Ospitalità nell’aquilano. Dove dormire a Secinaro - Abruzzo... una regione da vivere e... da scoprire.

Cerca nel Sito
Vai ai contenuti

Menu principale:

Ospitalità nell’aquilano. Dove dormire a Secinaro

L'Aquila > Ospitalità nell'aquilano
 GUIDA ALL'OSPITALITA' NEL PAESE DI SECINARO (AQ)
 
Ospitalità nel Paese di SECINARO (Aq) (m. 859 s.l.m.)
Coordinate geografiche del paese di Secinaro: 42°09′14″N - 13°40′54″E
     
  CAP: 67029 -  0864 -  0864.79300 - Da visitare:    
 MUNICIPIO DI SECINARO 0864.79302   0864.79302       0864.79302 - C. F.: 00216460667
Raggiungere Secinaro:(Stazione L'Aquila a 46 Km.)  (Uscita Pratola Peligna/Sulmona) -Aeroporto d'Abruzzo a 90 Km.
 
HOTELS ED ALBERGHI SECINARO (AQ)
La Storia del paese di Secinaro (Aq) Preistoria e periodo italico: I reperti più antichi datano al Paleolitico superiore e precedono, in ordine cronologico, quelli dell'età del Rame e del Ferro. Gli scavi tuttora in corso in contrada Cerrenzana, lungo la provinciale per Castelvecchio Subequo, hanno ad esempio restituito un sito archeologico in cui sono riemersi tre differenti livelli stratigrafici corrispondenti ad altrettante epoche dell'antichità: età calcolitica: vasi di ceramica impressa, pesi per reti da pesca e punte di freccia; età del Ferro: frammenti di un disco di bronzo traforato di stile ellenistico; periodo italico: tomba bisoma a fossa circondata da sepolture neonatali sottocoppo. I reperti di epoca italica sono assai più numerosi e si trovano per lo più conservati nella sede del locale municipio, nel Museo Nazionale dell'Aquila e in quello di Chieti. Il territorio di Secinaro, analogamente al resto della Valle Subequana, si trovava anticamente attestato nell'area di competenza degli antichi Peligni Superequani che, a completamento del processo di romanizzazione, venne inclusa nella Regio IV Augustea. Il processo di romanizzazione del territorio ebbe inizio nel IV secolo a.C. con la stipula dei patti paritari tra Roma e le popolazioni italiche, ma giunse a definitivo compimento solo al termine della guerra sociale del I secolo a.C. In tale occasione, dopo la sconfitta della lega italica e la perdita di Corfinium, gli abitanti della Valle Subequana divennero a tutti gli effetti cittadini romani. Un testo epigrafico del I secolo a.C. proveniente dalla località "La Ira" fa riferimento ad un iter paganicam, probabilmente un antico percorso tratturale che doveva connettere perpendicolarmente il Tratturo Celano-Foggia col Tratturo L'Aquila-Foggia secondo la direttrice Goriano Sicoli-Paganica (Statulae - pagus o vicus Fuficulanus). L'iter in questione fu probabilmente finanziata dai pagi - ciascuno per il proprio tratto di competenza territoriale - in cambio di una parte dei proventi della Transumanza che il fisco di Roma riscuoteva nei pressi di Peltuinum (Prata d'Ansidonia) in occasione del censimento annuale delle greggi. Probabilmente i pagi contribuivano a convogliare le greggi nel punto censuario affinché i pastori transumanti non potessero esimersi dal pagar dazio ai Romani e questi ultimi remuneravano forse l'investimento dei pagi con una compartecipazione al gettito erariale sulla base del numero di capi transitati. Appare quantomeno suggestiva una lettura in questo senso della locuzione "ex p[ecunia] s[ua]" che compare nel cippo secinarese anziché immaginare una "p[agi] s[ententia]" che non sembra oltretutto costituire provvedimento amministrativo tipico dei pagi superequani. Dal testo dell'iscrizione si apprende oltretutto che l'opera fu curata da un collegio di tre magistri, particolare questo assai interessante alla luce di un'altra epigrafe secinarese cronologicamente coeva alla precedente e il cui testo riferisce di una fontana collaudata da un collegio di tre edili. La coesistenza di queste due magistrature paganiche (ambedue le iscrizioni risalgono alla metà del I secolo a.C.) ha indotto Evandro Ricci ad ipotizzare che in territorio di Secinaro coesistessero due pagi distinti - un primo governato da un collegio di tre magistri e un secondo retto da un collegio di tre edili. Di qui la congettura che uno dei due pagi possa aver mutato il proprio titolo divenendo "municipium" romano di "Superaequum". Non sappiamo se le due magistrature paganiche coesistessero all'interno di uno stesso pagus ma, se così fosse, dovremmo immaginare un pagus governato da un organo esecutivo composto da ben sei magistrati (3 edili + 3 magistri): un unicum nell'ordinamento amministrativo italico. L'esegesi delle fonti epigrafiche superequane induce a sospettare che le magistrature italiche abbiano cessato le loro funzioni a partire dalla metà del I secolo a.C., in concomitanza con l'istituzione del municipium romano di Superaequum, per essere sostituite dai duoviri di diritto romano. L'istituzione del municipium rappresenta, in realtà, solo la tappa finale di un lunghissimo processo di romanizzazione che ebbe inizio verso la fine del V secolo d.C.. Tale processo deve aver subito una accelerazione improvvisa in concomitanza con la fine della seconda guerra Sannitica, episodio militare in cui i Romani compresero a pieno l'importanza del controllo militare dell'Abruzzo interno per un disegno di egemonia peninsulare. Verso la fine del IV secolo a.C. Roma aveva forse già istituito le "praefecturae" di Aveia (Fossa) e di Peltuinum (Prata d'Ansidonia). Il territorio della "praefectura" di Peltuinum in età imperiale presenta una estensione di circa 150 km sviluppandosi lungo la riva sinistra dell'Aterno dalla Conca Aquilana fino all'imbocco delle Gole di S. Venanzio. Appare interessante a tal proposito che dall'antico pagus superequano di Molina Aterno provengono iscrizioni funerarie di età imperiale dedicate a prefetti duoviri. Non è escluso che possa trattarsi di duoviri superequani che rivestirono anche la carica di prefetto in Peltuinum, anziché immaginare ipotetici sostituti dei duoviri municipali inviati da Roma per risolvere esigenze amministrative di carattere straordinario a Superaequum.
RESIDENZE TURISTICHE ALBERGHIERE SECINARO (AQ)
L’età municipale del paese di Secinaro: Quando si parla di "Superqequum" è bene aver presente che questo toponimo non compare mai nelle iscrizioni di età romana dal momento che fu coniato a tavolino dai geografi umanisti. Gli umanisti lo ricavarono dall'etnico "Superaequani" presente nella celebre tripartizione delle genti peligne operata da Plinio il Vecchio (NH) interpretandolo nel significato di "oppidum super aequum positur" ma questa interpretazione fu successivamente messa in discussione dall'archeologo Peligno Antonio De Nino nella convinzione che gli abitanti della Valle Subequana si ritenessero abitanti sopra gli Equi (Aequi). Gli autori più fedeli alla tradizione umanistica riferiscono oggi il toponimo "Superaequum" ai resti osservabili sul crinale collinare tra le contrade S. Gregorio, Salitto e Ira di Secinaro, mentre quelli più fedeli alla tradizione deniniana riferiscono il toponimo alla regione montuosa che - sovrastando il bacino del "Fucinus Lacus" - può essere genericamente identificato con il territorio della Valle Subequana. La tradizione letteraria vuole che i resti del "municipium" siano da ubicare sul pianoro di Macrano in Castelvecchio Subequo ma, a ben vedere, lo stato delle conoscenze attuali non consente una ubicazione precisa di "Superaequum" e basti pensare che resti completi di cinte murarie, acquedotti, reti fognarie o altri indizi utili a localizzare e circoscrivere il presunto nucleo urbano del municipium non sono ancora tornati alla luce. Campo Macrano è oltretutto la località in cui sono tornate alla luce iscrizioni relative ad un "pagus" Vecellanus (dunque un insediamento che gli stessi Romani definiscono "pagus" in una pubblica iscrizione di età municipale). Troviamo i Superequani attestati epigraficamente in tre iscrizioni (due localizzate in Castelvecchio Subequo e una in Secinaro). Il testo dell'iscrizione secinarese ci fa conoscere una "civitatis superaequanorum", ma ciò non deve indurre a pensare che nel territorio di Secinaro sorgesse l'antica città di "Superaequum". I latini utilizzavano infatti il termine "civitas" come sinonimo di legge e di comunità, ma non come sinonimo di città nel significato urbanistico del termine. L'appartenenza di questa iscrizione al contesto epigrafico superequano appare oltretutto dubbia per via del fatto che il testo menziona i quattrruorviri, magistrati di diritto romano notoriamente attestati a Corfinium e Sulmo ma assenti a Superaequum (non a caso Mommsen sospettava che l'iscrizione in questione fosse giunta a Secinaro da Corfinio). Il processo di municipalizzazione di Superaequum si realizzò nella tarda età cesariana se non augustea e, comunque, più tardi rispetto ai due municipi peligni di Corfinium e Sulmo. L'argomento principale a favore di una ritardata municipalizzazione di Superaequum è costituito da una serie di iscrizioni localizzate nei territori di Castel di Ieri, Castelvecchio Subequo, Gagliano Aterno e Molina Aterno in cui risulta attestata la presenza di duoviri municipali (il duovirato è la forma di governo tipica dei municipii creati dopo la riforma amministrativa di Giulio Cesare). Alcuni autori contemporanei, partendo dal presupposto che l'iscrizione secinarese data al periodo di Aureliano, hanno immaginato che il quattruorvirato possa essersi sostituita al duovirato nella tarda età imperiale. Cosicché non vi sarebbe necessità di espungere l'iscrizione secinarese dal corpus delle iscrizioni latine di Superaequum. A favore di una ritardata municipalizzazione di "Superaequum" rispetto agli altri due municipii giocano invero alcuni altri indizi tra cui uno sviluppo urbanistico senza precedenti che si rileva nel territorio della Valle Subequana (soprattutto sul pianoro di Macrano a Castelvecchio Subequo) a partire dalla metà del I secolo a.C., nonché la presenza di personaggi locali in posti chiave nell'esercito e nel Senato di Roma. Non mancano infine reperti che tradiscono possedimenti territoriali della stessa casa imperiale. Una iscrizione latina proveniente da contrada "La Ira" in Secinaro appare dedicata ad una discendente di Scribonia la seconda moglie dell'imperatore Ottaviano Augusto da lui stesso ripudiata dopo la nascita di Giulia. L'imperatrice Livia, raffigurata con acconciatura classicheggiante, è invece raffigurata in una scultura che potrebbe provenire, stando alla tradizione popolare, da un arco situato al passo di Forca Caruso. A questo stesso arco leggendario topograficamente collocabile lungo la linea di confine tra Peligni e Marsi sarebbe da riferire la testa marmorea dell'imperatore Tiberio, scultura che i frati di Castelvecchio Subequo hanno custodito nel chiostro del convento di S. Francesco fino a pochi decenni or sono. Particolarmente interessante è anche la statua (ormai scomparsa ma simile a quella dell'Augusto Ioricato proveniente dalla Villa di Livia in Prima Porta e custodita oggi nei Musei Vaticani) che raffigura il cavaliere Caio Scaefio Pollio, prefetto quinquennale e militare inviato da Tiberio a Superaequum per trasformare la Valle Subequana nella fucina della cavalleria romana. Tra le ragioni di interesse della nobiltà Romana per questo angolo dell'Appennino d'Abruzzo non poteva mancare il ghiaccio del Sirente che - stando a quanto ci riferiscono Marziale e Seneca- giunse a costare nella Roma dei cesari addirittura più del vino. L'impiego del ghiaccio a fini terapeutici si diffuse nell'antica Roma secondo quanto ci viene testimoniato dalla presenza del "frigidarium" nelle ville patrizie. E lo stesso Augusto - che nel 25 a.C. contrasse una forte febbre in Iberia - fu salvato dal suo medico Antonio Musa proprio con una cura a base di bagni di ghiaccio e sorsi di acqua gelata. Per l'occasione trecento libbre di ghiaccio furono prelevate dalla Neviera e stoccate nel magazzino di Asinio Pollio sulla via Campana prima di essere trasferite alla residenza di Ottaviano-Cesare sul Palatino.
CAMPEGGI SECINARO (AQ)
Il Medioevo e il Rinascimento di Secinaro: Dopo il crollo dell'Impero mancano informazioni sugli sviluppi di questa zona e l'ultima testimonianza in ordine di tempo prima del Medioevo è rappresentata dalla piccola catacomba cristiana di Castelvecchio Subequo edificata nel IV secolo d.C. Allo stesso secolo data anche un piatto di lenticchie carbonizzato, indizio eloquente di un pasto preparato e mai più consumato, che rappresenta l'ultima testimonianza del vicus di contrada Campo Valentino a Molina Aterno. A partire dalla fine del IV secolo d.C. si assiste all'abbandono dei pagi e dei vici superequani da parte delle rispettive comunità locali. Al IV-V secolo d.C. data inoltre l'origine dell'ormai celebre "formazione geologica" ubicata sui "Prati del Sirente" che, dopo aver sonnecchiato nell'indifferenza generale per lunghissimo tempo, è finita improvvisamente al centro di una accesa disputa accademico-mediatica intorno alla sua natura. L'auspicio è che future ricerche giungano a dimostrare se trattasi o meno di un cratere da impatto meteoritico e, in caso di risposta affermativa, le conseguenze che tale evento può avere esercitato sulla società dell'epoca. La formazione del cratere del Sirente costituisce, in ordine di tempo, l'ultima testimonianza dell'età antica a Superaequum. Tra la fine del IV e gli inizi del V secolo d.C. il territorio della Valle Subequana entrò nella diocesi di Valva, diocesi che confluirà nel Ducato di Spoleto a seguito dell'occupazione longobarda dell'Abruzzo. L'Alto Medioevo è un periodo caratterizzato da un buio storico piuttosto fitto. Troviamo a Secinaro un piccolo nucleo stanziale in contrada Castello (dove sorge l'attuale chiesa di S. Nicola di Bari) e un secondo villaggio in pietra nei pressi dell'attuale località la Villa (trattasi della medioevale Longanum). Sappiamo che la Bolla Corografica di Papa Onorio III risalente al 1223 riporta i nomi di due centri abitati in questo territorio: Secenalis e Longanum e che la successiva Bolla di Lucio III menziona nove chiese in "Secenaro": S. Marie de Rosis, S. Nicolai, S. Egidii, S. Juste, S. Quirici, S. Johannis, S. Gregorii, S.Theodori, S. Marie. Quest'ultima, in particolare, potrebbe coincidere con la chiesetta di S. Maria della Valle il cui rudere è tuttora visibile in località "La Villa" e al cui interno si possono osservare tracce di un affresco distrutto a colpi di piccone probabilmente dagli Iconoclasti. Le prime notizie scritte che ricompaiono dopo il buio medioevale datano al 1076, anno in cui il conte valvense di Gagliano Teodino donò al monastero di Farfa il suo feudo di Secinaro unitamente a quelli di Cocullo, Molina Aterno e Goriano Valli (all'epoca Goriano Valli costituiva frazione di Molina Aterno). Nel XII secolo, in epoca normanna, il territorio entrò a far parte del regno di Sicilia. Dopodiché le vicende storiche si susseguono in modo convulso e disordinato. Nel 1143 Rainaldo conte di Celano, figlio di Crescentius, avendo riconosciuta la sovranità di re Ruggiero, fu nominato titolare della nuova contea di Celano e divenne dunque feudatario anche di Secinaro. Nel 1173 nel Catalogo dei Baroni compilato sotto re Guglielmo, si dice che Rainaldo conte di Celano avesse concesso in feudo al fratello Ruggiero Goriano di Valva e "Sichenale". Sotto il regno di Federico II, il quale fece costruire l'acquedotto medioevale di Sulmona e fondò la città di "Aquila", non si hanno notizie riguardanti il territorio di Secinaro. Apprendiamo invece che nel 1332 il castello di Secenale divenne feudo dei Conti di Celano andando in assegnazione a Ruggero II, figlio di Tommaso e di Isabella. Nel 1391 Antonio, figlio di Ruggiero II, usurperà al padre la contrada Castello di Secinaro con le relativa fortezza. Nel 1451, sotto Lionello Accorciamuro (marito di Iacovella contessa di Celano), "Secenara" faceva ancora parte della contea di Celano e nel 1484 Restaino IV Cantelmo, per la sua fedeltà alla corona, ricevette dal Re Ferdinando la nomina di Giustiziere della Terra di Secinaro. Sappiamo inoltre che nel 1496 gli abitanti di Secinaro chiesero e ottennero dal Re Ferdinando I d'Aragona la liberazione, senza pagamento, dei prigionieri fatti nei tempo delle ribellioni del Regno. Nel 1492, da una lettera al Duca di Amalfi, si apprende che il Conte di Celano dovette intervenire per sopire le rappresaglie intercorse tra le genti di Goriano Valli e quelle di Secinaro. Tali sconfinamenti avvennero probabilmente durante l'estate, quando il laghetto di Tempera situato in territorio di Goriano Valli rimane solitamente a secco d'acqua e gli armenti giungono ad abbeverarsi in località l'Acqua situata a ridosso dell'attuale Chalet di Secinaro. Nel 1505 si registra una nuova lite con gli abitanti di Gagliano, lite avviata dai Secinaresi per vedersi garantito l'accesso agli abbeveratoi ubicati nella piana di Canale. Costanza Piccolomini, duchessa di Amalfi, si preoccupò in prima persona di risolvere la controversia insorta tra i suoi vassalli e suggerì di comporre la questione in modo pacifico all'interno di un collegio a composizione paritaria. Il collegio riconobbe ai secinaresi il diritto di continuare a transitare nella piana di Canale "come per il passato" ma con "le sole bestie da soma". Nel 1527, ai tempi di Carlo V, il comune di Secinaro viene ancora nominato nelle fonti scritte sia come "Secinara" sia come "Secenara". All'epoca si contavano appena 140 fuochi (ca. 500 anime) e il castello doveva essere caduto già in rovina per lasciare posto alle fondamenta su cui sarebbe sorta la Chiesa di San Nicola di Bari. A giudicare dal portale, l'elemento più antico dell'edificio, è possibile datare la costruzione della chiesa al 1547. All'interno si conserva una croce di rame e argento del secolo XVI e una iscrizione incisa su legno del medesimo periodo. Poco più in basso, a breve distanza, sorge la piccola Chiesa di S. Maria della Consolazione che reca incisa sull'epistilio dell'ingresso frontale la data del 1507. All'interno affreschi cinquecentesti e una piccola statua rinascimentale in terracotta che raffigura la Maternità in trono incorniciata dietro l'altare con ghirlande di fiori e frutta.
VILLAGGI TURISTICI SECINARO (AQ)
Il Medioevo e il Rinascimento di Secinaro: Dai documenti storici apprendiamo che il 9 novembre 1741 il Vescovo di Sulmona, al secolo mons. Corsignani, giunse in visita pastorale a Secinaro dove fu accolto nella "parrocchiale" di Santa Maria della Consolazione dall'arciprete don Colitti e da altri sei sacerdoti. Nel secolo seguente giunse in visita pastorale il vescovo Mirone il quale riferì ai fedeli la leggenda della traslazione della Madonna della Consolazione. Secondo questa leggenda, che è stata tramandata oralmente dagli antichi custodi della chiesa, l'edificio di culto sorgerebbe sulle rovine di un antico tempio pagano dedicata alla dea Secina o Sicinna dove si celebravano riti peccaminosi. Il Medioevo e il Rinascimento di Secinaro: A seguito degli studi geologici sul laghetto del Sirente e dei test al radiocarbonio che datano la formazione della sua corona circolare tra il IV e il V sec. d.C, questa leggenda è stata riletta come possibile testimonianza orale di un impatto meteoritico. “Accadde che, nel bel mezzo del rito, gli uomini videro una stella avvicinarsi all'improvviso più abbagliante del sole e un boato scosse la terra. Il tempio crollò e le persone furono scaraventate a terra. Dopo il distruttivo evento, i Cristiani addossarono la colpa dell'accaduto ai pagani, ma questi, per tutta risposta e aizzati dal Preside romano, presero quanti più Cristiani possibile e li radunarono nei pressi del tempio dove li ammazzarono a colpi di bastone. Dopo un periodo interminabile in cui la valle rimase rabbuiata, gli uomini videro finalmente l'immagine della Madonna col bambino avvolta da un fascio di luce. La Santa Vergine era giunta in volo da Lucoli per consolare i secinaresi dai peccati e questi, in memoria dello storico evento, edificarono una chiesa sulle rovine dell'antico tempio pagano chiamandola "Santa Maria della Consolazione". A giudizio di alcuni autori, gli effetti socio-ambientali stimabili per il presunto impatto meteoritico sarebbero compatibili con le emergenze archeologiche che caratterizzano il territorio dell'antica Superaequum sul finire dell'Impero Romano d'Occidente e sarebbe anacronistica la tesi che vede il bacino scavato per le esigenze della transumanza, per il semplice fatto che tale fenomeno si interruppe bruscamente proprio tra IV e V secolo d.C., parallelamente alla fine della Pax romana. Monumenti e luoghi d'interesse a Secinaro (Aq) Santuario della Consolazione; Chiesa parrocchiale di San Nicola; Torre medievale del municipio; Monte Sirente e l’Altopiano delle Rocche. L’economia nel paese di Secinaro: Gli abitanti di Secinaro controllavano le risorse naturali dal monte Sirente e commercializzavano legname, carbone e il ghiaccio finanche nei territori del Lazio, della Puglia e della Campania. Il taglio della legna dai boschi del Sirente e la produzione di carbone attraverso la cottura del legname nelle carbonaie ha costituito un importante settore dell'economia di Secinaro. Il Comune di Secinaro ha inoltre gestito le risorse della Neviera del Sirente in regime di monopolio fino alla metò del Novecento. La concessione ai privati del diritto di taglio del ghiaccio avveniva con procedure ad evidenza pubblica come dimostrano gli atti di natura amministrativa e i contratti di diritto privato tuttora custoditi. Secinaro vantava anche un'importante tradizione artigianale di ombrellai e vasai fino ad alcuni decenni or sono. A partire dagli anni Sessanta/Settanta il paese ospita un distretto del settore edile con specializzazione delle maestranze nelle attività di rifinitura, stuccatura e pavimentazione oltre ad attività artigianali di nicchia legate all'indotto. Attualmente le principali risorse naturali sono l'agricoltura (vite, frumento, mais), la silvicoltura, il commercio del legname e l'allevamento del bestiame. Nel territorio esistono anche vecchie cave di ghiaia ormai in disuso, per le quali si attendono interventi di recupero. Personaggi illustri di Secinaro: Antonio Giannangeli (Secinaro, 1899 - Wheeling, 1933), sindacalista, anarchico, antifascista; Padre Filippo Da Secinara; Felice Santarelli, filologo, ellenista.
AFFITTACAMERE SECINARO (AQ)
La Valle Subequana (Ruris Super Aequor) oltre le terre dei " Paeligni" (da Pelagus) è un vasto territorio prevalentemente collinare (500 m s.l.m.) situato in Abruzzo, in provincia dell'Aquila, solcato dal fiume Aterno all'interno del Parco regionale naturale del Sirente - Velino. Rappresenta di fatto la bassa Valle dell'Aterno. I suoi confini possono essere delimitati da una serie di borghi medievali arroccati sulle montagne che la circondano comprendendo i comuni di Gagliano Aterno e Secinaro a ovest, Fontecchio, Tione degli Abruzzi e Acciano a nord, Fagnano Alto, Molina Aterno, Castelvecchio Subequo a est, Castel di Ieri e Goriano Sicoli a sud; conta sulla presenza di due importanti vette, il monte Sirente (2349 m. s.l.m.) a ovest, che continua con il Mons Imeus e il Monte Urano a sud con il passo di Forca Caruso ad ovest. La valle è collegata alla catena del Velino-Sirente e all'altopiano delle Rocche che vanno a delimitare i confini territoriali a ovest, nord-ovest e sud-ovest, e al di là dei quali inizia il territorio della Marsica, a nord-est oltre la bassa catena montuosa che la delimita si estende la Piana di Navelli, mentre a sud-est, oltre il Monte Urano, è situata la valle Peligna. La Storia della Valle Subequana: La storia della valle è di notevole ricchezza, i ritrovamenti di edifici e monumenti venuti alla luce grazie a numerosi scavi archeologici mostrano come il territorio sia stato teatro di varie vicende sia nell'epoca dei romani che nel Medioevo. Antichità: Una delle ragioni fondamentali per cui si possono trovare tante testimonianze di antiche civiltà è la naturale posizione strategica che caratterizza la valle Subequana: essa si trova infatti in un punto "medio" di passaggio, nel quale transitavano le popolazioni che si spostavano dalle coste del Mar Tirreno a quelle del Mare Adriatico e viceversa, per ragioni soprattutto commerciali, come nel caso del trasporto del sale. Naturale corridoio usato dai Romani anche a fini bellici/espansionistici, confina inoltre con due altri importanti luoghi di passaggio, l'Altopiano di Navelli e la Marsica. Si hanno testimonianze di presenza umana nella zona già dalla preistoria ed i resti di necropoli riportati in superficie ne sono una conferma. La necropoli di Narola/Le Castagne risale ad un insediamento degli antichi "cedici" - (Tribuno romano Marcus Caedicius nel 389 a.C.) stabilitisi in zona Cedicana di Castel di Ieri, mentre, in località "Piè di Franci", si trova il cosiddetto TEMPIO ITALICO - sito archeologico più antico dell'Abruzzo risalente al VII secolo a.C. Recentissimi scavi - al 16 agosto 2010 - hanno portato alla luce, alla profondità di circa tre metri rispetto alla posizione del tempio, cinque siti sepolcrali dal diametro di tre metri ed uno di metri 5. Il terreno limoso per circa un metro di altezza è sovrastato da uno strato di 20 cm. di ghiaia, quindi circa 40 cm. di terreno limoso su cui giacciono altri strati di terreno ghiaioso. Si attende il rifinanziamento dei lavori di scavo per ultimare la ricerca archeologica. Le popolazioni Peligne e Subequane combatterono acerrime guerre contro i Romani dal 390.a.c. nel 312 a.C. nonché "la guerra sociale" (nell'anno 620 di Roma) nell'89 a.C. - Lega dei popoli Italici contro Roma e la susseguente guerra civile tra "Mario e Silla". I popoli che vivevano nella zona tra il lago di Fucino ed il mare,prima della conquista dei Romani, erano i Vestini, gli Equi, i Marsi, i Peligni ed i Superequani, i quali edificarono insediamenti ancora oggi visibilmente distribuiti lungo la vallata in modo omogeneo. Numerose catacombe e la necropoli in zona Narola/Le Castagne/colle cipolla, al km 146 della Tiburtina Valeria; anfiteatri vennero realizzati quando questi territori divennero" LA IV Regione di Roma" nel 308/303 a.C.- Cives sine suffragio" Molte di queste opere possono essere trovate nell'Altopiano delle Rocche. Publio Ovidio Nasone scrive: «pars me Sulmo tenet Paeligni tertia ruris» (Il territorio di Sulmona, quello di Corfinio e dei Superequani era diviso in tre parti). Il Medioevo della Valle Subequana: Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente la zona venne conquistata dai Longobardi ed è in questo periodo che iniziarono ad essere costruite roccaforti al fine di una difesa più rafforzata. È nel periodo medioevale che sorsero i più importanti borghi nella valle Subequana, edificati in successione nel periodo intercorrente fra il XIII ed il XVII secolo, rispettivamente sotto le dominazioni degli Svevi e poi degli Angioini ed infine degli Aragona e dei Borbone. Dal XIV secolo in poi l'intera vallata si ritrovò sempre più circondata da una corona di castelli con imponenti mura di difesa ed alte torri di avvistamento, situati in posizioni strategiche nei punti più alti che dominavano l'intero panorama, dai quali era possibile avere un'ottima visuale. Non soltanto le distruzioni da parte delle orde nemiche, ma anche gli eventi sismici che da sempre hanno caratterizzato l'Abruzzo, portarono a ricostruzioni e modifiche sempre nuove. Dal punto di vista religioso, quasi ogni borgo della valle Subequana possiede un proprio luogo di culto; ciò non è dovuto solo alla cura ed all'attenzione all'estetica con cui essi venivano realizzati, ma anche alla presenza di tre personaggi chiave della storia del Cristianesimo che furono di passaggio nel territorio: San Francesco d'Assisi, frate Pietro Angelerio, meglio noto come papa Celestino V, e Sant'Erasmo martire. Numerosi furono i santuari eretti in onore di questi tre personaggi che lasciarono una traccia notevole nelle genti del luogo. È sempre nel periodo medioevale che aumentò il fenomeno della transumanza; essendo anch'essa un punto di passaggio, come del resto tutte le altre terre circostanti, lungo le vie della valle Subequana fu costruito un buon numero di chiese in posizioni isolate dai borghi e poste appunto in punti estremamente vicini agli antichi sentieri, più propriamente detti tratturi e la chiesa voleva essere sia un luogo di preghiera che un luogo di sosta e riposo per tutti i viaggiatori che si trovavano a passare per quelle zone. Ma al contempo non bisogna dimenticare che anche i borghi potevano vantare notevoli strutture religiose edificate nelle loro piazze principali, la chiesa di Pedicciano ne è un chiaro esempio.
BED & BREAKFAST SECINARO (AQ)
Il Medioevo della Valle Subequana: Tutto il patrimonio artistico e culturale è ancora oggi visibile ed in condizioni di essere visitato, nonostante i danni che sono stati provocati alle abitazioni dei centri storici dei borghi dal terremoto del 2009, che ha colpito le vicine zone dell'Aquilano. Dopo questo evento i castelli ed i luoghi di culto si trovano tuttora in stato di sicurezza, in attesa dei lavori di ricostruzione. Turismo e cultura nella Valle Subequana: Tutto il patrimonio storico della valle Subequana ha reso possibile un buon sfruttamento dei luoghi a scopo turistico; spesso il territorio è oggetto di interesse da parte di visitatori provenienti da ogni parte del mondo e ciò è dovuto anche alla presenza delle due importanti località sciistiche di Ovindoli e Campo Felice sul limitrofo altopiano delle Rocche. Viene praticato anche il trekking, sui rilievi montuosi, in particolare sui monti Sirente e Velino, e l'equitazione lungo i sentieri della vallata. A tal proposito, l'Ente del Parco Regionale Sirente Velino ha istituito un'ippovia, una rete di sentieri che si diramano lungo tutto il territorio da poter percorrere a piedi e a cavallo. L'Ente ha sede a Rocca di Mezzo. Ogni anno, nel mese di agosto, in occasione della festività aquilana della Perdonanza Celestiniana, si ripercorre l'intero viaggio fatto da papa Celestino V dall'Eremo di Sant'Onofrio al Morrone fino alla Basilica di Santa Maria di Collemaggio di L'Aquila. Il "Cammino del Perdono" inizia dal Morrone, Sulmona, Pratola Peligna, Raiano, Goriano Sicoli, Castel di Ieri, Acciano quindi verso L'Aquila, dove fu incoronato Papa. Celestino V è stato l'unico che ha rinunciato al "Papato" e fu definito "il gran rifiuto". Lista dei borghi della Valle Subequana: Fagnano Alto, Ripa di Fagnano Alto, Termine, Vallecupa, Castello, Opi di Fagnano Alto, Frascara, Pedicciano, Colle, San Pio, Fontecchio, Tione degli Abruzzi, Santa Maria del Ponte, San Lorenzo di Beffi, Succiano, Beffi, Roccapreturo, Goriano Valli, Acciano, Secinaro, Molina Aterno, Gagliano Aterno, Castelvecchio Subequo, Castel di Ieri e Goriano Sicoli.
CASE PER VACANZA SECINARO (AQ)
Il Venerdì Santo e la processione mattutina a Secinaro (Aq) La tradizionale processione del calvario tra i fuochi purificatori: Ogni tradizione popolare affonda le radici in un fatto storico, in episodi del passato anche remoto. Il tempo può apportare aggiunte, omissioni, modifiche, aspetti anche fantasiosi , ma l' origine resta. Ricordiamo la Leggenda della Madonna della Consolazione legata alla sicìnnide a Secinaro, il Culto di Angina nella Festa di San Domenico a Cocullo... Anche la Processione mattutina detta del Calvario del Venerdì Santo tra i fuochi purificatori a Secinaro trova riscontri con manifestazioni religiose e pagane dell'antichità. La purificazione è una pratica religiosa occasionale o periodica diretta a liberare da impurità i fedeli, eseguita per mezzo di abluzioni, detersioni, aspersioni, fumigazioni, del fuoco... Era praticata in molte religioni antiche. Attualmente si pratica in India dagli Indù che si immergono nelle acque sacre del fiume Gange. Il Cristianesimo ha ereditato la purificazione con carattere esclusivamente simbolico perché l'impurità deriva soltanto dal peccato : purificazione dell'anima, dei pensieri, delle intenzioni. Anche la Festa della Candelora del 2 febbraio celebra la purificazione della Madonna in occasione della presentazione del figlio Gesù al Tempio: le candele vengono benedette per essere conservate tutto l'anno. In Giudea la Pasqua era "festa di pellegrinaggio", la più popolare, obbligatoria per gli uomini; questi si facevano accompagnare dalle mogli e dai figli. Città e villaggi si svuotavano e Gerusalemme si stracolmava di "gitanti". La maggior parte di essi vi giungeva una settimana prima. Non poteva festeggiare la Pasqua chiunque fosse stato contaminato da impurità. Impuri erano coloro che si fossero trovati in una stanza con un cadavere, coloro che lo avessero toccato per qualsiasi motivo, coloro che addirittura avessero camminato su una tomba. Un decesso, in un villaggio, contaminava quasi tutti gli abitanti. Occorreva una settimana di tempo perché questi potessero purificarsi, il rito della purificazione consisteva nell'aspersione con una miscela di acqua e di ceneri di una giovenca rossa, il primo e il settimo giorno; l'ottavo giorno l'impuro doveva fare un bagno e lavare le proprie vesti. Diventava, così, puro. A Gerusalemme i sacerdoti pensavano loro a preparare la miscela purificatrice perché i pellegrini dovevano purificarsi prima di entrare al Tempio. L'ultimo atto della purificazione consisteva nel sacrificare un agnello portato al Tempio di Gerusalemme da un componente di ogni gruppo di pellegrini; l'agnello veniva ucciso,  scuoiato, eviscerato, ridato al proprietario, arrostito per intero e consumato al tramonto, nella cena pasquale. Nell'anno della morte di Gesù gli agnelli furono uccisi di giovedì e la cena si tenne il venerdì, secondo il calendario ebraico. Nell'anno 30 dell'Era Volgare, anche Gesù si  recò a Gerusalemme per la ricorrenza pasquale. Non risulta che egli e i suoi discepoli abbiano sacrificato un agnello. Si può immaginare che essi siano stati aspersi con la miscela purificatrice preparata da un sacerdote. Sappiamo come andò a finire: Gesù entrò a Gerusalemme osannato; entrò ai Tempio dove rovesciò i tavoli dei cambiavalute e dei commercianti; consumò la Cena, l'ultima, con i discepoli; fu arrestato dalle guardie; al Gran Sacerdote ammise di essere il "Cristo" cioè il Messia (secondo Marco, ma non secondo Luca e Matteo); fu condannato per bestemmia; Pilato lo condannò alla crocifissione perché "re dei Giudei". Nell'antichità il rito della purificazione rientrava nell'ordinaria esperienza della vita. Era come un'usanza presso tutti i popoli. Greci, Ebrei, Siriani, Romani e tutti i popoli dell'impero Romano lo eseguivano con dettagli diversi per la finalità dello stesso rito diretto alle divinità venerate. In casi gravi di impurità, presso gli Ebrei si rinunciava alla purificazione, ma si procedeva alla eliminazione del soggetto per mezzo della lapidazione o dell'espulsione (capro espiatorio). Presso i Greci, le persone affette da grave impurità dette pharmacòi perché portavano "rimedio" alla polis venivano espulse o eliminate. Alcuni popoli primitivi abbandonavano l'abitazione dove era avvenuto un decesso perché divenuta impura. Con il rito della purificazione le persone si rendono degne di entrare o di rientrare a contatto con il sacro. Presso i Romani si eseguiva la "lustrazione" che poteva essere privata o pubblica, occasionale, periodica o fissa. Ogni cinque anni l'esercito e l'intero popolo venivano purificati con solenne rito che consisteva nell'aspersione con acqua lustrale. Le Feste Lustrali furono istituite da Servio Tullio; in tali occasioni si sacrificava un toro, un maiale ed una pecora (suovetaurilia). La lustrazione rendeva alla persona o alla collettività la purezza necessaria per riacquistare la condizione per partecipare a tutte le attività normali sia profane che sacre. Le purificazioni erano connesse ai digiuno. In origine, presso i cosiddetti selvaggi, ebbero un carattere magico di fronte alla influenza degli spiriti. Con l'evolversi delle civiltà, le purificazioni divennero riti per atti religiosi. In questo senso vennero eseguite dai Persiani, dagli Egiziani, dagli Indiani, dagli Ebrei, dai Greci, dai Romani, dai Popoli Italici e, quindi, dai Peligni in generale e dai Peligni Superequani in particolare. Si purificavano non soltanto le persone, ma anche le cose i luoghi, le vie, gli utensili. Gli atti della purificazione erano detti "Lustrationes". Elevandosi il  concetto religioso, le purificazioni esteriori divennero simbolo di purificazione interiore e spirituale. Il mezzo di purificazione più usato ed espressivo è l'acqua, meno usato ma ugualmente espressivo è il fuoco. Presso i Peligni Superequani e segnatamente e nell'ambito dei territorio dell'attuale Comune  di Secinaro si hanno alcuni reperti archeologici riferiti all'antico rito della purificazione. Uno è il rinvenimento dei resti purtroppo dispersi di un catino usato per contenere acqua lustrale nel tempio pagano in località Casale (campo sportivo) ; un secondo reperto è l'iscrizione di Lucius Vibius Severus quadrumvir della civitas di Superaequum in cui si menzionano Ludos solemnes, cioè festeggiamenti solenni in occasione dei quali si compivano anche le lustrazioni.
APPARTAMENTI PER VACANZA SECINARO (AQ)
Il Venerdì Santo e la processione mattutina a Secinaro (Aq) Un terzo documento è l'epigrafe in cui si menziona il Bosco sacro del dio Silvano del quale parleremo più avanti; un quarto documento epigrafico rinvenuto in località Ira ed edito dal   Persichetti nel 1914 in cui si fa menzione di un ITER PAGANICAM cioè della costruzione o della ricostruzione della strada per Paganica, ma che il dott. Marco Buonocore - epigrafista della Biblioteca Vaticana di Roma - interpreta ITER(UM) PAGANICAM (LUSTRATIONEM); cioè il Pagus della località Ira, divenuto civitas di Superaequum nel processo della urbanizzazione, fu oggetto del rito della lustrazione, quindi della purificazione per la seconda volta. I Romani ed i Popoli Italici festeggiavano,  nel mese di Marzo, il ritorno del dio Sole ed il dio Marte che non era soltanto dio della guerra ma anche protettore della vegetazione, personificazione italica del principio generatore e vivificatore. In aprile si celebrava il risveglio della natura in onore della dea Fortuna e della dea Venere. II culto della dea Fortuna è presente a Superaequum nell'epigrafe dedicata a Scribonia la seconda moglie dell'imperatore Ottaviano Augusto; Scribonia venne a trascorrere gli ultimi anni della sua vita a Superaequum dove fu sepolta. Anche il culto della dea Venere è attestato a Superaequum insieme con quello di Cerere, Cibele. Ercole vincitore. Pelina, Giano, Silvano. A quest' ultimo era dedicato il Bosco Sacro del Sirente. I culti di cosi numerose divinità non potevano essere in un piccolo villaggio, bensì in un centro ben più importante quale era Superaequum, la civitas dei Peligni Superequani. Le feste di aprile, come quelle di marzo, erano espiatorie. La dea italica dei pastori e delle mandre era Pale assimilato con Silvano. Il 21 aprile, in suo onore, venivano purificati gli armenti e le greggi col fuoco e con l'acqua aspergendoli con un ramo di albero : si provocavano i belati col fumo di zolfo e bruciando fiaccole resinose, rosmarino ed erbe aromatiche: tutti elementi lustrali, cioè purificatori. Nel rito cristiano, a Secinaro, si è consolidata la tradizione, unica in Abruzzo e forse in Italia, della purificazione con l'accensione dei fuochi. Nella processione al Colle della Croce che simboleggia il Golgota ebraico, il popolo che ha partecipato alla rievocazione della crocifissione di Gesù, deve purificarsi prima di rientrare alla Chiesa Madre. E la purificazione avviene per mezzo dei fuochi accesi lungo le vie del paese. Alla dea Pale assimilata al dio Silvano, si rivolgeva tale preghiera: "Benedici la mandra e perdona se a volte siamo entrati nei boschetti a te consacrati e, ignorando il tuo nome, abbiamo tolto foglie al ramo per una pecora malata; perdona se le bestie intorbidarono involontariamente l'acqua chiara della tua fonte ". Trascorsa la giornata in giochi e conviti, a sera si accendevano fuochi di paglia che i pastori saltavano in allegria secondo il rito inteso ad intensificare il calore del sole a beneficio della vegetazione. Nel rito del Venerdì Santo a Secinaro, notevole è la similitudine fra la preghiera del perdono diretta alla dea Pale ed il canto che accompagna la Processione del Calvario allorché il perdono viene reiteratamente invocato: " Perdono, mio Dio; mio Dio, perdono ! Perdono, mio Dio; perdono, pietà! " In vero non è stata violata la sacralità di un bosco dedicato alla dea Pale o al dio Silvano; addirittura è stato violato ed ucciso lo stesso Dio nella persona del figlio Gesù. I fuochi accesi lungo le vie di Secinaro al passaggio della processione rievocanti pagani riti  stanno a svolgere la funzione della purificazione per l'atto esecrando compiuto con la crocifissione del figlio di Dio. La commistione di religiosità e di riti pagani con la ricorrenza del Venerdì Santo cristiana e cattolica a Secinaro è reale e verosimile, come il culto di Angizia rinnovato ogni anno nella festa di San Domenico a Cocullo. Le processioni, come è noto, sono cortei religiosi. Si ritrovano soprattutto presso i popoli civili sia antichi che moderni. In esse si porta in trionfo l'immagine della divinità, ci si reca collettivamente a visitarla e a venerarla, con canti e gesti che hanno un valore pedagogico, in quanto esprimono un modo, una forma in cui si manifesta, si conserva ed estende la religione, quale vincolo di unione non soltanto con la divinità, ma anche quale vincolo sociale. La processione di Secinaro parte dalla Chiesa Madre, scende lungo l'impervio sentiero della "Valle", sale per l'altrettanto impervio sentiero che si inerpica sulla Salita di Cesa , di Campo di Rose, fino alla sommità del Colle della Croce. Quest' ultimo simboleggia il Calvario di Gerusalemme, dove si compie la crocifissione di Gesù. Al ritorno, la processione non segue lo stesso itinerario dell'andata, ma scende seguendo il sentiero che porta alla " Villa ", la medievale Longanum con la chiesa di Santa Maria della Valle, come risulta nella bolla corografica del 1223 del papa Onorio II e, da qui, risale verso Secinaro. Appena si addentra nelle vie del paese si fa più numerosa perché, al suo primo nucleo, si aggiunge la popolazione intera. Procede tra i molti fuochi purificatori accesi al suo passaggio fino alla sommità del paese dove sorge la Chiesa Madre. La manifestazione, in sostanza, è una rappresentazione sentita. I partecipanti non vestono particolari indumenti o cappucci, come avviene in alcuni centri dell'Italia Meridionale ( Guardia Sanframondi, San Lorenzo Maggiore in provincia di Benevento...) , ma sono "la gente", i normali comuni cittadini penitenti ed oranti che avanzano tra i fuochi purificatori perché l'umanità si è macchiata dei più orrendi dei delitti. La Processione del Calvario del Venerdì Santo a Secinaro è unica nel suo genere in Abruzzo e forse, nel mondo. Nella semplicità e nell'ambiente m cui si svolge, è veramente suggestiva e chi vi partecipa o vi assiste prova sensazioni profonde che lasciano un segno indelebile nell'anima.
CASE PER LE FERIE SECINARO (AQ)
Chiesa di Santa Maria della Consolazione di Secinaro (Aq) L’architrave dell’ingresso frontale reca incisa la data del 1507. L’interno è un raro esempio di edificio sacro a doppia navata con pavimentazione declive, tuttavia in origine la  chiesa doveva occupare soltanto l’attuale navata di sinistra come dimostra la collocazione degli affreschi più antichi risalenti al 1500 e raffiguranti San Giovanni Battista e Santa Lucia. Vi si trovano conservati una piccola statua in creta del XV secolo che raffigura la Maternità in trono ed un affresco cinquecentesco che racconta la leggenda della Vergine traslata per cielo e per mare da Costantinopoli, oltre ad altre statue settecentesche dei Santi Nicola, Agata, Gregorio e Giuseppe e un’antica acquasantiera. La piccola chiesa fu edificata tra il XIV e il XV secolo poco distante dal paese e nella parte più alta. Sorge probabilmente sulle rovine di un tempio pagano che, stante alla tradizione orale del popolo, era dedicato alla sorella maggiore della dea Pelina, tale “Sicina” o “Sicinna”. (Si narra che durante lo svolgimento di uno dei riti peccaminosi gli uomini videro una stella e ne furono abbagliati, seguì un forte boato e una forte scossa che portò distruzione. Del tragico evento furono incolpati i pagani ma quest’accusa costò la morte a molti cristiani. Dopo un lungo periodo di buio la valle fu finalmente avvolta da un fascio di luce, quello della Santa Vergine giunta in volo da Lucoli per consolare gli abitanti dai loro peccati. Da qui la costruzione della chiesa dedicata a Santa Maria della Consolazione).
COUNTRY HOUSE SECINARO (AQ)
Museo Pelino dell’Arte e della Tecnologia Confettiera a Secinaro. Il museo si compone di tre sale espositive distribuite su due piani. Nella prima sezione sono esposti, insieme all’albero genealogico della famiglia, ricordi e oggetti pregiati, tra cui spiccano antichi brevetti della fabbrica Pelino, importanti diplomi e onorificenze e una preziosa raccolta di bomboniere del XIX e XX secolo, alcune composizioni artistiche di confetto. Nella seconda sala si conservano alcuni preziosi cimeli legati alla storia della fabbrica, confetti appartenuti a personaggi famosi con una raccolta di loro citazioni sui confetti di Sulmona e un telaio per preparare i rosari di confetto. Nell’ultima sala è ricostruito un laboratorio del XVIII secolo, con macchinari utilizzati per la produzione e la lavorazione dei confetti (bassine in rame), strumenti  ausiliari (una tostatrice, una filettatrice, una sbucciatrice, una macchina lucidatrice, alcuni mulini, mortai, colini multipli per lo sciroppo di zucchero) e diversi vasi in vetro contenenti gli antichi ingredienti che costituiscono il nucleo o la copertura del confetto. Il museo documenta inoltre l’introduzione delle innovazioni tecnologiche conseguenti al passaggio all’energia a vapore e, poi, a quella elettrica: i primi convettore ad aria calda e motore elettrico aziendali che abbreviarono i lunghi tempi richiesti dalla lavorazione. Fondato nel 1988 e riconosciuto monumento nazionale dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali nel 1992, il museo – un unicum tra quelli della cultura materiale – è allestito sui due piani della bella palazzina liberty della fabbrica di confetti Mario Pelino, una delle più antiche e prestigiose di Sulmona. Esso illustra e riassume la storia della produzione confettiera cittadina attraverso interessanti e rari cimeli storici in mostra nelle tre sale espositive: strumenti per la gestione amministrativa, antichi macchinari, attrezzature ed utensili, una ricca collezione di bomboniere, citazioni, diplomi e riconoscimenti. Complessivamente un omaggio ai maestri confettieri che hanno dato vita, dal tardo Medioevo in poi, alla produzione artigianale che ha reso Sulmona celebre nel mondo. Suggestiva la ricostruzione di un laboratorio settecentesco con strumenti d’epoca.
OSTELLI DELLA GIOVENTU' SECINARO (AQ)
LAGO DI SECINARO - Secinaro (AQ) Lungo la strada provinciale che collega Rocca di Mezzo a Secinaro, in una zona isolata ma facilmente raggiungibile, incastonato in un piccolo altipiano a circa 1100 metri di quota, alle falde della maestosa dorsale del Monte Sirente, è stato scoperto il primo cratere da impatto meteoritico d'Italia. Al visitatore si presenta come un piccolo lago di forma circolare, di circa 140 metri di diametro e accompagnato da altri 17 crateri più piccoli. La recentissima scoperta è ad opera dei ricercatori Jens Ormo, Angelo Pio Rossi e Goro Kamatsu dell'International Research School of Planetary Sciences di Pescara. Le analisi di radiocarbonio non lasciano dubbi: il terribile impatto è avvenuto circa 1650 anni fa, nel IV sec. d.C.. Si tratta dell'unico cratere meteoritico d'Italia e del 156° del mondo. Peraltro è tra i meglio conservati, vista le relativa giovane età e la localizzazione lontana dai centri abitati lo hanno preservato da ogni azione erosiva di tipo antropico.Il bordo si alza in media a 2,2 m. al di sopra del suolo circostante e misura in larghezza circa 15 m. Per ulteriori informazioni: http://www.comunesecinaro.it/ Comune tel.0864/79302 http://www.parcosirentevelino.it/. Ufficio IAT - Informazione ed Accoglienza Turistica di Ovindoli tel.0863706079 fax 0863705439 - email iat.ovindoli@abruzzoturismo.it - Per indicazioni stradali, segui questo link Per la localizzazione sulla cartina dell'Abruzzo di tutti i laghi.
RIFUGI E BIVACCHI A SECINARO (AQ)
Il centro di Secinaro si presenta come un grazioso borgo risalente al periodo medioevale. Nel paese è possibile trovare reperti archeologici sparsi un pò ovunque nel territorio che testimoniano l'esistenza di un insediamento preromano. Il simbolo è costituito dal meraviglioso lago di Secinaro. Interessante è visitare la chiesa parrocchiale di San Nicola da Bari, la Chiesa della Madonna della Consolazione e la Torre medievale. Per gli appassionati della naturalezza, del benessere e del relax merita un escursione nelle zone limitrofe caratterizzate dalla presenza del Monte Sirente o dell'altopiano delle Rocche, dove è possibile fare itinerari trekking, mountain bike e nei mesi invernali sci e sci di fondo.  Nel borgo di Secinaro è possibile acquistare prodotti legati sia all'artigianato che all'enogastronomia locali in piccoli punti vendita, saltuariamente ci sono anche mercati dedicati.  Mangiare a Secinaro può essere un esperienza unica, ricca di trattorie che offrono cucina locale e agriturismi nelle frazioni limitrofe caratteristici, con cucina genuina e di alta qualità. Il borgo vecchio di Secinaro è facilmente visitabile a piedi.
Luoghi d'interesse artistico all’interno del Parco regionale naturale del Sirente-Velino. I Siti archeologici: Città di Alba Fucens (Massa d'Albe): importante città dei Marsi, poi romana, usata come prigione-fortezza. Tomba di Perseo di Macedonia (II secolo a.C.): si trova nei pressi di Magliano de' Marsi, ed è il luogo dove si suppone fu seppellito l'ultimo re macedone, dopo la detenzione ad Alba Fucens. Tempio italico di Castel di Ieri: sito Peligno del IV secolo a.C. Catacomba italica di Superaequum (Castelvecchio Subequo): corridoio di emergenza dei Peligni, accessibile dalla chiesa di San Francesco. Campo Felice è un altopiano carsico dell'Appennino centrale, situato in Abruzzo, in provincia dell'Aquila, tra i territori dei comuni di Lucoli e Rocca di Cambio, nella catena del Velino-Sirente e in parte all'interno del Parco regionale naturale del Sirente - Velino. È sede di importanti strutture sportive risultando molto frequentato durante il periodo invernale dagli appassionati della neve e degli sport invernali del Centro-Italia per la presenza dell'omonima stazione sciistica e la sua facile accessibilità (113 km da Roma). L'area, compresa all'interno della dorsale centrale dell'Appennino abruzzese, è incastonata tra il massiccio montuoso del Monte Velino, di cui rappresenta la porta orientale di accesso, il gruppo montuoso di Monte Ocre-Monte Cagno e le Montagne della Duchessa. L'altopiano, di origine carsico-alluvionale, esteso nelle dimensioni massime per 10 km in lunghezza e 5 km in larghezza e posto a una altitudine media di poco superiore ai 1500 m s.l.m. ha la forma di una conca nella quale digradano le pendici delle montagne circostanti, tutte prossime o superiori ai 2000 m (Monti di Campo Felice); tra esse svettano il Monte Orsello (2043 m), il Monte Puzzillo (2174 m), il Monte Cefalone (2145 m), la cresta di Serralunga, Cisterna, Colle del Nibbio, Punta dell'Azzocchio, Cimata di Pezza, Cimata del Puzzillo ed infine Monte Rotondo (2064 m), sulle cui pendici nord-occidentali è adagiata la stazione sciistica, e dalla cui sommità nelle giornate limpide si possono ammirare le più elevate cime circostanti, dal Gran Sasso al Sirente, dal Velino alla Maiella, il Terminillo e le Montagne della Duchessa. Al di là di tale cresta montuosa si trovano l'altopiano delle Rocche e i piani di Pezza. L'accesso verso il massiccio del Velino si ha dalla parte centrale dell'altipiano, procedendo verso ovest e salendo verso Vena Stellante, la Fossa del Puzzillo, il Rifugio Vincenzo Sebastiani e il Colle dell'Orso. La piana è suddivisa in due parti separate approssimativamente dalla strada statale 696 del Parco Regionale Sirente-Velino che l'attraversa: la parte sud-orientale dove sorge la stazione sciistica e quella nord-occidentale (Camardosa). Circa il 70% dell'intera piana rientra nel territorio del comune di Lucoli mentre il restante 30%, dove sorge la stazione sciistica, rientra nel territorio del comune di Rocca di Cambio e del Parco regionale naturale del Sirente - Velino. Le pendici montuose esposte ad est e nord-est della conca sono ricoperte di boschi di faggio fino ai 1850 m di quota e con resti morenici sui bassi versanti esposti a nord a testimonianza della presenza di antichi ghiacciai nelle passate ere glaciali, mentre la piana e i versanti esposti ad ovest e a sud sono quasi totalmente privi di vegetazione ad alto fusto. Nella parte nord-occidentale della piana, nei pressi dell'inghiottitoio, lo scioglimento primaverile delle nevi porta in genere alla formazione di un grosso e suggestivo bacino d'acqua stagionale (Il Lago) ad aprile-maggio di ogni anno quando nel resto della piana si assiste al fenomeno della fioritura, mentre d'estate diviene luogo di pascolo per mandrie e greggi. Nella zona sono anche presenti un paio di piccole miniere a cielo aperto di bauxite ora in disuso. È presente inoltre una stazione meteorologica a cura di un'associazione meteorologica locale.Il clima della piana, così come quello degli adiacenti piani di Pezza, tipico di tutte le piane carsiche, è monitorato con interesse da associazioni meteorologiche locali. La particolare conformazione carsica della piana, chiusa com'è in tutte le direzioni, fa sì che d'inverno e in particolari condizioni atmosferiche (innevamento, cielo sereno, assenza di vento e bassissimi livelli di umidità) si raggiungano a volte temperature minime prossime o anche inferiori ai -30 °C; recentemente, il 2 febbraio 2010, nella piana si è raggiunta la temperatura record di -33,1 °C. Campo Felice è raggiungibile da due opposti versanti. da nord-ovest si arriva all'altopiano da Tornimparte (uscita Tornimparte-Campo Felice sull'autostrada A24 Roma-Teramo) tramite la strada statale 696 del Parco Regionale Sirente-Velino raggiungendo il Valico della Chiesola (1633 m s.l.m.); da nord da Lucoli tramite la strada statale 584 di Lucoli raggiungendo il Valico della Crocetta (1560 m s.l.m); da est utilizzando la galleria del Serralunga che collega la piana a Rocca di Cambio e, tramite la stessa strada statale 696, all'autostrada A25 Torano-Pescara. L'altopiano dista circa 25 km dall'Aquila e 113 km da Roma. Per accedere alla stazione sciistica da Rocca di Cambio è possibile utilizzare anche la seggiovia Brecciara in funzione durante tutta la stagione invernale.
L’altopiano delle rocche. Nel corso dei secoli, ha sempre svolto un ruolo di collegamento come via d’unione con le valli dell’Abruzzo interno. Sin dalla preistoria e poi con l’avvento della rete viaria romana, l’esistenza di tracciati ha permesso lo sfruttamento dell’area montana. Delle antiche vie è rimasto ben poco, sappiamo che alcune di esse permettevano il raccordo tra la via Tiburtina-Valeria nella Marsica con la via Clodia Nova nella bassa valle dell’Aterno; come il tracciato che collegava la Equa Alba Fucens con la città sabina di Amiternum. Tra le poche testimonianze storiche a noi pervenute citiamo quella di Tito Livio, storico romano, che parla della via Poplica Campana che dalle saline di Veio collegava Capua. Lo stesso autore cita il passaggio di Giulio Cesare sull’altopiano e, già ricordato nell’articolo “Antichi sentieri”, quello di Annibale in avvicinamento verso Roma. Come abbiamo detto le testimonianze storiche sull’esistenza di queste strade sono ben poche, come i punti di ristoro per i viandanti. A proposito di ciò ricordiamo la presenza di una statio d’epoca romana (Antichi sentieri) denominata Frustena che alcuni identificano nell’area oggi occupata dall’abitato di Fonteavignone vista la presenza di un sorgente d’acqua (Fonte vecchia). La presenza dell’uomo preistorico è testimoniata da alcuni ritrovamenti di accampamenti nella valle di Pezza e nella valle d’Arano. Si presume che i cacciatori provenissero dalla zona del lago di Fucino dove sono emersi i resti di un villaggio di palafitte e resti umani. I cacciatori preistorici durante i periodi caldi salivano verso l’altopiano per cacciare gli animali di transito e si accampavano nei pressi dei ghiacciai presenti allora sull’altopiano (Periodo interglaciale Wurm: ultima glaciazione). Poi con lo sviluppo della pastorizia l’area divenne zona di pascolo transumante. La domanda su chi fossero i primi abitanti stanziali dell’altopiano ha scatenato nel passato una serie d’ipotesi, riportiamo quella più verosimile: si ritiene che nell’area vivesse un popolo detto “Cedico”. La testimonianza del toponimo Cedico è data dai “Placiti” (Documenti notarili), stipulati dagli imperatori germanici Ottone I e Ottone II ( Anche detti Attone) nel 970 a.C. e nel 981 d. C. (In questi documenti si fa riferimento a un “Campus de Cedici” e a un “Campus de sancti Felici”). Si ritiene che gli imperatori avessero scelto l’altopiano come luogo di residenza estiva poiché affascinati dalla bellezza del luogo, realizzando una residenza ove svolgevano i loro obblighi imperiali. A lungo si è cercato nelle vicinanze di Rocca di Mezzo rintracciare le testimonianze di ciò, ma senza alcun esito. Senza dubbio il monte Cedico è l’attuale monte Rotondo e la residenza forse fu costruita sulla sommità della vetta. Ovviamente si sarà trattato di una semplice costruzione in grado di dar riparo solo nelle notti estive e quindi le intemperie invernali abbiano in seguito cancellato ogni segno della sua presenza. Gli imperatori del Sacro Romano Impero Germanico citarono nei documenti stipulati il luogo dove furono deliberati. Del popolo Cedico non si sa nulla di più, sicuramente si era già estinto forse inglobato dalle tribù dei popoli italici, e di esso rimaneva solo il ricordo del nome che designava il loro antico territorio. Alla fine dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d. C. l’area fu interessata solo marginalmente dalle scorrerie delle popolazioni che provenivano dal nord-Est (Famosi Barbari). Molti raggiunsero l’altopiano per sfuggire alla furia degli invasori e probabilmente decisero di rimanere. . Visigoti, Goti, Longobardi, Carolingi, Svevi, Normanni … si contesero l’area. Da ricordare che sotto la dominazione del popolo dei “Winnili” detto Longobardo, l’Abruzzo fu suddiviso in due aree d’influenza ben distinte, il fiume Pescara segnava il confine fra i due Ducati Longobardi quello di Spoleto a nord e quello di Benevento a sud. A fonteavignone si conserva l’espressione “Varda” per indicare la sella del mulo o asino, questo termine deriva dal germanico “Ward”. Continuando il nostro discorso si potrebbero narrare altre vicende legate all’altopiano, per questo rimando alla lettura di opere d’autori reperibili presso il centro servizi culturali e altrove. La vicenda legata a Braccio Fortebraccio che portò assedio ai paesi dell’altopiano il 16 luglio del 1423, interessante come vedremo la tipologia delle opere di difesa territoriale. Il Fortebraccio saccheggiò, demolì ecc…, la sua vicenda umana si concluse in malo modo, fu sconfitto e ucciso dalle schiere del Caldora: forse non tutti sanno che il 2 giugno del 1424 nella piana antistante al borgo di Fossa si tenne una delle battaglie più cruente del basso evo tra le truppe del Caldora e gli uomini del Fortebraccio, in essa morirono oltre tremila soldati. Altre vicende. Le cronache dell’epoca sono piene di rimandi storici. Sappiamo che nel periodo medioevale e rinascimentale, transitavano sul territorio dell’altopiano mercanti, in buona parte provenienti dalla Toscana. Essi commerciavano soprattutto lana (Statuto della lana nella città di Aquila), la quale era poi lavorata ed esportata in tutta Europa. Citiamo un agguato, teso alla fine del XIV secolo, teso da briganti verso mercanti fiorentini, furono derubati di tutto, costretti a togliersi persino gli abiti e malmenati. Questo fatto si svolse in località Cerri. Successivamente, le vicende legate alle battaglie napoleoniche all’unità d’Italia, fino al 1865 anno d’importanza strategica. Difatti, come abbiamo ricordato, le vie di comunicazione principali scorrevano nelle valli. I tracciati montani di collegamento erano pieni di pericoli e non consentivano un rapido attraversamento del territorio. Quindi, nel corso dei secoli, si discusse a lungo su come risolvere il millenario isolamento e fu ideata la realizzazione di una rotabile L’Aquila- Avezzano. L’argomento trascurato sotto il Regno delle due Sicilie, fu ripreso dal nuovo stato unitario. Nel 1865 il Consiglio provinciale di L’Aquila approvò la risoluzione del progetto viario lungamente atteso. Fu scelto, non senza polemiche, il tracciato San Martino d’Ocre – Cerri - <Rocca di Cambio, a quello di età romana passante per Fonteavignone- Terranera. Si dovette attendere il 1968 per la realizzazione di un percorso più agevole la Nuova Vestina.
Luoghi d'interesse artistico all’interno del Parco regionale naturale del Sirente-Velino: Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta (Rosciolo dei Marsi): Di origine benedettina si trova di fronte le pendici del massiccio del monte Velino, costruita probabilmente come parte di un insieme conventuale oggi scomparso, ad opera di un certo Nicolò nel 1048 in forme semplici del primo romanico con influssi bizantini, ed in seguito donata all'abbazia di Montecassino. Conserva all'interno un ambone scolpito con influenze orientali e bizantine, attribuito a Nicola da Guardiagrele con storie bibliche, un ciborio con intarsi di derivazione moresca e una rara iconostasi in legno sorretta da quattro colonnine con capitelli decorati e fusti tortili. L'iconografia lignea è unica al mondo e rappresenta la conformazione dell'antico Tempio di Re Salomone, con le due colonne pilastro che sorreggevano il Tempio stesso: le colonne di Ioachim e Boaz, rispettivamente la "colonna del maestro" e la "colonna dell'apprendista". La stessa iconografia è rappresentata nella Cappella di Rosslyn ad Edimburgo in Scozia. Concattedrale di Santa Maria delle Grazie (Pescina): la chiesa fu edificata nel XV secolo per ospitare le reliquie di San Berardo dei Marsi. Dopo rifacimenti barocchi, fu danneggiata dal terremoto del 1915 e ricostruita secondo lo schema originale. La facciata ha aspetto gotico e rinascimentale, con un porticato alla base e rosone centrale. L'interno è barocco-neoclassico. Chiesa di San Pietro in Albe (Alba Fucens): La chiesa sorge sul luogo ove si trovava il tempio di Apollo ad Alba Fucens. Appartenne ai benedettini, possesso riconfermato nell'866 dall'imperatore Ludovico il Pio e fu costruita grazie agli artigiani di San Clemente a Casauria. L'ambone, in stile, cosmatesco è stato iniziato sotto la tutela del Frate Oddone. I maestri incaricati lasciarono l'ambone incompiuto. Si rese necessario così l'intervento di altri maestri specializzati. Uno di questi ultimi realizzò nel 1209 l'ambone di Corneto. Un altro di questi maestri terminò l'iconostasi sulle colonne che separano le 3 navate. Dapprima una chiesa paleocristiana sostituì il tempio, ma le prime forme che rispecchiano le attuali vanno ricercate all'inizio del XII secolo. I resti del tempio furono utilizzati come fondazioni per la chiesa, ma l'assetto principale fu prolungato, così fu divisa in 3 navate. Le quattro colonne originali sono state recuperate dai carabinieri. Chiesa di San Martino Vescovo (Gagliano Aterno): chiesa del XIII secolo, e rimaneggiata nel secolo successivo in forme gotiche. La severa facciata ha un bel portale a d arco a sesto acuto, tipico delle maestranze sulmonesi. L'interno è barocco. Chiesa di Santa Maria Valleverde (Celano): La chiesa venne edificata nel 1508, anno riportato sull'architrave del portale. Chiamata in origine Sanctae Mariae de Valleviridi è stata affiancata dal convento dei frati minori riformati di San Giovanni da Capestrano. L'atto della sua fondazione risale a qualche anno prima, esattamente al 1504, mentre furono Leonello Acclozamora e sua moglie Jacovella da Celano a favorire il suo progetto nella prima metà del XV secolo. Nel 1902 è stata dichiarata monumento nazionale. Chiesa dei Santi Pietro e Lorenzo Martiri (Acciano): Con un meraviglioso portale datato al 1534 sormontato da una lunetta ad affresco. L'interno è ricco di stucchi barocchi e numerose sculture in pietra adornano gli altari laterali e il fonte battesimale. Sempre all'interno ammiriamo il battistero rinascimentale e una croce processionale d'argento del Seicento. All'esterno invece, s'innalza un bel campanile a vela. Dopo recenti opere di restauro è tornato alla luce un affresco risalente al XVI secolo raffigurante la Crocifissione con l'Addolorata, Giovanni e l'Arcangelo Gabriele che raccoglie il sangue di Nostro Signore. Oltre a vari dipinti dal valore inestimabile, nella Chiesa parrocchiale sono custodite molte reliquie di Santi, come quelle di S. Petronilla, di S. Antonio da Padova, di S. Rocco e di S. Pietro, che vengono esposte durante le celebrazioni in rarissime occasioni. Convento di Sant'Angelo (Ocre): l convento francescano di Sant'Angelo è costruito su uno sperone di roccia del monte Circolo al di sopra della chiesa di Santa Maria ad Cryptas a Fossa. Realizzato nel 1409 come monastero di monache benedettine accanto alla preesistente chiesa di Sant'Angelo del Peschio, nel 1480 papa Sisto IV lo affida a una comunità dell'ordine dei Frati Minori, di cui faceva parte il beato Bernardino da Fossa, ai quali nel 1593 subentrarono i frati minori riformati. Nel convento trascorse gli ultimi anni della sua vita il beato Timoteo da Monticchio. Monastero di Santo Spirito (Ocre): Il monastero di Santo Spirito si trova in località Pretola vicino a San Panfilo, frazione di Ocre, e rappresenta il primo insediamento cistercense nella valle dell'Aterno e terzo in Abruzzo dopo l'abbazia di Santa Maria di Casanova del 1191 e l'abbazia di Santa Maria Arabona del 1208. La sua storia è raccontata da Muzio Febonio nelle Historiae Marsorum del 1678. Il terreno per la chiesa e una cella monastica venne concesso dal conte Berardo di Ocre all'eremita Placido de Vena nel 1222. Nel 1226 Placido avrebbe ricevuto dal vescovo Tommaso della diocesi di Forcona il permesso per costruire un monastero del quale sarebbe diventato abate. Nel 1248 Santo Spirito diventò monastero Cistercense alle dipendenze di Santa Maria di Casanova, con la direzione presa dall'abbate Ruggero. Nel 1632, sotto Gregorio XV, Santo Spirito entrò nella Provincia Romana della Congregazione di San Bernardo in Italia, ma già nel 1652, con Innocenzo X, il monastero rientrò nella campagna di soppressione dei piccoli conventi, riducendosi progressivamente allo stato di rudere. Abbazia di Santa Lucia (Rocca di Cambio): la chiesa fu costruita tra il XIII e il XV secolo. La semplice struttura esterna nasconde l'interno a navata unica, decorato da pregevoli affreschi trecenteschi, tra i quali L'Ultima Cena. Vi è anche nell'abside l'affresco del Giudizio Universale.
Luoghi d'interesse artistico all’interno del Parco regionale naturale del Sirente-Velino: Torre Piccolomini (Pescina): si trova nella parte alta del vecchio borgo, e faceva parte di un castello del XIII secolo. Il castello fu dei Conti dei Marsi, e successivamente degli Orsini, per poi passare ai Piccolomini. Il castello fu trasformato già nel XVII secolo in residenza signorile, nel Palazzo Mazzarino, che poi andò distrutto nel terremoto del 1915. Con la ricostruzione della casa natale del Cardinale Mazzarino, il borgo vecchio di Pescina risultò danneggiato e abbandonato, e solo la torre fu restaurata. Castello Piccolomini (Celano): ha robusta struttura quadrangolare con cerchia muraria di torri circolari. Il corpo esterno ha una facciata con arco a sesto acuto del ponte levatoio, e quattro torri quadrate angolari merlate identiche. L'interno ospita il Museo d'Arte Sacra della Marsica, ed ha un chiostro con pozzo e porticato. Il sito del castello è da far risalire probabilmente al luogo, sul colle di San Flaviano, in cui Federico II di Svevia, in lotta con Tommaso Conte di Celano e Molise, fece costruire delle fortificazioni durante l'assedio del 1223. Tali fortificazioni erano quasi certamente soltanto opere in legno e terra battuta, tuttavia segnarono l'inizio di quello che sarebbe stato una solida fortificazione dominante il lago del Fucino nei secoli successivi. La costruzione del castello vero e proprio iniziò nel 1392 su commissione di Pietro Berardi, conte di Celano, ma già negli anni tra il 1356 e il 1380 il nonno e successivamente suo padre avevano provveduto a fortificare il Colle di san Flaviano erigendo un sistema di mura con torrette rettangolari "a scudo" e costruendo la torre-mastio sommitale a pianta quadrata. Pietro di Celano, dunque costruì il solo piano primo con le torri quadrangolari agli angoli, fino al marcapiano, integrando la torre-mastio sull'angolo nord-est. Egli, altresì edificò il cortile interno alle mura dotandolo del loggiato con arcature a sesto acuto ancora visibile. Nel 1451, a seguito delle nozze tra Jacovella Ruggeri di Celano, nipote di Pietro, e Lionello Acclozamora duca di Bari, quest'ultimo, divenuto conte di Celano proseguì l'opera del predecessore, sia integrando il recinto esterno con due grandi torrioni angolari semicilindrici sul versante nord-est e un rivelino triangolare con largo torrione angolare cilindrico verso la cittadella, sia erigendo il piano nobile del castello vero e proprio con il cammino di ronda e le quattro torri d'angolo fino all'altezza attuale. Lionello inoltre si occupò di fortificare le mura del recinto aumentandone lo spessore per poter resistere alle micidiali bombarde a polvere da sparo che erano state inventate in quegli anni. Nel 1463 Antonio Todeschini Piccolomini, nipote di papa Pio II fu investito della Contea di Celano da Ferdinando I di Napoli. Egli riprese la costruzione del castello apportando aggiunte e decorazioni architettoniche che trasformarono il maniero in palazzo residenziale fortificato. In particolare egli completa il secondo piano del loggiato interno dotandolo di arcate a sesto acuto decorate nei capitelli dai simboli araldici della famiglia: la croce e la mezzaluna. Fa inoltre aprire delle finestre architravate in stile rinascimentale così come fa realizzare diverse loggette pensili appoggiate su beccatelli e ancora visibili. Interventi strutturali invece realizza sui bastioni del recinto dove fa costruire due torri cilindriche fortemente scarpate che inglobano le vecchie torri a "ferro di cavallo" ed amplia la stessa cinta muraria proprio in prossimità delle torri per aumentare la difesa degli ingressi dotandoli di antiporta. Nel 1591 Camilla Peretti, sorella di papa Sisto V acquistò la contea dai Piccolomini. Nel 1608 Michele Peretti fa aprire sul mastio alcune finestre con architrave semplice. Nel 1647 il castello fu coinvolto nella rivolta di Masaniello contro i Borboni, venendo occupato dai rivoltosi capitanati dal barone Antonio Quinzi de l'Aquila e sostenendo un lungo assedio ad opera delle truppe reali. Il feudo passò successivamente a Bernardino Savelli, e successivamente a Livia Cesarini che lo trasmise ai duchi Sforza Cesarini e successivamente agli Sforza Cabrera Bodavilla. Sono di questo periodo le tamponature settecentesche create per consolidare il loggiato superiore dopo i terremoti del 1695, 1706 e 1780. Al piano terra alcuni ambienti vengono utilizzati per creare la prigione feudale. Castello di Gagliano Aterno: I fondatori di Gagliano Aterno furono i de Aquila, conti di Celano, che iniziarono anche la costruzione del castello tra il XII e XIII secolo. Nel 1328 il castello fu ampliato da Isabella d'Aquino, contessa di Celano, discendente dei de Aquila per parte materna. Nel 1462 il castello venne distrutto da Braccio da Montone e passò nel 1463 ai Piccolomini, che l'adattarono con l'aggiunta di due cerchie di mura difensive, per poi passare ai Barberini Colonna, che lo tennero fino al 1806, agli Sciarra ed ai Lazzaroni. Ha una struttura rettangolare irregolare con cinta muraria merlata. Il corpo maggiore è ancora fortificato, con finestre rinascimentali. Castello di Ocre: Fu costruito nell'XI secolo come abitato fortificato con cinta muraria, rinforzata da quattro torri angolari, e cinque laterali. Il nucleo abitativo serviva nei momenti di massimo pericolo, affinché durante guerre e carestie, gli abitanti si rifugiassero nelle mura. Nel 1424 il castello fu assediato da Braccio da Montone, durante la Guerra dell'Aquila. Torre di Tione (Tione degli Abruzzi): torre Normanna dell'XI secolo, che faceva parte del castello fortificato. Dopo vari terremoti, rimase soltanto una torre, a pianta rettangolare con merlature. Oggi è usata come torre dell'orologio. Borgo medievale di Beffi (Acciano): si trova nella parte inferiore della contrada Beffi. Risale al XII secolo ed è stato restaurato negli anni '90. Si tratta di un piccolo insieme di case-mura, con cinta muraria e robusta torre di controllo dell'antico castello. Torre delle Stelle (Aielli): torre normanna a pianta circolare, situata nella parte più alta del borgo, anticamente collegata ad un castello. Oggi è usata come osservatorio astronomico. Castello di Fagnano Alto: si trova nella contrada omonima, ed è un intero nucleo abitativo con mura fortificate che formano un'ellisse. Vi sono cinque torri di avvistamento, delle quali due rompitratta (XI secolo), e altre del XIV secolo, con le tipiche merlature e beccatelli.
La Regione Abruzzo. La fisionomia della Regione Abruzzo è caratterizzata dall’accostamento di due lineamenti geografici profondamente diversi: la montagna e il mare: L’Abruzzo montano, con numerosi centri sciistici con impianti di avanguardia, comprende i maggiori massicci dell’Appennino (il Gran Sasso d’Italia e la Majella), numerosi rilievi che raggiungono anch’essi notevole altitudine e altipiani intervallati dalle conche dell’Aquila e di Sulmona, mentre verso il confine con la Regione Lazio si stende la fertile conca del Fucino, risultante dal prosciugamento del lago omonimo portato a termine dal Duca Alessandro Torlonia nel 1875. Oggi l’ex alveo del lago rappresenta il fulcro della produttività agricola marsicana. Nel suo territorio è stata installata, da alcuni decenni, l’antenna parabolica della Società Telespazio, i cui sistemi di trasmissione e di ricezione per via satellite sono all’avanguardia in campo mondiale. L’Abruzzo marittimo, con i suoi centri turistici balneare, si aftaccia sull’Adriatico fra le foci del Tronto e del Trigno, in una fascia costiera sostanzialmente compatta, solcata da fiumi che scendono dal rilievo appenninico e subappenninico ed affiancata dalla discontinua cornice di ridenti zone collinari. Le 18 (perle dell'Abruzzo) stazioni balneari più rinomate, dotate di ogni moderno contorto, sono: Alba Adriatica, Martinsicuro, Tortoreto Lido, Giulianova Lido, Roseto degli Abruzzi, Pineto, Silvi Marina, Marina di Città Sant'Angelo, Montesilvano, Pescara, Francavilla al Mare, Ortona, Marina di San Vito, Fossacesia Marina, Torino di Sangro Marina, Lido di Casalbordino, Marina di Vasto, San Salvo MarinaI centri storici sparsi nelle quattro province abruzzesi sono più di 150 e di grande interesse turistico, sportivo e climatico sono: i laghi di Campotosto, Barrea, Scanno, Villalago e BombaUna nota particolare merita il Parco Nazionale d’Abruzzo, compreso tra l’area del Fucino a Nord-Ovest e la catena montuosa delle Mainarde Sud-Est, delimitato a Est dai Monti Marsicani, a Sud e Sud-Ovest dallo spartiacque tra il Sangro e il Liri, con gli immensi e centenari boschi, gli ameni altipiani e le gole selvagge, ricchi di straordinaria varietà di flora e di faunaNel suo territorio, per una estensione di 400 Kmq a vincolo intero e 600 Kmq con speciali restrizioni, viene assicurata la tutela e il miglioramento del patrimonio arboreo e faunistico.
 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu