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Ospitalità nell’aquilano. Dove dormire a Villavallelonga

L'Aquila > Ospitalità nell'aquilano
 GUIDA ALL'OSPITALITA' NEL PAESE DI VILLAVALLELONGA (AQ)
 
Ospitalità nel Paese di VILLAVALLELONGA (Aq) (m. 1005 s.l.m.)
Coordinate geografiche del paese di Villavallelonga: 41°52′21″N - 13°37′20″E
     
  CAP: 67050 -  0863 -  0863.949002 - Da visitare:   
 MUNICIPIO DI VILLAVALLELONGA 0863.949117   0863.949600      0863.949117  P. IVA: 00207820663
Raggiungere Villavallelonga:(Stazione Avezzano (Uscita Aielli/Celano) -Aeroporto d'Abruzzo a 115 Km.
 
HOTELS ED ALBERGHI VILLAVALLELONGA (AQ)
LA FENICE DEL PARCO Hotel/Ristorante/Pizzeria
Via Marsicana - 67050 – Villavallelonga (Aq)
tel./fax | +39 0863 949287 / cell. | +39 328 1856699 | +39 389 9835693
LA GARDENIA, Albergo/Ristorante
Via Giuseppe Palozzi, 9 - 67050 Villavallelonga (Aq)
- Tel. 0863 949526 - 333 7267945
RESIDENZE TURISTICHE ALBERGHIERE VILLAVALLELONGA (AQ)
I monumenti e i luoghi di interesse a Villavallelonga (Aq) Architetture religiose: Chiesa di San Leucio e Nicola; Chiesa della Madonna delle Grazie; Chiesa di San Leucio; Chiesa della Madonna della Lanna; Chiesetta degli Alpini. Aree naturali a Villavallelonga (Aq) Faggeta della Val Cervara: I boschi, situati nelle località Val Cervara, Selva Moricento, Coppo del Principe, Coppo del Morto e Cacciagrande, ricadono nell'area protetta del parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise e sono considerate tra le più importanti foreste vetuste dell'emisfero Nord. Analisi e studi, portati avanti dall'Università della Tuscia di Viterbo, hanno permesso di scoprire, in un'area di circa 110 ha situata tra i 1200 ed i 1900 metri slm, la faggeta della Val Cervara come la più antica d'Europa. Candidata a diventare patrimonio mondiale dell'umanità da parte dell'Unesco con i suoi oltre 500 anni di età è popolata da animali protetti come l'orso bruno marsicano, il lupo appenninico, il camoscio. Aceretta e prati d'Angro - il Parco: Il più antico parco dei monti dell'Appennino ha giocato un ruolo fondamentale nella conservazione di alcune specie tra i più grandi della grande fauna italiana: orso bruno marsicano, il camoscio d'Abruzzo e lupi. Il parco è coperto per due terzi da una delle più grandi foreste di faggio dell'Appennino, ricco di vecchie copie di cui favoriscono la presenza di specie come il picchio dorsobianco. La reintroduzione di cervi e caprioli, così come il ritorno del cinghiale hanno permesso la ricostituzione, con grandi carnivori, di origine catene alimentari. Al di sopra della faggeta, terreni sassosi altitudine sono la patria di pino mugo formazioni, raro sull'Appennino, e una varietà di specie affini a questi ambienti estremi, che spesso rappresentano relitti di periodi di vegetazione specie endemiche glaciali o localizzata. il successo del parco nazionale deriva, tra l'altro, la capacità di coniugare la conservazione dell'ambiente naturale con lo sviluppo socio-economico delle comunità locali: molti centri per la casa, aree naturali, la rete di sentieri e altre infrastrutture progettate per il godimento del Parco ha promosso il rilancio di diversi piccoli centri storici di grande valore. La parte centrale del parco dell’Aceretta e prati d'Angro: Il parco ha un paesaggio vario e interessante con angoli arrotondati, tipiche dell'Appennino, si alternano a pendii ripidi, in genere alpines.La zona centrale del parco è attraversato dal fiume Sangro, dove diversi torrenti si lanciano; nella zona più esterna, contro, acque correnti Giovenco di Melfa, Volturno e di altri fiumi. A causa del fenomeno carsico, le acque scorrono spesso in letti sotterranei e formano risorgive a valle, a volte anche al di fuori del territorio del Parco. Due bacini lacustri sono contenuti nel parco: il lago artificiale di Barrea, alimentato dal fiume Sangro e il lago Vivo, naturalmente. Quest'ultimo è in una depressione tettonica situato a 1600 metri sul livello del mare; viene alimentata in parte da fonti in se stessa e in parte di scioglimento della neve, dimensioni variano con le stagioni. Il parco è stato modellato, in passato, da fenomeni glaciali e carsici, di cui oggi rimangono tracce in presenza di circhi glaciali nelle vallate superiori, depositi morenici, pecore roccia lungo le valli , grotte, le crepe e doline. Rocks Parco sono per lo più calcareo. In zona Camosciara è dolomite, un tipo di roccia impermeabile che permette all'acqua di scorrere zona, cascate formando in tal modo e stagni pittoreschi. Orso bruno marsicano all’interno della riserva Aceretta e prati d'Angro. La fauna del Parco regalo noi copie di eccezionale valore, alcune specie di che sola poteva giustificare l'esistenza della riserva protetta. Dopo anni di intolleranza e persecuzione, oggi la fauna è totalmente protetta attraverso backup e l'educazione piano istituito dal corpo gestione del parco negli ultimi anni. non è facile per i visitatori di individuare gli animali, a causa della loro inafferrabilità, sfuggente e diffidente, probabilmente a causa della memoria della cattiva convivenza con gli uomini. Tuttavia, in certe stagioni e in certe condizioni (calma, silenzio e rispetto per l'ambiente) possono essere osservati anche gli animali più importanti e rappresentativi del parco, tali il camoscio d'Abruzzo, l' orso marsicano ., il lupo appenninico, il cervo e l'aquila reale Oggi il parco ospita una notevole animali varitété che una volta riempito una gamma più ampia di quanto l'Appennino: 60 specie di mammiferi, 300 specie di uccelli, 40 di rettili, anfibi e pesci, e diverse specie di insetti, tra i quali ci sono importanti endemiche. La flora della riserva Aceretta e prati d'Angro: La flora del parco è così ricco e interessante che è sempre stato innumerevoli studi. Ora è possibile elencare circa 2000 specie di piante superiori (a prescindere dalla muschi, licheni, alghe e funghi). Tra le peculiarità della flora è la Iris Marsica , una specie endemica del parco, cresce solo in certi luoghi e fiori tra maggio e giugno. Esso contiene inoltre numerose e colorate orchidee, la più bella, grande e rara è probabilmente la "scarpa di Venere" ( Cypripedium ), che fiorisce negli angoli più nascosti, tra maggio e giugno. Un'altra rarità è certamente rappresentato dal pino nero di Villetta Barrea ( Pinus nigra ), una specie di relitto che risale probabilmente al periodo Terziario; si tratta di una varietà esclusiva del parco, che si trova solo in alcune parti della Camosciara e della Val Fondillo. Tra le conifere spontanee possono nominare il pino mugo ( Pinus mugo ), una specie di relitto glaciale che occupa una porzione di vegetazione tra il faggio e il prato altitudine nella regione Camosciara. Ma il predominante paesaggio vegetale del parco è costituito da boschi di faggio: il nome scientifico di questa specie Fagus sylvatica,  ricorda l'origine spontanea delle specie tipiche degli Appennini, dove la presenza di faggi risale a secoli. Faggio è infatti l'albero più diffuso nel parco e individua in genere tra 900 e 1800 metri. faggete occupano oltre il 60% della superficie totale del parco e contribuiscono ad un paesaggio ricco di colori che trasforma a seconda della stagione. Gli alti prati - che, con prati e radure coprono più del 30% della superficie totale parco - sono tipici della cima della montagna e occupano le creste e le cime a circa 1 900-2 000 metri altitudine. Qui la vegetazione è composta principalmente da erbe e carici, accompagnato durante il periodo estivo la genziana gialla e molte altre specie: genziane, genziana campi, primule, ciclamini, violette, anemoni, scilla, giglio, orchidea, sassifraghe, ranuncolo, Woodruff, dentale, orchidea, ellebori e il fegato. Tra gli indicatori comprendono il giglio arancione o di cartamo leggere ( Lilium bulbiferum croceum ), che cresce sui pendii soleggiati.
CAMPEGGI VILLAVALLELONGA (AQ)
* CAMPEGGIO VALLELONGA
Loc. San Leucio - 67050 Villavallelonga (Aq)
VILLAGGI TURISTICI VILLAVALLELONGA (AQ)
Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise e Villavallelonga: Cuore del territorio e sede dell’Ente Parco è Pescasseroli, che offre un’ottima ricettività turistica; tutt’attorno vette che sfiorano i 2000 metri, prati, valli, corsi d’acqua, le necropoli italiche di Barrea e di Amplero, l’acropoli sannita di Alfedena, e accoglienti borghi come Bisegna, San Sebastiano, Gioia Vecchio, Villavallelonga, Opi, Villetta Barrea e Barrea con il suo lago, Civitella Alfedena, la solitaria Scontrone, la superba Scanno col suo splendido centro storico e le tradizioni d’artigianato artistico dell’oreficeria e dei merletti al tombolo. Trattandosi di un’area tutelata ormai da quasi un secolo è naturale che le strutture ricettive e di visita al territorio siano radicate e assai ben organizzate. Oltre 150 gli itinerari escursionistici e una decina i sentieri-natura, con possibilità di trekking e di escursione a piedi, a cavallo e in mountain bike quasi infinite. Vale la pena di ricordare luoghi ormai entrati di diritto nel vocabolario del turista montano come la Camosciara o la Val Fondillo, il lago Vivo e Forca Resuni, il Passo del Diavolo con le sorgenti del fiume Sangro e il lago della Montagna Spaccata, solo per citare i più celebri. Il lago di Barrea è perfetto per canoa e windsurf, così come, assieme agli altri minori, diventa luogo ideale per il birdwatching. Le ampie strade di collegamento sono una buona occasione per un tranquillo cicloturismo. Da Villetta Barrea si sale lungo i tornanti del Passo Godi, dove si può sostare presso l’albergo rifugio e intraprendere una bella passeggiata sul pianoro, e si ridiscende poi dal versante opposto fino a Scanno, paese principale di un piccolo ma interessante comprensorio montano. Il borgo è celebre in tutto il mondo per il suo splendido centro storico fotografato dai grandi nomi internazionali come Cartier-Bresson e Giacomelli, per le donne che portano il costume tradizionale e per il suo lago che separa i monti del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise dal selvaggio massiccio del Monte Genzana. Dispone di notevoli risorse ricettive e di un’interessante offerta di ristorazione, con cibi tipici come la polenta e i primaverili orapi, spinaci selvatici usati per condire la pasta fatta in casa. Il lago di Scanno è ideale per canoa e windsurf, e la strada che segue le sue rive si presta egregiamente per belle passeggiate cicloturistiche. Villavallelonga è la porta orientale del Parco e occupa la parte più montagnosa della Vallelonga, area delimitata da lunghe catene montuose, ardue e impervie. Proprio qui è stata scoperta la faggeta più antica d’Europa, la Valle Cervara con i suoi faggi che raggiungono anche 600 anni di età e dove l’orso marsicano trova, ancora oggi, il suo habitat naturale. Fra gli 11 percorsi con diversi livelli di difficoltà che si possono scegliere, il più suggestivo è quello che attraverso la Valle Cervara porta al monte di Valle Caprara. Lasciata la macchina ai Prati d’Angro, attraverso una sterrata ci si dirige all’ingresso della valle, dove inizia il sentiero che costeggia le rive di un torrente ormai asciutto. Ci si può fermare per ammirare i grandi faggi e provare anche a misurarne qualcuno con le braccia per scoprire che ci vogliono almeno tre persone per abbracciarli tutti. Si arriva così alla fontana di Valle Cervara, e inizia la salita che porta fin su alla pianeggiante cresta finale del Monte Caprara. Qui lo spettacolo è assicurato: la conca del Serrone, a sud tutti i monti del Parco (l’Amaro di Opi, il Marsicano, le Gravare e il San Nicola), la costiera del Petroso e della Meta, poi il Velino, il Sirente, il Corno Grande e, dirimpetto, la Montagna Grande. Se si vuole evitare la scarpinata si può optare per il “sentiero natura dell’orso” che parte dal Centro Visita di Villavallelonga e porta fino all’area faunistica dove si possono ammirare due esemplari di orso marsicano.
AFFITTACAMERE VILLAVALLELONGA (AQ)
Villavallelonga: Stando alla storia e alle testimonianze archeologiche, sembra accertato che i primi abitatori di Villavallelonga (in passato nota come Rocca d'Acero) siano stati, nel 1600 a.C., alcuni gruppi di pastori giunti da lontano, amanti della pace e pervasi da un indomito spirito di indipendenza. Entrati a far parte del popolo marso, parteciparono a diverse guerre, tra cui quella sociale e, in riconoscimento del loro valore, ottennero la cittadinanza romana. Villavallelonga, così chiamata in quanto costruita allungata ai piedi del Monte Quaresima, prese consistenza intorno all'anno Mille. Fu feudo dei Marsi nel XII secolo, dei Piccolomini Duchi di Amalfi nel XVI secolo, dei Duchi di Belforte patrizi romani sino al 1720 e dei Duchi Pignatelli in seguito. Nel 1873 una parte dei suoi rilievi, e segnatamente le montagne ex-feudali Pratillo, Fossetta e Macchiatavana, di proprietà privata, formarono il primo nucleo della Riserva reale dell'Alta Val di Sangro, premessa storico-geografica del futuro Parco nazionale d'Abruzzo. Successivamente all'inaugurazione del Parco (1922), Villavallelonga fu tra gli enti fondatori della Condotta forestale marsicana. Abitanti: 949; Altitudine: 1.005 metri slm. Centri del Parco: Centro Orso con Ufficio di zona, Museo, sala proiezioni, centro scoperta, area faunistica dell'Orso e del Cervo. Escursioni e passeggiate: (R1) Madonna della Lanna - Rifugio Prati d'Angro: 1 h 15', F; (R2) Vallone Fossato - Rifugio Coppo dell'Orso: 2 h, M; (R3) Madonna della Lanna - Valico Monna Rapanella: 2,5 h, M; (R4) Madonna della Lanna - Monte Marcolano: 3 h, D; (R5) Prati d'Angro - Sorgente Puzza: 2 h, M; (R6) Prati d'Angro - Valico Aceretta: 1,5 h, M; (R7) Prati d'Angro - Vallone Acquaro: 45', F; (R8) Rifugio Prati d'Angro - Valico Schiena d'Asino: 2 h, M; (R9) Torr. Rosa - Vallone Ciafassa: 1 h, F; (R10) Torr. Rosa - Vali. Scopinaro: 1 h, M; (R11) Villavallelonga - Rif. Coppo dell'Orso: 4 h, M; (RN1) Sentiero Natura dell'Orso. Emergenze storiche a Villavallelonga: Chiesa Madonna delle Grazie e 'Olmo morto', considerato dagli abitanti un vero e proprio monumento. Curiosità: Giardino botanico dedicato a Loreto Grande. Ruderi risalenti all'epoca dei Marsi. Manifestazioni a Villavallelonga: Festa di Sant'Antonio Abate (16-17 gennaio); feste dei Santi Leucio, Rocco, Nicola (1-4 settembre); Madonna della Lanna (ultima domenica di aprile). Usi e costumi di Villavallelonga: Sagra della pecora (seconda domenica di agosto), distribuzione di fave e "frascareje" (12-15 gennaio), 'panarda' di Sant'Antonio Abate (16 gennaio); 'ballo della pupazza'; corteo di maschere (17 gennaio). Gastronomia a Villavallelonga: "Frascareje" (impasto di farina acqua e uova ridotto in granelli cotti a mò di polenta e conditi con sugo di pecora e formaggio), "ceci granati" (zuppa di legumi), "acqua cotta", "pizza i brebba" (pizza rustica con farina di granturco salsiccia e pancetta). Sito ufficiale: www.comune.villavallelonga.aq.it/. Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise e Villavallelonga: Nato nel 1922, è il più antico e importante d’Italia. In esso sono concentrati quasi tutti i caratteri che contraddistinguono l’Appennino centrale, compresi elementi di flora e fauna unici al mondo o ormai scomparsi nel resto della catena. Riceve oltre un milione di visitatori ogni anno, attirati dai suoi ambienti naturali di rara bellezza. Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise si estende su 50.683 ettari e interessa 24 comuni nelle tre regioni: 12 in Abruzzo (che costituiscono i tre quarti della superficie totale) tutti in provincia dell’Aquila, 5 in Molise e 7 nel Lazio. I monti del Parco hanno aspetto selvaggio e sono caratterizzati da forre, campi carsici e altipiani, cui si affiancano i laghi di Scanno, di Barrea, di Castel San Vincenzo e il piccolo lago Vivo. Dal punto di vista geomorfologico, ci troviamo nel cuore del grande regno calcareo dell’Appennino centro-meridionale che dai Monti Sibillini nelle Marche scende, con rare soluzioni di continuità, fino al massiccio del Pollino. Grandi groppe montuose, valloni aperti, pareti precipiti e gole impervie come quella della Foce di Barrea, anfiteatri rupestri di intenso fascino come quello della Camosciara, pianori erbosi circondati da pendici selvose come quelli delle Forme e dei Campitelli, estesi ghiaioni sonori e incoerenti, rocce chiare e stratificate su cui si abbarbicano esemplari imponenti di pino nero sono i variegati e mutevoli ambienti del Parco. Un gran numero di nascenti corsi d’acqua, così rari in genere nelle aride zone calcaree, scorrono tra i massi candidi e le austere faggete. Un grande lago artificiale, quello di Barrea, ormai perfettamente inserito nel paesaggio, completa verso oriente la serie degli ambienti del Parco. In questo scenario si inserisce la vegetazione, che si sussegue in fasce parallele dai fondovalle alle vette. La biodiversità del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise è ricca e varia sia in ambito vegetale che animale. Le quasi 6000 specie di insetti che ne popolano il territorio rappresentano un record della fauna entomologica italiana e comprendono bellissimi coleotteri come la Rosalia alpina o la Chrysochloa sipari, molto rare e localizzate. Tra i mammiferi che hanno reso famoso il Parco sono presenti oltre all’orso, che è il simbolo del più antico Parco Nazionale d’Italia, il lupo appenninico, il camoscio d’Abruzzo, il cinghiale, il cervo, il capriolo, la lince, la volpe, il tasso, la faina, la donnola e lo scoiattolo meridionale. Tra i volatili, oltre all’aquila, meritano una segnalazione la poiana, il gheppio, il falco pellegrino, il gufo reale, la civetta, il grifone e il rarissimo picchio dorsobianco, tipico della foresta. Sui pascoli si osservano la coturnice e il gracchio corallino, sui laghi sostano l’airone cenerino, lo svasso maggiore, la gru e vari anatidi, mentre tra gli anfibi vale la pena ricordare la salamandra giallo-nera, la salamandrina dagli occhiali e l’ululone dal ventre giallo, considerati i più rari e tipici elementi della fauna anfibia appenninica.
BED & BREAKFAST VILLAVALLELONGA (AQ)
La Sagra della Pecora a Villavallelonga: Attività quali l’agricoltura e l’allevamento hanno rappresentato per Villavallelonga e per i suoi abitanti una risorsa fondamentale per la sopravvivenza della comunità e per l’economia paesana. Terreni coltivati e numerosi gruppi di bestiame raggiungevano quei luoghi che ormai da anni risultano incolti. I Prati d’Angro, tutt’ora occupati da mandrie di mucche, comunicano al visitatore pace, tranquillità, silenzio quasi irreale, eppure, fino a qualche decennio addietro, sono stati teatro di duro lavoro agricolo e testimonianza di ricchi raccolti e feste familiari. Lavoro e festa in un luogo ricco di bellezze naturali, paesaggistiche, ambientali e tradizioni, queste le peculiarità che, quasi sicuramente, hanno portato questa zona di Villavallelonga ad essere luogo della Sagra della Pecora. Siamo nel 1956 quando Domenico Grande, come egli stesso scrive in, insegna Matematica e Fisica nell’Istituto Magistrale di Avezzano e decide di organizzare una gita ad inizio giugno a Capo d’Angro. In principio i gitanti sono soltanto dei suoi colleghi. In un secondo tempo la partecipazione viene estesa a professori di altri istituti scolastici e a famiglie “in vista” nella società locale. Il comitato che organizza la festa nei primi anni è esterno al nostro paese, di conseguenza il coinvolgimento della popolazione di Villavallelonga è praticamente nullo. I partecipanti portano il cibo direttamente in loco, e solo più tardi nasce l’intuizione di trasformare questa scampagnata in un evento che possa essere gratificante per l’economia del paese. Secondo alcune testimonianze le gite domenicali di diverse comitive “straniere” presso questi luoghi si sono protratte per alcuni anni con il vincolo di acquistare la carne di pecora locale. Questi pranzi all’aperto, come riportato in, sono infatti caratterizzati dal tipico piatto di arrosto sul proprio punto fuoco, e da maccheroni alla chitarra, prosciutto e vino paesano, frutta, caffè etc.. Inoltre non mancano servizi come quello sanitario, fotografico, di sicurezza e di guida forestale, nonché un piacevole sottofondo musicale live. Dopo anni, durante i quali questi luoghi si sono affermati come perfetti per trascorrere giornate di relax in montagna, c’è stata l’ulteriore idea: perché non coinvolgere i commercianti di Villavallelonga in maniera più diretta e organizzare una vera e propria Sagra della Pecora? La partecipazione fu estesa a tutta la popolazione e l’organizzazione fu assunta prima dal Comune e, nel 1971, dalla Pro Loco, associazione fiorente in quell’anno. La data della Sagra, in origine stabilita nelle prime settimane di giugno, fu spostata, dopo qualche edizione, nella seconda domenica di agosto con lo scopo di riuscire a coinvolgere un maggior numero di partecipanti. Essendo la strada impraticabile per le automobili, il luogo veniva raggiunto dai forestieri grazie ad un camion che partiva da Piazza IV Novembre. In seguito, però, per poche edizioni, un autobus delle Autolinee Micangeli era il mezzo più usato per condurre molti dei partecipanti alla festa. Negli anni ’70, come riportato in, la Pro Loco inserì alcuni elementi all’evento per ampliare il solo significato eno-gastronomico che la Sagra aveva assunto fino ad allora: il taglio di carattere culturale fu dato dall’introduzione di mostre di pittura e di artigianato. Quest’ultima, in particolare, aveva lo scopo di far rivivere le antiche arti dei pastori e dei contadini. Ebbero molto successo i lavori in legno, ad uncinetto, il ferro battuto e le incisioni. Dulcis in fundo... il ballo della vecchia i nangr per far rivivere una leggenda che ha appassionato generazioni di vecchi e bambini. Il ritorno economico per il paese fu importante: per diversi anni esercizi commerciali come bar e macellerie locali spostavano, in occasione dell’evento, la propria attività presso l’Aceretta. Un altro elemento che ha caratterizzato alcune edizioni dell’evento è stato il grande fuoco alimentato con legna fatta preparare dal Comune per i forestieri che arrivavano sprovvisti dell’occorrente. Si sfruttava il grande fuoco per la cottura della carne per poi procedere alla vendita. Pro Loco ed impiegati comunali si davano da fare per svolgere il tutto al meglio. L’ultimo passaggio di consegne per l’organizzazione dell’evento fu fatto al Comitato Feste Patronali, che tutt’ora se ne occupa. Altri elementi, alcuni ancora presenti, altri estinti, che hanno caratterizzato la festa nella fine degli anni ’70 ed inizio anni ‘80, come scritto in [4], sono la messa all’aperto, i giochi popolari, i concorsi a premi, la banda musicale e la lotteria. La Sagra giunge fino ai giorni nostri mutata per molti aspetti rispetto al passato. Anche se a noi paesani sembra normale, è sicuramente singolare il fatto che ciascun gruppo prepara il proprio pranzo, a differenza di quasi tutte le sagre in cui il comitato organizzatore ha il preciso compito di allestire i tavoli e di preparare i pasti per i partecipanti. Negli ultimi anni si sta affermando una forte tradizione di bivacco tra i giovani, nella maggioranza del posto, la sera antecedente la festa. Infatti decine e decine di tende in compagnia di fuochi ardenti e musica occupano i Prati d’Angro per quasi tutta la notte. La Sagra della Pecora, arrivata quest’anno al 50° compleanno, ha raggiunto un notevole livello di popolarità ed è diventata un’occasione di aggregazione e di coesione per gli abitanti del paese e le persone che pur vivendo fuori affondano le proprie radici qui. La società attuale ha certamente invaso alcuni segni tradizionali della festa, ma questo giorno rappresenta senza ombra di dubbio un risultato di identificazione del luogo e della popolazione rispetto alle proprie radici storiche e culturali.
CASE PER VACANZA VILLAVALLELONGA (AQ)
Il Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise è un parco nazionale compreso per la maggior parte (3/4 circa) in provincia dell'Aquila in Abruzzo e per il rimanente in quella di Frosinone nel Lazio ed in quella di Isernia nel Molise. Fu inaugurato il 9 settembre 1922 a Pescasseroli, attuale sede e direzione centrale del parco, mentre l'ente omonimo era stato già costituito il 25 novembre 1921 con direttorio provvisorio. La sua istituzione è avvenuta ufficialmente con il Regio decreto-legge dell'11 gennaio 1923. Generalità del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise: Il Parco nazionale d'Abruzzo (con la legge n. 93 del 23 marzo 2001 Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, denominazione che non implica trasformazioni amministrative), insieme al Parco Nazionale del Gran Paradiso, è uno dei più antichi parchi d'Italia noto a livello internazionale per il ruolo avuto nella conservazione di alcune tra le specie faunistiche italiane più importanti, quali il lupo, il camoscio d'Abruzzo e l'orso bruno marsicano, nonché per le prime e numerose iniziative per la modernizzazione e la diffusione localizzata dell'ambientalismo. È ricoperto da boschi di faggio per circa due terzi della sua superficie. Si estende prevalentemente in territorio montano e pastorale, dove non è praticabile la coltura della vite e dell'olivo, sconfinando nel piano delle colture nella valle del Giovenco e in Val di Comino. Accessibilità al Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise: Il parco è raggiungibile dalla Marsica orientale (uscita di Pescina dell'A25) e dall'Alto Sangro attraverso la Strada statale 83 Marsicana che lo attraversa da nord a sud-est toccando centri turistici come Pescasseroli, Opi, Villetta Barrea, Civitella Alfedena, Barrea e Alfedena. Accessi secondari provengono da Cocullo (A25) attraverso la Strada statale 479 Sannite passando per la Valle del Sagittario e Scanno-Passo Godi, e dal territorio laziale attraverso il valico di Forca d'Acero e l'omonima Strada Statale 509. La storia del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise: Il Parco nazionale d'Abruzzo fu inaugurato su iniziativa privata nel 1922 e riconosciuto nel 1923. La gestione è dell'Ente Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise con sede attuale a Pescasseroli. Interessa 25 comuni distribuiti nelle province di Frosinone, Isernia e L'Aquila. Nel 1980 ha avuto inizio la zonizzazione del parco, cioè la sua suddivisione in zone a diversa protezione ambientale per poter conciliare le opposte esigenze della protezione della natura e degli sviluppi urbanistici delle popolazioni locali. Le origini del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise: Il forte isolamento in cui il territorio dell'Alto Sangro giaceva da secoli aveva permesso la conservazione di una rilevante quantità di specie animali e vegetali degni di conservazione; non tutto era stato trasformato in pascolo. Alle timide iniziative locali di istituire una riserva di caccia sul modello di quelle del Piemonte venne incontro la famiglia Sipari, ricchi proprietari di Pescasseroli e di Alvito imparentati col filosofo Benedetto Croce. Si adoperarono per la realizzazione nel territorio dei comuni di Opi, Pescasseroli, Villavallelonga, Collelongo, Lecce nei Marsi, Gioia dei Marsi, Balsorano e Castellafiume della Riserva reale dell'Alta Val di Sangro, istituita nel 1872 da Vittorio Emanuele II. Tale forma di tutela proseguirà sino al 1878, data nella quale verrà abolita. Nuovamente istituita nel 1900, resterà in vigore sino a tutto il 1912; contemporaneamente Erminio Sipariiniziò a dar voce alla prima iniziativa in Italia di istituzione di un Parco Nazionale sul modello dello Yellowstone statunitense. Le prime iniziative al Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise: Insieme ad Erminio Sipari, i primi a proporre la realizzazione di un Parco Nazionale in Italia furono il botanico Pietro Romualdo Pirotta, lo zoologo Alessandro Ghigi, lo scrittore Luigi Parpagliolo e l'associazione naturalistica federata «Pro Montibus et Sylvis». Gli studiosi e gli ambientalisti della Pro Montibus notavano la concentrazione di specie appenniniche e la varietà di habitat di interesse nazionale nella Marsica: avanzarono il primo piano di tutela ambientale nel 1914, nel quale era previsto un grande parco, esteso dall'alveo del Fucino e la Conca Peligna a Castel di Sangro, dal fiume Liri e Valle di Comino alle pendici della Majella. I costi eccessivi della realizzazione e del mantenimento fecero fallire l'iniziativa, alla quale però seguì un secondo più intenso coinvolgimento di associazioni e intellettuali nel progetto istitutivo. Il 25 novembre del 1921, un anno prima dell'istituzione del Parco Nazionale del Gran Paradiso, Erminio Sipari e la Federazione Pro Montibus avviarono la gestione protetta di un piccolo fazzoletto di terra (circa 100 ettari), nelle località Val Fondillo e Camosciara, presa in affitto dal comune di Opi. Istituzione legislativa e ampliamenti: Nel 1923 l'Amministrazione del Parco è ufficialmente istituita, i confini si estendono anche ad altri comuni che solo in un secondo momento concessero il loro territorio alla protezione dell'Ente Autonomo costituendo così le vere fondamenta del parco attuale; ricadono nei primi confini parte del territorio di Civitella Alfedena e Villetta Barrea (Monte Petroso e Camosciara), Opi (Val Fondillo, Valle Fredda), Pescasseroli (Forca d'Acero, La Difesa), Villavallelonga e Collelongo (Valli d'Angro), Lecce nei Marsi e Gioia dei Marsi (Cicerana, Passo del Diavolo), Campoli Appennino e Alvito (Capo d'Acqua, Val Lattara), Settefrati, Bisegna (Terratta). nel 1925-26 espansione ai [Monti della Meta] tra Alfedena (AQ) e in provincia di Frosinone (Picinisco, San Biagio Saracinisco, Vallerotonda) ed in parte del territorio di Pizzonee della valle del Sangro. Nello stesso anno la commissione amministratrice del parco destinò al taglio boschivo parte della Val Fondillo, provvedimento contrastato da Romualdo Pirotta, uno dei fondatori del parco, e che a seguito di ciò, si dimise dal corpo direttivo. nel 1926 è istituito il museo e lo zoo del parco a Pescasseroli, i primi rifugi e la sentieristica organizzata. Fra i primi obbiettivi politici del parco si nota la tendenza a favorire presenze turistiche e soggiorni sportivi per convertire l'economia montana pastorale in un sistema compatibile con la tutela dell'ambiente.
APPARTAMENTI PER VACANZA VILLAVALLELONGA (AQ)
APPARTAMENTO PER VACANZA ORSO MARSICANO
Via Borgo Santa Maria, 17/36 - 67050 Villavallelonga (Aq)
tel. 0863 949082 - mobile 335 6641942
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CASE PER LE FERIE VILLAVALLELONGA (AQ)
Tradizioni e folclore a Villavallelonga: 16 gennaio: festa di Sant'Antonio abate; 17 gennaio: rito della Panarda; ultima domenica di aprile: festa in onore della Madonna della Lanna; primi quattro giorni di settembre: festa patronale in onore di San Leucio. Museo e centro visita dell'Orso: Ospitato all'interno del centro visite del Parco Nazionale d'Abruzzo intitolato all'Orso bruno marsicano che è una struttura educativa ed informativa. In due aree faunistiche è possibile osservare cervi ed orsi marsicani tenuti in stato di semilibertà per motivi di sicurezza o perché feriti. Fondazione "Loreto Grande": Fondata nel 2008 la fondazione è stata intitolata al famoso botanico Loreto Grande. Iniziative culturali di ogni genere vengono ospitate nella sala polivalente. La sede è dotata di una ricca biblioteca con archivio video-fotografico e cartoteca d'interesse storico, artistico e scientifico. Persone legate a Villavallelonga: Gaetano Tantalo (Villavallelonga, 1905 - Tagliacozzo, 1947), sacerdote e giusto tra le nazioni. Don Gaetano Tantalo (Villavallelonga, 3 febbraio 1905 – Tagliacozzo, 13 novembre 1947) è stato un presbitero italiano: Nato da Maria e Luciano Tantalo, dopo gli studi nel Seminario diocesano di Avezzano e successivamente nel Seminario regionale di Chieti, nel 1930 divenne sacerdote e dopo sei anni fu nominato prima parroco di Antrosano e poi della parrocchia di San Pietro Apostolo a Tagliacozzo, dove rimase fino alla morte. Intorno al 1940 Tantalo ospitò una famiglia di ebrei fuggita da Roma per le leggi razziali. Nel 1943 si offrì come ostaggio volontario ai tedeschi che volevano fare una retata per punire gli abitanti di Villavallelonga accusati di far parte della Resistenza. Il suo nome è posto ai piedi di un albero sul "Viale dei Giusti" a Gerusalemme (31 maggio 1978). È in corso il processo di beatificazione. A Tagliacozzo in suo nome vi è l'Associazione Don Gaetano Tantalo. Loreto Grande (Villavallelonga, 1878 - Villavallelonga, 1965), botanico: Loreto Grande (Villavallelonga, 20 aprile 1878 – Villavallelonga, 5 luglio 1965) è stato un botanico e naturalista italiano: Conclude gli studi ginnasiali cambiando varie scuole, dal Liceo di Avezzano a quello di Tivoli e infine a quello di Arpino. Si iscrive alla Facoltà di Medicina dell'Università di Napoli, guadagnandosi la stima e l'amicizia del botanico Michele Guadagno. Nel 1903, a soli 25 anni, redige la sua prima pubblicazione scientifica, il Primo contributo alla flora di Villavallelonga nella Marsica, che appare sul «Nuovo giornale botanico italiano». Questa pubblicazione gli apre le porte dell'Orto Botanico di Napoli, dove resterà fino al 1942. Tra il 1904 e il 1932 pubblica numerose divulgazioni scientifiche, per lo più relative alla flora mediterranea e alle rettifiche dell'Index Kewensis, scoprendo numerose nuove specie di piante, in particolare della famiglia delle spermatofiti. Assorbito dai propri lavori di ricerca trascura il conseguimento del titolo accademico. Nel 1942 lascia volontariamente l'impiego per ritirarsi nel paese natale, dove si impegna nella difesa del paese dalle distruzioni belliche e nell'amministrazione comunale. Dona al Parco Nazionale d'Abruzzo le proprie raccolte ed il proprio erbario. Lo stesso Ente Parco gli dedica, nel 2008, un convegno di studi, mentre il comune di Villavallelonga gli intitola una via e inaugura un suo busto commemorativo. La Serra Lunga (localmente: Sèrra Lònga) è un gruppo montuoso dell'Appennino Abruzzese che separa la Valle Roveto (porzione della valle del Liri) dall'area geografica della Vallelonga che ricade nei territori comunali di Collelongo e Villavallelonga nel cosiddetto "spartiacque del Fucino". Descrizione del gruppo montuoso di Serra Lunga: È un lungo massiccio calcareo che nella sua connotazione orogenica raggruppa tutte la giogaia che da Capistrello scende in direzione sud-est fino al valico di Forca d'Acero, ma che nell'uso tradizionale del termine dovrebbe comprendere le sole cime fra Pescosolido e Civitella Roveto a cavallo dello spartiacque Liri-Fucino. Le cime del gruppo montuoso di Serra Lunga: Monte Cornacchia (2003 m), Monte Breccioso (1974 m), Monte La Brecciosa (1890 m).
COUNTRY HOUSE VILLAVALLELONGA (AQ)
Villavallelonga e dintorni: dall'orso Sandrino ai profumi della Riserva dell’Aceretta: La curiosità di noi turisti aggrappati alla rete si fa ad un tratto vibrante eccitazione. Tra i ginepri e le roverelle, Sandrino, professione orso sotto tutela, sale il dosso. Goffo ma imponente. Getta uno sguardo annoiato al suo pubblico entusiasta, e scompare dietro un masso mostrando le terga, immortalate dai frenetici click dei telefonini. Nessuno di noi conosce l’antica lingua Anishabie, con cui gli indiani Pueblos parlavano agli orsi per avere lumi sul futuro. Gli animali non hanno l'anima, asseriscono molti filosofi e gli imprenditori della carne, però sarebbe utile sapere cosa pensano di noi. E chissà se Sandrino e Yoga, compagna di cattività di Sandrino, sognano un altro recinto, pieno di succulente galline da inseguire e sbranare, come l’istinto gli suggerisce. Ci troviamo nel Centro orso di Villavallelonga, nel Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise. Nello spazio museale, attraverso pannelli, bacheche e diorami viene illustrato tutto ciò che utile e interessante sapere sul plantigrado. Ai più piccoli è dedicato un punto di interpretazione della natura, propedeutico ad escursioni organizzate dal centro che seguono percorsi olfattivi, visivi e tattili attraverso il circostante regno dell’orso. Capiamo anche perchè Yoga e Sandrino sono chiusi nel recinto: sono ormai troppo abituati all'uomo e reduci da diverse incursioni all'interno dei paesi del Parco. Anche a loro la libertà potrebbe costargli cara. Come è accaduto a Bernardo, la sua compagna e il suo cucciolo, uccisi da un vile banchetto di polpette avvelenate. Un’insistente pioggia autunnale sottolinea la malinconia che pervade in questi giorni il Parco, allontanando in compenso la minaccia degli incendi. L’orso conferisce a questi luoghi un senso ed un’identità. La sua effige appare sui gadget, sulle insegne di bar e negozi, sulle confezioni dei prodotti tipici. Un tempo nei campi di granoturco spuntavano invece gli spaventosi “mammuocchie”: pupazzoni dalle fattezze umane, veri e propri spaventa-orsi, che servivano a proteggere il raccolto dalla ghiottoneria dei plantigradi. E se ciò non bastava c’era il piombo: un documento del 1881 tesse le lodi di tal Cirillo Cocuzza, “famoso abbattitore di orsi, coi quali viene senza paura alle prese”. Non ebbe invece il coraggio di premere il grilletto il re Vittorio Emanuele III, durante una battuta di caccia qui a Villavallelonga, perché ammirato dall’eleganza dell’animale, e perché, non campando di polenta, non aveva certo bisogno di difendere i campi di granoturco con le unghie. Questi ed altri preziosi indizi sono incisi su targhe di pietra gettate all’ortica lungo l’ormai dismesso percorso museale all’aperto " Storie di piante, pastori, streghe e briganti ", intorno al belvedere del paese. Anche le taglie - una di 40 mila euro pende sulla testa dell’uccisore di Bernardo - non sono una novità. Il prefetto Bosi, si legge infatti in un bando sgrugnato dalla pioggia, offriva 12.000 lire per la cattura del brigante Domenico Fuoco e 3.000 lire per la pelle, evidentemente meno pregiata, del brigante Crocitto. Ricomponendo i cocci del bel museo che fu, si scopre anche che i gatti che osservano immobili dai davanzali di Villavallelonga sono streghe in fuga dal marito e di notte vanno a “sugare” il sangue dei preti, in questo caso più simili al raro pipistrello barbastello che popola l’oscurità dei monti circostanti. Villavallelonga è una delle porte del Parco, impossibile però raggiungere in automobile la capitale Pescasseroli: la strada finisce nella fiabesca valle dell’Aceretta, e per entrare nel cuore dell’area protetta, bisogna proseguire a piedi, o immaginare con la fantasia i luoghi oltre Monte Schiena Cavallo. D’inverno lo sterminato bosco di faggi, aceri e querce, caro a papa Wojtyla, è una sinfonia di colori, a primavera trionfa il viola delle orchidee. Jean Baptiste, nel romanzo “Il profumo”, in fuga dai miasmi infetti di Parigi, si perse nella follia per voler catturare l’essenza profumata dell’universo. Più facile sedersi sotto una quercia e annusare senza pretese la polluzione umida dei profumi nell’inafferrabile istante del loro manifestarsi. Il profumo, come i boschi, come la vita di un orso, non ci appartengono, eppure sono tra le cose più preziose che abbiamo. Proprio all’imbocco della valle che porta all’Aceretta ci si imbatte nell’osteria della signora Francesca. I sinceri mattoni di cemento a vista hanno il merito di tenere lontani i Degustatori di professione del Gambero rosso e della Guida Michelin. Se si è fortunati si possono assaggiare i “frascarejje”, pietanza sacra a sant’Antonio abate: scaglie di acqua e farina, detti “grattoni”, cucinati a mo’ di morbida polenta, condita con fumante sugo di pecora. “Niente uova nell’impasto - si raccomanda la signora Francesca - è un piatto povero!”. E al primo boccone ci si sente un po’ più ricchi.
OSTELLI DELLA GIOVENTU' VILLAVALLELONGA (AQ)
OSTELLO DELLA GIOVENTÙ TRE CONFINI
Via Aia Canali - 67050 Villavallelonga (Aq)
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Centro Visita dell'Orso – Villavallelonga-  Museo - Centro di Educazione Ambientale - Area faunistica: Colle di Marcandrea - 67050 Villavallelonga (AQ) Tel. 08631940278 - Mbl 345/7278903 E-mail: centroorso@sherpa.abruzzo.it Web: www.sherpa.abruzzo.it. Il Centro Visita dell'Orso, gestito da Sherpa coop e immerso nel verde della Vallelonga, unisce tecnologie all'avanguardia, quale il Video 3D, con modelli educativi coerenti con la rete di educazione ambientale della Regione Abruzzo. Il Centro Visita dell'Orso è infatti riconosciuto quale Centro di Educazione Ambientale di Interesse Regionale (L.R. n. 122/99). Vieni a conoscere l'Orso Bruno Marsicano attraverso il video 3D: Attraverso un video naturalistico realizzato in tecnologia 3D, i visitatori possono immergersi nella natura del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, in compagnia dell'Orso bruno marsicano, del lupo e dei tanti animali che abitano il territorio. La struttura del Centro Visita dell'Orso: Nel cuore del Parco nazionale D'Abruzzo Lazio e Molise, nello splendido borgo di Villavallelonga a 1005 metri d'altezza, sorge il Centro Visita dell'Orso di Villavallelonga. Struttura del Parco, gestita da aprile 2009 da Sherpa coop, il Centro visite nasce con finalità educativa ed informativa incentrata sulla figura del plantigrado simbolo del Parco, l'Orso Bruno Marsicano. All'interno del centro su richiesta, personale specializzato svolge attività di educazione ambientale, escursioni, ed in rete con le strutture del territorio organizza campi scuola per gruppi, scuole, scouts. Museo dell'Orso - Il percorso museale illustra la vita di questo famoso plantigrado attraverso pannelli, bacheche e diorami; periodicamente vengono ospitate mostre temporanee. Ai piccoli visitatori è dedicato un punto di interpretazione della natura e nella sala proiezioni annessa è possibile assistere a filmati naturalistici generali o specifici sulla vita e le abitudini dell'Orso. Postazione 3D - attraverso un video naturalistico in 3D il visitatore conosce da vicino la fauna del Parco, in compagnia dell'orso, del lupo e dei tanti animali che abitano il territorio. Centro di educazione ambientale di interesse regionale - è il punto di riferimento in materia di educazione ambientale e allo sviluppo sostenibile per la cittadinanza, le scuole, le agenzie educative, gli enti locali e le aziende che vogliono confrontare la propria competenza con i temi della sostenibilità. Il Centro di Educazione Ambientale dell'Orso del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise è riconosciuto d'interesse regionale, in base alla L.R. n. 122/99. Ufficio Informazioni - Situato all'ingresso del museo, personale specializzato nel servizio di front office fornisce indicazioni e assistenza per la partecipazione alle attività di educazione ed animazione ambientale, sul programma di escursioni e sulle modalità d'iscrizione alle varie attività. Area Faunistica e Sentiero Natura - Percorrendo il Sentiero Natura attrezzato si scorge l'ampia area recintata che ospita in stato di semilibertà i due bellissimi esemplari di Orso Bruno Marsicano, Yoga, un esemplare femmina e un maschio, Sandrino, così battezzato nell'82 in onore dell'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini. Dal sentiero è inoltre possibile osservare i due incantevoli esemplari di cervi che vivono indisturbati nell'area recintata a loro riservata in stato di semilibertà. Area shop ed esposizione prodotti locali - nella struttura è presente un'area shop per l'acquisto di souvenirs e materiale didattico e scientifico sul Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. Per chi vuole conoscere il territorio attraverso l'artigianato e l'enogastronomia locale è allestito inoltre uno spazio di esposizione di prodotti tipici locali artigianali ed enogastronomici. Area pic-nic - Nell'area adiacente il Museo sono inoltre presenti 3 aree picnic all'aperto. Servizi - Il Centro Visite dell'Orso offre la possibilità di vivere un'esperienza turistica ed educativa immersi nell'habitat del Parco Nazionale D'Abruzzo, Lazio e Molise. Un territorio ricco di emergenze geologiche, geomorfologiche, vegetazionali, faunistiche ma anche di testimonianze storiche e culturali di primo piano, oltre che di tradizioni affascinanti in grado di riportarci a tempi oramai lontani. Visite per singoli e famiglie: è possibile visitare il Centro Visite dell'Orso anche senza prenotazione secondo gli orari e le modalità su indicate. Visite per gruppi organizzati: all'interno del Centro Visite dell'Orso si effettuano visite didattiche per scolaresche, scouts, gruppi organizzati, di una o più giornate, a seconda delle esigenze dei visitatori, integrando la visita del Centro dell'Orso con itinerari naturalistici, storici e culturali sul territorio (sito archeologico Alba Fucens, Centro visite del Parco escursioni, …). Attività di educazione ambientale: su prenotazione si effettuano laboratori di educazione ambientale per ragazzi. Tutti i laboratori e le attività didattiche programmate, vengono adattate all'età ed alla tipologia del target partecipante. Come raggiungere il Centro Visita dell'Orso: Il Centro Visite dell'Orso si trova in via Colle di Marcandrea, a circa 300 m dal Municipio. Il Comune di Villavallelonga risulta facilmente raggiungibile da Roma (A25, uscita di Avezzano) o da Pescara (A25 uscita di Celano), seguendo le indicazioni per Trasacco. Per info e prenotazioni: Tel. 08631940278 (Da lunedì a venerdì - dalle 09.00 alle 13.00/dalle 16.00 alle 19.30) – Mobile: 345/7278903 (Solo sabato e domenica).
La fondazione di Villavallelonga (Aq) La sentenza del 10 Marzo 1810 accoglie gran parte delle richieste e regola i rapporti dei cittadini con l’ex-feudatario: la giusta esazione del terraggio, da parte del Pignatelli, doveva essere non maggiore della decima, da calcolare sul ritratto, con l’obbligo di riscuoterla nelle aie durante le 24 ore che precedevano la “tritura”, oppure si poteva esigere il peso riportato sul catasto, ma gli oneri venivano limitati ai soli terreni descritti nelle rivele; per la coltivazione degli ortaggi si permetteva l’esazione della decima del prodotto che poteva essere commutato in denaro; al contrario, le prestazioni di orzo, a titolo di antica osservanza, e la colletta di S. Maria venivano dichiarate decadute, in quanto si riferivano a diritti feudali che dovevano ritenersi aboliti in forza delle leggi eversive del 1806; infine, i cittadini venivano esentati dal pagamento dell’adoa, giacché il Duca non aveva prodotto i documenti feudali che giustificavano la richiesta e, in tal modo, subiva le conseguenze della mancata dichiarazione dei beni e della connessa evasione di imposte. Dopo la sentenza, inizia la esecuzione delle decisioni e il 13 agosto 1810 si computa in 317 coppe l’estensione del territorio soggetto all’imposta della decima che era dovuta all’ex-feudatario per esazione del terratico. Il raccolto del biennio precedente viene stimato in 317 coppe di grano, di cui 131 nel primo anno e 186 nel secondo, in conformità alle documentazioni catastali esibite dal Comune. Inoltre il raccolto, posto a base della nuova esazione, viene fatto ascendere alla quantità di grano seminato che in media veniva moltiplicato per tre volte e poi si sarebbe calcolata la decima da corrispondere in generi o col denaro equivalente. Il territorio feudale soggetto al terratico viene ufficialmente assegnato a 79 coloni, con l’indicazione delle relative zone da coltivare, mentre l’imposizione della decima sarà poi affrancata con la legge abolizionista dell’8 giugno 1873. Il confronto tra il periodo feudale e la nuova epoca pone in evidenza le sostanziali differenze di vita e di lavoro, ma documenta anche un rilevante cambiamento dei rapporti secolari. Dai dati forniti è possibile formulare il seguente esempio: posto a base un territorio la cui estensione era di tre coppe e determinato il relativo raccolto in tre coppe di grano, ne risulta che il feudatario prima del 1806 aveva la rendita di una coppa di grano, pari a quella del colono che doveva detrarre, dalle due coppe rimanenti, quella utilizzata per la semina; al contrario, dopo il 1806 il feudatario poteva esigere la decima del raccolto, quindi soltanto sei scudelle, mentre al colono sarebbe andata una coppa e 14 scudelle (tot. = 34 scudelle), oltre naturalmente alla quantità seminata (una coppa = venti scudelle). Il rapporto tra le due situazioni consente di accertare una variazione di rendita che fa ricavare al colono il sestuplo del feudatario, più la quantità seminata, mentre l’epoca anteriore li poneva su un piano di parità con il ricavo di una coppa di grano per ciascuno. La produzione di allora può essere messa a confronto con la produzione di oggi, stabilendo un ulteriore rapporto fra le quantità seminate. Per una coppa di territorio si seminava la terza parte di una coppa di grano, cioè sei o sette scudelle, mentre oggi si semina, all’opposto, una quantità tripla, pari ad una coppa di grano (venti scudelle). Il fenomeno si spiega in parte con l’attuale maggiore disponibilità di investimento nella semina ed in parte con la progressiva erosione degli usi secolari, giacché i tempi feudali segnati da un criterio di esazione fondato sulla semina, anziché sul raccolto, avevano sconsigliato di seminare maggiori quantità di grano, che comportavano un maggiore rischio di investimento per il colono ed un’immediata maggiore rendita per il feudatario. Da queste comparazioni appare fondato il giudizio di Winspeare, secondo il quale il regime feudale non scaturì da una rivoluzione sociale imposta agli individui umani, ma fu una rivoluzione compiuta dagli individui umani che si impose alla società, turbandola in tutte le sue articolazioni. L’usanza di genuflettersi dinanzi a qualunque persona rivestita di autorità è stato uno dei più resistenti residui feudali e la naturale conseguenza dell’imperio dato ad una piccolissima parte di cittadini rispetto all’altra stragrande moltitudine che, invece di essere tutelata, veniva oppressa e condannata in caso di eventuale procedimento amministrativo o giudiziario per il riconoscimento di propri diritti o interessi. I punti più significativi del passaggio dall’Università al Comune di Villavallelonga si inseriscono nel contesto di una nuova organizzazione amministrativa che si trova investita di problemi diversi e assai gravosi, la cui soluzione incontra le ovvie resistenze e i molti condizionamenti ereditati dal sistema feudale. Alcuni provvedimenti predispongono istituti e adottano strumenti per un migliore e più efficace funzionamento amministrativo. Il decreto dell’8 agosto 1806 promuove una diversa divisione del territorio e ripartisce il Regno in province, distretti, circondari (poi mandamenti) e Comuni. A Villavallelonga il Comune viene assegnato alla provincia del Secondo Abruzzo Ulteriore (come era in precedenza), con sede di Intendenza (attuale Prefettura) a L’Aquila, e si trova ricompreso nel Distretto di Sulmona in Circondario della Valle Roveto. In seguito viene stabilita la dipendenza dal Distretto di Avezzano, istituito il 14 maggio 1811, e l’appartenenza al Circondario e Mandamento di Trasacco, istituiti nel 1847. Una legge del 12 dicembre 1816 regola l’organizzazione amministrativa e pone a capo del Comune un Sindaco con le funzioni ad un tempo di ufficiale dello stato civile e di giudice conciliatore. Il Sindaco veniva affiancato dal primo e secondo eletto, e dal Decurionato, che designava le terne per l’elezione sia del Sindaco sia dei due eletti. Le strutture organizzative della società civile nella prospettiva di un cambiamento economico, sociale e culturale tentano di risolvere problemi secolari e questioni fondamentali.
La fondazione di Villavallelonga (Aq) Nel corso del XVIII secolo si registra la fondazione dell’Università di Villa Vallelonga, la cui esistenza storica segna gli ultimi decenni del regime feudale. Il cambiamento del nome non è stato un fatto automatico ed ha richiesto un processo di trasformazione. Mentre l’atto ufficiale di conferimento della nuova denominazione ha di certo una datazione precisa che è quella del relativo provvedimento amministrativo, non sempre è possibile dirimere con certezza le due denominazioni e ritrovarle sistematicamente divise in ogni atto e nel linguaggio comune. Come ogni innovazione richiede un processo di adattamento, così il passaggio dalla denominazione di Villa Collelongo a quella di Villa Vallelonga occupa lo scorcio del XVIII secolo che viene a caratterizzarsi per la datazione di documenti con la citazione indifferenziata delle due denominazioni. Al fine di stabilire la predetta datazione, relativa alla fondazione dell’Università di Villa Vallelonga, o quantomeno di avvicinarla il più possibile, è necessario riferirsi al primo documento ufficiale che abbia contenuto la nuova denominazione. A questo riguardo la testimonianza che citiamo è certamente significativa e attendibile, in quanto si riferisce allo “stemma di Villa Vallelonga” che deve essere stato coniato all’atto della fondazione della omonima Università (Municipio). La figura inserita nel volume Storia di Villavallelonga (ivi p. 201), illustra questo importante documento, la cui riproduzione consente di constatare l’assunzione di S. Leucio nel simbolo dell’Università con l’iscrizione “S. Leucius Villa Vallelonga 1747”. Questa datazione, contenuta nello stemma, dovrebbe testimoniare l’anno di fondazione dell’Università di Villa Vallelonga e, quindi, dovrebbe rappresentare la prima citazione ufficiale della nuova denominazione. Alla predetta fondazione fa anche riferimento l’iscrizione che attiene alla donazione della reliquia di S. Leucio, del 1778, con l’attestazione del patronato laico. Posto il problema della fondazione della “Domus Universitatis Villa Vallislonge”, è ora necessario indagare le caratteristiche della nuova istituzione che viene a segnare la conclusione di un’epoca storica che convive con il Duca Cesare Pignatelli il residuo periodo di feudalità e annuncia il sopraggiungere di tempi nuovi con la rivoluzione napoletana e l’introduzione nel Regno di Napoli degli ordinamenti francesi. Le popolazioni e le amministrazioni locali sono investite di concreti mutamenti con le leggi di eversione della feudalità (1806). La natura feudale delle Università lascia il posto ai moderni Comuni (Municipi), che respingono la figura del sovrano come assoluto padrone e proprietario di tutto il territorio del Regno. Durante il periodo feudale, la personalità del centro abitato era stata individuata nella Universitas civium cioè nell’aggruppamento di uomini che rappresentavano una unità fiscale, amministrativa e giudiziaria. Con l’avvento dei Comuni, trova espressione e si afferma quell’indizio di comunità che si era manifestato nell’opposizione alle molte e irragionevoli pretese feudali. Il carattere comunale trae appunto origine da questi elementi comunitari, che hanno sostenuto una lotta graduale e sofferta per l’acquisizione di diritti, fra i quali emerge quello della collettività di possedere un demanio. Il Duca concedeva ai cittadini la licenza di tagliare la legna, di attingere l’acqua, di condurre al pascolo il bestiame e tali usi vengono denominati “civici”. Non sempre però gli usi corrispondevano a concessioni, giacché queste erano assai ristrette nello spazio e molto limitate nel tempo; per lo più si avevano abusi che, tollerati per anni, si sono trasformati in diritti e le antiche Università da feudali sono divenute demaniali per possesso o per concessione. In tale contesto si colloca l’esperienza del passaggio dalle Università ai Comuni e si ritrova la peculiare situazione del trapasso feudale dal Duca Cesare Pignatelli, ultimo feudatario del luogo, al Comune di Villavallelonga. Nella nuova realtà il Pignatelli dichiarava di non voler più sostenere gli antichi diritti, ma in pratica non si voleva privare delle rendite di cui godeva e si opponeva alla prescrizione dei privilegi contenuti nell’atto di investitura del feudo, che risaliva al 1752. La popolazione, da parte sua, chiedeva l’abolizione dei privilegi feudali e, con il patrocinio del sig. Camillo Liborio De Santis, il Comune di Villavallelonga conveniva in giudizio il Duca, difeso dal cavaliere Pietro Andreotti, al fine di ottenere una decisione della Commissione Feudale, appositamente istituita per dirimere le questioni insorte tra i feudatari e i Comuni del Regno. Nell’atto di introduzione del giudizio si sosteneva che il Duca, anche dopo il 1806, continuava ad esigere il “terraggio” nella misura di una coppa di grano per ogni coppa di terreno seminato e, in tal modo, la rendita feudale veniva garantita alla semina senza subire le eventuali perdite di raccolto conseguenti alle sfavorevoli vicende naturali. Fra le altre esazioni si segnalavano le seguenti: per i terreni coltivati a ortilizi era dovuta una coppa e mezza di grano; per antica osservanza dovevano essere consegnate alcune salme di orzo; infine, per adoa e per colletta di S. Maria si dovevano versare 24 ducati all’anno. In merito alla colletta di S. Maria, così denominata all’atto della sua imposizione, per l’uso di riscuoterla a ferragosto, questa tassa traeva origine antichissima fin dai primi abusi feudali e consisteva in una prestazione annuale per vestire il Barone e i suoi familiari, perciò fu anche chiamata la “colta” dei panni.
La Riserva Reale e il Parco Nazionale d’Abruzzo. Dal 1921, con la costituzione dell’Associazione “Pro Montibus” e, dal 1923 con l’istituzione dell’Ente Autonomo del Parco Nazionale d’Abruzzo e del Consorzio per la Condotta Forestale marsicana, fu possibile avviare un diverso protezionismo e si ebbe “una novella prova delle buone disposizioni delle popolazioni del parco, le quali, con assoluta fiducia, hanno rimesso, in tal modo, la tutela dei loro maggiori interessi nelle mani dei dirigenti dell’ente autonomo” del P.N.A. I cittadini di Villavallelonga avevano molta fiducia che il Parco potesse concorrere a promuovere le iniziative turistiche e lo sviluppo economico del luogo; risulta, infatti, che il Sindaco, nel 1925, aveva comunicato all’Ente Parco il desiderio di alcuni cittadini di investire i propri diritti, in forma di contributo, per la costruzione di un albergo, impiegando nell’opera lire 300.000, ma la disponibilità manifestata non determinò il fattivo impegno dell’Ente. Negli anni successivi i naturali del luogo sono stati più volte rimproverati per l’eccessivo commercio della legna, che tuttavia era colpito dalla tassa comunale di esportazione, e così anche per la cattiva abitudine di tagliare gli alberi a m. 1,50 dal suolo che comportava la perdita di molto materiale. I Villavallelonghesi negli anni venti esportavano ogni anno circa 2500 metri cubi di legname ed altrettanti ne servivano per il consumo locale. Per non intaccare il capitale boschivo si cercò di tutelare le foreste «dall’ingordigia smodata delle popolazioni e tener fronte a tutte le deviazioni facili a sorgere nelle menti di gente ingenua ed abituata a considerare il bosco come suo», anche se la preoccupazione veniva manifestata da posizione ingrata e ingenerosa nei riguardi dei naturali del luogo. E’ sufficiente il riferimento ai documenti feudali per rintracciare le plurisecolari privazioni di questa gente che ha dovuto condurre una quotidiana lotta per la sopravvivenza, dettata dalle necessità esistenziali e non dall’ingenuità delle menti. Piuttosto, è invece deprecabile il fenomeno più tardi osservato, quando le ditte forestiere, queste sì ingorde, hanno avviato quella che Loreto Grande chiamò “la strage degli alberi innocenti”. L’Ente Parco, dopo essere stato soppresso nel 1933, per il passaggio della gestione delle montagne all’azienda di Stato per le foreste demaniali, fu di nuovo istituito il 21 ottobre 1950. A differenza della prima istituzione, che mirava alla difesa della locale sottospecie endemica del Camoscio d’Abruzzo (Rupicapra ornata) e dell’Orso Marsicano (Ursus arctos marsicanus), nella legge che ricostituiva l’Ente Parco venivano indicate finalità non di solo tutela, ma anche di potenziamento della fauna e della flora e di conservazione delle speciali formazioni geologiche e delle bellezze paesaggistiche. I criteri di riferimento per un corretto rapporto tra l’uomo ed il suo ambiente di vita sono andati via via evolvendosi ed in questa area, qualificatasi per il preminente valore naturalistico, si attende di verificare la rinascita dei territori montani e delle comunità locali. Testimonianze di vita locale: Le registrazioni dei parroci e gli atti notarili sono documenti assai preziosi per la conoscenza della storia locale e, adeguatamente indagati, sono utili per lo studio dei problemi della popolazione, al punto da costituire una delle più importanti fonti archivistiche minori. Un atto notarile di Villa Collelongo, del 1585, ha la forza di aprire una finestra sui problemi di quell’epoca nel Regno di Napoli. Fin dal 1559 è in atto la dominazione spagnola, che risulta caratterizzata da effetti di decadimento economico e di regresso demografico. Il problema più gravoso era allora rappresentato dalla scarsità del pane che veniva a mancare a seguito di rilevanti spedizioni in Spagna con navi cariche di grano del napoletano; la situazione assumeva toni drammatici nelle annate di siccità, quando nelle province del Regno si emanavano i bandi del viceré per la requisizione del frumento. Davanti ad un notaio, entro l’8 ottobre, il raccolto doveva essere rivelato da ogni contadino. La regolamentazione era contornata di divieti che non favorivano l’incremento della produzione e, fatalmente, si giunse alle tragiche giornate del maggio 1585, quando scoppiò a Napoli una sommossa popolare, causata dalla penuria di pane e culminata nell’assassinio dell’eletto del popolo Vincenzo Storace. In quella occasione, la fame fu certo una cattiva consigliera e il rappresentante del popolo, già infermo, venne mutilato, terribilmente strapazzato e strascinato, con le carni orrendamente fissate sulle punte dei bastoni. L’accusa, favorita da alcuni speculatori, fu di aver egli ceduto alle pressanti richieste di Filippo II per l’invio delle riserve di grano in Spagna, durante un anno di grande carestia. Le conseguenze della rivolta non furono meno atroci e punitive; dal 24 luglio all’11 ottobre furono eseguite trenta condanne a morte per «impiccamento, squartamento e strascinamento» e furono decretate altre pene con il taglio delle mani ed a colpi di frusta; con diciotto galere a vita. Alla grave tensione, diffusasi nel Regno, fecero seguito rigorosi accertamenti dei commissari vicereali per la requisizione del raccolto stagionale. In uno degli accertamenti in loco, ai quali non si poteva sfuggire, perché i trasgressori del bando sulla denunzia del grano venivano puniti con la multa di un carlino per ogni tomolo non rivelato e con la pena anche corporale, si effettuò la requisizione di tutto il frumento raccolto nel territorio di Villa Collelongo. Il 15 settembre del 1585 presso la Casa dell’Università, per sua cautela, venne scritto un pubblico atto con la indicazione dei 57 possessori del luogo e la precisazione delle rispettive quantità rivelate.
La Riserva Reale e il Parco Nazionale d’Abruzzo. La parte sud-orientale della Vallelonga, occupata dal territorio del Comune di Villavallelonga, si insinua, a guisa di cuneo, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo. In questo territorio si possono percorrere numerosi itinerari naturalistici non contaminati da insediamenti artificiali, né disturbati dal transito veicolare. Nel 1981 l’estensione boschiva di Villavallelonga è stata valutata di ettari 3856 su 7344, dei quali 1150 con fustaie di faggio, per una provvigione legnosa di metri cubi 524.060 (135,9 per ogni ettaro). L’esistenza del Parco è oggi una realtà che merita di essere conosciuta nei suoi presupposti storici, in modo da porre in luce il ruolo della popolazione locale che ha vissuto in un naturale isolamento, favorito dalla condizione feudale fino aI 1806, dalla barriera lacustre del Fucino fino al 1875 e dalla chiostra dei monti che si susseguono a corona, lungo le due convergenti catene della Vallelonga. Quest’area, qualificatasi negli ultimi tempi per il preminente valore naturalistico, consente di verificare la peculiare evoluzione dei criteri di riferimento dell’uomo col suo ambiente ed il cambiamento delle condizioni di vita e di lavoro, degli usi e dei costumi tradizionali. Cessato il sistema feudale, la Marsica è stata interessata dal prosciugamento del Lago di Fucino e dalla costruzione delle strade obbligatorie che hanno avviato la conoscenza di questo territorio per lo più nascosto e sconosciuto. Un bel documento epigrafico del 1856 scolpisce il valore naturalistico del territorio di Villavallelonga. La piccola pietra, trovata nel centro storico, è ancora collocata sopra il portale n. 32 di Via Colle Quaresima e dice così: « AD HUNC COLLIS QUABRIGESIMALIS BALSAMINUM A er Re SPIRANDUM ACC e SSI M.G.B. A.D. 1856 ». Il messaggio esprime il seguente significato: “Sono venuto a respirare quest’aria balsamica di Colle Quaresima”. Il primo personaggio illustre che in epoca moderna ha valorizzato le montagne del Parco è Vittorio Emanuele II, ultimo Re di Sardegna e primo Re d’Italia, denominato Re galantuomo e padre della patria. Da buon cacciatore il Sovrano era attento alla descrizione delle risorse dell’alta Marsica ed in particolare degli estesissimi e secolari boschi che nascondevano una copiosa selvaggina, peraltro poco insidiata dal cacciatori locali, a causa delle armi ancora assai rudimentali da questi possedute. La ricchezza della fauna si esprime in molti toponimi della Vallelonga: agli orsi rimanda il Coppo dell’Orso, ai cervi rinvia la Valle Cervara, ai gattopardi (o lince da pardus) fa pensare il rotondeggiante Colle Pardo. Inoltre il torrente Carnello, oggi fossato di Rosa, doveva essere così chiamato perché traeva alimento dalle acque displuviali e sorgenti che segnalavano zone ricche di selvaggina. Nel 1872 il sovrano d’Italia aveva finalmente deciso di cacciare l’orso nelle montagne marsicane e i consigli comunali (Castellafiume, Balsorano, Collelongo, Villavallelonga, Lecce, Gioia, Pescasseroli, Opi) si affrettarono a deliberare, nella sessione di ottobre, di riservare la caccia grossa al re galantuomo e così fu istituita la Riserva di Caccia a Vittorio Emanuele II. I programmi di caccia prevedevano anche feste e musiche e l’itinerario più suggestivo veniva indicato nella traversata in mulattiera da Balsorano a Collelongo e da Villavallelonga a Pescasseroli. Dopo il 1878, il successivo re Umberto I non si mostrò interessato al mantenimento della riserva e la soppresse; ma, nel 1900, Vittorio Emanuele III, nuovo sovrano d’Italia, ripristinò la Riserva Reale e, nell’autunno del 1907, fu invitato a cacciare l’orso nel territorio di Villavallelonga. La popolazione aveva preparato grandi accoglienze e i cacciatori del luogo con le guardie regie avevano predisposto un dettagliato programma di caccia. La zona della battuta era stata individuata nel Vallone Martino, dove il Re si appostò dopo aver lasciato la propria vettura a motore alla fonte “Tricaglie” (al termine della strada per Pescasseroli, iniziata nel 1901, poi proseguiva con una mulattiera). Inoltratosi nella boscaglia con cavalli e guide, iniziò la battuta che non tardò a convogliare un bellissimo esemplare nell’area di osservazione del Re, ma il Sovrano rinunciò a colpirlo ed impedì che altri potessero farlo. La visita di Vittorio Emanuele III non mancò di soddisfare alcune richieste della popolazione locale, come il risarcimento dei danni causati al bestiame e l’interessamento perché il “postale” giungesse fino a Villavallelonga. Il 15 giugno 1908 si tenne una solenne cerimonia, con un discorso di Luigi Bianchi, per inaugurare alla fonte “Tricaglie” la pietra eretta in memoria dell’avvenimento: “Qui il giorno 8 nov. 1907 si fermò l’automobile ov’era il nostro Augusto Sovrano Vittorio Emanuele III diretto in queste sue reali riserve per la caccia degli orsi. Auspice l’illustre comandante delle caccie meridionali sig. Giuseppe Santo, il quale procurò a Villavallelonga questo supremo onore ed immenso gaudio. I cittadini con affettuosa sudditanza pongono questo ricordo 15 giugno 1908” (pietra poi distrutta al momento del passaggio dalla monarchia alla repubblica). Tuttavia, le spese per i danni crebbero copiosamente e, nel 1912, la Casa Reale rinunciò alla riserva, limitando, con un decreto dell’anno successivo, la sola caccia al camoscio. La soppressione della Riserva di Caccia non poteva che comportare, in mancanza del rimborso dei danni, la necessità per i naturali del luogo di ridurre il numero degli animali ritenuti responsabili del danneggiamento, con l’ovvia conseguenza di un assottigliarsi inevitabile di tutta la fauna locale. Dalla statistica degli esemplari uccisi o catturati nel secolo che precede l’istituzione dell’Ente Parco è possibile cogliere il verificarsi di questo fenomeno.
La Riserva Reale e il Parco Nazionale d’Abruzzo. Dal documento notarile si ricava la produzione complessiva di 771 some pari a 1.017 quintali di grano con una media per ciascuna rivela di circa 18 quintali; tali dati fanno ritenere assai diffuso in quell’epoca questo genere di coltivazione e soprattutto pongono in evidenza l’intensa coltivazione a frumento di tutto il territorio. Le numerose “cese” attestate dalla toponomastica locale indicano i luoghi disboscati per fini agricoli, come i terrazzamenti che ancora si rinvengono sul versante delle montagne (Scalelle e Case dell’Abate) e così anche i terreni vallivi che si trovano sulle cimate dei monti (Campo di grano già Monte Pano, Punta Ara dei Merli, Ara di Anselmo, ecc.). Lo stato economico e sociale del tempo non si limitò a originare i fatti ed episodi che si sono riferiti, ma svilupparono anche fenomeni banditeschi che posero in primo piano le montagne di questo territorio. Nell’ultimo decennio del XVI secolo, l’abruzzese Marco Sciarra, formidabile condottiero di 600 ladroni, si rifugiò nei fitti boschi di Collelongo e Villa Collelongo, stabilendovi i suoi nascondigli e facendosi chiamare “il re della campagna”, in concorrenza e sfida con la Casa Reale a cui era più agevole il controllo delle città. Nel 1590, in una delle tante scorrerie, la sua banda aveva saccheggiato Villa Collelongo. A Trasacco fu persino scolpita una lapide, a memoria del 25 aprile 1592, quando lo Sciarra discese con la sua banda dal Monte Labrone nell’intento di entrare in paese e farvi preda, ma la valorosa resistenza indusse i banditi alla fuga e numerosi corpi rimasti sul terreno furono murati in una parete della piazza con manifestazioni di ringraziamento per San Cesidio, protettore del centro fucense. Il capobanda, salvatosi in tale circostanza, fu in seguito ucciso da un certo Battistello, suo compagno di molte scorrerie. Con la fine del XVI secolo, come tutte le parrocchie, anche quella di Villa Collelongo iniziò le prime registrazioni dei battesimi e dei matrimoni, a cui poi si aggiunsero gli atti di morte che sono fonti archivistiche importanti per la storia locale. Tali documentazioni, anche se hanno avuto finalità religiose e sono state indispensabili al magistero pastorale, rivelano tuttavia notizie genealogiche e segnalano situazioni di grande interesse sociale e demografico. Al Concilio di Trento, tenutosi nel 1563, va ascritto il merito di aver dato un primo autorevole ordinamento alla materia e di aver posto l’obbligo delle registrazioni. Gli adempimenti furono osteggiati dal parroci, ma, dopo qualche tempo, divennero un fatto di normale amministrazione, al punto da indurli a compilare anche gli stati delle anime che sono veri e propri censimenti della popolazione. Un attento esame di queste fonti consente di assumere alcune conoscenze di particolare rilevanza. Il primo rilievo si può condurre osservando la variazione della denominazione che da “Villacollislonge”, in corso fin dal primi atti registrati, si trasforma in “Villavallylonge” nel corso del XVIII secolo. I documenti però non consentono di rilevare una datazione precisa della detta variazione, né di ritrovarla sistematicamente in tutti i libri parrocchiali, anche perché l’indicazione del luogo venne spesso abbreviata in “Villa o La Villa” sia nel periodo in cui era vigente la denominazione di Villa Collelongo, sia nel tempo in cui sopravvenne la nuova designazione di Villavallelonga. Infatti, il nome per esteso si adottava negli atti ufficiali o pubblici, al contrario, nell’uso locale prevaleva il solo prefisso “Villa”, peraltro contenuto in entrambe le denominazioni e negli ultimi tempi ha identificato il solo nucleo originario, cioè il luogo circostante la secolare chiesa di S. Nicola, sulla sommità di Colle Quaresima. Un’altra conoscenza, che può essere acquisita tramite i manoscritti parrocchiali, concerne il processo formativo del senso della morte ed i condizionamenti delle sue espressioni nel corso dei secoli. Le numerose tombe, ritrovate nei campi, risalgono all’età antica e romana, ma, con il diffondersi del cristianesimo e con la fondazione delle chiese, si adottò l’uso, appunto cristiano, di conservare le spoglie mortali nei sotterranei dei luoghi sacri. L’anzidetta evoluzione si è verificata con il formarsi della credenza in un regno ultraterreno; così l’anima, giudicata dopo la morte, poteva scomputare i propri peccati ed in ciò era importante che fosse aiutata con azioni ed opere da chi restava sulla terra. Le documentazioni di quest’uso, si rinvengono dal 1634, data iniziale del primo libro dei morti che ci è pervenuto, anche se, ovviamente, era seguito anche in tempi anteriori. A tale scopo le chiese venivano appositamente costruite con le cosiddette “pile”, cioè camere sotterranee chiuse, destinate alla conservazione dei corpi. Il legame fra i vivi e i morti era assai forte ed ogni giorno si nutriva di quella presenza sotto il pavimento della chiesa che faceva da tramite nel rapporto fra le cose terrene ed il mondo ultraterreno. Il vigore di queste espressioni è cessato il 3 gennaio 1873, quando sono iniziate le sepolture nel primo cimitero di Villavallelonga. In tutto il periodo che va dal 1634 al 1873, la conservazione dei morti è avvenuta nelle pile della chiesa parrocchiale di S. Nicola, mentre una deroga assai significativa si è verificata nel 1656 in relazione alla peste che colpì le province napoletane. L’ultima pagina del “liber defunctorum” (1634-1656) è al riguardo una testimonianza veramente preziosa, perché attesta l’inizio della peste a Villa Collelongo e la variazione del luogo di sepoltura, dalle pile della parrocchiale di S. Nicola a quelle della chiesa della Madonna delle Grazie.
La Riserva Reale e il Parco Nazionale d’Abruzzo. La prima persona colpita dal morbo fu “Zinella Gio: Antonio” che il 18 luglio del 1656, da solo, si gettò nella pila di quest’ultima chiesa; mentre il secondo appestato fu una donna, tale Francesca, moglie di Nardo Tantalo, la quale, il 28 luglio, dovette frapporre qualche resistenza ad accettare la chiesa della Madonna delle Grazie come luogo di sepoltura, in quanto da sola aveva voluto gettarsi nella pila della chiesa parrocchiale di S. Nicola, dove anche l’avevano preceduta i suoi antenati. Purtroppo mancano le attestazioni successive, ma l’esempio di Zinella Gio:Antonio fu seguito dagli altri appestati, i quali non appena erano colpiti dall’infezione, si recavano fuori dalle mura, presso la Madonna delle Grazie, e da soli si gettavano nelle pile. Quanti, invece, non trovavano le forze necessarie per sospingersi nella fossa e rimanevano esanimi ai margini dell’apertura, lasciavano il triste compito ai nuovi appestati che si avvicinavano in attesa del fatale destino. Da un significativo documento, contenuto nella Storia dei Bianchi, si legge la tabella delle reliquie conservate nella parrocchiale di Villavallelonga ed a margine si segnala un «Purificatorio con lacrime di Sangue raccolto dal Rev. Abbate Antonio Palozzo», che era il parroco di Villa, e si riferisce che la Madonna del SS. Rosario «lacrimò Sangue per placare il Castigo e l’Ira di Dio per il Contagio, quale fu nel 1656, principiando alla fine di luglio e durò per li quindici di settembre»; si aggiunge, poi, che il Purificatorio fu prelevato da Mons. Corradini, in occasione di una sua visita, per arricchire di tale reliquia la sua chiesa natale di Fabriano. Anche nella tabella di Uffici e Messe, più volte annotata, risulta che l’Università di Villa « pel voto fatto nel contagio » era tenuta a comprare l’olio alla lampada del SS. Rosario, ma in tale documento è attestato l’anno 1650, anziché il 1656 (con la trascrizione il 6 potrebbe essere stato materialmente trasformato nello 0). Il contagio proveniva da Napoli ed in breve si sparse per le terre; dal sud, probabilmente da Capua, fu introdotto anche a Villa Collelongo, dove si diffuse il 18 luglio del 1656. Al termine del periodo pestilenziale la popolazione risultò dimezzata e un utile confronto può essere condotto nell’intera Vallelonga, sulla base delle numerazioni dei fuochi o delle famiglie che si contarono prima e dopo la peste. Da questi dati risulta che nel 1648 Villa Collelongo aveva fatto registrare 140 fuochi (famiglie), mentre la successiva del 1658, pubblicata nel 1669, ne segnava appena 84. Dunque, la peste aveva estinto ben 56 nuclei familiari e le sopravvissute 84 famiglie presentavano una riduzione nel numero dei componenti. A seguito degli eventi luttuosi il viceré D. Garzia ordinò «che tutte le Comunità del Reame ch’erano state tocche dalla pestilenza, non dovessero molestarsi al pagamento di quanto andavano debitrici per cagion de’ fiscali per tutto aprile del 1657, e che dal primo di maggio del medesimo anno avessero contribuito la quarta parte meno di quel che stavano tassate nell’antica numerazione del regno». Per evitare sorprese fiscali, la comunità di Villa Collelongo, al pari di altre Università, stipulò un pubblico atto il 2 giugno 1658, al fine di costituirsi un titolo di cautela sulla numerazione delle famiglie, come anche suggeriva una prammatica dello stesso anno. Dall’atto risulta che tutti i massari e i deputati sopravvissuti prestarono giuramento delle perdite subite ritrovandosi nella Casa dell’Università entro le mura della Villa. Dopo la peste fu adottata ogni precauzione e il pavimento della Madonna delle Grazie fu ricoperto da uno strato di rena per evitare che dalle fosse sepolcrali degli appestati si diffondesse una nuova infezione: questo elemento materiale, frapposto a quella possibile fonte di infezione, ha costituito il tramite per la tradizione orale del periodo pestilenziale. Dopo aver sottolineato i fatti più significativi della comunità di Villa Collelongo, a testimonianza delle vicende più generali si registrarono “fatti minori” che hanno colpito singole persone e possono essere segnalati per categorie, secondo il tipo e la natura degli eventi, come si desumono dai libri defunctorum. Una prima segnalazione riguarda il destino di moltissimi bambini che spesso fu veramente infelice. Nel 1787 Pasquale De Vecchio, di anni sette, e la sorella Lucia, di sei, in seguito ai morsi di un cane idrofobo presso il largo della Crocicchia, non riuscirono a sopravvivere.  Il parroco ne descrive la sorte con parole commoventi: « Il detto figliolo fu morsicato da un cane arrabbiato insieme con la defunta sorella Lucia nel luogo detto La Crocicchia e morirono rabiosi; stavano uniti detti figlioli sotto del cane come martiri, e Ignazio di Bartolomeo non poté ammazzarlo con la scoppetta, ma per quanto poté farlo con la canna per distaccarlo dalli figlioli, finalmente lo separò, tirando la scoppettata non pigliò fuoco e passando Cristofano di Gio:Curzio Bianchi fu avvisato e lo ammazzò con una scoppettata. Quali furono i patimenti della morte non si numerano, quali i gesti di rabbia nemmeno. Fu posto a cavallo per portarlo a S. Domenico di Cucullo, morì a forca Trivella, vedute le montagne di Cucullo e lago di Fucino. D. Francesco Cocuzio Abbate Curato». La vaccinazione antirabbica, scoperta da Pasteur nel secolo successivo, non poté ovviamente essere praticata, e così in quel tempo si ricorse al tentativo di salvare il maschietto, ancora in vita, portandolo a S. Domenico di Cocullo che protegge dal morso delle serpi e anche dall’idrofobia. Il trapasso, avvenuto durante il viaggio, lo rese vano e assai triste dovette essere il ritorno a Villa con il corpo esanime del piccolo Pasquale poggiato sulla groppa del cavallo.
La Riserva Reale e il Parco Nazionale d’Abruzzo. Una morte diversa, ma un destino tristemente analogo, fu riservato ai moltissimi bambini colpiti dalla difterite, dalla meningite, dall’angina, dal morbillo, e da altre negative influenze come la carestia o la necessità per le madri, durante il periodo di gestazione o del puerperio, di far fronte al lavoro nei campi e nel bosco. Un particolare interesse rivestono anche i decessi per violenze varie perché testimoniano nel tempo i problemi individuali che hanno certamente segnato la vita dell’intera comunità. Nel 1647 Carlo Lippa fu colpito a morte con sette ferite; nel 1780 Nicola Gizzi fu bruciato per evitare pericoli; nel 1791 Leucio Bianchi fu ucciso a coltellate da Gio: Maria De Vecchio e spirò davanti al canonico Palozzi, che lo assolse “sub conditione”; nel 1799 Liberatora Bianchi restò uccisa «da una scoppettata e perché la Corte dovette far l’ufficio suo e perciò si trova la varietà dei giorni», dovendo cioè «gli inquirenti» di allora assumere elementi utili dal corpo della vittima, se ne dispose la sepoltura al termine dell’ indagine (alcuni giorni dopo la morte); nel 1800 Tommaso Gizzi, milite volontario di anni 27, ebbe sorte altrettanto misteriosa, «nocte precedenti ex ictu scoppettatis in loco dicto Capuscrocis propre domum Leucii Di Cesare fuit mors tam tacita»; infine, nel 1802, Nicola Padovano Bianchi restò ucciso «da moltitudine in occasione della festa di S. Leucio il 2 settembre». Una menzione spetta anche alle fatali disgrazie o agli inevitabili incidenti che si sono verificati: nel 1787, Nicola Di Vecchio, mentre era sopra un cerro per battere la ghianda, cadde e mori; nel 1795, Domenico Bianchi ebbe la stessa sorte, trovandosi sopra una pianta di noce; nel 1803, Paolina Ferrari, dopo aver mangiato delle erbe, morì avvelenata. Diversa fu la disgrazia del maestro Domenico Cesta di Collelongo, il quale doveva essere solito dar fastidio a qualche bella fanciulla di Villavallelonga, ma nel 1748 fu «vulnerato a tribus suis inimicis in aedibus Laureti De Bartolomeo, Villae Collislongi». Nei documenti parrocchiali è anche possibile rinvenire la precisazione dei soprannomi che sono stati adottati come personale qualificazione tipologica, ma spesso il soprannome trascende la singola persona e si assimila con il gruppo familiare (la razza), investendo tutta la gamma genealogica. Nelle precorse generazioni il cognome ed il nome di battesimo procuravano ricorrenti omonimìe, a causa dell’uso diffuso del patronimico; così è parso necessario procedere alla identificazione di una data persona, evitando confusioni ed errori. L’uso del soprannome ha perciò soddisfatto l’esigenza pratica di semplificare i rapporti umani, presentando l’individuo in una sua sfumatura e in una sua irripetibile particolarità. I soprannomi originari seguono poi alcune trasformazioni nelle forme diminutive, accrescitive o peggiorative, quando sono trasferiti ai figli dei rispettivi titolari. Nell’indicazione esemplificativa adottiamo sempre il criterio documentale e rileviamo: nel 1791, Bianchi Giuseppe detto “Carnevale”, Coccia Antonio detto “La pilota”, Bianchi Francesco detto “Scorza”; nel 1795, Bianchi Francesco detto “Policella”; nel 1797, Tantalo Giovanni Maria detto “Scoponitte”, Tantalo Leucio detto “Sciacquitte”; nel 1801 Cocuzzi Francesco detto “Poca Pazienza”; nel 1803, Giustino di Gio:Curzio detto “Fucilere”; nel 1830, Di Giancursio Francesco detto “Pellotte”. Una segnalazione significativa è anche quella relativa ai soggetti che, al termine della loro esistenza, ricevono una particolare indicazione relativa allo svolgimento di una specifica funzione o all’attribuzione di compiti e ruoli non comuni. In tale gruppo sono attestati i seguenti: nel 1648, Domenica Natalia, levatrice; nel 1770, De Blanco Cesario, dottore fisico; nel 1775, Serafini Nicola, dottore fisico; nel 1789, Ferrario Leucio, Sindaco; nel 1796, Ferrari Loreta, Priora di Maria SS. Addolorata, e Tantalo Flavio, incaricato dell’Erario dal Duca Cesare Pignatelli, signore della terra di Villavallelonga; nel 1797, Corona Giuseppe, Sacrista della Congrega dell’Addolorata, e Gizzi Rocco, Eremita della Madonna delle Grazie e di S. Leucio; nel 1828, Lippa Modesto, medico in Trasacco, ma nativo di Villavallelonga. Un analogo rilievo viene conferito ai soggetti coinvolti nella organizzazione ecclesiastica e, così, possiamo ritrovare la registrazione di morte relativa ai sacerdoti, ai canonici e ai chierici della parrocchiale. Fra i sacerdoti e i canonici troviamo segnati: ne1 1649, sac. Blanco D. Antimo; nel 1654, Blanco D. Eleuterio; nel 1773, sac. e can. Lippa D. Medoro; nel 1783, sac. e can. Bianchi D. Nicodemo; nel 1784, abate parroco De Medicis D. Francesco; nel 1787, sac. Mastrella D. Giuseppe; nel 1796, sac. e can. Coccia D. Michele Arcangelo; nel 1803, abate parroco Cocuzio D. Francesco; nel 1805, sac. e can. Palozzi D. Giuseppe. Fra i chierici, che in quei tempi erano particolarmente numerosi, perché godevano di varie agevolazioni fiscali, troviamo segnati i seguenti: nel 1738, ch. e dottore fisico Blanco Nunziante; nel 1745, ch. Cocuzzi Daniele. Restano da rilevare gli autori dei manoscritti parrocchiali e cioè i parroci che di quella compilazione sono stati i responsabili. La successione cronologica è la seguente: D. Alfonso “Palozzo” dal 1593 al 1602; D. Evangelista Bianco dal 1603 al 1627; D. Antonio “Palozio” dal 1628 al 1656; D. Francesco Antonio Blanco dal 1657 al 1685; poi si troverebbe D. Gabriele Cocuzza e seguono D. Raimo Bianchi dal 1710, D. Francesco De Medicis di Collelongo dal 1735 al 1784 e D. Francesco “Cocuzio” dal 1785 al 1802.
La Regione Abruzzo. La fisionomia della Regione Abruzzo è caratterizzata dall’accostamento di due lineamenti geografici profondamente diversi: la montagna e il mare: L’Abruzzo montano, con numerosi centri sciistici con impianti di avanguardia, comprende i maggiori massicci dell’Appennino (il Gran Sasso d’Italia e la Majella), numerosi rilievi che raggiungono anch’essi notevole altitudine e altipiani intervallati dalle conche dell’Aquila e di Sulmona, mentre verso il confine con la Regione Lazio si stende la fertile conca del Fucino, risultante dal prosciugamento del lago omonimo portato a termine dal Duca Alessandro Torlonia nel 1875. Oggi l’ex alveo del lago rappresenta il fulcro della produttività agricola marsicana. Nel suo territorio è stata installata, da alcuni decenni, l’antenna parabolica della Società Telespazio, i cui sistemi di trasmissione e di ricezione per via satellite sono all’avanguardia in campo mondiale. L’Abruzzo marittimo, con i suoi centri turistici balneare, si aftaccia sull’Adriatico fra le foci del Tronto e del Trigno, in una fascia costiera sostanzialmente compatta, solcata da fiumi che scendono dal rilievo appenninico e subappenninico ed affiancata dalla discontinua cornice di ridenti zone collinari. Le 18 (perle dell'Abruzzo) stazioni balneari più rinomate, dotate di ogni moderno contorto, sono: Alba Adriatica, Martinsicuro, Tortoreto Lido, Giulianova Lido, Roseto degli Abruzzi, Pineto, Silvi Marina, Marina di Città Sant'Angelo, Montesilvano, Pescara, Francavilla al Mare, Ortona, Marina di San Vito, Fossacesia Marina, Torino di Sangro Marina, Lido di Casalbordino, Marina di Vasto, San Salvo MarinaI centri storici sparsi nelle quattro province abruzzesi sono più di 150 e di grande interesse turistico, sportivo e climatico sono: i laghi di Campotosto, Barrea, Scanno, Villalago e BombaUna nota particolare merita il Parco Nazionale d’Abruzzo, compreso tra l’area del Fucino a Nord-Ovest e la catena montuosa delle Mainarde Sud-Est, delimitato a Est dai Monti Marsicani, a Sud e Sud-Ovest dallo spartiacque tra il Sangro e il Liri, con gli immensi e centenari boschi, gli ameni altipiani e le gole selvagge, ricchi di straordinaria varietà di flora e di faunaNel suo territorio, per una estensione di 400 Kmq a vincolo intero e 600 Kmq con speciali restrizioni, viene assicurata la tutela e il miglioramento del patrimonio arboreo e faunistico.
 
 
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