevole; i sentieri sono percorribili comodamente, anche con eventuale passeggino; i bambini di 4 anni possono accorgersi dei rovi ai lati del sentiero, raccoglierne le more e fare merenda mentre camminano. Saliti nuovamente in auto, ammirando le riserve naturali su strade che attraversavano montagne e paesaggi incantevoli (“mamma, guarda, c’è il panorama!”), abbiamo incontrato il lago -e l’eremo- di San Domenico a Villalago, il lago di Scanno, con il bellissimo paese arroccato, ed infine il lago di Barrea con Barrea che ospitava la sagra degli orapi, buonissimi spinaci selvatici dalle numerose proprietà benefiche e con cui cucinare ottimi primi, secondi e contorni. Parlando di sagre, non posso non citare la mia preferita, che aspettavo dalla fine di quella dello scorso anno: la sagra del Peperone dolce di Altino (CH). Il prodotto in sé è, appunto, una sorta di peperoncino dolce; nel 2009 è nata addirittura un’Associazione per studio, sviluppo e valorizzazione del prodotto tipico; durante la festa, il paese è addobbato con corone di peperoni e le diverse contrade si sfidano a colpi di menu, naturalmente a base di peperone, dal primo al dolce. Ogni contrada propone anche un proprio intrattenimento, con costumi tipici, musica e balli. Dell’anno scorso ricordo un’eccezionale crostata con marmellata di peperone, un dolce al cioccolato (e peperone), di quest’anno una polenta strepitosa, con carne (e peperone) ed un croccante di nocciole (e peperone). Come l’anno scorso, il giorno successivo alla sagra di Altino, c’è stata quella di Mozzagrogna(CH), ovvero la sagra dei dolci tipici locali: i due vassoi di dolci misti ci fanno concludere la serata alla sagra ed iniziare la giornata successiva con una splendida colazione in spiaggia. Peccato che l’anno scorso Luca fosse troppo piccolo e quest’anno troppo stanco. Tra i castelli e le rocche, l’anno scorso abbiamo scelto Rocca Calascio (AQ), dove sono state girate alcune scene del film Lady Hawke, uno dei miei film preferiti di quando ero piccola. Durante la passeggiata, ho raccontato a Gaia dell’amore tra il cavaliere Navarre e la bella Isabeau, dell’incantesimo di un vescovo cattivo e di un’eclissi solare che mette fine al sortilegio per cui lei, falco di giorno, e lui, lupo di notte, possono sposarsi e vivere felici e contenti e senza denti. E’ stato poi il turno, quest’anno, del castello –verosimilmente di origine longobarda- di Roccascalegna (CH) che, da uno sperone roccioso, domina la Val di Sangro. Nei sotterranei del castello, visitabile in tutte le aree -perfettamente restaurate-, sono proposte leggende locali e antiche macchine di tortura, così come un lanciafiamme e armature cavalleresche d’epoca. Nel nostro girovagare, ci siamo fermati a Sulmona alla confetteria Pelino, che offre la possibilità di vedere (da un vetro, purtroppo) la fabbrica, di visitare il museo con i macchinari antichi, premi, documenti e riconoscimenti ad honorem, e di acquistare, naturalmente, ottimi prodotti.  Lungo la strada del ritorno, a breve distanza, abbiamo incontrato la confetteria Ovidio: di storia ben più recente di Pelino, l’accoglienza e la disponibilità della famiglia che ne gestisce l’attività è stata impareggiabile. Alessandra, di 6 anni, ci ha accompagnati in produzione, spiegandoci le varie fasi di lavorazione, mostrandoci il papà al lavoro, facendoci assaggiare i prodotti finiti non ancora confezionati. Per Gaia è stata un’esperienza indimenticabile sia per aver visto la nascita dei confetti, sia per aver potuto pescarne a volontà da enormi ceste stoccate nei magazzini refrigeranti. Naturalmente è stata una vacanza anche, e soprattutto, di mare.
La Regione Abruzzo. La fisionomia della Regione Abruzzo è caratterizzata dall’accostamento di due lineamenti geografici profondamente diversi: la montagna e il mare: L’Abruzzo montano, con numerosi centri sciistici con impianti di avanguardia, comprende i maggiori massicci dell’Appennino (il Gran Sasso d’Italia e la Majella), numerosi rilievi che raggiungono anch’essi notevole altitudine e altipiani intervallati dalle conche dell’Aquila e di Sulmona, mentre verso il confine con la Regione Lazio si stende la fertile conca del Fucino, risultante dal prosciugamento del lago omonimo portato a termine dal Duca Alessandro Torlonia nel 1875. Oggi l’ex alveo del lago rappresenta il fulcro della produttività agricola marsicana. Nel suo territorio è stata installata, da alcuni decenni, l’antenna parabolica della Società Telespazio, i cui sistemi di trasmissione e di ricezione per via satellite sono all’avanguardia in campo mondiale. L’Abruzzo marittimo, con i suoi centri turistici balneare, si aftaccia sull’Adriatico fra le foci del Tronto e del Trigno, in una fascia costiera sostanzialmente compatta, solcata da fiumi che scendono dal rilievo appenninico e subappenninico ed affiancata dalla discontinua cornice di ridenti zone collinari. Le 18 (perle dell'Abruzzo) stazioni balneari più rinomate, dotate di ogni moderno contorto, sono: Alba Adriatica, Martinsicuro, Tortoreto Lido, Giulianova Lido, Roseto degli Abruzzi, Pineto, Silvi Marina, Marina di Città Sant'Angelo, Montesilvano, Pescara, Francavilla al Mare, Ortona, Marina di San Vito, Fossacesia Marina, Torino di Sangro Marina, Lido di Casalbordino, Marina di Vasto, San Salvo MarinaI centri storici sparsi nelle quattro province abruzzesi sono più di 150 e di grande interesse turistico, sportivo e climatico sono: i laghi di Campotosto, Barrea, Scanno, Villalago e BombaUna nota particolare merita il Parco Nazionale d’Abruzzo, compreso tra l’area del Fucino a Nord-Ovest e la catena montuosa delle Mainarde Sud-Est, delimitato a Est dai Monti Marsicani, a Sud e Sud-Ovest dallo spartiacque tra il Sangro e il Liri, con gli immensi e centenari boschi, gli ameni altipiani e le gole selvagge, ricchi di straordinaria varietà di flora e di faunaNel suo territorio, per una estensione di 400 Kmq a vincolo intero e 600 Kmq con speciali restrizioni, viene assicurata la tutela e il miglioramento del patrimonio arboreo e faunistico.
 
 
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