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Ospitalità nell’aquilano. Dove dormire a Pettorano sul Gizio

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 GUIDA ALL'OSPITALITA' NEL PAESE DI PETTORANO SUL GIZIO (AQ)
 
Ospitalità nel Paese di PETTORANO SUL GIZIO (Aq) (m. 656 s.l.m.)
     
  CAP: 67034 -  0864 -  0864.48120 - Da visitare:     
 MUNICIPIO DI PETTORANO SUL GIZIO 0864.48115   0864.487965       0864.48115 - P. IVA: 00223990664
Raggiungere Pettorano sul Gizio:(Stazione Pettorano sul Gizio (Uscita Bussi/Popoli) -Aeroporto d'Abruzzo a 74 Km.
 
HOTELS ED ALBERGHI PETTORANO SUL GIZIO (AQ)
La Storia del paese di Pettorano sul Gizio (Aq). Le origini dell’attuale abitato di Pettorano sul Gizio risalgono all’epoca medievale, ma il territorio circostante e le alture vicine al paese vennero frequentate dall’uomo fin dal paleolitico. Ricerche condotte lungo le pendici del Monte Genzana e in varie zone circostanti hanno fornito testimonianze antichissime, soprattutto utensili appartenuti ai primi cacciatori che frequentarono e sporadicamente abitarono queste lande. Le testimonianze archeologiche rinvenute permettono di seguire nel corso dei millenni, dall’età medievale, lo sviluppo dei primi insediamenti e le attività di questi antichi abitati dell’alta valle del Gizio. Da una situazione di nomadismo legata alla caccia d’altura si passò ad attività agro-silvo-pastoriali e ad insediamenti più stabili. Nel corso dell’età del ferro avanzata (VI-V sec. a.C.) si sviluppò un vero e proprio centro fortificato sull’area collinare del Monte Mitra. L’insediamento, preceduto certamente da una frequentazione assidua da parte dei cacciatori preistorici e protostorici, si rivela particolarmente importante per la sua estensione e per la posizione nel territorio, certamente di controllo e predominio su gran parte della Valle. Venute meno nei secoli posteriori alla romanizzazione le esigenze di difesa, si svilupparono nelle zone a valle, a nord del paese attuale, piccoli insediamenti secondo il sistema paganico-vicano tipico in queste zone in età repubblicana. I numerosi ritrovamenti di materiale dell’età romana, soprattutto nella contrada Vallelarga, testimoniano antichi centri abitati, anche se non ci sono prove sicure sull’identificazione di tali insediamenti con il Pagus Fabianus citato da Plinio il Vecchio, come cedettero alcuni storici locali. Tra i numerosi reperti antichi rinvenuti nel territorio o riutilizzati nel paese bisogna ricordare, oltre ad alcune epigrafi in dialetto peligno, un importantissimo frammento in greco dell’Edictum de pretiis rerum venalium, documento di carattere economico emanato nel 301 d.C. dagli imperatori Diocleziano e Galerio (in oriente) e Massimiano Erculeo e Costanzo (in occidente). Il frammento, l’unico in greco conosciuto in occidente, fu probabilmente portato a Pettorano nel corso del XIX secolo e si conserva in una casa gentilizia privata. Al di là delle fabulae a sfondo storico rintracciabili in alcune pagine storico locali, spesso eccessivamente campanilisti, le origini del paese attuale sono da ricercare nel periodo medievale, precisamente nella fase in cui i pagi e i vici di tradizione tardoantica venivano uniti in un unico complesso urbanistico per motivi difensivi, politici ed economici. Uno storico pettoranese del XIX secolo Nicola Bonitatibus, ha così ben descritto la formazione di Pettorano: “Undeci, ed anche più si vuole che fussero le Ville, le quali, unitesi in società circa il decimo secolo, si determinarono ad eriggere Pettorano nel luogo dove al presente si vede. Lo circuirono di muri, e di torri, e lo munirono d’una fortezza, per far fronte a comuni inimici, ed agli invasori”. Per il Bonitatibus, quindi, le originarie vite, che avrebbero poi dato origine all’attuale abitato, potevano essere individuate nelle superstiti chiesette rurali, eredi degli antichi pagi e da lui recensite su tutto il territorio in numero superiore ad undici. Fino all’ XI secolo il toponimo Pectoranum indicava genericamente una intera vallata, tanto da trovare spesso nei documenti anteriori all’XI secolo l’espressione “in valle Pectorianu”. Soltanto dal 1903 il toponimo passò a designare più precisamente il Castello: un documento del maggio di tale anno attesta infatti “Castellu qui Pectorianu bocatur”. Nel corso dell’XI secolo si è dunque verificato l’incastellamento, termine con cui si indica la fortificazione di aggregati urbani esistenti o costruiti ex-novo, con delimitazione di un territorio giuridicamente soggetto ad un castello, inteso come concentrazione di uomini ed interessi. Le importanti trasformazioni economiche attuatesi tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo crearono i presupposti per l’incastellamento del sito. La Storia del paese di Pettorano sul Gizio (Aq) Le interpretazioni etimologiche del toponimo Pettorano sono state diverse: secondo alcuni deriverebbe da pettorale, per la forma a petto di corazza assunta dall’insieme urbanistico; secondo altri da pettorata, termine dialettale con cui si indica una rapida salita, per disegnare in questo caso il dirupo che dalla valle del Gizio sale fino al Piano delle Cinquemiglia; altri lo spiegano come derivato dal sostantivo greco preta, -as (= pietra, roccia) per indicare la natura rocciosa del sito; altri infine da Pictorianus, nome di pagus, o di un fundus legato al gentilizio di età romana Pictorius, attestato epigraficamente nel vicino paese di Introdacqua. Alla fine del XII secolo Pettorano era la sede di un feudo che si intendeva dalla valle del Gizio verso il Piano delle Cinquemiglia e al Sangro fino alla futura Ateleta. Infatti, con i Normanni il Castello costituiva una già consolidata realtà economica e politica. A capo del feudo troviamo un certo Oddone della famiglia dei Conti del Molise. Nel XIII secolo il Castello fu teatro di avvenimenti storici di grande interesse: nel 1229 l’esercito di papa Gregorio IX, guidato da Giovanni di Brienne, cacciò il duca di Spoleto della Marca, assediò Sulmona e conquistò il Castello di Pettorano. Qui si asserragliò Corrado di Lucinardo insieme a Roberto di Bacile (o Pacile), i quali avevano aderito al partito papale contro Federico II. Dopo questo episodio, che dimostrò l’importanza del Castello come punto di difesa sulla via di comunicazione tra la contea del Molise e la valle di Sulmona, Federico II tentò di riportare la situazione sotto il proprio controllo nominando titolare del feudo il figlio Federico, detto di Pettorano, e facendo vigilare il territorio perché non vi dimorasse gente sospetta ed infedele.
RESIDENZE TURISTICHE ALBERGHIERE PETTORANO SUL GIZIO (AQ)
La Storia del paese di Pettorano sul Gizio (Aq) Con la venuta degli Angioini l’intero feudo di Pettorano, insieme a Colleguidone, Pitransieri, Pacentro e Roccaguiberta, fu concesso al milite Amiel d’Angoult, signore di Courbain, venuto al seguito di Carlo I d’Angiò. Nel 1269 (tre anni dopo la vittoria di Benevento) i “traditori” che avevano parteggiato per gli Svevi vennero puniti con la confisca dei beni, ceduti poi a fedeli angioini. Tra i beni confiscati risulta anche una Bectonia di Cerrano, sita proprio nel territorio di Pettorano. Sempre nel 1269 il feudo passò ad Oderisio de Ponte, che pensò bene di donarlo alla figlia Giovanna andata sposa ad Agoto di Courbain, figlio di Amiel di Courbain. Nel 1310 il feudo fu trasmesso ai Cantelmo, probabili discendenti dei reali di Scozia, venuti in Italia dalla ProvenzaPettorano Veduta Est al seguito di Carlo I d’Angiò, i quali lo tennero per lunghissimo tempo, fino al 1750. Della famiglia Cantelmo vanno ricordati: Andrea (1599-1648) e Restaino (1653-1723), importanti uomini d’armi della loro epoca; il Cardinale Giacomo (1654-1702), potente uomo di chiesa della Napoli del ‘600; Fabrizio (1611-1658) per le opere realizzate a Pettorano. Ad essi seguirono i Montemiletto, che lo tennero sino al 1806, anno dell’abolizione del regime feudale. Il Castello di Pettorano rimase a lungo luogo di rifugio per coloro che si ribellavano al potere imperiale. In un documento del 1384 Carlo III di Durazzo ordinò al capitano di Sulmona di procedere contro alcuni “rebelles et infideles” del castello di Pettorano, i quali avevano sequestrato e liberato solo dietro riscatto un certo Coluccio de Regazio di Sulmona, fedele suddito di re Carlo. Per tutto il XV secolo Pettorano ha costituito ancora una terra di rifugio per gli avversari del potere politico. Tale fenomeno, tra l’altro, fu favorito dal fatto che la struttura urbana era scarsamente abitata; si contavano solo 117 fuochi nel 1447, a causa della depressione economica che aveva colpito la zona: una terra di nessuno dove era assai facile di trovare asilo politico. Nel XVI secolo la situazione cominciò a cambiare, quando nuovi edifici religiosi e civili contribuirono ad una rinascita edilizia del paese e ne definirono la fisionomia così come oggi è visibile. Il sistema della cinta muraria con le sei porte di accesso, di cui rimangono notevoli resti, vide la luce proprio nel corso di questo secolo, con un allargamento della superficie difesa e protetta dal castrum. Questa espansione edilizia, simbolo di una ripresa economica e di un assestamento della situazione politica locale, continuò anche per tutto il secolo XVII, come ci testimoniano alcuni importanti particolari architettonici. Nel corso del XVII secolo si assistette ad un vero e proprio arricchimento della tipologia architettonica, con la costruzione o la ristrutturazione dei più imponenti palazzi nobiliari del paese, nel Palazzo Croce al Palazzo Gravina, dalla Castaldina al Palazzo Vitto-Massei. La Storia del paese di Pettorano sul Gizio (Aq) Il ruolo politico e culturale svolto dai notai, medici, avocati a partire dal XVIII secolo fu significativo: questi “professionisti” costituivano infatti gli avamposti territoriali del potere centrale. Ancor più significativa risulta la tendenza illuminista di alcune famiglie borghesi di Pettorano; la scienza e la cultura cominciarono ad essere vissute con spirito più democratico e con maggiore professionalità. In tale ambiente spicca una delle personalità più significative dell’Ottocento abruzzese, il notaio Pietro De Stephanis, che affrontò la storia locale con i metodi della critica e delle scienze ausiliarie. Il suo contributo, che va ben oltre lo studio della storia locale, fu anche di carattere prettamente civico: da amministratore riuscì nel 1865 a far approvare al Consiglio Comunale una deliberazione contro la pena di morte, un atto di grande maturità democratica e civile, in un momento in cui non era certamente facile assumere decisioni così nette ed inequivocabili in un paese ai margini della storia. Nell’Ottocento Pettorano vede la realizzazione di importanti opere per migliorare la viabilità e favorire le comunicazioni con Napoli: il secolo XIX si apre con la costruzione di una nuova strada - la “Napoleonica”- e si chiude con l’apertura della ferrovia Sulmona–Carpinone. Nel centro abitato prende forma l’attuale Piazza Umberto I con la costruzione della Casa Municipale (1828) e la bella fontana monumentale con le statue di Antifirite e Nettuno (1897), addossata alla parete destra della Chiesa Madre. Dopo l’unità d’Italia il paese cambia denominazione e con R.D. 21.4.1863 n°1273, Pettorano assume il nome di Pettorano sul Gizio. Dal punto di vista economico e sociale... il fiume Gizio con le attività ad esso collegate (mulini, remiere, ecc.) continua ad avere una notevole importanza, tanto da essere oggetto, soprattutto per i mulini, dapprima di aspre contese con l’ex feudatario, il Principe di Montemiletto, e in seguito di grandi tumulti per la tassa sul macinato. Ma il fenomeno economico e sociale di gran lunga più importante per Pettorano, che emerge con forza nel secolo scorso e continuerà fino a pochi decenni fa, è quello dell’immigrazione. Nel secolo scorso l’emigrazione era soprattutto stagionale: centinaia di taglialegna e carbonai pettoranesi si recavano per gran parte dell’anno nel Lazio, in Campania e perfino in Liguria e Calabria per lavorare; alla metà del secolo più di settecento uomini migravano stagionalmente. Tale fenomeno, pur avendo origine da condizioni di arretratezza e indigenza, creò le condizioni per un forte sviluppo demografico, che all’inizio del Novecento portò popolazione a circa cinquemila abitanti, rendendo Pettorano il centro più popoloso nella Valle Peligna, dopo Sulmona e Pratola Peligna. Le migrazioni stagionali crearono un’altra conseguenza dal punto di vista sociale: l’assenza degli uomini rese liberi posti di lavoro nel settore agricolo, affidato quasi elusivamente alle donne, consentì a molti abitanti di Introdacqua di insediarsi nelle case sparse presso Pettorano, sull’attuale strada provinciale dell’ Albanese. All’emigrazione stagionale si aggiunse nel Novecento dapprima quella transoceanica, che portò migliaia di pettoranesi in Argentina, Brasile, Venezuela, Stati Uniti e Canada, poi quella verso l’Europa e il nord Italia. Pettorano ha avuto uno dei flussi migratori più elevati di tutto il Mezzogiorno e ciò è facilmente intuibile visitando un centro storico bellissimo ma ormai spopolato, abitato da circa un decimo della popolazione stimata agli inizi del secolo.
CAMPEGGI PETTORANO SUL GIZIO (AQ)
La Storia del Castello Cantelmo a Pettorano sul Gizio (Aq) Il Castello Cantelmo, esaurita la sua funzione imminente difensiva e militare, per secoli è stato abbandonato. L’incuria e l’azione inesorabile del tempo lo hanno ridotto ad un rudere. L’affresco di Porta S. Nicola, datato 1656, raffigura tra l’altro un Castello sulle cui torri avevano già messo solide radici gli alberi. Negli ultimi quattro secoli il castello ha subito notevoli danni e spoliazioni. Tutti i materiali di maggior pregio sono stati saccheggiati, fino alla vendita degli stemmi che impreziosivano l’edificio, avvenuta nel secolo scorso. La quarta torre che sorgeva a nord-est è andata completamente persa e sul sito dove era stata innalzata sono state costruite nuove abitazioni appoggiate al castello e addirittura incuneate in esso fino a raggiungere il puntone centrale, tanto da impedire oggi il percorso intorno al mastio. Il progetto di restauro del Castello Cantelmo a Pettorano sul Gizio risale al 1988 all’interno del vasto programma ideato dalla Sovrintendenza dell’Aquila ai Beni Culturali Ambientali denominato: “Sulmona città d’arte”. I lavori sono stati finanziati con la Legge 64/86 e realizzati nell’arco di sei anni dal 1992 al 1998. I lavori hanno recuperato tutto ciò che era recuperabile del castello con una attenzione particolare a non modificarne l’impianto originario. Tutti gli interventi di ricostruzione sono ben visibili ed evidenziati. Le strutture inserite ex-novo sono state realizzate con materiali completamente diversi rispetto a quelli originari. E’ stato recuperato in gran parte il percorso di guardia e sono state volutamente lasciate incomplete le parti delle quali non esisteva documentazione della struttura originaria. La destinazione d’uso del Castello Cantelmo a Pettorano sul Gizio (Aq) Il castello è gestito dalla società VALLELUNA soc. coop., all’interno si trova: Mostra “Gli uomini e la montagna” di G.Battista; Museo del territorio” a cura della Coop. ASTRA e della Riserva Naturale Regionale Monte Genzana - Alto Gizio; Sala-Museo dei Carbonai; Sala convegni 50 posti a sedere; Spazi espositivi. La Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio. Valle della Spina. Istituita con Legge Regionale n. 116 del 28 novembre 1996, la Riserva Naturale Monte Genzana Alto Gizio, ha un'estensione di 3164 ettari e ricade interamente nel territorio del Comune di Pettorano sul Gizio che, in collaborazione con l’Associazione Ambientalista Legambiente, ne rappresenta l’Ente Gestore. Essa riveste, nell'ambito del sistema delle aree protette regionali, un ruolo di notevole importanza in quanto, si pone come corridoio ecologico tra il Parco Nazionale d'Abruzzo ed il Parco Nazionale della Majella. Il suo territorio, compreso tra i 530 m s.l.m. del fiume Gizio ed i 2170 m s.l.m. del Monte Genzana.
VILLAGGI TURISTICI PETTORANO SUL GIZIO (AQ)
La Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio. la flora: Nel territorio della Riserva sono rappresentati tutti i piani bioclimatici dell'Appennino centrale, dal collinare all'alpino, con alcune tipologie vegetazionali più stabili. Sul piano collinare dominano boschi termofili di Roverella (Quercus pubescens) e Carpino nero (Ostrya carpinifolia). Sul piano montano la faggeta, sul piano subalpino arbusteti prostrati, sul piano alpino le praterie culminali. Le rupi e i pascoli di alta quota rappresentano le aree più peculiari della Riserva dove si localizzano le specie più interessanti, per la maggior parte entità a carattere relittuale ed endemico come Aster aplinus, Astragalus vesicarius, Cirsium acaule, Euphorbia gasparrini subsp. Samnitica, Festuca bosniaca, Festuca paniculata, Saponaria bellidifolia, Genista sagittalis, Ranunculus oreophilus, Leucanthemum caratophylloides.  Un altro elemento interessante del settore cacuminale del Genzana è costituito dai residui della fascia degli arbusti Gentiana luteacontorti che si localizza oltre i 1.800 metri, costituita essenzialmente da ampie macchie circolari di Juniperus nana a cui spesso si associano Rhamnus aplinus, Daphne mezereum e Daphne oleoides. Sulle rupi invece si rinvengono interessanti e rare formazioni a Rosa pimpinellifolia, riscontrabili in maniera così frequente sui Monti Pizzi. Inoltre, si sottolinea la presenza della Brassica gravinae, specie endemica dei ghiaioni dell'Appennino centrale, abbondante sul Monte Genzana. Il nome della specie, gravinae, deriva da Pasquale Gravina, medico di Pettorano sul Gizio, il quale, nella prima metà del secolo scorso fu corrispondente di Michele Tenore per la Flora Napoletana e da cui ricevette la dedica della pianta. Come raggiungere la Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio. In Auto: Provenendo dall' autostrada A 25 Roma - Pescara: Uscita Sulmona-Pratola Peligna. Strada Statale 17 direzione Roccaraso, 20Km. Provenendo da Napoli: Uscita autostradale Caianello direzione Venafro - Roccaraso. Da Roccaraso 25 Km verso Sulmona. In treno: Da Roma, Pescara, o L'Aquila: Scendere alla stazione di Sulmona e prendere il treno per Castel di Sangro Carpinone. Vengono effettuate solo poche corse ogni giorno. Info: http://www.ferroviedellostato.it. In autobus: Pettorano è raggiunto dagli autobus dell'ARPA in partenza da Sulmona e da quelli Arpa e SATAM che collegano Pescara con Napoli, questi ultimi non passano però all'interno del paese. Provenendo da Roma, è possibile prendere l'autobus dell Autolinee Schiappa dalla stazione Tiburtina fino a Sulmona e qui l'autobus sub-urbano per Pettorano. Gli autobus ARPA e SATAM da Napopli partono dalla Stazione Garibaldi, da Pescara dal piazzale della stazione Centrale. Info: http://www.arpaonline.it. In Aereo: L'aeroporto più vicino è quello di Pescara. Collegamenti con Londra, Francoforte, Parigi, Milano, Bruxelles. In alternativa gli aeroporti romani di Ciampino e Fiumicino. Info: http://www.abruzzo-airport.it. dove dormire a Pettorano sul Gizio (Aq). A Pettorano centro non esistono strutture alberghiere ma sono presenti una serie di abitazioni che si affittano ad uso vacanza, gestite sia dai privati che dal Comune. Nelle frazioni vicine al borgo, a pochi km, vi è un Residence a vocazione turistico ricettiva, un B&B e un ostello. Residence "Il Poggio dei Pettirossi" Via Vallelarga (339 7676161 - www.poggiodeipettirossi.it)  B&B "Cottage Annalisa" Via Cavate (335 7616513 - www.cottageannalisa.com) Ostello Ristorante "La Quercia", S.S. 17 (0864.48202) Area Sosta Camper più vicina a Sulmona a 10 km (ufficio turistico di Sulmona 0864.210216).
AFFITTACAMERE PETTORANO SUL GIZIO (AQ)
Castello Cantelmo a Pettorano sul Gizio. La storia: Il castello di Pettorano sul Gizio fa parte di un sistema di fortificazione comprendente i castelli circostanti di Popoli, Pacentro, Raiano, Vittorito, Prezza e Anversa. Originariamente doveva essere composto solo dalla torre centrale di avvistamento (puntone) a pianta pentagonale, con la punta diretta verso Sud-Ovest, intorno alla quale fu innalzata, in epoca angioina, l’attuale cinta muraria con le superstiti due torri circolari. Delle due torri, a base scarpata, quella posta a Sud-Ovest è di maggiori dimensioni rispetto a quella posta a Nord-Ovest. A Sud-Est invece si ponno osservare i resti di una torre quadrilatera. Fino all’XI secolo inoltrato il nome Pectoranum era genericamente un toponimo che individuava un’intera vallata, tanto da trovare spesso nei documenti anteriori al 1021 l’espressione “in valle de Pectorianu”. È soltanto dal 1093 che il toponimo è passato a designare più precisamente il Castello: un documento del maggio 1093 attesta, infatti, un “Castellu qui Pectoraniu bocatur”. In questo lasso di tempo (1021- 1093) è avvenuto l’incastellamento, termine con cui si definisce il fenomeno della fortificazione di aggregati urbani esistenti o costruiti ex-novo, con la delimitazione di un territorio giuridicamente soggetto ad un castello inteso come concentrazione di uomini e interessi. È proprio tra X e XI secolo che si verificano trasformazioni economiche di rilievo: i signori laici iniziano il processo di erosione dei beni mobili e immobili di chiese e monasteri. Nel territorio di Pettorano nel 1021 è attesta la rivendicazione da parte del Monastero di S. Vincenzo al Volturno della usurpata chiesa di S. Comizio. Secondo quanto testimonia il Chronicon Casauriense, prima della fondazione di S. Clemente a Casauria (873) non vi sarebbero stati castelli, e solo agli inizi del X secolo, a causa delle scorrerie saracene, avrebbero cominciato a costruire castelli. All’avvento dei Normanni il castello di Pettorano costituiva una già consolidata realtà economica e politica, tanto che alla fine del XII secolo era il perno di un feudo che si estendeva dalla valle del Gizio verso il Piano delle Cinquemiglia, al Sangro fino alla futura Ateleta. A capo del feudo troviamo un certo Oddone della famiglia dei Conti del Molise. Nel XII Giovanni Brienne cacciò il Duca di Spoleto dalla Marca, assediò Sulmona e conquistò il castello di Pettorano. Qui si asserragliò Corrado di Lucinardo, insieme a Roberto di Bacile o Pacile, che avevano aderito al partito papale contro Federico II. Dopo questo episodio, che aveva dimostrato l’importanza del castello come punto di difesa della via di comunicazione tra la Contea del Molise e la Valle di Sulmona, Federico II tentò di riportare la situazione sotto il proprio controllo nominando titolare suo figlio, Federico detto di Pettorano, e facendo vigilare il territorio affinché non vi dimostrasse gente sospetta ed infedele. Con la venuta degli Angioini l’intero feudo di Pettorano, insieme a Colleguidone, Pietransieri, Pacentro e Roccaguiberta, fu concesso al milite Amiel d’Angoult signore di Courbain venuto dalla Provenza al seguito di Carlo I d’Angiò. Nel 1269 (tre anni dopo la vittoria di Benevento) i “traditori” che avevano parteggiato per gli Svevi vennero colpiti con la confisca dei beni, che furono così ceduti a fedeli Angioini. Tra i beni confiscati c’è anche una Bectonia di Cerrano sita proprio nel territorio di Pettorano. In una copia di un documento, datato 14 ttobre 1285, Roberto II d’Artois, reggente del reame, ordinò a Pietro di Sora, giustiziere dell’Abruzzo citeriore, di far distruggere il castello di Pettorano (fortellicia castri Pectorani), con la motivazione che questo avrebbe recato non precisati danni agli eredi del Regno, invitandolo a risparmiare solo l’abitazione del signore feudale (con ogni probabilità Oderisio di Ponte). Pertanto, verosimilmente l’originario castello (la cui localizzazione non è certa) venne distrutto. A confortare questo dato sono gli elementi costruttivi (soprattutto la tipologia della muratura a sacco) di tutte le strutture dell’attuale castello (compresa la torre centrale), che presentano riferimenti cronologici riconducibili alla prima metà del XIV secolo, epoca in cui sarebbe stato ricostruito il nuovo impianto architettonico. Nel 1269 il feudo passò ad Oderisio de Ponte, che pensò bene di donarlo alla figlia Giovanna andata sposa ad Agoto di Courbain, figlio di Amiel di Courbain. Nel 1310 il feudo fu trasmesso ai Cantelmo, venuti in Italia al seguito di Carlo I d’Angiò, e lo tennero per lunghissimo tempo fino al 1750, quando i Cantelmo furono rimpiazzati dalla famiglia dei Montemiletto fino al 1806. Il castello di Pettorano rimase a lungo luogo di rifugio di rebelles al potere imperiale. In un documento del luglio 1384 Carlo III di Durazzo ordinò al capitano di Sulmona di procedere contro alcuni “rebelles et infideles” del Castello di Pettorano che avevano sequestrato e liberato solo dopo il pagamento di un riscatto un certo Coluccio de Rigazio di Sulmona, fedele al potere. Ancora per tutto il Quattrocento Pettorano costituiva una terra di rifugio per gli avversari del potere politico. Il XVI secolo è stato decisivo per Pettorano: la fisionomia dell’intero abitato, dominato dal Castello, ha preso consistenza nel corso di questo periodo, come pure il sistema della cinta muraria con le sei porte di accesso, di cui rimangono consistenti tracce. Il risultato di tutta questa attività edilizia è stato l’allargamento della superficie difesa e protetta del castrum, così come ancora oggi è possibile vedere.
BED & BREAKFAST PETTORANO SUL GIZIO (AQ)
BED & BREAKFAST IL POGGIO DEI PETTIROSSI
Via Valle Larga, 51- 67034 Pettorano sul Gizio (Aq)
tel. 339 7676161 - fax 0864 435131
BED & BREAKFAST COTTAGE ANNALISA
Contrada Cavate, 33 - 67034 Pettorano sul Gizio (Aq)
tel. 0864 50204 - mobile 335 7616513
CASE PER VACANZA PETTORANO SUL GIZIO (AQ)
Castello Cantelmo a Pettorano sul Gizio, dal rudere al restauro: Il castello Cantelmo, esaurita la sua funzione difensiva e militare, per secoli è stato abbandonato. L’incuria e l’azione inesorabile del tempo lo hanno ridotto ad un rudere. L’affresco di Porta S. Nicola, datato 1656, circa, raffigura tra l’altro un castello sulle cui torri avevano già messo solide radici gli alberi. Negli ultimi quattro secoli il castello ha subito notevoli danni e spoliazioni. Tutti i materiali di maggior pregio sono stati saccheggiati, fino alla vendita degli stemmi che impreziosivano l’edificio, avvenuta nell’Ottocento. La quarta torre che sorgeva a Nord-Est è andata completamente persa e sul sito dove era stata innalzata sono state costruite nuove abitazioni appoggiate al castello, e addirittura incuneate in esso fino a raggiungere il puntone centrale, tanto da impedire oggi il percorso intorno al mastio. Il progetto di restauro risale al 1988, all’interno del vasto programma ideato dalla Sovrintendenza dell’Aquila ai Beni Culturali Ambientali denominato “Sulmona città d’arte”. I lavori sono stati finanziati con la Legge 64/86 e realizzati nell’arco di sei anni, dal 1992 al 1998. I lavori hanno recuperato tutto ciò che era recuperabile con un’attenzione particolare a non modificarne l’impianto originario. Tutti gli interventi di ricostruzione sono ben visibili ed evidenziati. Le strutture inserite ex-novo sono state realizzate con materiali completamente diversi rispetto a quelli originari. È stato recuperato in gran parte il percorso di guardia e sono state volutamente lasciate incomplete le parti delle quali non esisteva documentazione della struttura originaria. La destinazione d’uso del Castello Cantelmo a Pettorano sul Gizio: Il castello attualmente è un centro visita della Riserva naturale regionale Monte Genzana Alto Gizio. All’interno si trovano: Mostre permanenti: “Gli uomini e la montagna” di G. Battista; “Antologia della pietra: eremi e castelli d’Abruzzo”; “Sala dei carbonai”; “Museo del territorio”. All’interno del Castello, inoltre, sono presenti una Sala convegni con 50 posti a sedere e diversi spazi espositivi. Feste e tradizioni a Pettorano sul Gizio. Capotempo: Il periodo detto di Capotempo (Capetiempe) cade tra la fine di ottobre e i primi di novembre. Esso costituiva il primo dei numerosi capodanni che nel mondo contadino costellavano la stagione invernale fino all’avvento della primavera. Un ciclo agricolo, con la vendemmia e la vinificazione si era chiuso e l’altro, con la semina, incominciava. Allora si riscuotevano i fitti agrari, si concimavano i terreni, si rinnovavano i contratti scaduti e si stipulavano i nuovi. Tra i taglialegna e carbonai si formavano le compagnie, che di lì a poco sarebbero andate a “ricacciare le ciocche” e a “fare i carboni” nelle parti romane (Pomezia, Nettuno, Terracina) o in regioni anche più lontane (Casertano, Capitanata, Calabria). Le feste tipiche del periodo erano, e in parte restano, quelle dei Morti, dei Santi e di San Martino. Tutti i Morti: La sera di Tutti i Morti si accendono i ceri sui davanzali delle finestre. Nell’immaginario religioso popolare essi servivano a indicare alla memoria e alla vista affievolita dei morti, la strada di ritorno alla loro antica dimora. Nelle cucine, dopo cena, non si spazzavano le briciole cadute sul pavimento e si lasciava la tovaglia apparecchiata, con le molliche sparse e un ”dito” di acqua o di vino nei bicchieri, per un’altra poverissima cena, quella degli spiriti dei trapassati. Parva petunt manes, dice Ovidio nei Fasti: i morti chiedono poco. Tutti i Santi: Nel giorno di Tutti i Santi, fino agli anni ’60, si usava fare bene ai poveri e ai ragazzi. Poveri e bambini, in quanto inattivi e bisognosi di tutto, sono socialmente invisibili e questa loro invisibilità sociale veniva ab antiquo assimilata alla invisibilità fisica dei defunti. Perciò i ragazzi, nella loro qualità simbolica di figure vicarie dei morti, ricevevano l’offerta dovuta alle anime dei trapassati. San Martino: Le feste di Capotempo si concludevano l’11 novembre, con la festa di San Martino: la spillatura del vino nuovo, la consumazione in famiglia della pizza col mosto-cotto e la processione del santo in figura di fantoccio. Il punto culminante della festa era la processione di San Martino. Essa aveva il carattere della scampanacciata. Ogni quartiere preparava il suo pupazzo di San Martino, imbottito di paglia e rivestito di stracci come uno spaventapasseri. La testa era formata da una zucca vuota, forata negli occhi, nel naso e nella bocca e illuminata all’interno da una candela. Sulla fronte, ai due lati, troneggiava una coppia formidabile di corna di capro, di toro, o di montone. Al crepuscolo della vigilia, folti gruppi di giovinastri uscivano dal loro quartiere col pupazzo portato a spalla e facevano il giro del pese agitando campanacci e tambureggiando su vecchie casseruole ammaccate, al grido di “evviva San Martino! Evviva le Corna!”. Al termine la zucca veniva fatta a pezzi (scucucciata) e il pupazzo dato alle fiamme. Solstizio d’ inverno: Dopo le feste di novembre la luce del sole continua a declinare, fino a toccare il punto più basso col solstizio di dicembre. Allora, nel mondo contadino arcaico, su ogni altra preoccupazione prevaleva la paura dell’estinzione della luce. Di conseguenza i riti solstiziali di capodanno erano finalizzati soprattutto a scongiurare la “morte del sole”. Il loro elemento più significativo era il fuoco, da quello del ciocco di Natale ai falò di Sant’Antonio Abate.
APPARTAMENTI PER VACANZA PETTORANO SUL GIZIO (AQ)
Feste e tradizioni a Pettorano sul Gizio. Natale a Pettorano sul Gizio: È viva e diffusa l’usanza di preparare due tipi di dolci augurali, legati al simbolismo magico della tradizione contadina: le cróstele (ciambelle fritte, dal latino crustola) e i cice repline (ceci ripieni o, meglio, ripieno di ceci). Le prime, come tutti i dolci di forma anulare, operano magicamente sulla continuità dei cicli temporali, scongiurandone l’interruzione. I secondi, morbidi e pieni come seni di donne lattanti o zolle di terra fecondata dai semi, propiziano la fertilità dei campi e l’abbondanza del raccolto. Fino agli anni ’50 si è conservata la tradizione del ceppo natalizio (ciòcca o capezzone). “La mattina del dì di Natale usano le contadinelle portare alle case vicine un grosso pezzo di pedale di un albero, e ne hanno regalate delle ghiottonerie” (Pietro De Stephanis). Il motivo del fuoco torna nelle torce che i ragazzi agitavano per le strade la sera della vigilia per annunciare la messa di mezzanotte. Capodanno a Pettorano sul Gizio. La mezzanotte del 31 dicembre segna il discrimine tra la fine dell’anno vecchio e l’inizio del nuovo. A questo punto di sospensione cronologica sono legate due belle leggende pettoranesi. La prima riguarda l’acqua del Gizio, che “in punto a mezzanotte si arresta e diventa oro. Una donna che non sapeva tutto questo si trovò ad attingere proprio in quel momento e, invece dell’acqua, portò a casa una conca d’oro” (Gennaro Finamore). La seconda leggenda è ispirata a Santa Margherita, patrona del paese e signora delle acque del Gizio, che fila il suo fuso d’oro nella grotta della Valle di Frevana. Si tramanda che la santa, a mezzanotte di Capodanno, prende le fattezze di una fanciulla incantevole e si rende visibile a chi abbia l’ardire di scalare la roccia e arrampicarsi fino alla grotta. Ma la cerimonia indubbiamente più suggestiva del Capodanno pettoranese, tuttora in auge, è la serenata augurale di questua della notte di San Silvestro. “Nella sera della vigilia, dall’Avemaria fino ad ora tarda, le donne, in brigatelle, vanno in giro nel paese, cantando auguri senza accompagnamento di strumenti musicali” (Gennaro Finamore, 1890). La canzone, cantata con le bocche accostate al buco della serratura, si chiudeva con l’augurio di buon anno. La mattina dopo, le comari tornavano nelle case dove avevano lasciato la bona nova e ricevevano la strenna in beni di natura. Nel Capodanno del 1925 il canto anonimo popolare cominciò a cedere il passo alla serenata organizzata da un apposito concertino, che da allora avrebbe presentato ogni anno una canzone nuova. Tuttora, nella notte di San Silvestro, la gente continua ad uscire e a incontrarsi sulle strade per scambiarsi gli auguri, ascoltare e cantare insieme la nuova canzone. Sagra della Polenta a Pettorano sul Gizio:L’origine del piatto tipico della tradizione culinaria di Pettorano sul Gizio è molto lontano. È una lavorazione abbastanza “faticosa”. La preparazione della polenta è basata su una tecnica legata a ritmi e riti particolari. La farina di granoturco, tempo fa macinata nei vari mulini che sorgevano lungo le rive del Gizio, viene lavorata per circa un’ora dalle “sapienti e forzute” braccia del polentaro, che ne indurisce l’impasto con il “cazzagno” (bastone di legno usato per girare la polenta). Una volta cotta, la polenta, viene ribaltata su un canovaccio di cotone o lino, tagliata a fette con un filo di rete e riposta nel caldo paiolo, pronta per essere gustata. Il condimento tipico è con salsicce, aglio, peperoncino, pecorino, olio (polenta oognosa o dei carbonai). Un altro intingolo è la polenta con strati di sugo, salsicce e pecorino. La polenta rappresentava il piatto unico, colazione, pranzo e cena, di quei pettoranesi che fino alla metà degli anni ’50 erano dediti alla produzione di carbone. I carbonai, gente umile ed emarginata dalla vita sociale del paese, armati di roncole ed asce, passavano lunghi periodi lontano da casa e trovavano nella polenta, vagamente insaporita con qualche aringa, l’unico sostentamento. È questa una tradizione perpetrata negli anni che dona alla polenta il gusto di un pasto prezioso dal sapore antico. Ogni anno, durante le festività Natalizie, viene celebrata la “Sagra della Polenta” per non dimenticare tradizioni, sapori e riti appartenuti da millenni al paese di Pettorano. Feste dei fuochi a Pettorano sul Gizio: Dopo l’Epifania, le feste dei fuochi chiudevano il periodo solstiziale e aprivano quello di Carnevale. I giorni solenni erano il 17 e il 20 gennaio, rispettivamente dedicati a Sant’Antonio Abate protettore del mondo rurale, e a San Sebastiano, guaritore delle polmoniti. Il 16 gennaio, vigilia di Sant’Antonio, a Pettorano sul Gizio.si cacciavano dalle stalle gli animali da fatica (asini, muli, cavalli e buoi) o di produzione (mucche, pecore e capre) e si portavano sul sagrato della chiesa del santo. Quando la piazzetta antistante era colma come una fiera, il parroco impartiva la benedizione e i contadini, subito dopo, baciavano i loro animai sulla fronte. La benedizione Sant’Antonio aveva il potere di preservare le bestie dalle malattie e dalle fatture delle streghe per tutto l’anno, di renderle feconde e di restituirle alla pienezza del loro vigore fisico dopo il lungo torpore della stagione invernale. Il giorno successivo si svolgeva la precessione. Usciva dalla chiesa del santo, faceva il giro del paese e rientrava nella chiesa madre, in piazza della Prece. Giovani e ragazzi alzavano cataste di legna, frasche e ginepri verdi su ogni slargo o piazzola posta lungo il tragitto della processione. La legna era offerta dalla gente del quartiere. Il fuoco veniva appiccato all’approssimarsi della processione, in modo che il falò raggiungesse il culmine al momento del passaggio della statua del santo. Ogni rione cercava di realizzare il falò più alto e spettacolare. Il parroco, al passaggio della statua, benediva i fuochi. A sera gli abitanti del rione si raccoglievano attorno al fuoco e cuocevano le patate alla brace. Gli anziani raccontavano storie di santi ed eroi del popolo tramandate per generazioni e proponevano i primi indovinelli di Carnevale. Sul tardi, si soffocavano le braci residue e si distribuivano i carboni benedetti alle famiglie del quartiere, a protezione delle case dai fulmini, dagli incendi e dalle disgrazie. La cenere, la mattina seguente, veniva sparsa nei campi. La sera del 19 gennaio, vigilia di San Sebastiano, veniva prelevata la statua del santo dalla chiesa a lui dedicata, fuori le mura, a poche centinaia di metri dalle sorgenti del Gizio, e trasferita con una piccola processione nella chiesa di Sant’Antonio. Il giorno dopo aveva luogo la processione solenne che ripeteva quella di Sant’Antonio, con la benedizione dei fuochi e la distribuzione dei carboni e delle ceneri.
CASE PER LE FERIE PETTORANO SUL GIZIO (AQ)
Feste e tradizioni a Pettorano sul Gizio. Carnevale: Nel calendario liturgico il Carnevale va dall’Epifania alla Quaresima, ma nelle tradizioni folcloristiche la data di inizio varia secondo le zone, tra Natale e Santo Stefano, Capodanno e l’Epifania, Sant’Antonio Abate e la Candelora (2 febbraio). A Pettorano comincia il 17 Gennaio con i fuochi di Sant’Antonio. Tra le tante follie di questo periodo di baldoria, nel medioevo e nei secoli successivi, era diffuso in tutta Europa il Testamento di re Carnevale. Si è ritenuto a lungo che l’usanza fosse del tutto estinta. Ma un’inchiesta svolta da Paolo Toschi nel 1953 rivelò a sorpresa che essa era ancora viva in alcune località della penisola. In un paese dell’Abruzzo in particolare, a Pettorano sul Gizio, il vecchio testamento conservava “con mirabile fedeltà” (Toschi) il suo carattere di divertimento popolare e di pubblica denuncia dei peccati della collettività. “Dai manoscritti originali dei testamenti che abbiamo sott’occhio – scriveva il Toschi – e da dove appaiono qua e là, cancellate col lapis blu, le strofette che hanno subito la censura preventiva del maresciallo dei Carabinieri o del Sindaco, si possono trarre le caratteristiche originarie di questo genere di composizione. Prima di essere letto davanti a tutti, il testamento viene esaminato dall’autorità locale, che dopo aver censurato quanto ritiene censurabile, lo approva con una dichiarazione firmata in calce al manoscritto. Il testamento serba dunque il carattere di atto pubblico”. Esso consiste, in sostanza, nella “denuncia dei piccoli e grandi fatti di cronaca nera avvenuti tra un Carnevale e l’altro. Vengono, così, alla luce episodi di immoralità, di corruzione, di disonestà e talora soltanto di comica rozzezza e balordaggine, che nel loro insieme formano il mucchio dei peccati accumulati duranti l’anno”. Lo spettacolo iniziava nelle prime ore del pomeriggio di martedì grasso e durava fino a sera. La prima lettura si aveva nella Piazza principale, al centro del paese, e seguiva in tutte le altre piazze. Mezza Quaresima a Pettorano sul Gizio: I rigori della Quaresima erano momentaneamente sospesi da un ritorno di fiamma del Carnevale nel giorno di Mezza Quaresima. Il digiuno e la penitenza venivano interrotti e si tornava ai divertimenti di Carnevale. I giochi più praticati erano l’altalena, la rottura delle pignate e quello detto casce ‘n ganna (cacio in gola). Il re di Carnevale poteva comparire di nuovo in piazza, se c’era un testamento di risposta a quello nel giorno del martedì grasso. I ragazzi usavano schernire la “Vecchia” (figura simbolica della Quaresima e insieme dell’anno trascorso) con la filastrocca: Seca, seca, mastre Céccia: na saraca e na sucéccia, nu cutture de fafe ammòlla mastre Céccia ‘n se satolla (Sega, sega, Mastro Ciccia: / una saraca ed una salsiccia, / un paiolo di fave a mollo / Mastro Ciccia non si sazia). La strofetta è un incitamento a Mastro Ciccia (figura del Carnevale e dell’abbondanza) a sventrare la “Vecchia” liberare e rimettere in circolazione le riserve alimentari da essa accumulate nascoste durante l’anno passato. A suo modo, è un augurio di Capodanno. Settimana Santa a Pettorano sul Gizio: Agli inizi della Settimana Santa, per l’allestimento dei Sepolcri nelle diverse chiese (Chiesa Madre, San Rocco, Sant’Antonio, Madonna della Libera) si usavano come addobbo vasi ricolmi di germogli di grano, fatti crescere al buio e annaffiati di frequente per accelerarne lo sviluppo. Erano germogli pallidi, del colore dei morti, con venature verdastre, di forma filamentosa e serpentina. Dopo lo smantellamento dei Sepolcri, essi venivano portati nei campi perché trasmettessero a tutte le piante la forza vitale acquisita dalla vicinanza al corpo di Cristo morto, nel quale già fermentavano i germi della resurrezione. Lunedì dell’Angelo Pettorano sul Gizio: All’alba del lunedì di Pasqua i pettoranesi, uomini e donne, ma soprattutto giovani, ragazzi e ragazze, risalgono la Valle Frevana fino alla grotta di Santa Margherita. E qui si spargono intorno, in liete comitive, a consumare arrosti, salumi, uova sode e buccellati, con abbondanti libagioni. Il rito della messa celebrata nella chiesetta e la processione di ritorno al paese con la statua a mezzo busto di Santa Margherita, detta “acquarola”, restano tutto sommato marginali rispetto al cuore della festa. Questa in realtà si svolge all’aria aperta, a diretto contatto con la natura vergine del luogo, come l’antica festa di Anna Perenna descritta da Ovidio. Un tempo era evidentemente finalizzata a propiziare la fecondità. L’abbondanza di cibo e di vino e la libertà concessa ai giovani di ambo i sessi la imparentano agli antichi rituali primaverili di ispirazione pagana. Al termine del rito, oggi ridotto ad una scampagnata, i giovani fanno la palma de vósce (spezzano, cioè, un ramoscello di bosso) e la riportano al paese. Non è inutile ricordare che il bosso sempreverde, caro a Santa Margherita, nell’antichità era sacro ad Ade e Cibale, cioè alla dea di sotto terra e alla Madre della fecondità, ed era simbolo della rinascita primaverile della natura. In effetti la figura storica di Santa Margherita di Antiochia (di cui si hanno scarse notizie) c’entra poco con la festa all’aperto. La gente ignora la sua storia ufficiale e continua a raccontare quella della magica fanciulla ritiratasi nella grotta, lontano dal mondo, a filare i destini dei pettoranesi. È evidente che, prima di essere cristianizzata con la santificazione, Margherita era una fata delle sorgenti.
COUNTRY HOUSE PETTORANO SUL GIZIO (AQ)
Feste e tradizioni a Pettorano sul Gizio. Santa Margherita – 13 luglio: Festa di Santa Margherita vergine e martire, patrona del paese e signora del Gizio. In onore della signora delle acque freschissime del fiume (“gelide” le definisce Ovidio Nasone nei suoi versi), che alimentano le fontanelle sparse nella parte meridionale della Valle Peligna e rendono fertili i campi della città di Sulmona che contribuiva ai festeggiamenti con una donazione della comunità municipale. Ma la festa, naturalmente, era dei pettoranesi, che la sentivano e continuano a sentirla ancora oggi come elemento essenziale della loro identità culturale di appartenenza. L’intensità di questo legame originario è espressa dal detto popolare riferito al giorno della festa: a Santa Margarita chi ‘nn è revenute, o s’è muèrte o s’è perdute (a Santa Margherita chi non è tornato, o è morto o si è perso). San Gerardo a Pettorano sul Gizio: Dal 9 al 12 agosto si svolgeva il pellegrinaggio di San Gerardo, in Val Comino. Una folta compagnia di uomini e donne, soprattutto giovani, sotto la guida di un veterano detto capo-compagnia, partiva alla volta della lontana Gallinaro, in provincia di Frosinone. I fedeli erano forniti di uno zaino e di un bastone di San Gerardo, segno caratteristico del santo pellegrino. Il pellegrinaggio culminava nella partecipazione alla processione del Santo per le vie di Gallinaro e, tra andata e ritorno, durava quattro giorni. All’andata, lungo la strada i pettoranesi si incontravano con i pellegrini provenienti da Scanno, pernottavano nello stesso luogo e facevano insieme il resto del cammino. Al ritorno, presso una fontana posta appena fuori l’abitato di Gallinaro, aveva luogo una sorta di rito dell’acqua de santa Fléceta, consistente in una sorta di battesimo per adulti. Tra le persone legate da affetto o che avevano familiarizzato durante il viaggio si stringevano rapporti di comparatico e soprattutto di comaratico. Le donne che volevano “farsi a comare” (comari di San Gerardo) si bagnavano vicendevolmente il dorso della mano sinistra e pronunciavano la formula rituale “Padre, Figlio e Spirito Santo: salute, commà!”. Madonna del Carmine a Pettorano sul Gizio: La festa della Madonna del Carmine, alla fine di settembre, chiudeva l’estate ed apriva il tempo della transumanza, come l’analoga festa che si svolgeva a Scanno nello stesso periodo. Essa culminava a sera, con il ballo delle pupazze, figure femminili fatte di cartapesta colorata. Simboli di leggerezza e di dissipazione, non di rado le pupazze venivano chiamate col nome o col nomignolo di “donnine” proverbiali o di pubblica conoscenza. Ogni figura era animata da un portatore celato al suo interno, sotto le ampie gonne svolazzanti. E tutte insieme volteggiavano per il cielo della piazza, al suono della banda e tra la gente accalcata intorno. Alla fine qualcuno appiccava il fuoco ad una di esse. Allora il portatore della pupazza in fiamme imprimeva un ritmo più frenetico e convulso alla danza e cercava lo scontro con le altre pupazze. Queste, a loro volta, prendevano ad urtarsi e incendiarsi a vicenda, in preda ad un’improvvisa furia anti-distruttiva. Così il ballo si trasformava in un rogo purificatore generale, passando dall’esultanza di vivere al gusto amaro del disfacimento e della morte, dall’allegria alla cenere. Nel rito si incontrano significati antichissimi (purificazione attraverso il fuoco) e cristiani (condanna della lussuria) in tema con la celebrazione della Vergine, in linea col sincretismo religioso che caratterizza la storia della civiltà contadina.
OSTELLI DELLA GIOVENTU' PETTORANO SUL GIZIO (AQ)
OSTELLO RISTORANTE "LA QUERCIA"
S.S. 17- 67034 Pettorano sul Gizio (Aq)
Tel. 0864 48202
RIFUGI E BIVACCHI A PETTORANO SUL GIZIO (AQ)
Il centro storico di Pettorano sul Gizio. Castello Cantelmo o Palazzo Ducale: Fu dimora principale della famiglia feudale che per secoli governò il paese, i Cantelmo. Il palazzo, che doveva essere tra i più monumentali e ricchi del paese, ha subito varie modifiche nel corso dei secoli, dovute soprattutto alle diverse funzioni (attualmente ospita il municipio), ma conserva ancora parte del suo fascino; è formato da tre corpi rettangolari uniti ad “U”, con il lato aperto verso la valle del Gizio. Nel cortile spicca una bella fontana in pietra, decorata con motivi vegetali, fatta costruire da Fabrizio II Cantelmo nella prima metà del XVII secolo, come si legge nell’iscrizione ancora ben visibile sulla base. La facciata principale è in parte coperta da una scalinata, alla base della quale è visibile uno stemma inciso nella pietra; sulla stessa parete è dipinta un’antica meridiana, arricchita da una cornice raffigurante i segni zodiacali ed altri elementi celesti. Il portale, ornato dallo stemma gentilizio, era originariamente sulla parete laterale e venne in seguito spostato nella collocazione attuale. Nei locali sottostanti la scalinata, ora occupati da un ristorante, si trovavano la scuderia e una cantina, della quale si conserva ancora un caratteristico torchio in legno. La Castaldina a Pettorano sul Gizio: L’edificio era in origine la residenza dei Castaldo, amministratori della famiglia Cantelmo. Nel 1770 venne integralmente ristrutturato dal nuovo proprietario, Filippo De Stephanis, come testimonia l’iscrizione posta sulla finestra centrale. Proprio a questo intervento settecentesco si deve il caratteristico aspetto tardo-barocco dell’edificio, con le due colonne del portale centrale che sembrano sorreggere il balcone sovrastante. La facciata si presenta tripartita ed è arricchita dai particolari architettonici: i portali e le finestre sono tutti lavorati ed impreziositi da piccole finestrelle ogivali; tra le finestre del piano rialzato due nicchie abbellite da elementi vegetali dovevano originariamente contenere ulteriori elementi decorativi, purtroppo scomparsi; un grande stemma orna il portale della finestra centrale. Tra gli elementi più caratterizzanti la struttura e pienamente rispondenti al gusto dell’epoca sono i balconi fortemente sporgenti ed arrotondati, lavorati in ferro battuto ed ingentiliti da applicazioni floreali. Secondo una tradizione locale l’edificio sarebbe sorto sulle fondamenta di un’antica torre di difesa: la posizione, fortemente a strapiombo sulla valle del Gizio potrebbe avvalorare tale ipotesi, ma fino ad ora non ne sono state riscontrate prove certe. Palazzo Croce a Pettorano sul Gizio: Ha mantenuto la sua struttura originaria soprattutto all’esterno e presenta due ingressi, uno su Via S. Antonio e l’altro sull’attuale strada provinciale, un tempo denominata Via Sabaot. L’interno conserva nell’atrio il prezioso frammento epigrafico dell’Editto di Diocleziano. Palazzo Giuliani: L’imponente edificio fu costruito nel corso del XVIII secolo: sul portale principale è scolpito lo stemma della famiglia, raffigurante un cavallo ed una croce, le iniziali del capostipite della famiglia pettoranese (Gaetano Giuliani) e la datazione in cifre romane (1772). All’interno del palazzo è ancora conservata la bella gradinata in pietra originaria. Palazzo Vitto-Massei: Collocato accanto al palazzo Croce, anch’esso ha ingressi sulle due strade parallele. La magnificenza del palazzo, ancora ben conservato nei suoi elementi architettonici e decorativi originari, traduce simbolicamente la potenza economica della famiglia. Qui venne ospitato il re Ferdinando di Borbone nel 1832. Nell’atrio del palazzo è visibile un’iscrizione di età romana rinvenuta all’inizio del XIX secolo, che riporta il nome di una sacerdotessa di Cerere e Venere, appartenente alla gens Mamia. Palazzo Del Prete-Nola di Pettorano sul Gizio: Attualmente suddiviso in due proprietà: Del Prete nella parte prospiciente il Castello, Nola nella restante parte lungo Via Marconi. Il palazzo, databile al XVIII secolo, costituiva originariamente un corpo unico, fatto costruire o riadattare su un edificio preesistente dalla famiglia Croce, come indicano gli stemmi di tale casata presenti sopra i portali principali. Infatti, prima di essere di proprietà dei Nola-Del Prete, l’edificio apparteneva a don Croce Croce, notaio del regno di Ferdinando di Borbone. Di un certo interesse risulta un bassorilievo lungo la prima rampa di scale nella proprietà Del Prete. Palazzo Gravina a Pettorano sul Gizio: Edificio costruito nel XVII secolo su un corpo preesistente, le cui strutture sono ancora ben conservate e visibili nelle cantine; da notare anche una bella bifora al piano superiore. Importante componente della famiglia fu Pasquale Gravina (1779-1828), medico appassionato di botanica, al quale venne anche dedicata una pianta dal botanico Michele Tenore, la cosiddetta Brassica gravinae. La Locanda a Pettorano sul Gizio: È posta poco lontano dal castello, sulla vecchia Via Napoleonica, un luogo di sosta e ristoro per chi transitava lungo questa importante arteria viaria del Regno di Napoli e allora definita “regina viarum” proprio per il suo ruolo nella viabilità tra la Valle Peligna, il Molise e la Campania. La Locanda era anche un luogo di rifugio per i viaggiatori, visti i numerosi pericoli in cui incorreva chi si metteva in viaggio attraverso regioni infestate all’epoca da briganti e banditi, motivo che induceva le principali compagnie di trasporto a stipulare assicurazioni per i propri passeggeri. L’edificio ha un ampio portone d’accesso sulla via Napoleonica, un tempo utilizzato dalle carrozze, sormontato da uno stemma dei Cantelmo. Tramite un cortile interno si accede al pianterreno dove erano i servizi di ristoro e i magazzini; una gradinata conduce al piano superiore, dove erano allestite le stanze d’alloggio. Attualmente la Locanda è adibita ad abitazione privata e ristorante.
La Chiesa di Sant’Antonioa Pettorano sul Gizio: Secondo lo storico locale Pietro De Stephanis la chiesa doveva essere inizialmente dedicata a S. Maria della Vittoria. Annesso all’edificio sacro era un ospedale per il ricovero dei poveri e dei pellegrini (xenodochio), che nel 1719 fu dichiarato luogo profano e quindi chiuso dal vescovo Francesco Onofrio Odierna, come ricorda un’iscrizione ancora visibile sulla porta dell’originaria sacrestia. L’architettura del complesso ha subito radicali mutamenti nel corso dei secoli; in particolare la chiesa non mostra nulla dell’edificio originario, essendo stata completamente ristrutturata nel 1949. Porta San Nicola a Pettorano sul Gizio: Conserva ancora sulla sinistra notevoli resti di un tipo di torretta di difesa circolare che in origine doveva affiancare tutte le porte cittadine. Di notevole interesse risulta l’affresco situato nella parte più alta dell’arco: vi è raffigurata, tra due colonnine terminanti a fiaccola, Santa Margherita che sorregge con la mano sinistra il paese e con la destra una croce. La raffigurazione della struttura urbana, vista da Sud-Ovest, risulta particolarmente realistica; infatti sul puntone pentagonale del castello è rappresentata una rigogliosa vegetazione, visibile fino ai recenti lavori di restauro del fortilizio. L’opera potrebbe essere datata intorno al 1656, come suggerisce una targa recentemente riportata alla luce da lavori di restauro. La Porta del Mulino a Pettorano sul Gizio: È il più modesto degli accessi al paese ma assai utile in passato. Come suggerisce il nome, attraverso questo passaggio si accedeva ai mulini sul fiume, fatti costruire dai Cantelmo. Attualmente la zona, assai suggestiva dal punto di vista naturalistico, conserva ancora i resti di queste antiche costruzioni (alcune risalenti al XVI secolo), e della ramiera ducale officina per la lavorazione del metallo. Porta Cencio detta anche Reale o delle Manare a Pettorano sul Gizio: Le diverse denominazioni derivano da varie situazioni; il toponimo Cencia designava la piazzola antistante a forma circolare, come una cintura (dal latino cingula, cintura) realizzata su un dirupo. L’antica denominazione di Porta delle Manere (o Manare) non ha spiegazioni sicure: secondo alcuni si potrebbe collegare con la quasi omonima Porta Manaresca di Sulmona, termine spiegabile con l’espressione latina “mane arescit” che indicherebbe l’aridità del suolo per la lunga esposizione al sole (le porte sono esposte entrambe ad oriente) oppure derivante dal nome Manerio, conte di Valva e Signore di Pacentro. Solo dopo il 1832, quando il re Ferdinando II di Borbone entrò nel paese attraverso questa porta, assunse il nome di Porta Reale. Nei pressi di questa porta fino a qualche decennio fa erano ancora visibili i resti di una torretta di difesa, simile a quella posta a lato di Porta S. Nicola. Porta San Marco o delle Macchie: Era ed è tuttora l’accesso più vicino al castello. La statua che sovrasta l’arco rappresenta Sant’Antonio, posto tra due pinnacoli. Nelle vicinanze doveva trovarsi una chiesa dedicata a San Marco, ricordata in alcuni documenti, che dette il nome alla zona e alla porta. La denominazione secondaria si deve invece al fatto che da questa porta parte una strada, un tempo denominata via delle Macchie, che conduce alla Chiesa di San Rocco. Porta S. Margherita o delle Frascare: È posta sul versante Sud-Ovest del paese verso le sorgenti del fiume Gizio, dalla quale parte la strada esterna per raggiungere le chiese rurali di S. Margherita e di S. Sebastiano e S. Lorenzo. L’etimologia popolare riconduce il nome secondario della porta al fatto che vi passassero i taglialegna per andare in montagna a fare le “frasche”.
La Chiesa Madre a Pettorano sul Gizio: Una chiesa dedicata a San Dionisio viene citata già in documenti di papa Lucio III del 1183 e di papa Clemente III del 1188. La ritroviamo poi citata in alcuni documenti dal XIV al XVI secolo. Fino al 1589 viene definita chiesa madre quella in onore di San Dionisio, ma dal 1594 il titolo passa ad una non ben identificata S. Maria della Porta. La denominazione “della Porta” fa pensare alla vicinanza ad uno degli accessi cittadini e a volte viene attribuita anche a San Dionisio. La spiegazione ditale denominazione potrebbe ricercarsi nell’urbanistica originaria del paese: in prossimità dell’attuale Chiesa Madre doveva chiudersi la più antica cinta muraria, estesa in seguito, nel corso del XVI e XVII secolo, fino agli attuali confini. Bisogna forse spiegare le differenti attribuzioni pensando ad una fusione di due complessi architettonici dedicati rispettivamente a San Dionisio e a Santa Maria; l’accorpamento dovette avvenire dopo il terremoto del 1456. Da questo momento si trova, infatti, attestato un edificio dedicato ad entrambi i Santi. Alcune vicende posteriori della chiesa ci vengono raccontate dall’iscrizione posta sull’architrave del portale: l’edificio, dopo un incendio del 1694, subì ulteriori danni in seguito al terremoto del 1706 e la ricostruzione, iniziata nel 1718, finì nel 1728. La zona della Chiesa Madre veniva denominata “Prece”, nome derivante secondo un’etimologia popolare dal latino preces, preghiere. Tuttavia, è preferibile ricondurre il toponimo alla parola latina praeceps, che significa precipizio, pendio, data la sua posizione a cavallo delle due vallate, a est verso il torrente Riaccio e ad ovest verso il Gizio. Da notare sul lato destro della chiesa il bel portale rettangolare, traslato dal Convento del Carmine nel 1842, come ricorda la data incisa sotto lo stemma comunale posto sopra l’ingresso: la decorazione a blocchi bugnati è arricchita da figurazioni a bassorilievo di animali fantastici ed elementi vegetali, due statue di leoni a tutto tondo sorreggono l’arco. Sullo stesso lato della Chiesa Madre venne costruita nel 1897 una fontana ornamentale con due statue in bronzo raffiguranti le divinità Nettuno ed Anfitrite e teste zoomorfe da cui sgorga l’acqua. La Chiesa di San Rocco a Pettorano sul Gizio: Fu costruita in seguito alla peste che falcidiò la popolazione nel 1656. San Rocco, protettore degli appestati, venne onorato in quasi tutti i paesi che conobbero la terribile malattia con la costruzione di una chiesa a lui dedicata. Particolare risulta la posizione della chiesa a Pettorano; infatti solitamente la chiesa di San Rocco veniva edificata fuori dalle mura urbane, mentre in questo caso l’edificio si trova nel cuore del paese. L’iscrizione sulla facciata della chiesa, un edificio dalle forme assai semplici, esprime il terrore degli abitanti per il terribile male che li aveva colpiti e l’invocazione al Santo perché li liberi. Scendendo lungo Via Orticello, sul portale laterale della chiesa è ben visibile uno stemma bernardiniano. La Chiesa della Madonna della Libera a Pettorano sul Gizio: Fu fatta costruire nel 1680 dalla famiglia aquilana dei Vittori, come si legge nell’iscrizione posta sulla sinistra dell’ingresso. L’edificio, molto semplice nella facciata e nell’architettura, conserva all’interno un altare in marmo sormontato da un dipinto raffigurante la Madonna della Libera. Tale culto, particolarmente sentito dai cittadini della vicina Pratola Peligna, richiamava in quel luogo ogni anno molti pellegrini pettoranesi, per i quali si pensò di far costruire questo piccolo santuario. La Chiesa di S. Nicola a Pettorano sul Gizio: Si tratta di una delle più antiche chiese pettoranesi: una prima attestazione si trova in un documento pontificio di Pasquale II del 1112, confermata dai successivi documenti papali del XII secolo. Secondo la tradizione locale sarebbe stata costruita sulle fondamenta di un tempio pagano, del quale però non esistono prove certe. Si presenta come una tipica chiesetta rurale, con interno molto semplice; un’iscrizione del XII-XIII secolo sull’architrave della facciata appartiene alle fasi più antiche dell’edificio, assai rimaneggiato nel corso dei secoli, soprattutto in seguito al terremoto del 1706. La Chiesa di San Giovanni a Pettorano sul Gizio: La più antica attestazione si trova in un documento di Lucio III del 1183 e in uno successivo di Clemente III del 1188. L’edificio attuale, semplice e modesto nelle proporzioni, non conserva nulla di quello originario che nei documenti del XVIII secolo risulta adibito a magazzino; sulla facciata, scolpita sull’architrave del portale, un’iscrizione riporta la data “Die 16 iunii 1536”, da riferire ad una delle ristrutturazioni operate sull’edificio. L’interno, a pianta irregolare, è stato completamente ristrutturato di recente; si conserva una bella acquasantiera in pietra.
Pettorano sul Gizio è un piccolo borgo abruzzese, arroccato tra le imponenti montagne che ne denotato il paesaggio. Immerso nel verde della Riserva Naturale Monte Genzana Alto Gizio, tra fiumi, vallate e vette montuose che raggiungono i 2.170 m, gode di area fresca e incontaminata capace di far dimenticare la vita frenetica delle grandi città. Il suo territorio è costituito da ambienti naturali assai diversi che custodiscono un elevato patrimonio floristico e faunistico. Al suo interno troviamo gli ambienti fluviali del fiume Gizio e del torrente Riaccio, i boschi secolari a dominanza di roverelle e carpini del piano collinare, le faggete e le praterie aree montuose e alpino. Il centro storico, originariamente baluardo difensivo sulla Valle Peligna, mantiene ancora oggi l’assetto urbanistico tipico del Medioevo. Qui si passeggia, infatti, tra strette stradine acciottolate, case in pietra, scalette e antichi cortili. Ma a dominare nel borgo è Castel Cantelmo, uno dei più bei castelli medievali d’Abruzzo, simbolo storico di questo territorio. Le origini dell’attuale abitato di Pettorano sul Gizio risalgono all’epoca medievale, ma il territorio circostante e le alture vicine al paese vennero frequentate dall’uomo fin dal Paleolitico. Le testimonianze archeologiche rinvenute permettono di seguire lo sviluppo dei primi insediamenti umani e le attività di queste antiche comunità dell’alta valle del Gizio. In particolare, i numerosi ritrovamenti di materiale di epoca romana, soprattutto nella contrada Vallelarga, fanno presumere l’esistenza di antichi centri abitati, nonostante non vi siano prove sicure sull’identificazione di tali insediamenti. L’origine dell’ attuale borgo è da ricercarsi nel periodo medievale, precisamente nella fase in cui i Pagi e i Vici di tradizione tardoantica venivano uniti in un unico complesso urbanistico per motivi difensivi, politici ed economici. Fino all’XI secolo il toponimo Pectoranum indicava genericamente una intera vallata, tanto da trovare spesso nei documenti anteriori all’anno mille l’espressione “in valle Pectorianu”. Fu solamente a partire dal 1903 che il toponimo passò a designare più precisamente il Castello: un documento del maggio di tale anno attesta infatti “Castellu qui Pectorianu bocatur”. Nel corso dell’XI secolo, grazie a importanti trasformazioni economiche, si è dunque verificato l’incastellamento, termine con cui si indica la fortificazione di aggregati urbani esistenti o costruiti ex-novo, con delimitazione di un territorio giuridicamente soggetto ad un castello, inteso come concentrazione di uomini ed interessi. Nel XIII secolo il Castello fu teatro di avvenimenti storici di grande interesse: a partire dal 1229 anno in cui l’esercito di papa Gregorio IX, guidato da Giovanni di Brienne, cacciò il duca di Spoleto della Marca, assediò Sulmona e conquistò il Castello di Pettorano. Successivamente Federico II, grande protagonista della storia di questa terra, tentò di portare la situazione sotto il proprio controllo nominando titolare del feudo il figlio Federico, detto di Pettorano, e facendo vigilare il territorio perché non vi dimorasse gente sospetta e infedele. Da questo momento, Pettorano e in particolare il suo Castello rimase a lungo luogo di rifugio per coloro che si ribellavano al potere imperiale. Ancora nel XV secolo il borgo costituiva una terra di rifugio per gli avversari del potere politico, che trovavano asilo politico in questa terra di nessuno, scarsamente abitata a causa della depressione economica. Fu nel XVI secolo che la situazione cominciò a cambiare. La costruzione di nuovi edifici religiosi e civili portò ad una rinascita edilizia del paese e definendone la fisionomia così come oggi è visibile. L’espansione edilizia, simbolo di una ripresa economica e di un assestamento della situazione politica locale, si protrasse per tutto il secolo XVII, con un massimo picco nel seicento quando si assistette ad un vero e proprio arricchimento della tipologia architettonica, con la costruzione o la ristrutturazione dei più imponenti palazzi nobiliari del paese: Palazzo Croce al Palazzo Gravina, dalla Castaldina al Palazzo Vitto-Massei. Grazie ad alcune famiglie borghesi locali la scienza e la cultura cominciarono ad essere vissute con spirito più democratico e con maggiore professionalità nel borgo. In tale ambiente spicca una delle personalità più significative dell’Ottocento abruzzese, il notaio Pietro De Stephanis. Il suo contributo fu molto significativo anche da punto di vista civico: in quanto amministratore riuscì, nel 1865, a far approvare al Consiglio Comunale una delibera contro la pena di morte, nonché promosse la realizzazione di importanti opere per migliorare la viabilità e favorire le comunicazioni con Napoli. Dopo l’unità d’Italia il paese cambia denominazione assumendo il nome di Pettorano sul Gizio. Per chi vuole conoscere meglio Pettorano sul Gizio è d’obbligo una visita al Castello di Cantelmo che fa parte di un sistema di fortificazione comprendente i castelli circostanti di Popoli, Pacentro, Raiano, Vittorito, Prezza e Anversa. Originariamente era presente solo la torre centrale di avvistamento (puntone) a pianta pentagonale, intorno alla quale fu innalzata, in epoca angioina, l’attuale cinta muraria con le superstiti due torri circolari. All’evento dei Normanni il Castello di Pettorano costituiva già una consolidata realtà economica e politica, tanto che alla fine del XII secolo era il perno di un feudo che si estendeva dalla Valle del Gizio verso il Piano delle Cinquemiglia, dal Sangro fino alla futura Ateleta. Il Castello Cantelmo, esaurita la sua funzione imminente difensiva e militare, per secoli è stato abbandonato. Negli ultimi quattro secoli il castello ha inoltre subito notevoli danni e spoliazioni. Grazie al progetto di restauro risalente al 1988 fu recuperato tutto ciò che era recuperabile del castello con una attenzione particolare a non modificarne l’impianto originario. Tutti gli interventi di ricostruzione sono oggi ben visibili ed evidenziati. All´interno delle mura molti sono gli edifici religiosi e civili di pregio, per la maggior parte frutto di demolizioni e ricostruzioni, rivelatesi necessarie anche a seguito del terribile terremoto che colpì il paese nel 1706.
Antologia della pietra, eremi e castelli d’Abruzzo: Nell’appassionata ricerca di nuove forme d’arte, Riccardo Patrignani ha evoluto la tecnica del mosaico in una nuova tecnologia di lavorazione della pietra che con abile lavoro manuale riesce a riprodurre fedelmente in pietra, ogni monumento di qualsiasi epoca storica. Tutti i lavori eseguiti sulle testimonianze dell’epoca medievale sono in scala 1:60, basati sui “disegni ufficiali” dei vari monumenti; la pietra utilizzata è rigorosamente autoctona, capace di riprodurre anche i colori ed i riflessi, oltre alla tessitura di arte muraria dei vari elementi (opera incerta, massetto squadrato etc.). Libero da vincoli, l’autore propone la ricostruzione filologica di quelle parti della fabbrica e del contesto ambientale che sono andate perse nell’usura del tempo, al fine di riproporre le architetture più rappresentative della storia d’Abruzzo nella veste più congeniale ad esaltarne il valore comunicativo e didattico. Castelli ed Eremi rappresentano due facce della stessa medaglia, dalla potenza militare, religiosa e politica con l’ostentazione del relativo lusso, alla povertà più assoluta, nella frugalità della fede più vicina alle misere condizioni popolari; eppure costruiti genialmente con la stessa pietra e forse dalle stesse mani da quel popolo umile e forte che così lasciava la sua impronta. Il più ecologico dei materiali, la PIETRA, nelle più dissimili forme geologiche e meravigliosamente assemblata, conferisce al nostro patrimonio storico l’unicità del suo stile. Antologia della pietraNelle mostre artigiane di “Oro d’Abruzzo” svolte a Pescara nel 2003 e 2004 si è potuto constatare che, tramite questa forma artistica e castellogorica, la “magica sinergia” di questi piccoli capolavori produce sul pubblico una straordinaria emozione propositiva e coinvolgente. Proprio in virtù degli arguti commenti popolari si è sviluppato ed affinato questo progetto di utilizzazione, facendo nascere così “uno strumento di lavoro formidabile” che Patrignani ha messo a disposizione della comunità, perché in grado di interessare i visitatori nella loro sensibilità, al fine di un più frequente contatto eco-compatibile e qualitativamente adeguato alla fragilità del territorio e di rappresentare la Regione Abruzzo con una forma comunicativa, sì caratterizzata dalla bellezza, ma soprattutto dal prestigio della sua unicità. Nel Castello Cantelmo è possibile visitare le seguenti opere di Patrignani: Castello di Rocca Calascio; Castello di Ortucchio; Castello recinto di Bominaco; Torre cintata di Introdacqua; Eremo Celestiniano di Grotta San Giovanni; Eremo di San Venanzio. Il borgo fortificato di Pettorano sul Gizio (625 m. s.l.m., popolazione comunale di circa 1.250 abitanti), giustamente inserito nel prestigioso club de "I Borghi più belli d'Italia", sorge, in un magnifico scenario naturale, sul Colle della Guardiola, che si affaccia sul fiume Gizio. Il territorio comunale, compreso nell'area del Parco Nazionale della Majella, racchiude a sua volta la Riserva Naturale Monte Genzana e Alto Gizio. Le origini del borgo risalgono al IV sec. a. C. e lo scrittore latino Plinio lo ricorda con il nome di "Pagus Fabianus". Nel medioevo ebbe notevole sviluppo sotto il dominio della famiglia ducale dei Cantelmo. Il nucleo abitato, dominato dal maestoso castello Cantelmi (XIV-XV secc.) con l'imponente torre pentagonale, conserva intatte diverse porte di accesso ed è ricco di numerosi monumenti e palazzi tra i quali spiccano il Palazzo Ducale (XVI-XVII sec.), nel cui atrio (oggi piazza Zannelli) è posta la stupenda fontana cinquecentesca; la bella chiesa di S. Dioniso e la magnifica fontana monumentale in piazza Umberto I. Superbo il panorama che si ammira da ogni angolo del paese.
La Regione Abruzzo. La fisionomia della Regione Abruzzo è caratterizzata dall’accostamento di due lineamenti geografici profondamente diversi: la montagna e il mare: L’Abruzzo montano, con numerosi centri sciistici con impianti di avanguardia, comprende i maggiori massicci dell’Appennino (il Gran Sasso d’Italia e la Majella), numerosi rilievi che raggiungono anch’essi notevole altitudine e altipiani intervallati dalle conche dell’Aquila e di Sulmona, mentre verso il confine con la Regione Lazio si stende la fertile conca del Fucino, risultante dal prosciugamento del lago omonimo portato a termine dal Duca Alessandro Torlonia nel 1875. Oggi l’ex alveo del lago rappresenta il fulcro della produttività agricola marsicana. Nel suo territorio è stata installata, da alcuni decenni, l’antenna parabolica della Società Telespazio, i cui sistemi di trasmissione e di ricezione per via satellite sono all’avanguardia in campo mondiale. L’Abruzzo marittimo, con i suoi centri turistici balneare, si aftaccia sull’Adriatico fra le foci del Tronto e del Trigno, in una fascia costiera sostanzialmente compatta, solcata da fiumi che scendono dal rilievo appenninico e subappenninico ed affiancata dalla discontinua cornice di ridenti zone collinari. Le 18 (perle dell'Abruzzo) stazioni balneari più rinomate, dotate di ogni moderno contorto, sono: Alba Adriatica, Martinsicuro, Tortoreto Lido, Giulianova Lido, Roseto degli Abruzzi, Pineto, Silvi Marina, Marina di Città Sant'Angelo, Montesilvano, Pescara, Francavilla al Mare, Ortona, Marina di San Vito, Fossacesia Marina, Torino di Sangro Marina, Lido di Casalbordino, Marina di Vasto, San Salvo MarinaI centri storici sparsi nelle quattro province abruzzesi sono più di 150 e di grande interesse turistico, sportivo e climatico sono: i laghi di Campotosto, Barrea, Scanno, Villalago e BombaUna nota particolare merita il Parco Nazionale d’Abruzzo, compreso tra l’area del Fucino a Nord-Ovest e la catena montuosa delle Mainarde Sud-Est, delimitato a Est dai Monti Marsicani, a Sud e Sud-Ovest dallo spartiacque tra il Sangro e il Liri, con gli immensi e centenari boschi, gli ameni altipiani e le gole selvagge, ricchi di straordinaria varietà di flora e di faunaNel suo territorio, per una estensione di 400 Kmq a vincolo intero e 600 Kmq con speciali restrizioni, viene assicurata la tutela e il miglioramento del patrimonio arboreo e faunistico.
 
 
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