Ospitalità nel chietino – Dove dormire a Montenerodomo (Ch) - Abruzzo... una regione da vivere e... da scoprire.

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Ospitalità nel chietino – Dove dormire a Montenerodomo (Ch)

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GUIDA ALL'OSPITALITA' NEL PAESE DI MONTENERODOMO (CH)
 
Ospitalità nel Paese di MONTENERODOMO (Ch) (m. 1.160 s.l.m.)
Coordinate geografiche del paese di Montenerodomo: 41°59′N - 14°15′E
     
  CAP: 66010 -  0872 -  0872.  - Da visitare:   
 MUNICIPIO DI MONTENERODOMO 0872.960109   0872.960058       0872.960109  - 00253540694
Come raggiungere Montenerodomo Satzione: Palena a 29 Km.   Aeroporto d'Abruzzo a 79 Km.  Uscita: Val di Sangro
 
HOTELS ED ALBERGHI MONTENERODOMO (CH)
Persone legate a Montenerodomo (Ch) Giuseppe de Thomasis (Montenerodomo, 1767 - Napoli, 1830), magistrato e statista; Famiglia paterna di Benedetto Croce; Benedetto Croce (seniore) (Montenerodomo, 1794 - Napoli, 1854), consigliere presso la Suprema Corte di Giustizia del Regno di Napoli; Don Guglielmo Carozza (Montenerodomo 1723 - Montenerodomo 1775) - Rettore e Arciprete della Chiesa di Santa Giusta e dal 1750 al 1775 Abate dell'Abazia cistercense di Santa Maria del Palazzo. Thomas Ludwig John D'Alesandro, Jr. (1868 - Baltimora, 1952), sindaco di Baltimora e nonno paterno di Nancy Pelosi, speaker della Camera dei Rappresentanti degli USA. Juvanum è un sito archeologico di epoca romana. Si trova nelle campagne di Montenerodomo, in provincia di Chieti. Vi si trovano un foro, un tempio e una basilica, resti di un insediamento romano successivo alla guerra sociale e probabilmente abitato inizialmente da iuvenes ("giovani") (da cui il nome). Il sito è aperto al pubblico e gestito dal comune di Montenerodomo.
RESIDENZE TURISTICHE ALBERGHIERE MONTENERODOMO (CH)
La Storia di Juvanum di Montenerodomo: Le origini di Juvanum sono da ascrivere al Liber Coloniarum dove viene elencato come Jobanos e forse Plinio afferma che Juvanenses è una derivazione di Lanuenses, tuttavia il nucleo originario si trova lungo l'odierna strada che da Montenerodomo porta a Torricella Peligna (verosimilmente il primo nucleo si trovava su una sorgente ove i pastori dediti alla transumanza facevano abbeverare le loro greggi. Nell'età repubbicana è da ricercare l'oppido preromano che si è sviluppato sulle colline limitrofe tutt'intorno. Già prima della guerra sociale risulta essere municipio romano. Il municipio comprendeva i seguenti paesi: Montenerodomo; Torricella Peligna; Taranta Peligna; Palena e Gessopalena. Un'iscrizione di Juvanum afferma che, un certo Poppedius fu "Patronus Munic(ipii) Iuvanens(is)". Il municipio fu iscritto alla tribù Arniensis e fu gestito da quattuomviri. Nel centro abitato vi erano dei seviri augustales e la divinità principale era Ercole, culto gestito dal collegium Herculaniorum (congregazione di pii ad Ercole). Nel 325 vennero restaurate le mura dal governatore provinciale Fabio Massimo il quale restaurò le mura e fece erigere il secretarium. La città romana fu attiva fino al IX secolo d.C. circa, quando si spopolò per la costruzione di nuovi centri fortificati per difendersi dalle incursioni. Nacquero così i castelli di Montenerodomo e Torricella Peligna. La città romana fu spogliata, inoltre, per l'edificazione di case pastorali, e per la costruzione della vicina Abbazia di Santa Maria in Palazzo. Fino alla seconda metà del '900, la città romana era caduta in oblio, e l'erba l'aveva interamente ricoperta, tranne le colonne di alcuni templi, che furono prelevate nel 1933 per il restauro della chiesa parrocchiale di San Martino di Montenerodomo. Il sito è stato completamente riportato alla luce negli anni '90.
CAMPEGGI MONTENERODOMO (CH)
Monumenti e luoghi d'interesse a di Juvanum di Montenerodomo (Ch) Le mura poligonali risalenti al III secolo a.C. erano atte a difendere un'area di culto forse dell'acqua. Il tempio costruito nel II secolo a.C. conserva delle tracce di antico podio con dei pezzi di travertino. Le misure del pavimento erano di 21,30 X 12,60 metri, mentre l'ingresso era di 9 x 2,6 metri (le misure sono congetture dato che sopra il tempio vi è stata eretta una chiesa medievale). Intorno al II secolo a.C. venne costruito un 2° tempio ad una distanza di 3,9 metri dal tempio precedente. Di questo tempio rimane solo il podio. Le epigrafi citano i culti di Eracle, Diana, Vittoria e Minerva. I due templi sono di influenza ellenistica importata da alcune maestranze campane e la diffondono in tutto il Sannio-Pentro tramite richiesta di alcuni committenti. Resti della cistercense Abbazia di San Santa Maria in Palazzo. A sud-est della collina della collina con l'acropoli è stata trovata la cavea del teatro risalente al II secolo a.C. di cui sono rimaste le prime 7 file di gradini costruito con delle pietre più piccole ai lati e più grandi al centro. La frons scenae è a tre nicchie. Il teatro non è in simmetria con i teatri sulla parte alta del sito. Il Foro a mo' di piazza con lastricato larga 27 x 62 metri. Alcuni lastroni del pavimento del foro recano delle incisioni. L'intera piazza del foro è circondata quasi per intero da portici che costeggiavano delle tabernae. Le colonne erano 8 x 18, mentre l'intercolumnio misurava 3,90 metri. Nella piazza vi erano anche delle statue come si può ipotizzare da alcuni basamenti ritrovati. La basilica era a pianta absidale e pavimento a lastre di marmo, vi si praticava un culto imperiale o sentenze di tribunale. A sud est del foro sono stati ritrovati alcuni vani: il vano W aveva funzione, forse, di cucina, come pare attestare la presenza di un focolare al centro; il vano B è una taberna di un medico dato il ritrovamento di attrezzi medici usati anche nel campo della cosmetica e farmaceutico; il vano K probabilmente era la stanza di una ornatrix come paiono attestare oggetti ivi rinvenuti appartenenti al mundus muliebris celati da bipedali. A sud est del portico del foro, tra gli altri ambienti vi è la città giulio-claudia. Uno degli altri ambienti ha ridato alla luce una mola olearia utilizzata per il riempimento della pavimentazione. Alcuni ritrovamenti sotto la città romana fanno ipotizzare un antico insediamento rurale. Due delle vie di Juvanum vengono chiamate in modo fittizio, dato che non si conosce il loro nome reale, "Via del Foro" e "Via Orientale". Le due vie non sono strutturate con vie ortogonali e non attraversano il foro. La Via del Foro era pavimentata con delle lastre a struttura regolare. La lunghezza della via era di 5,30 metri. Della Via Orientale ne rimane un tracciato di 90 metri di lunghezza per 3 metri di larghezza. I lastroni di pavimentazione sono delimitati da argini. Varie ceramiche a patera del II e I secolo a.C., mentre tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. vengono realizzate le coppa da mensa in sigillata italica liscia o con decorazioni di barbottine. Delle fibule ad arco semplice del tipo Aucissa. della fine del I secolo d.C. Una tomba di un bambino con due bronzetti raffiguranti Ercole recante una lamina d'argento con un'incisione riempita a niello. Delle statue di togati di cui uno con una bulla, forse raffigurante un membro della famiglia imperiale, un altro con una capea. Nel Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo di Chieti vengono conservati frammenti architettonici di Juvanum.
VILLAGGI TURISTICI MONTENERODOMO (CH)
Montenerodomo e la battaglia del Sangro fu un conflitto armato tra partigiani italiani abruzzesi e le ultime resistenza tedesche, svoltasi dal dicembre 1943 all'aprile 1944. Essa considerata legata alla battaglia di Ortona (25 dicembre 1943), ed è resa famosa per la tenacia dei ribelli che assieme ad Ettore Troilo costituirono il gruppo armato della Brigata Maiella. Precedenti: la guerra a Ortona: Ortona fu presa dai tedeschi l'8 settembre 1943, quando Vittorio Emanuele III e Pietro Badoglio, dopo l'armistizio, fuggirono dal porto presso Pescara, e da lì a Brindisi. La città fu assediata dagli Alleati alla fine del dicembre dello stesso anno. Capo dell'esercito britannico era Lionel Wigram che si distinse particolarmente. Però la città di Ortona fu quasi rasa al suolo, e i combattimenti si spostarono lentamente da contrada San Leonardo a Porta Caldari, passando poi per il corso Vittorio Emanuele fino alla Cattedrale (fatta saltare in aria dai nazisti), e fino al castello aragonese. La battaglia fu particolarmente cruenta per l'irreversibilità dei tedeschi, dacché avevano ricevuto ordine da Hitler di non abbandonare un singolo centimetro della città data la sua posizione strategica sulla linea Gustav. Qualche anno dopo il presidente Winston Churchill, ricordando la guerra, descriverà la città ortonese come una "Piccola Stalingrado d'Italia", per la ferocia dei combattimenti e la tecnica dell'assalto all'improvviso delle due parti dei battaglioni per i vicoli del centro. Con la liberazione, i martiri canadesi dell'esercito alleato furono seppelliti nel cimitero militare canadese in contrada San Donato. Montenerodomo e la Linea Gustav in Abruzzo. Abruzzo I: territorio di Ortona: I comuni erano: Ortona, Villa Caldari, Villa San Leonardo, Guastameroli, Frisa, Sant'Apollinare Chietino, Poggiofiorito, Arielli, Canosa Sannita, Tollo, Crecchio, Miglianico, Orsogna,  Filetto, Giuliano Teatino, Ari. Abruzzo II: territorio di Casoli: Casoli (città libera nel 1943), Paglieta, Castello di Sette, Gessopalena, Torricella Peligna, Montenerodomo, Pizzoferrato, Gamberale, Quadri, Civitaluparella, Fallo, Borrello, Rosello, Roio del Sangro. Abruzzo III: territorio di Lama dei Peligni: Lama dei Peligni, Taranta Peligna, Lettopalena, Palena, Colledimacine, Rocca Pia, Rivisondoli, Roccaraso, Ateleta. Inizio ostilità: Dopo le vicende di Ortona, i tedeschi furono respinti e inseguiti dagli Alleati, benché ancora provvidi di munizioni e carri armati. Il percorso da Ortona a Lanciano fu molto tormentato per l'inverno rigido: furono rasi al suolo i paesi di Miglianico, Tollo, le maggiori frazioni di Ortona, Arielli, Canosa, Poggiofiorito, e i centri vicini Lanciano: Sant'Apollinare, Guastameroli e Frisa. Lanciano, città più grande di Ortona, era considerata di importante valore strategico sul tutta la valle del fiume Sangro. Subito dopo l'occupazione nazista, tra il 5 ed il 6 ottobre 1943, alcuni gruppi di giovani lancianesi presero le armi contro gli invasori e li impegnarono in due giorni di combattimenti (la rivolta degli martiri ottobrini). Alla fine dell'insurrezione ebbero perso la vita 11 ragazzi. Altri dodici civili sarebbero stati uccisi nelle rappresaglie dai nazisti. Questo episodio segnò l'inizio della partecipazione attiva di tutta la cittadinanza alla Resistenza, motivo per il quale Lanciano è stata insignita della medaglia d'oro al valore militare dal presidente Einaudi nel 1952, è quindi tra le città decorate al valor militare per la guerra di liberazione. La città non subì la stessa tecnica di "terra bruciata", ma fu semplicemente occupata, in quanto appunto posizione strategica. Fu bombardata dagli alleati il 23 e 24 novembre, per poi subire il cannoneggiamento tedesco nel dicembre dello stesso anno, senza però subire danni gravi: perse solo la chiesa di San Giovanni, parte della chiesa di Sant'Antonio (poi ricostruita in forma più ampliata) e un edificio davanti la chiesa di San Nicola di Bari. I tedeschi riuscivano ad ottenere i viveri e le vettovaglie per continuare la battaglia dal tratturo vecchio di Mozzagrogna, da cui si scendeva facilmente per la val di Sangro. L'esercito nazista successivamente si spostò a Castelfrentano, altro paese strategico sulla valle, perché posto in posizione dominante su un colle di 400 metri sul livello del mare, secondo di altitudine solo a Casoli. Anche Castelfrentano subì lo stesso attacco di Lanciano, e i danni furono provocati maggiormente dagli alleati, specialmente sul colle dell'acquedotto e sull'attuale viale Sallustio. Fu distrutto il convento francescano, poi ricostruito. Da dicembre iniziò lo spostamento a discesa sulla valle. Contrada Sant'Onofrio, una delle più grandi di Lanciano, perse il convento.
AFFITTACAMERE MONTENERODOMO (CH)
AFFITTACAMERE LA MARANGOLA
Contrada Marangola - 66010 Montenerodomo (Ch)
BED & BREAKFAST MONTENERODOMO (CH)
Montenerodomo dalla Valle del Trigno alla Val di Sangro: Il generale britannico Bernard Law Montgomery proveniva, verso novembre 1943, dalla valle del fiume Trigno, situata nel territorio vastese, avendo liberato Vasto, Casalbordino e i paesi di Gissi, Fraine, Furci e Roccaspinalveti. La cesura dei due eserciti, nel passaggio dal Trigno al Sangro, avvenne a Torino di Sangro, piccolo borgo marinaro a confine con Fossacesia e Paglieta, nella val di Sangro. Il campo di battaglia fu il vasto appezzamento di terra delle contrade di Paglieta, in modo che i due centri non fossero rasi al suolo. Fossacesia però non fu risparmiata e venne bombardata la chiesa di San Donato, in cui rimase in piedi il campanile e parte del corpo centrale e absidale del tempio. Rischiò grosso l'abbazia di San Giovanni in Venere, senza però essere sfiorata. Nelle vicinanze fu danneggiato il castello di San Vito Chietino, che da tempo era stato modificato come residenza civile. Ne rimase solo un torrione (sud-ovest) che fu inglobato nelle abitazioni. Montenerodomo e la battaglia del Sangro. Casoli città libera (5 dicembre 1943): Casoli, per la sua importanza strategica, fu dichiarata città libera, e i tedeschi furono costretti nel dicembre a sgomberare il paese, non senza però un leggero bombardamento alleato, che distrusse qualche casa del borgo antico. In contrada Fiorentini fu distrutta un'importante storica masseria costruita nel XV secolo. Nel vicino paese di Altino fu distrutto metà del castello baronale. I borghi vicini di Roccascalegna e Archi furono risparmiati, così come Atessa, che non subì bombardamento. Distruzione di Gessopalena (30 dicembre 1943): Gessopalena era un centro di grande importanza strategica sulla valle del medio Sangro, perché posta sulla cima di uno sperone roccioso di gesso (da cui il nome per la cave di gesso), e da lì si poteva controllare la vallata di Roccascalegna, e le gole del Sangro delle contrade di Lama dei Peligni. La città fu raggiunta nel tardo dicembre '43 dai nazisti, che operarono la tecnica spietata della "terra bruciata". Gessopalena in quel tempo era separata in due centri: Gessopalena e borgo Sant'Agata, posto da una parte sullo sperone roccioso e in fondo alla valle. I tedeschi preferirono colpire Sant'Agata, centro più popoloso, e razziarono beni e cibo, rinchiudendo con la forza gli abitanti (donne, vecchi e bambini, perché gli uomini erano fuggiti nella vicina Torricella) nelle proprie case. Tutto il borgo fu incendiato, ma le case di pietra di gesso erano troppo spesso per crollare, e così ogni abitazione fu minata dalle fondamenta e fatta esplodere nella notte del 31 dicembre. Molti edifici importanti vennero persi, tra cui i forni medievali (rimasti in parte), la chiesa di Sant'Antonio (oggi senza campanile), la chiesa di Sant'Egidio (ora rimane solo il portale), e la piazza (oggi c'è il monumento ai caduti con una lapide). In un'intervista le bambine sopravvissute all'eccidio ricordano quella notte, raccontando che i tedeschi, dopo l'esplosione, ispezionarono con delle torce ogni corpo, per vedere se qualcuno era ancora vivo. Montenerodomo e la terra bruciata: Taranta Peligna e Lettopalena (novembre 1943): Taranta Peligna e Lettopalena subirono la stessa sorte di Gessopalena. Lettopalena fu distrutta qualche mese prima: l'11 ottobre 1943 giunsero i tedeschi, ordinando di sfollare il paese, e nella notte tra 19 e 20 novembre fu completata la distruzione. Lettopalena era collegata dal Monteplanizio alla strada rasente la Majella da un poderoso ponte medievale. I tedeschi innanzitutto fecero esplodere tutte le case del centro fortificato, incluse le due porte urbiche, una parte della chiesa di San Nicola, e l'abbazia benedettina di Santa Maria del Popolo. Infine anche il ponte fu fatto saltare in aria. Gli sfollati (ancora donne e bambini), furono rastrellati dai tedeschi e portati in mezzo alla neve a Rocca Pia, provincia dell'Aquila, a 30 km di distanza. Taranta Peligna vide la propria distruzione agli inizi di novembre 1943: il 26 ottobre i nazisti avevano beffardamente affisso dei manifesti in piazza, annunciando lo smantellamento del paese. Il vecchio borgo fu quasi distrutto, meno la parte arrampicata sullo sperone roccioso dove sorge la parrocchiale di San Nicola di Bari. La chiesa di San Biagio subì un martirio più straziante, perché troppo poderosa per essere abbattuta completamente. Così venne fatta esplodere una bomba all'interno che fece saltare in aria la copertura del soffitto e parte di un lato. Alla fine si rese necessario, con la ricostruzione, abbattere metà del campanile pericolante, e tutto il corpo dell'edificio, meno metà delle facciata, conservando il portale cinquecentesco. Torricella Peligna: nascita della Brigata Maiella: L'esercito italiano non usciva bene dalle battaglie sin qui combattute. Gli Alleati li consideravano non idonei all'impiego sul fronte, anche perché fino a qualche mese prima si trovavano dall'altro lato della barricata. I partigiani erano visti ancora peggio, a causa del rischio di innescare rappresaglie naziste e per la paura che potessero vanificare importanti azioni belliche. Il 5 dicembre 1943, successivamente alla liberazione di Casoli da parte degli Alleati, Ettore Troilo parte da Torricella Peligna con un gruppo di 15 uomini per prendere contatti con il Comando Inglese, insediato presso il castello Masciantonio che svetta sul paese, per offrirsi come volontari per la Liberazione. Era l'embrione di quella che diventerà la Brigata Maiella. In un primo tempo tutte le proposte di collaborazione vennero respinte dal Comando Britannico, guidato dal generale Bernard Law Montgomery di stanza a Vasto. Il 28 dicembre viene liberata Ortona. Già nella notte precedente i tedeschi avevano smobilitato dopo giorni di battaglia urbana contro le truppe canadesi. La battaglia fu cruenta e si contarono oltre i 3000 morti tra ambo i contendenti. I canadesi trovarono una cittadina ridotta ad un cumulo di macerie, per giunta minate. Nel gennaio 1944, dopo un incontro tra il maggiore Lionel Wigram ed Ettore Troilo, finalmente viene concesso ai primi combattenti della Maiella la possibilità di combattere sotto il comando Alleato. Con il diffondersi della notizia in pochissimo tempo si contano circa 350 nuove reclute smaniose di combattere sotto l'effigie della Maiella. Tra loro figurano Domenico Troilo e il suo gruppo.
CASE PER VACANZA MONTENERODOMO (CH)
CASA PER VACANZA LA MASSERIA
Contrada Selvoni - Borgo Rurale Taolio - 66010 Montenerodomo (Ch)
tel. 0872 988944 fax 0872 988906
CASA PER VACANZA VILLAGGIO RURALE SELVONI
Contrada Selvoni - 66010 Montenerodomo (Ch)
APPARTAMENTI PER VACANZA MONTENERODOMO (CH)
Battaglie della Brigata di Montenerodomo: Pizzoferrato e Quadri: Il 15 gennaio 1944, una forza mista di maiellini e britannici guidata dal maggiore Wigram, da qualcuno battezzata Wigforce, partì per una missione congiunta, la prima. Conquista, non senza difficoltà, Colle dei Lami (Lama dei Peligni); il 17 arriva a Colle Ripabianca. Il 30 gennaio una nuova missione per la Wigforce, con obiettivo Pizzoferrato paese posto in posizione strategica, a quota 1300 metri e lungo il corso del fiume Sangro, occupato dalla 305ª Divisione di Fanteria Tedesca. La notte del 30 gennaio viene liberata Quadri. Il 31 procedono lungo Torricella Peligna e Lama dei Peligni distrutti e abbandonati dai Tedeschi. La notte dopo il 2 febbraio si parte da Fallo con destinazione Pizzoferrato. L'attacco, all'alba del 3 febbraio, fallisce e tra i caduti si registra lo stesso maggiore Wigram. I maiellini ripiegarono con una rocambolesca fuga lungo un ripido pendio, riuscendo a recuperare la posizione iniziale a Fallo. Tuttavia dopo lo scontro i tedeschi abbandonarono Pizzoferrato, temendo un secondo attacco. Il 4 febbraio uomini della Brigata Maiella e del ricostituito Esercito Italiano raggiungono il paese e lo presidiano. Negli scontri la Brigata registra 14 uomini caduti, 10 prigionieri e 12 feriti. Nell'analisi dei combattimenti viene considerata eccessivamente spregiudicata la condotta del maggiore Wigram che avrebbe potuto attendere rinforzi, ovvero una unità di paracadutisti della Nembo agli ordini del capitano Francesco Gay, peraltro già in marcia. I patrioti della Maiella devono molto al maggiore Lionel Wigram, del V Corpo d'Armata Britannico, che diede a questo strano esercito l'occasione di dimostrare il suo valore. Adesso gli Alleati non poterono che riconoscere il valore di questo gruppo di Patrioti e concedere loro quello che volevano: battersi contro gli invasori. A partire dal febbraio 1944 Domenico Troilo si distinse in una leggendaria difesa di Fallascoso, una frazione di Torricella Peligna, avamposto sulla Linea Gustav. Il 23 febbraio con soli 20 uomini fronteggiò per tutta la notte un possente attacco della divisione tedesca Jäger. La difesa riuscì senza perdere neanche un uomo. La difesa resse intatta a tutti gli attacchi sferrati. Dopo gli innegabili successi riportati, il 28 febbraio il Capo di Stato Maggiore Giovanni Messe riconobbe la formazione con il nome Banda Patrioti della Maiella e li inquadrò nella 209ª Divisione di fanteria. Divennero, finalmente, una unità militare pienamente riconosciuta e la loro bandiera di combattimento la prima al di fuori di quella del ricostituito Regio Esercito. Danneggiamenti a Torricella e Montenerodomo - Gamberale e Quadri: Torricella: danneggiamento del borgo superiore: distruzione totale del castello medievale. Montenerodomo: sventramento della parte superiore del palazzo Croce e della casa De Thomasis, crollo parziale del campanile della chiesa di San Martino, e distruzione di case civili sulla parte superiore del monte. Gamberale: danneggiamento del castello baronale e distruzione della chiesa di San Rocco; Quadri: distruzione quasi totale del borgo vecchio: abbattimento della Chiesa Madre e del castello medievale (di cui rimane un muro). Fine della battaglia a Montenerodomo (Ch) La battaglia del Sangro può dirsi conclusa con la liberazione dell'Abruzzo nell'aprile 1944. Infatti la battaglia contro i nazisti di spostò nell'attuale provincia dell'Aquila per i centri di Roccaraso, Ateleta e Rivisondoli, arrivando infine al leggero bombardamento di Sulmona. Monumenti commemorativi a Montenerodomo: A Taranta Peligna è presente un sacrario ai caduti civili, durante le distruzioni del paese e della vicina Lettopalena. A Gessopalena è presente una lapide nella piazza del borgo vecchio, recuperato e lasciato nelle rovine della distruzione del 1943, in modo da esser studiato dalle generazioni future come esempio di resistenza ed eroismo. A Torino di Sangro è presente il Cimitero militare britannico in onore dei soldati inglesi caduti nell'esercito della Resistenza. A Casoli è incisa una lapide sul muro della casa che ospitò Ettore Troilo, mentre è in allestimento una sala museale nel castello ducale.
CASE PER LE FERIE MONTENERODOMO (CH)
L'abbazia di Santa Maria in Palazzo è un edificio religioso sito presso Juvanum nel comune di Montenerodomo in provincia di Chieti. La Storia dell’L'abbazia di Santa Maria in Palazzo: La solitudine dei dintorni di Juvanum rese necessaria l'edificazione di un tempio cristiano che attirasse i monaci cistercensi atti a vita solitaria ed ascetica. Secondo Michele Torcia, nel 1792, la chiesa è ancora esistente almeno in parte di essa e alcuni pezzi di colonne con capitelli erano utilizzati per l'edificazione di un ospizio per monaci ed alcune "pietre riquadre" utilizzate per l'edificazione di una chiesa. Secondo Anton Ludovico Antinori, o meglio, secondo alcuni suoi manoscritti, la badia è stata fondata nel 1140 da parte di Rainaldo Borrello che fu vassallo del Conte Simone di Sangro o da parte di questo conte stesso. La prima notizia certa è tuttavia risalente al 1173 quando il papa Alessandro III la ascrive alla diocesi teatina (vale a dire di Chieti). Nel 1208, invece, papa Innocenzo III conferma la chiesa alla stessa diocesi. Il primo abate certo è Antonio di Agnone, incaricato a tale grado all'incirca nel 1463. Le successive nomine furono causa di frequenti liti e dispute in quanto la carica di abate di quest'abbazia era molto bramata dagli adepti di questa chiesa. Sicuramente la badia fu abitata fino al 1564 quando fu declassata a Beneficio semplice (vale a dire poco più di una pieve di campagna). La gestione di questa chiesa passa così ad un prete secolare, che talora è un abate solo nei casi di honoris causa ed in questo caso può forgiarsi di bacolo pastorale o di mitra. Il prete amministra il monastero da dove abita ma non può possedere nulla dei beni all'interno ma solo amministrarli. L’abbazia di Santa Maria in Palazzo è integra certamente fino al 1652. Nel 1775 quando muore l'ultimo abate, Guglielmo Carozza di Montenero la chiesa risulta già distrutta. Difatti il dipendente del tribunale fiscale di Chieti Gennaro Stefanisso ne cita in piedi solamente dei residui del chiostro e di un atrio, più, qua e là delle abitazioni di monaci. Cronologia degli abati della abbazia di Santa Maria in Palazzo: Nel 1463 Antonio di Agnone; Dal 1492 al 1498 frate Cristoforo di Sulmona; Dal 1498 Giovambattista Almadiano, prete di Viterbo che amministrava il Monastero per mezzo di un suo procuratore, frate Serafino dell'Ordine dei Minori. Dal 1564 al 1580 Giovanfrancesco Rosales di Napoli, il quale nel 1567 ebbe una disputa con l'abate di Santa Maria del Letto (cioè di Lettomanoppello) Vincenzo Castagnola, per il dominio dell'Abbazia. Dal 1581 al 1608 Fabrizio Peroni di Napoli. Dal 1652 al 1672 Stefano Talla, il quale ebbe una disputa con Girolamo Rossi, vicario perpetuo della chiesa di Santa Giusta di Montenerodomo. Dal 1672 al 1682 Nobile Talla di Gesso (cioè di Gessopalena). Dal 1682 Carlo Santelli, che abdicò dopo un breve tempo per malattia. Dal 1683 Filippo Liberatore. Dal 1737 al 1744 Tommaso Rossetti del Letto (cioè di Lettomanoppello). Dal 1744 al 1749 Leonardo Madonna di Lama (cioè di Lama dei Peligni). Dal 1750 al 1775 Guglielmo Carozza di Montenerodomo che era anche arciprete della chiesa di Santa Giusta.
COUNTRY HOUSE MONTENERODOMO (CH)
La chiesa di San Martino e Santa Giusta è sita a Montenerodomo in provincia di Chieti. La chiesa ha origini medievali, costruita intorno al XIV secolo. All'epoca era la cappella gentilizia della famiglia che aveva il potere sul feudo, vicino alla quale possedeva un castello. Oggi il castello è il Palazzo De Thomasis. Le due ex parrocchie di San Martino e Santa Giusta si fusero in una sola il 10 ottobre 1811 tramite un regio decreto dello stesso anno. Infatti la precedente chiesa era stata rovinata dal Terremoto della Maiella del 1706: di un secolo prima la nuova costruzione e versava in condizioni precarie. La chiesa nuova è intitolata al vescovo di Tours san Martino e a Santa Giusta, martire di Siviglia, vissuta nel III secolo. Già nella prima costruzione era stato scelto il nome di Martino perché protettore della Valle del Sangro e del borgo vicino di Fara San Martino. Dopo la nuova costruzione la chiesa ha subìto notevoli danni nel 1933 e nel 1944 con il bombardamento tedesco, per cui su dovette abbattere il pericolante campanile. Dopo svariati danni creati dal tempo e dalle intemperie (le piogge degli anni Cinquanta e il terremoto del 1984), si sono succeduti diversi restauri, di cui gli ultimi realizzati a partire dagli anni ottanta e perdurati fino al 2006. Per finanziare i restauri i parroci hanno dovuto richiedere finanziamenti statali, dato che le questue erano molto insufficienti. Il soffitto è stato catramato per evitare infiltrazioni di acqua piovana. Gli intonaci sono stati ricreati così in cemento armato ed il campanile è stato demolito e riedificato nelle forme attuali. Tuttavia la torre è stata realizzata in cemento e incompiuta; successivamente furono murate le arcate per evitare infiltrazioni di animali. La torre è a pianta quadrata con cella campanaria in cima e cuspide a piramide. La canonica, prima inesistente, è stata realizzata nel 1954-1958 ed abitato per la prima volta da Don Lorenzo Di Parente. La chiesa di San Martino e Santa Giusta di Montenerodomo ha un impianto a croce latina senza il transetto. Un'unica navata è all'interno. Esterno: Il muro di cinta consta di un accesso che immette nella gradinata d'accesso alla chiesa. Davanti l'accesso principale vi è una colonna proveniente da Juvanum, l'antica città preromana posta sotto il monte. La facciata è a capanna assai semplice, costruita con pietre della Majella. Oltre al portale colonnato vi è un piccolo rosone al centro della facciata. Il campanile originale era a vela ma con una conformità di torretta rettangolare con quattro archi laterali per le campagne. Ricostruito dopo la guerra del '44, la nuova torre è incompiuta, composta di cemento armato a tre settori con la loggia campanaria sulla sommità, protetta da una cuspide che copre la parte non ultimata. Interno della chiesa di San Martino e Santa Giusta è sita a Montenerodomo: sopra il muro della facciata vi è un coretto sopraelevato, sostenuto da quattro colonne in pietra, al quale si accede attraverso una scalinata a chiocciola a mattoni. Sulla destra vi è un fonte battesimale ed un quadro del 1988 di Mario Di Francesco. Vi era anche un organo, oggi scomparso perché distrutto dai tedeschi. Altare e statue: A destra dell'altare maggiore vi è l'altarino dell'Immacolata concezione, invece a sinistra vi è l'altarino di San Fedele (patrono di Montenerodomo). Altre 10 nicchie contengono delle statue molto venerate a Montenerodomo, tra cui: a destra: l'Addolorata; San Francesco da Paola; San Nicola di Bari; Santa Dorotea. A sinistra: Sant'Antonio abate; San Rocco; il Sacro Cuore di Gesù; Sant'Agata; San Gabriele dell'Addolorata. Sulla destra della chiesa di San Martino e Santa Giusta è sita a Montenerodomo vi sono 3 vetrate realizzate dalla ditta fiorentina Mellini raffiguranti: Gesù-Buon Pastore con Vincenzo Fagiolo arcivescovo; lo Spirito Santo che scende verso Maria; il cenacolo con i 12 apostoli. Sul muro di sinistra vi sono invece 3 quadri (realizzati negli anni '80 da Franco di Virgilio di Casacanditella durante i restauri): Adamo ed Eva tentati dal serpente con la mela; l'Annunciazione; la Natività con San Giuseppe e la Madonna. Nell'arco che divide la navata dal presbiterio, vi è una statua di San Martino tenuto da angeli. Sotto vi è un bassorilievo in stucco e gesso. Il presbiterio della chiesa di San Martino e Santa Giusta è sita a Montenerodomo: Il presbiterio è lungo 7,60 m., largo 6,90 m. e meno elevato della navata della chiesa. Sulla parete opposta a quella di entrata vi è un coro ligneo dell'800. Sopra vi è una vetrata a mosaico Gesù crocefisso con le 3 Marie ai suoi piedi (la Madonna, Maria di Cleofa e la Maria Maddalena). Sulla parete di destra vi è un quadro raffigurante Gesù Risorto, mentre sulla parete di sinistra vi è un secondo quadro raffigurante la deposizione del Cristo Morto. In alto, presso l'incrocio degli archi vengono raffigurati i 4 Evangelisti. Al centro del presbiterio vi è un altare marmoreo moderno grande e squadrato. Dietro 2 gradini uno scanno marmoreo per il parroco e dietro ancora un tabernacolo in ferro battuto poggiante su una colonna cilindrica.
OSTELLI DELLA GIOVENTU' MONTENERODOMO (CH)
La storia del paese di Montenerodomo (Ch) è situato nel Parco Nazionale della Maiella a 1165 metri s.l.m., nel cuore dell’Appennino abruzzese, tra gli alvei dei torrenti San Giusto e San Leo, arroccato su uno sperone roccioso con il quale sembra fondersi. Non da oggi, comunque, dal momento che i resti di mura ciclopiche poligonali testimoniano l’antichissima origine del paese che si perde nella notte dei tempi. La straordinaria bellezza di questa parte dell’ Abruzzo ha incantato perfino uno spirito grande come quello di Benedetto Croce, di cui è nota l’ascendenza paterna da questo paese, il quale, nella Monografia dedicata a Montenerodomo (“ove vissero ab antico i miei maggiori”) così descrive il panorama che si domina dalla sommità del paese: “quando l’aria è limpida l’occhio scopre Chieti e le vele della marina adriatica, e perfino qualche lembo delle coste dalmatiche. A mezzogiorno (ossia “dalla parte del Sangro”) sono i monti Ferrari e la boscosa collina di Montedoro, con le vicine terre di Civitaluparella, di Pizzoferrato e, più in là, Quadri, Fallo e Borrello…. Tra occidente e settentrione, le sta innanzi il gran massiccio della Maiella, al quale la ricongiunge un suolo tutte onde e rigonfiature e poggi e colline, verdeggiante o biondeggiante per pascoli e seminati o nereggiante per selve, e qua e là brullo e sassoso…. Dall’alto si vedono, da quel lato (“dalla parte dell’Aventino”), Colledimacine e Lama dei Peligni a pie’ della Maiella, e, verso oriente, Civitella Messer Raimondo…e, prossimi sulle colline intermedie, Buonanotte…Fallascoso, Pennadomo e, più discosto, Bomba e la cima del Pallano” (B. Croce, Storia del Regno di Napoli).Qui sorse l’antica città sannita e poi romana di Juvanum, le cui vestigia sono visibili nell’area archeologica omonima, sede anche del Museo Archeologico e di quello sulla Storia e Trasformazione del Paesaggio. L’agricoltura montana e la zootecnica, ampiamente praticati, offrono prodotti caseari, insaccati e carne di ottima qualità. E’ un luogo ideale per vivere e, per il turista, villeggiare in un ambiente sociale cordiale a contatto con una natura ancora incontaminata. Si raggiunge Montenerodomo dalla A 14 (uscita Val di Sangro), percorrendo la Strada Statale 652 Fondovalle Sangro (uscita Roccascalegna) e proseguendo sulla Strada Provinciale 110 direzione Torricella Peligna; dalla A 25 (uscita Pratola-Sulmona) attraverso le Strade Statali 17 ed 84 e la Strada Provinciale 117 Palena-Montenerodomo; da Castel di Sangro percorrendo la Strada Statale 652 (uscita Fallo); da Casoli mediante la S.P. Peligna attraverso Gessopalena e Torricella Peligna.
RIFUGI E BIVACCHI A MONTENERODOMO (CH)
Montenerodomo (Ch), dall'emigrazione ai giorni nostri. E ricomparve il flagello dell'emigrazione. La miseria di quegli anni spinse nuovamente i Monteneresi ad emigrare. Le loro mete questa volta furono soprattutto i paesi europei come la Svizzera, la Germania, la Francia e le miniere di carbone del Belgio, ma interi nuclei familiari raggiunsero anche il Canada, l'Australia e, nuovamente, gli U.S.A. e l'Argentina. In vent'anni la popolazione di Montenerodomo diminuì del 42% passando dai 2202 abitanti del 1951 ai 1276 del 1971. Nonostante il vistoso calo demografico, in quegli anni il paese progredì enormemente compiendo un decisivo salto di qualità: furono pavimentate tutte le strade dell'abitato (1951/56); fu migliorata la pubblica illuminazione, costruito il nuovo edificio scolastico, che dal 1963 ospitò le scuole elementari e medie, e tutte le abitazioni furono dotate di acqua e di fognature (1956/60); si costruì la nuova scuola materna (1960/64) ed il campo sportivo (1964/70); infine, negli anni 1970/75, furono realizzate le nuove reti idrica e fognante e rinnovate la pubblica illuminazione e la pavimentazione del centro abitato, mentre le rimesse dell'emigrazione, con il miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie, permisero anche l'ammodernamento delle abitazioni che, meglio rifinite e più confortevoli, assunsero l'aspetto attuale. E come tutto ha termine, così anche l'emigrazione, continuata in tono minore negli anni '70, ma indirizzata non più verso l'estero, bensì verso le grandi città del nord-Italia, si è arrestata agli inizi degli anni '80 con l'insediamento della grande industria nella Val di Sangro. I moti studenteschi del '68 trovarono eco anche nel nostro paese dando nuova linfa all'associazionismo giovanile. Si diede vita prima al "Club Juvanum", punto di riferimento della gioventù montenerese e fulcro organizzativo delle manifestazioni ricreative e culturali negli anni '70, e quindi all'Associazione Pro-Loco, che idealmente ne prese il testimone e che, negli anni successivi, diede nuovo impulso alla riscoperta delle tradizioni. Nel 1984 nacque l'A.S. Montenerodomo, l'associazione sportiva che, per quindici anni, ha permesso ai colori giallo-rossi della locale squadra calcistica la partecipazione ai campionati dilettantistici provinciali.Il 7 maggio dello stesso anno, alle ore 19,57, una scossa di terremoto del VII-VIII grado della scala Mercalli, con epicentro nella Val di Comino, ai confini con il Lazio, allarmò la popolazione che si riversò, attonita, nelle strade facendo rientro nelle proprie case solo l'indomani, dopo aver trascorso la notte all'addiaccio ed aver verificato l'integrità delle loro abitazioni. Il terremoto si ripeté con intensità quasi identica quattro giorni dopo (alle ore 12,45 dell'11 maggio), ma anche questo secondo sisma, il cui epicentro fu localizzato nel Parco Nazionale d'Abruzzo, non provocò alcun danno. Nella seconda metà degli anni '80 si colloca, infine, la fugace eterea apparizione di "Radio Juvanum", tentativo non riuscito di dar vita a una piccola emittente radiofonica. Il progresso del paese è continuato, inarrestabile: vengono costruiti l'ambulatorio medico con annessa farmacia, la biblioteca comunale, i nuovi impianti sportivi e le reti idriche nelle contrade (1975/85), migliorata la viabilità tra queste e il centro abitato (1985/90) ammodernata la pubblica illuminazione del centro abitato e realizzata quella dei casolari, che sono stati provvisti di idoneo sistema fognante. Si è, inoltre, provveduto a realizzare l'area polivalente della "Mandrella" ed a metanizzare il territorio comunale (1995/2003). Nell'ultimo decennio, la realizzazione del Parco Archeologico di Juvanum e l'istituzione del Parco Nazionale della Maiella, di cui il Comune fa parte, hanno posto le basi per la valorizzazione turistica del nostro territorio, che potrà compiutamente concretizzarsi con l'apertura del Museo Archeologico, ubicato nella struttura museale di Juvanum (già sede del Museo del Territorio e della Storia e Trasformazione del Paesaggio), e del Centro Visite del P.N.M. costruito in Contrada Selvoni, l'allestimento di percorsi escursionistici e il potenziamento delle strutture recettive. Il 31 ottobre ed il 5 novembre 2002 la terra ha tremato nuovamente, senza, però, alcuna conseguenza per le nostre abitazioni. Il 19 ottobre 2003, dopo oltre dieci anni dall'inizio dei lavori, è stato, infine, inaugurato l'Oratorio parrocchiale "Santa Maria Goretti".
Montenerodomo (Ch) e Juvanum nei secoli. In epoca protostorica il territorio di Montenerodomo era abitato dai Carecini, tribù sannita discendente da popolazioni di stirpe ariana che, provenienti dall'Europa nord-orientale, arrivarono in Italia attorno al II millennio a. C. . Caratteristica di questo popolo era quella di non formare grandi agglomerati urbani, ma di presidiare il territorio mediante piccoli e numerosi insediamenti sparsi nelle vallate e costruire, sulla sommità di alture e colline, recinti fortificati da imponenti mura (gli "oppida") a controllo delle valli sottostanti e dei tracciati viari. Il principale centro fortificato dei Carecini infernates (meridionali), l'unico che potesse anche contenere un abitato, era certamente quello di Montenerodomo. Quest'oppidum, insieme a quelli costruiti sulla sommità di Monte di Maio e del Colle della Guardia, posti a occidente e a breve distanza, tutti databili tra il VI e il IV secolo a. C. (e, probabilmente, ad un quarto centro fortificato situato a sud, sulla sommità di Monte Pidocchio), costituivano una sorta di sbarramento semicircolare a protezione della vallata in cui, nel IV secolo a. C., su un pianoro ricco di acqua sorgiva e all'incrocio di due tratturi che, attraverso il territorio carecino, mettevano in comunicazione il territorio peligno con quello frentano, sorgerà il santuario italico di Juvanum. La presenza di una sorgente, ancor oggi abbondante, presso la quale probabilmente sostavano le greggi transumanti, fu senz'altro determinante per la scelta del luogo ove edificare il santuario. Nel corso o verso la fine del IV secolo a. C. la sommità della collinetta prospiciente la sorgente fu cinta di mura poligonali (il "temenos" o recinto sacro). Con tutta probabilità inizialmente il temenos racchiudeva un'area sacra senza templi. Poi, nel III secolo-prima metà del II secolo a. C., in posizione centrale, venne costruito un tempio tetrastilo (forse dedicato ad Ercole), ed, entro la metà del II secolo a. C., in sostituzione di questo, distrutto dal fuoco (forse durante la II guerra punica), ne fu edificato un altro ad esso parallelo. Infine, sempre nello stesso secolo, lungo il pendio rivolto verso la sorgente, fu poi costruito un teatro con la cavea totalmente addossata alla collina. La costruzione di quest'ultimo accentuò enormemente l'importanza del santuario che veniva così ad essere non solo un centro religioso, ma anche un importante centro amministrativo, sede di assemblee decisionali, specie nel periodo di preparazione del Bellum sociale. I Carecini fanno il loro ingresso nella storia nel 354 a. C. quando, come costituenti della Lega Sannitica, insieme a Pentri, Irpini e Caudini, firmano un trattato di alleanza con Roma, probabilmente per definire i limiti delle rispettive zone d'influenza e di espansione territoriale e anche per fronteggiare il pericolo rappresentato dai Galli, a nord, e dai Greci-italioti, a sud. Ma, dopo appena undici anni, le mire espansionistiche delle due potenze militari portarono alla violazione del trattato e allo scatenamento di una serie di guerre combattute per il predominio sulla Penisola che si protrassero dal 343 al 290 a. C. (le tre guerre sannitiche) e, nuovamente, dal 284 al 272 a. C. (la guerra di Pirro) e che, dopo alterne vicende, vide la vittoria arridere alle armi romane. Il territorio carecino fu interessato dagli eventi bellici nel 311 a. C., nel corso della II guerra sannitica. Alla ripresa delle ostilità, dopo l'onta delle Forche Caudine, l'esercito romano al comando del console Caio Giunio Bubulco Bruto fu inviato nel Sannio carecino per impedire che le forze etrusche potessero unirsi a quelle sannite. Il console riuscì nell'impresa ma Tito Livio è costretto ad ammettere che, a fronte di modesti successi che si risolsero nel saccheggio di minuscole comunità (Cataracta, Cerunilia), subì una serie di sconfitte nei pressi di Cluviae (l'oppidum dei Carecini Supernates) e di Juvanum (E.T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Ed. Einaudi). Durante la III guerra sannitica, poi, quando il teatro delle operazioni militari si spostò nel Sannio settentrionale, dopo l'occupazione romana di Aufidena, e, ancor più, durante la guerra con Pirro e la successiva fondazione della colonia romana di Aesernia, il tracciato viario passante per Juvanum assunse grande importanza e venne particolarmente sfruttato sia per la transumanza che per gli altri rapporti che intercorrevano fra Peligni, Carecini e Frentani. L'ultimo disperato sussulto indipendentistico, dopo la fine delle guerre sannitiche, si registra nel 269 a. C. ed ha per protagonista un ostaggio sannita di nome Lollio, che, fuggito da Roma e rifugiatosi nel territorio carecino, a Cluviae, secondo il Salmon (op. cit.), nella roccaforte di Montenerodomo, secondo Gianluca Tagliamonte (I Sanniti, Longanesi Ed.), organizzò la ribellione dell'intera etnia carecina, che, però, venne repressa nel sangue, non senza difficoltà, dall'esercito romano guidato dai consoli Q. Ogulnus Gallus e C. Fabius Pictor (E. Fabbricotti, I Sanniti di Abruzzo e Molise, 1984; G. Tagliamonte, op. cit.). Nei due secoli successivi i Carecini rimasero fedeli a Roma, anche dopo la disastrosa sconfitta di Canne, anzi furono proprio Pentri e Carecini a sconfiggere per la prima volta Annibale a Gerunium nel 217 a. C. . Tale fedeltà, pagata con la devastazione del proprio territorio da parte dell'esercito cartaginese (risale a quest'epoca, infatti, l'incendio del tempio iuvanense), fu ricompensata finanziariamente da Roma una volta scongiurato il pericolo cartaginese. Il particolare fervore edilizio che caratterizzò il territorio carecino (costruzione del secondo tempio iuvanense), pentro e frentano nel II secolo a. C., infatti, ne è la riprova, anche se allo sviluppo e all'abbellimento dei santuari sannitici in questo secolo concorse in maniera significativa il mecenatismo di potenti famiglie locali, che, arricchitesi enormemente sia con l'allevamento transumante che con la partecipazione alle attività commerciali con i paesi del Mediterraneo orientale, tentarono senza fortuna l'ascesa politica in Senato. Così, cavalcando il malcontento delle popolazioni italiche, le quali, essendo "cives romani sine suffragio", non godevano degli stessi diritti e benefici dei Romani, fomentarono e sostennero la rivolta antiromana che sfociò nel Bellum sociale e che, dopo aver insanguinato la Penisola dal 91 all'87 a. C., si concluse con la concessione, da parte di Roma, della cittadinanza romana ai popoli italici. I Carecini divennero allora "cives romani optimo iure" e assegnati, insieme a Frentani e Marrucini, alla tribù Arniense.
Montenerodomo (Ch) e Juvanum...oggi. Comprese all'interno del Parco Archeologico, recentemente realizzato dalla Comunità Montana Medio-Sangro –Zona R- di Quadri, le rovine dell'antichissima città, con le pietre ingrigite dal tempo e aggredite dai licheni gialli, sempre battute dal vento, sono silenziose testimoni di otto secoli di storia che solo la paziente opera degli archeologi dell'Istituto di Archeologia e Storia Antica dell'Università "Gabriele D'Annunzio" di Chieti, i quali dal 1980 curano gli scavi del sito di Juvanum, cerca di svelare riportando alla luce di anno in anno nuovi ambienti, il cui studio contribuisce a meglio conoscere questo centro sconosciuto, se si eccettua Plinio (Naturalis Historiae) e Tito Livio (Liber Coloniarum), alle fonti letterarie. La visita di Juvanum, classificato dal Ministero dei Beni Ambientali area archeologica di interesse nazionale, è facilitata da pannelli descrittivi e sarà resa più interessante dall'imminente apertura del Museo Archeologico ubicato al primo piano della moderna struttura museale realizzata in prossimità dell'Acropoli. Destinato ad accogliere il materiale archeologico rinvenuto nell'intero territorio dei Carecini Infernates ( tra cui si annovera un elmo a calotta emisferica di tipo gallico dellaprima metà del III secolo a. C., una testa marmorea di fine I secolo a. C. e la togata e acefala "statua della paura") il Museo Archeologico conserva attualmente nel suo antiquarium un sarcofago in pietra con coperchio a doppio spiovente, che reca sulla fronte un epitaffio inciso su nove righe. Il defunto era Marco Titatius Celer, un giovinetto di sedici anni, di rango equestre, amante della poesia; i dedicanti, invece, i suoi genitori Marco Titatius Rufus e Verania Severa. L'itinerario di visita si snoda secondo un percorso che, partendo dal Santuario italico con i Templi sannitici e il Teatro, ci conduce nel complesso monumentale della città Romana, attraverso il quartiere orientale con la casa di Bacco, il Foro con le sue iscrizioni, la Basilica, le tabernae e il quartiere artigianale.
Montenerodomo (Ch) e Juvanum, il santuario italico. Presso i Sanniti i Santuari, di solito legati alla presenza di una sorgente o di un bosco, considerati sacri, erano situati lungo i percorsi tratturali. Si componevano di un recinto che delimitava un'area consacrata a una divinità all'interno della quale trovava posto un tempio, nella cui cella si conservava l'effigie della divinità, e, nello spazio ad esso antistante, un altare per i sacrifici. Il Santuario di Juvanum sorge sulla sommità di un'altura a nord-ovest della sorgente denominata "fonte Madonna del Palazzo" o, più semplicemente "fonte della Madonna", attorno alla quale, con la realizzazione del Parco Archeologico, è stata creata un'accogliente area per la sosta e il ristoro. Si accede al santuario dopo aver percorso la vecchia strada di accesso al complesso archeologico che si apre, tra due enormi rocchi di colonne lì posizionati negli anni '60, a pochi metri dalla fontana in direzione nord-est. Anticamente, invece, la strada di accesso ricalcava, con tutta probabilità, la cosiddetta Via del Teatro, l'asse viario che, dipartendosi dalla Via Orientale, si inerpicava sulla sommità della collina raccordandosi, prima dell'ingresso nel santuario, con la Via del Foro, la strada basolata che conduceva sul pianoro. Si entra nell'area sacra in prossimità dell'angolo sud-est del "temenos", il recinto sacro, che,costruito nel IV secolo a. C. oltre che per delimitare il santuario, anche con funzione di contenimento del terreno soprastante, appare ben conservato sul lato settentrionale e nelle estremità di quelli orientale e occidentale. A sud, invece, è solo ipotizzabile in quanto questa parte dell'Acropoli è stata sconvolta dalla costruzione prima del monastero cistercense di Santa Maria del Palazzo (XII secolo) e successivamente da una casa colonica (XIX secolo). Il temenos, dell'estensione ipotizzabile di m. 40x46 circa, è costruito in opera poligonale con massi di grandezza maggiore e con tecnica più accurata sul lato nord (forse quello da mettere in maggiore evidenza). All'interno del temenos sono presenti i resti di due templi affiancati distanti tra loro circa tre metri e con identico orientamento ad est. I templi sannitici erano caratterizzati da un alto podio, con scalinata frontale, che immetteva in un atrio colonnato (il "pronao"), che, a sua volta, precedeva la "cella", dov'era custodita la statua di culto. I due templi iuvanensi non sono cronologicamente contemporanei come testimonia anche il diverso tipo di pietra utilizzato (più porosa quella del tempio maggiore, che non si ritrova in nessun'altra costruzione iuvanense). Il tempio maggiore ( cosiddetto "Tempio A" ), più antico, collocato più ad ovest, è stato in gran parte obliterato dalle strutture del monastero cistercense e della chiesa di Santa Maria del Palazzo, per la cui costruzione i monaci utilizzarono, come materiale di risulta, i resti della città ormai abbandonata. Il monastero di Santa Maria del Palazzo, le cui rovine sono visibili nella parte occidentale della collina, era costituito da un edificio con accesso centrale che immetteva in un lungo corridoio sul quale si aprivano quattro vani. Alla sua destra, costruita sulla metà del tempio, ma a un livello più elevato, sorgeva la chiesa, della quale rimane un piccolo tratto di muro e un vano quadrato con pareti molto spesse (probabilmente il campanile “Il Tempio A”, edificato nella prima metà del II secolo a. C., occupava la parte centrale dell'Acropoli. Mal conservato, rimane libero dal materiale di crollo della chiesa il lato settentrionale del basamento e della cella e l'angolo nord-orientale. Come si può dedurre dai frammenti rinvenuti lì attorno, probabilmente aveva un podio con una gradinata addossata e quattro colonne poste sulla fronte (era, dunque, un tempio tetrastilo). Non sappiamo a quale divinità fosse dedicato. Forse a Ercole, il cui culto, strettamente connesso alle sorgenti e alla pastorizia, è documentato a Juvanum da un "Collegium Hercolaniorum" (ma in questa città è anche attestato il culto per Diana, Minerva Vittoria). Il Tempio A, distrutto da un incendio, non fu più ricostruito. Alla sua destra, nella seconda metà del II secolo a. C., in sua sostituzione, ne fu eretto un altro, di dimensioni minori (cosiddetto "Tempio B"). Anch'esso tetrastilo e con gradinata di accesso incassata nel podio, conserva le pareti ai lati della scalinata, nonché i muri perimetrali del pronao e della cella, che mostra anche una piccola parte del pavimento a lastroni di calcare. Al santuario italico è strettamente connesso il Teatro situato alle pendici orientali dell'Acropoli. Costruito nel II secolo a. C., unico nel suo genere esistente nella Provincia di Chieti, è stato riportato alla luce dagli scavi dell'Inglieri nel 1940 e restaurato, vent'anni dopo, a cura di Valerio Cianfarani. Al teatro si accedeva da un diverticolo della strada basolata (chiamata, appunto, Via del Teatro) che, come già esposto, dipartendosi dalla Via Orientale (il "Cardo maximus"), conduceva fin sull'Acropoli. Costruito alla maniera greca, comprendeva: la cavea, l'orchestra e il proscenio. Della prima, totalmente addossata al fianco della collina, che, oltre a ripararlo dai venti freddi del nord, permetteva un'ottima acustica, e dove prendevano posto gli spettatori, si conservano sette file di gradini realizzati con pietra locale. L'"orchestra", è lo spazio semicircolare posto tra la cavea e il proscenio, nella quale si esibivano i coristi e i danzanti.
Montenerodomo (Ch) e Juvanum, il santuario italico. Ben conservata, era accuratamente lastricata con pietre di dimensioni minori ai lati e più grandi al centro. Sul "proscenio", delimitato da una fila di blocchi sagomati inframmezzata da tre nicchie: semicircolare quella centrale e di forma quadrata le laterali, prendevano posto gli attori. Le rappresentazioni teatrali, affidate ad attori che recitavano con maschere di legno che ne amplificavano la voce, si svolgevano sulla "scena", che, a distanza di circa due metri, seguiva il proscenio e che poteva essere chiusa sul fondo da pannelli in legno o in muratura, sui quali dipingere la scenografia, o lasciata aperta. Nella parte centrale della cavea, scavati nei gradini, sono presenti dei fori, tra loro in asse, che probabilmente servivano per il sostegno dei pali utilizzati per tendere il "velarium", il telone di copertura, nelle giornate inclementi. Il teatro, oltre che per rappresentazioni teatrali, veniva utilizzato anche per assemblee politico-amministrative. In connessione con il santuario sannitico erano anche alcune strutture utilitaristiche situate sul pianoro a nord dell'Acropoli. Esse, infatti, non appaiono allineate con gli edifici della città romana costruita in epoca giulio-claudia, bensì seguono le curve di livello della collina. Gli edifici più antichi, costruiti in età repubblicana, prima del Bellum sociale, comprendono alcuni locali situati a ridosso della Via del Foro, la strada basolata che scende dalla collina, alla sua destra. Quest'insediamento fu distrutto dalla costruzione della strada. {mosimage}Infatti le muraturedi questi ambienti continuano sotto di essa. Dopo la guerra sociale essi furono ricostruiti più ad est, con tutta probabilità contemporaneamente alla costruzione del primo tratto della Via del Foro con la quale sono in asse (il secondo tratto, al di là della fogna, è contemporaneo all'impianto forense, con cui venne raccordato determinandone il cambio di direzione). Questo nuovo insediamento, sempre costituito da ambienti utilitaristici a servizio del santuario (vi sono stati trovati un forno ceramico e due locali con cucina), ebbe continuità di vita, anche se riadattato per nuovi usi, fino al IV secolo d. C. Infatti, la fognatura costruita in prossimità della città romana, venne intenzionalmente deviata ad angolo per rispettare le strutture preesistenti da non distruggere.
Montenerodomo e Il Foro: Era una grande piazza rettangolare lunga m. 62 e larga 27,50, interamente circondata da un portico colonnato, più largo a nord, dove fungeva da atrio della Basilica, (le colonne, in numero di 8 sul lato corto e 18 su quello lungo, erano cilindriche se laterali ed ellittiche se angolari ), adorna di statue e completamente lastricata con basoli calcarei. {mosimage} Sulle tre file centrali campeggiava la grande iscrizione pavimentale, a ricordo del magistrato che aveva finanziato la pavimentazione della piazza. Ben visibile provenendo da sud, l'iscrizione era composta da lettere bronzee alloggiate in incavi e fori praticati nei basoli. Il Foro era il centro della vita amministrativa ed economica del Municipio, dove si teneva il mercato e dove si svolgevano le pubbliche adunanze. Della splendida piazza di un tempo si conserva in buono stato parte della pavimentazione (completamente divelta solo sul lato orientale) e le basi delle statue che l'abbellivano. Di queste, due recano ancora le epigrafi onorarie incise dai lapicidi: una, situata a nord-ovest del Foro, sosteneva la statua della dea Minerva, l'altra, posta a sud, in prossimità della Via del Foro, sorreggeva quella di Cornelia Salonina, moglie dell'imperatore Gallieno. Dell'iscrizione forense, invece, restano, sulle lastre calcaree, solamente le cavità dove le zanche di piombo ancoravano le lettere bronzee che la componevano. Sui lati orientale, meridionale e occidentale del Foro erano situate le "tabernae", ossia le botteghe artigiane. Riconoscibili dall'ampio ingresso, che si apriva sul Foro, e con i muri perimetrali in comune, se edificate sullo stesso lato, esse vennero trasformate, in età traianea, quando, con la costruzione di tramezzi interni, vennero divise in due vani con la creazione di un retrobottega. Realizzate in "opus incertum", sono state riportate completamente in luce, solamente sul lato sud, dove sono visibili i muri per un'altezza di circa 50 centimetri. Lo stemma araldico del Comune di Montenerodomo. L'emblema araldico raffigurante un leone rampante, già in uso nei sigilli comunali a partire dagli anni '50 è stato assunto quale stemma civico del comune di Montenerodomo (e caricato sul Gonfalone) con Deliberazione del Consiglio comunale n. 137 del 27 novembre 1983 e concesso con Decreto del Presidente della Repubblica del 10 gennaio 1984.E' costituito da: "uno scudo di foggia sannita di colore azzurro con un leone d'oro, linguato, armato e illuminato di rosso, che tiene tra le branche anteriori un bisante d'oro e poggiante con la branca posteriore sinistra sulla campagna d'argento, sormontato da una corona turrita d'argento". Sotto lo scudo sono presenti due ramoscelli, rispettivamente, di quercia e di alloro legati fra loro da un nastrino tricolore. Utilizzo dello stemma araldico: L'articolo 5, comma 3, dello Statuto comunale prevede l'utilizzo dello stemma civico e la sua riproduzione per fini non istituzionali solo quando sussista un pubblico interesse o vi sia la partecipazione del Comune, previa autorizzazione del Sindaco e/o della Giunta.
Itinerari a Montenerodomo (Ch) Percorso della pietra: Lasciata Piazza De Thomasis ci si immette in Salita della Torre, a metà della quale, su un costone roccioso, sono presenti i resti di un torrione eretto nel medioevo sulla sommità di un arco a guardia della "porta di San Martino" (ingresso sud dell'abitato in quell'epoca) che era situata immediatamente in basso all'inizio dell'attuale scalinata che, con un percorso ad esse, conduce in Piazza Benedetto Croce. Soffermandosi poco oltre, alla fine della prima rampa lo sguardo viene attratto da un muro possente elevato sulle rocce a strapiombo che rappresentavano un baluardo difensivo naturale, inattaccabile dell'abitato medioevale. In parte crollato, conserva ancora la grandiosità della costruzione di cui rappresentava la facciata nord-orientale. Era, questa, la casa della famiglia Croce (dove –scrive Benedetto Croce- vissero ab antico i miei maggiori) che, con la sua imponenza, giungeva ad occupare metà della piazza attuale, intitolata al filosofo, dove una lapide, apposta nel 1967 su una cornice dell'edificio, e attualmente in fase di ristrutturazione, così ricordava l'ascendenza paterna dell'illustre abruzzese: qui' distrutta dalla guerra sorgeva la casa degli avi di benedetto croce che con la sua opera immortale rese sacro questo luogo. I resti del Palazzo Croce: Giunti in piazza, il tempo di soffermarsi ad ammirare lo stupendo panorama che da qui si gode, si è colpiti da due enormi pietre miliari di epoca romana murate nel muro di sostegno della scalinata, che conduce sul sagrato della chiesa di San Martino. Questa, costruita nel XIV secolo, è stata più volte oggetto di lavori di consolidamento e di restauro che, nel corso dei secoli, ne hanno modificato l'aspetto originale. In particolare, dopo gli ultimi lavori (1979/84), il campanile, prima edificato sulla sommità della facciata, è stato ricostruito sulla sinistra, staccato dalla costruzione. La Chiesa Madre: All'interno la chiesa conserva, oltre ad alcuni pregevoli dipinti, opera del pittore Franco Di Virgilio, e a quattro belle vetrate istoriate, il marmoreo fonte battesimale e un ottocentesco coro ligneo, mentre una croce processionale, con raffigurazioni in rilievo del 1610, è purtroppo andata perduta, così come il bastone argenteo che ornava la statua di San Rocco, nonché il cuore d'argento trafitto da sette piccole spade d'oro che abbelliva quella dell'Addolorata. Non è più visibile, infine, perché nascosta dall'attuale, la pavimentazione originaria costituita da grossi e squadrati lastroni in pietra (le tipiche "lisce"). Alla sinistra della chiesa sorgeva la casa dove, nel 1767, vide la luce Giuseppe De Thomasis. Non più ricostruita dopo la seconda guerra mondiale, di essa è ben conservata solo la facciata nord-orientale, costruita con grandi pietre squadrate, che ne lasciano ben immaginare la maestosità di un tempo. La casa natale di Giuseppe De Thomasis di Montenerodomo (Ch): Sulle sue rovine, alla sommità del colle, è stato realizzato un punto di osservazione panoramico, dal quale, nelle giornate limpide, l'occhio riesce a scorgere il mare Adriatico, le isole Tremiti e perfino le coste dalmate, mentre, nelle notti estive, il cielo stellato può essere contemplato in tutta la sua maestosità. Ridiscesi in Piazza Croce e visitata la mostra di immagini e foto d'epoca allestita al pianterreno della casa comunale, si riprende il cammino dirigendosi verso il Rione San Martino. Dopo averlo attraversato l'itinerario prevede la visita degli imponenti resti delle Mura Megalitiche che cingevano l'oppidum carecino di Montenerodomo. Queste mura, integrandosi con le difese naturali, fortificavano tutta l'area oggi occupata dal centro storico, dal Rione San Martino e da Pianoianiero. Della roccaforte sannitica si conservano ancora oggi diversi tratti di mura. I resti più imponenti si trovano nella parte occidentale dell'abitato moderno, presso la pineta e, adiacente alla cabina dell'ENEL, a sostegno dell'attuale Via Rossini. Il tratto di mura meglio conservato è quello che decorre sottostante la pineta. Esteso per una lunghezza di quasi 30 metri, raggiunge l'altezza di oltre 2 metri e altrettanti di spessore e si integra, da ambo i lati, con banchi rocciosi naturali. La cinta muraria segue fedelmente il terreno e i blocchi calcarei di cui è composta, rudemente sbozzati, sono posti gli uni sugli altri senza creare una facciavista regolare. Quelli della prima fila sono di dimensioni minori rispetto ai soprastanti, mentre il paramento anteriore appare lievemente inclinato verso il pendio del monte. Mura megalitiche del versante occidentale dell'oppidum di Montenerodomo. Poco più a nord, nei pressi della cabina ENEL, le mura ricompaiono con tutta la loro maestosità. In parte obliterato dalla costruzione della sovrastante Via Rossini, il tratto visibile, esteso per circa 5 metri, ed eretto con la stessa tecnica costruttiva del precedente, consta di cinque fila di massi che raggiungono un'altezza di oltre 3 metri. Sugli altri versanti le mura sono appena rintracciabili. Sul lato settentrionale, ai lati della strada d'accesso al paese e nel settore orientale, sul Monte Calvario, rimangono solo i blocchi di base e, soltanto in pochi punti, due file di essi. Nella parte meridionale, infine, la costruzione dell'abitato ne ha cancellato ogni traccia. Dal Monte Calvario si raggiunge la località "Piè del Colle" dove ci si può dissetare alle "Bocche di Tamara", una fontana in pietra, di recente restauro, in cui l'acqua sgorga da tre zampilli che riproducono le labbra dell'autrice, la scultrice austro-tedesca Tamara Grcic, e riposare all'ombra di un grande melo, contemplando la Maiella che si staglia all'orizzonte.
Itinerari a Montenerodomo (Ch) Le "bocche di Tamara": Risaliti sulla strada comunale che gira attorno all'abitato, a qualche centinaio di metri in direzione sud, in località "Lago", tra una vecchia cava di pietra con un frantoio in disuso e il vecchio lavatoio comunale, è presente un altro fontanile (la fonte dei truoccoli) con un'enorme vasca in pietra, non distante dal quale, in direzione dell'abitato, è rinvenibile un tratto di strada basolata romana. Continuando il cammino sulla strada comunale, sempre in direzione sud, dopo circa un chilometro, in località "Masciberte", dove, da fittili e cocci rinvenuti, nei tempi antichi ebbe sicuramente sede una villa rustica, ci si imbatte in un'altra fontana in pietra (nel territorio comunale ne sono presenti oltre una decina). Da qui, proseguendo in direzione Marangola, in prossimità del bosco Paganello, dove sono rinvenibili tracce di centuriazione romana, tra il verde intenso dei pascoli e dei prati punteggiato dai colori delle fioriture del prugnolo, della rosa canina e del biancospino, il grigio delle pietre accumulate a formare le caratteristiche "macerine" e il marrone della terra dissodata (o il giallo delle colture cerealicole), è possibile ammirare una splendida capanna a tholos, ancora in ottimo stato. Capanna a tholos Girando a destra, invece, con un percorso panoramico, si torna nuovamente in Piazza De Thomasis. Il Gonfalone del comune di Montenerodomo, nella foggia autorizzata con Decreto del Presidente della Repubblica in data 10 gennaio 1984, è formato da un drappo di seta bianco, riccamente ornato di ricami d'argento caricato dell'emblema araldico sormontato da una corona turrita con la soprascritta Comune di Montenerodomo. Sotto lo stemma due ramoscelli di quercia e d'alloro legati da un nastrino tricolore. Il Gonfalone del comune di Montenerodomo, con D.P.R. 26 giugno 1975 n. 319, è stato decorato con la croce di guerra al valor militare. Uso del gonfalone del comune di Montenerodomo (Ch): L'art. 5, comma 2, dello Statuto comunale prevede che il Gonfalone può essere esibito, accompagnato dal Sindaco, nelle cerimonie e nelle altre pubbliche ricorrenze.
La Regione Abruzzo. La fisionomia della Regione Abruzzo è caratterizzata dall’accostamento di due lineamenti geografici profondamente diversi: la montagna e il mare: L’Abruzzo montano, con numerosi centri sciistici con impianti di avanguardia, comprende i maggiori massicci dell’Appennino (il Gran Sasso d’Italia e la Majella), numerosi rilievi che raggiungono anch’essi notevole altitudine e altipiani intervallati dalle conche dell’Aquila e di Sulmona, mentre verso il confine con la Regione Lazio si stende la fertile conca del Fucino, risultante dal prosciugamento del lago omonimo portato a termine dal Duca Alessandro Torlonia nel 1875. Oggi l’ex alveo del lago rappresenta il fulcro della produttività agricola marsicana. Nel suo territorio è stata installata, da alcuni decenni, l’antenna parabolica della Società Telespazio, i cui sistemi di trasmissione e di ricezione per via satellite sono all’avanguardia in campo mondiale. L’Abruzzo marittimo, con i suoi centri turistici balneare, si aftaccia sull’Adriatico fra le foci del Tronto e del Trigno, in una fascia costiera sostanzialmente compatta, solcata da fiumi che scendono dal rilievo appenninico e subappenninico ed affiancata dalla discontinua cornice di ridenti zone collinari. Le 18 (perle dell'Abruzzo) stazioni balneari più rinomate, dotate di ogni moderno contorto, sono: Alba Adriatica, Martinsicuro, Tortoreto Lido, Giulianova Lido, Roseto degli Abruzzi, Pineto, Silvi Marina, Marina di Città Sant'Angelo, Montesilvano, Pescara, Francavilla al Mare, Ortona, Marina di San Vito, Fossacesia Marina, Torino di Sangro Marina, Lido di Casalbordino, Marina di Vasto, San Salvo MarinaI centri storici sparsi nelle quattro province abruzzesi sono più di 150 e di grande interesse turistico, sportivo e climatico sono: i laghi di Campotosto, Barrea, Scanno, Villalago e BombaUna nota particolare merita il Parco Nazionale d’Abruzzo, compreso tra l’area del Fucino a Nord-Ovest e la catena montuosa delle Mainarde Sud-Est, delimitato a Est dai Monti Marsicani, a Sud e Sud-Ovest dallo spartiacque tra il Sangro e il Liri, con gli immensi e centenari boschi, gli ameni altipiani e le gole selvagge, ricchi di straordinaria varietà di flora e di faunaNel suo territorio, per una estensione di 400 Kmq a vincolo intero e 600 Kmq con speciali restrizioni, viene assicurata la tutela e il miglioramento del patrimonio arboreo e faunistico.
 
 
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