Ospitalità nel chietino – Dove dormire a Casalincontrada (Ch) - Abruzzo... una regione da vivere e... da scoprire.

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Ospitalità nel chietino – Dove dormire a Casalincontrada (Ch)

Chieti > Ospitalità Provincia di Chieti
GUIDA ALL'OSPITALITA' NEL PAESE DI CASALINCONTRADA (CH)
 
Ospitalità nel Paese di CASALINCONTRADA (Ch) (m. 333 s.l.m.)
Coordinate geografiche del paese di Casalincontrada: 42°18′N 14°08′E
     
  CAP: 66012 -  085 -  0871.370138 - Da visitare:   
 MUNICIPIO DI CASALINCONTRADA 0871.370130   0871371.552      0871.370130 -  00273020693
Come raggiungere Casalincontrada Satzione: Chieti a 11 Km.   Aeroporto d'Abruzzo a 22 Km.  Uscita: Chieti
 
HOTELS ED ALBERGHI CASALINCONTRADA (CH)
Persone legate a Casalincontrada: Cesare de Lollis (Casalincontrada, 1863 - ivi 1928), storico colombiano, filologo, critico letterario, scrittore; Alceste Umberto Vittorio de Lollis (Casalincontrada, 1896 - Piccolo Colbricon 1916), patriota; Alceste Tito de Lollis (Fallo, Chieti, 1820 - Casalincontrada 1887), poeta, scrittore e patriota; Angelo De Luca (Casalincontrada 1904 - Chieti 1975), ingegnere, senatore della Repubblica, ministro delle Poste e Telecomunicazioni; P. Ruffino Franceschelli (Casalincontrada, fine XIII sec. - 1350 ?), frate minore; Antonio Turelli (Casalincontrada, seconda metà del sec. XVI - prima metà del sec. XVII), domenicano, poeta; Giuseppe Di Falco (Casalincontrada 1930), vescovo; Fausto De Sanctis (Casalincontrada 1952), storico, linguista, poeta.
RESIDENZE TURISTICHE ALBERGHIERE CASALINCONTRADA (CH)
La chiesa di Santo Stefano Protomartire si trova in Corso Vittorio Emanuele a Casalincontrada, in provincia di Chieti. La prima menzione della chiesa la si trova in una sentenza arbitrale del 12 aprile del 1302. Nel 1324-25 fa parte della Rationes Decimarum tra le chiese soggette al Monastero di Santa Maria d'Arabona (in questo periodo risulta come chiesa rurale). Il marchese Giovanni Battista fece ristrutturare la chiesa dopo i danneggiamenti dei terremoti del 1661 e 1688 come prova un epitaffio in pietra. Tuttavia la chiesa fu di nuovo danneggiata dal terremoto della Maiella del 3 novembre del 1706. Il marchese poteva ascoltare la messa tramite una finestra che comunicava con la chiesa madre. Dopo il terremoto del 25 luglio del 1805 fu gravemente danneggiata insieme a molte case e fu progressivamente abbandonata. Così, gli abitanti di Casalincontrada si riunirono nella Chiesa della Madonna delle Grazie che non era sufficientemente capiente e rischiava di crollare anch'essa. Nell'agosto del 1811 crollò anche il pavimento della chiesa di Santo Stefano e lese anche le tombe sottostanti. Fu impossibile trovare un cimitero per seppellire le salme, così le autorità comunali furono costrette a restaurare la chiesa parrocchiale. Della ricostruzione furono incaricati l'ingegnere Ambrogio Mammarella ed il maestro fabbricatore Sebastiano Mammarella di Bucchianico. Per la ricostruzione, per ridurre le spese previste per 863 ducatied 8 carlini, vennero riciclati i materiali del primitivo impianto della chiesa e come manovali vennero assoldati gli abitanti della cittadina stessa. I lavori di restauro terminarono nel 1814 come prova un'iscrizione su di una porta laterale. Descrizione della chiesa di Santo Stefano Protomartire: L'interno è ad una sola navata con ornamenti, lesene con capitelli dorati, cappelle laterali e soffitto a botte con cupola intradossata barocchi. La facciata è in laterizio intonacato. La zona bassa è più larga e sopraelevata da una scalinata e decorata con lesene. La cornice in alto è orizzontale. Inoltre vi è un timpano con volute di raccordo per la parte inferiore. Sopra il portale vi è una grande finestra. Opere all'interno della chiesa di Santo Stefano Protomartire: Una statua di Sant'Antonio abate in legno policromo alta 1,93 metri, risalente al XVI secolo; Un'acquasantiera in pietra alta 1,39 metri risalente al XVII secolo, un'iscrizione reca la data di fabbricazione (1619); Una vasca utilizzata come fonte battesimale in pietra scolpita con cassone intagliato, è alta 1,24 metri, il cassone è alto 1,35 metri, risale al XVIII secolo; Un pergamo in noce con intarsi e sculture faunistiche, risale al XVIII secolo, è alto 1,06 metri largo 2,15 metri, attualmente è utilizzato come altare principale; Una croce processionale in argento alta 59 centimetri e larga 38 centimetri; risale al XV secolo; Un ostensorio in argento alto 58 centimetri di oreficeria risalente al XVIII secolo, all'interno vi è un reliquario in argento di San Filippo Neri, Santa Barbara e San Giustino vescovo, di oreficeria napoletana alto 28 centimetri risalente al XVIII secolo; Un calice in argento con piede in rame dorato. La sottocoppa è decorata con un bassorilievo raffigurante, tra l'altro, angeli, volute, spighe di grano e grappoli d'uva, è alto 23 centimetri, risale al XVIII secolo; Un incensiere d'argento alto 23 centimetri di oreficeria napoletana risalente al XVIII secolo; Un piatto in ottone per questua con decorazioni a sbalzo di maestranze tedesco-tirolesi con diametro di 37 centimetri risalente al XVIII secolo; Due tele di Francesco Maria De Benedictis raffiguranti: Una visita della regina Saba al Re Salomone del 1843 posto al centro della volta della navata e il martirio di Santo Stefano del 1845 posto dietro l'altare maggiore in alto.
CAMPEGGI CASALINCONTRADA (CH)
La chiesa della Madonna delle Grazie è sita a Largo Finizio a Casalincontrada, in provincia di Chieti. La Storia: Nel XIX secolo l'edificio fu totalmente ricostruita su di una chiesa preesistente. Non sono state riscontrate tracce di costruzioni precedenti, indi la riedificazione parrebbe essere dalle fondamenta né vi sono elementi architettonici di epoche diverse. Descrizione della chiesa della Madonna delle Grazie a Largo Finizio di Casalincontrada: L'esterno: La facciata è piatta con mattoni a vista e terminazione orizzontale in cui vi sono delle paraste, un portale con timpano, una finestra a forma di lunetta. La facciata della sagrestia è austera. Il tetto della chiesa è a doppia falda, mentre quello del campanile e della sagrestia è a pergolato. Sul muro esterno della chiesa vi è un bassorilievo raffigurante un uomo a cavallo. L'interno: L'edificio è a pianta rettangolare. L'interno è ad aula unica con ai lati dei vani adibiti a sacrestia. La tipologia dell'edificio è neoclassica con decorazioni semplici. Nell'aula vi sono due cappelle leggermente incavate per ogni lato, esse sono delimitate con paraste con ritmo binato e volta a botte ad arco a tutto sesto. I locali della sagrestia sono uniti direttamente con la chiesa e sono raggruppati al lato chiesa in un blocco unico. Il campanile è a pianta rettangolare con una piccola scalinata d'accesso. Opere all'interno della chiesa della Madonna delle Grazie a Largo Finizio di Casalincontrada: Una statua della Madonna col Bambino in terracotta policroma alta un metro circa. Risale al XVI secolo. Una statua in legno policromo raffigurante Sant'Antonio da Padova, è alta circa un metro e mezzo, anch'essa risale al XVI secolo; Una corona d'argento della Madonna delle Grazie di oreficeria napoletana, risale al XVIII secolo; Quattro tele del pittore e ritrattista Ferdinando Palmerio da Guardiagrele raffiguranti: Fuga in Egitto, del 1872; Sant'Antonio, del 1872; Santa Lucia, Sant'Apollonia e Sant'Agata, del 1873; La natività, di anno sconosciuto; Una tela raffigurante San Rocco in peste patronus di Francesco Maria De Benedictis, del 1872.
VILLAGGI TURISTICI CASALINCONTRADA (CH)
Cesare De Lollis (Casalincontrada, 13 settembre 1863 – Casalincontrada, 25 aprile 1928) è stato un filologo e storico della letteratura italiano. Figlio del patriota e scrittore Alceste De Lollis, frequentò il liceo a L'Aquila e a Teramo. Fu scolaro a Firenze prima di Napoleone Caix, poi di Adolfo Bartoli e di Girolamo Vitelli, che gli diedero la solida cultura classica, il gusto della ricerca filosofica, la profonda preparazione linguistica, poi di Francesco D'Ovidio e di Ernesto Monaci, che lo indirizzarono verso gli studi romanzi, nei quali si perfezionò a Parigi con Gaston Paris e Paul Meyer. Insegnò filologia romanza nell'Università di Genova e letteratura francese e spagnola a Roma. Occupò infine la cattedra di filologia romanza all'Università di Roma, dove successe proprio a Ernesto Monaci, suo vecchio professore. Dal 1907 fino alla morte diresse la rivista "La Cultura", prima con Luigi Ceci, Bruno Migliorini e altri, poi, dal 1921 al 1928, da solo. De Lollis fece di tale pubblicazione non solo uno strumento di rinnovamento di metodi critici e di apertura verso la cultura europea, ma anche il luogo dove si formarono le più vivaci forze della giovane critica italiana (come Domenico Petrini, Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Arrigo Cajumi) alla luce della sua concezione umanistica dell'esercizio letterario come impiego etico. Nel 1925 è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Allo scoppio della prima guerra mondiale, malgrado l'età, volle arruolarsi e prestare servizio in prima linea. Per il suo portamento militare ottenne riconoscimenti ed encomi. L'opera critica del De Lollis rivendica contro il metodo crociano la rilevanza fondamentale dell'analisi dello stile per la comprensione del testo e per la valutazione stessa del significato e dei valori poetici: la formazione filologica lo conduce a muovere costantemente dall'accettamento del dato linguistico come quello in cui le ragioni del testo (umane, storiche, culturali, di pensiero) trovano la loro concreta manifestazione, mentre la preparazione erudita determina nelle sue ricerche la costante preoccupazione del solido e documentato inquadramento storico. A Cesare de Lollis è stata intitolata una scuola media nonché una via della città di Chieti ed una a Roma. Le sue opere. I suoi scritti abbracciano l'intero ambito della filologia romanza ed anche problemi e figure delle letterature moderne: Vita e Poesia di Sordello di Goito (1896); Gerardo Hauptmann e l'opera sua letteraria (1899); Saggi di Letteratura Francese (1920); Dante e la Spagna (1921); Crusca in fermento (1922); Cervantes reazionario (1924), uno dei suoi libri più felici; Chi cerca trova, ovverosia colui che cercò l'Africa e trovò l'America (1925); Alessandro Manzoni e gli storici francesi della Restaurazione (1926); Reisebilder ed altri scritti (1929); Scrittori francesi dell'Ottocento (1938); Il suo capolavoro, tuttavia, è costituito dai Saggi sulla forma poetica dell'Ottocento (1929), acutissima indagine sullo svolgimento della lingua poetica italiana lungo l'Ottocento svolta con un metodo di ricerca che colloca l'opera fra i primi e tuttora più alti esempi italiani di critica stilistica. Fondamentale è pure l'edizione che il de Lollis curò degli scritti di Cristoforo Colombo (due voll., 1892-94) a cui egli fece seguire la monografia Cristoforo Colombo nella leggenda e nella storia (1892; ediz. definitiva 1931; nuova ristampa 1969). Del moralismo del de Lollis è infine testimonianza il Taccuino di guerra (1955). I saggi più significativi sono stati raccolti a cura di Gianfranco Contini e Vittorio Santoli nei volumi Scrittori d'Italia (1968) e Scrittori di Francia (1971).
AFFITTACAMERE CASALINCONTRADA (CH)
La storia del paese di Casalincontrada (Ch) Le imponenti celebrazioni per il cinquecentenario della scoperta dell’America (1992) hanno suscitato una certa risonanza anche in Abruzzo e hanno riportato improvvisamente alla ribalta alcuni eccellenti, ma dimenticati, studiosi di Colombo (Cesare de Lollis, Rocco Cocchia ed Ettore Janni), i quali - tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento - concorsero in vario modo all’approfondimento e alla soluzione di controverse questioni riguardanti la vita e le imprese del grande navigatore ligure. Fra essi spicca però la figura di Cesare De Lollis, il più autorevole colombista dell’epoca del quarto centenario (1892), assai più conosciuto, in Italia e all’estero, per i suoi studi glottologici, filologici, letterari ed estetici, e per l’attività intelligente e spregiudicata che dedicò al giornalismo militante e alla rivista La Cultura, di cui fu direttore unico dal 1921 al 1928. Sembra allora doveroso sottolineare, non senza imbarazzo, che il mondo intellettuale abruzzese ha stranamente ignorato o tenuto in sott’ordine gli originali e concreti apporti dati dal De Lollis alla “storiografia colombiana”, quasi che essi fossero marginali o avulsi dalla sua diuturna meditazione e ricerca. La scoperta di Cesare de Lollis “pioniere” e cultore di studi colombiani, al di là del semplice e momentaneo interesse dettato dalle manifestazioni centenarie, pone in effetti nuovi interrogativi e induce ad una più attenta rilettura del ruolo culturale svolto da questo insigne abruzzese. Del tutto casuale e legato a particolari vicende biografiche fu, invece, il suo approccio con le indagini colombiane e in genere con la storia delle esplorazioni geografiche. Nel maggio del 1888, sotto l’alto auspicio del Ministero della Pubblica Istruzione, venne costituita una speciale Commissione, per provvedere degnamente alla solenne ricorrenza, che l’Italia si apprestava a fare quattro anni dopo, del quarto centenario della scoperta del Nuovo Mondo. La “Commissione Colombiana” decise di pubblicare una Raccolta di documenti e studi su Colombo e la sua epoca, che venne affidata alle congiunte cure dell’Istituto Storico Italiano e della Reale Società Geografica (entrambi operanti in Roma), sotto la direzione di Henry Harrisse (1829-1910), il più illustre americanista del tempo, che peraltro ne aveva caldeggiato il disegno. Per raccogliere l’auspicato corpus documentario colombiano, la Commissione gli affiancò il De Lollis, allora venticinquenne e segretario dell’Istituto Storico, e lo inviò in Spagna. Durante la missione scientifica condotta all’estero, tra l’agosto e il dicembre del 1889, il De Lollis frugò infaticabilmente negli archivi e nelle biblioteche di Madrid, Barcellona, Burgos, Escorial, Saragozza, Siviglia, Toledo e Valladolid trascrivendo e riproducendo con cura gli scritti e gli autografi di Colombo, molti dei quali risultarono completamente inediti. Una volta rientrato in Italia, egli venne aggregato, come segreta- rio, alla Giunta Centrale della Commissione, stabilitasi a Roma per rendere più spedita l’elaborazione e la pubblicazione della Raccolta. Se non che, a seguito delle dimissioni - nel gennaio del 1891 - dello Harrisse, per dissensi programmatici con i collaboratori, tutto il peso dell’opera a lui affidata rimase sulle spalle del giovane studioso casalese, che portò avanti il progetto con decisione e sollecitudine. E difatti, il primo dei quattordici volumi, in folio, della poderosa Raccolta, curato personalmente da Cesare de Lollis, vide la luce proprio in occasione delle cerimonie del IV Centenario, preceduto di poco dalla geniale opera di divulgazione Cristoforo Colombo nella leggenda e nella storia (Milano, Treves, 1892), nella quale egli tracciò un profilo dello Scopritore senza scendere nello psicologismo delle biografie romanzate, nell’intento di fare un vero e proprio libro di storia. Il De Lollis tornò, a più riprese, ad occuparsi della “problematica colombiana”, alla quale rimase profondamente interessato fino agli ultimi anni della sua vita; ne sono una eloquente testimonianza l’edizione diplomatica e critica degli Scritti e degli Autografi di Colombo (editi tra il 1892 e il 1894), le varie ristampe della monografia su Colombo, gli articoli e i saggi apparsi su riviste e giornali, e l’opuscolo intitolato Chi cerca trova, ovverosia Colui che cercò l’Asia e scoprì l’America (Roma, Treves, 1925), dove strenua- mente e acutamente sostenne, contro le affermazioni malevole di autori stranieri, la chiarezza dei propositi dell’ardito navigatore e la sua schietta italianità. La rigorosa impostazione metodologica con cui portò avanti le sue ricerche contribuì poi, in maniera forse determinante, ad eliminare dalle fonti colombiane gran parte degli elementi leggendari e delle ipotesi fantasiose di cui era costellata la produzione storio- grafica precedente e gli permise di intuire quasi tutti i problemi ai quali si rivolse la successiva corrente di indagini serie. In conclusione, si può affermare che, nonostante i progressi compiuti nel campo della conoscenza geografica, della nautica e dell’astronomia, la Raccolta, interamente permeata dalla presenza scientifica del De Lollis, conserva un posto di rilievo nella vasta bibliografia colombiana e risulta sostanzialmente valida e attuale; costituisce, anzi, come ha scritto il senatore Paolo Emilio Taviani, «l’opera monumentale e fondamentale per chiunque, in Italia e all’estero, studi la figura e le vicende del grande navigatore genovese». Un ultimo merito ha avuto il De Lollis nell’ambito degli studi colombiani: quello di aver pensato, per primo in Italia, a una celebrazione annuale della più bella e più proficua delle imprese umane: «La data della scoperta dell’America! Questa sì che meriterebbe di figurare nel calendario delle glorie e delle vacanze italiane». Ed anche in questo egli è stato esaudito.
BED & BREAKFAST CASALINCONTRADA (CH)
Il paese di Casalincontrada è un piccolo borgo sito in Abruzzo, in provincia di Chieti, e fa parte dell'Associazione Nazionale Città della Terra cruda. Per quanto riguarda le case di terra, nel territorio di Casalincontrada si trovano 124 edifici in "massone", dei quali il 48% è situato in ambiente urbano e il 52% in zona rurale. Tra tutti gli edifici il 72% è ancora utilizzato, il 25 % come abitazione e il 56% come deposito agricolo. Solamente il 28% non è più utilizzato. Il 24% è ancora in buone condizioni, il 38% è in un discreto stato di conservazione, il 24% in cattivo stato di conservazione e il 14% in rovina. Per questi edifici in rovina si propone la totale demolizione recuperando tutti i materiali caratteristici, in modo da poterli utilizzare per gli altri recuperi. L'attività di ricerca sulla presenza dell'architettura del crudo in Abruzzo, evidenzia come negli ultimi quindici anni la distruzione delle case di terra sia avvenuta a ritmi più elevati che in passato. Da un'indagine dell'Istituto Centrale di Statistica del 1934, si rivela come questi manufatti costituissero il 20% del patrimonio edilizio rurale abruzzese; su un totale di 10.0000 abitazioni rurali, infatti, ne sono costruite in terra: 780 nella provincia di Pescara, 755 in quella di Teramo, 683 in quella di Chieti. Oggi non sono che episodi isolati nella campagna o unici elementi sopravvissuti miracolosamente alla colata di cemento delle nostre periferie. I processi di abbandono e di sostituzione degli edifici in crudo, già avviati negli anni '50 e '60, in concomitanza con la cosiddetta deruralizzazione, si intensificarono con la periferizzazione della campagna fino a raggiungere livelli difficilmente recuperabili. Da ciò è facile desumere che le aree interessate da questo patrimonio architettonico in terra cruda, in Abruzzo come nei territori marchigiani a nord del Tronto, sono notevolmente diminuite. La causa prevalente della diffusione delle case di terra è individuabile nelle profonde modificazioni della struttura agraria e fondiaria del territorio avvenute a metà del secolo scorso, allorquando la divisione delle proprietà, la maggiore sicurezza delle campagne, portò alla diffusione delle abitazioni sui fondi anziché in nuclei localizzati e lontani dai campi. L'odierno paesaggio rurale di Casalincontrada è ancora testimone di questo processo di colonizzazione; le costruzioni si diffondono privilegiando i crinali, la sommità delle colline e la posizione di pendio. Le case di terra difficilmente si organizzano in nuclei. La costruzione con la terra non fu che una scelta obbligata per le caratteristiche, difficilmente eguagliabili, di reperibilità ed economicità che questo materiale offriva; il fenomeno che ne scaturisce è quello dell'autocostruzione. Vale qui la pena ribadire che l'abitazione in terra non genera una tipologia edilizia particolare ma si ispira al patrimonio insediativo già consolidato nel tempo. Sono due i tipi prevalenti: la tipologia a blocco ad elementi trasversali ad un piano, che nasce per elementi aggiunti in tempi successivi; la tipologia definita "italica", propria della casa mezzadrile in laterizio, che sovrappone, collegandoli attraverso una scala esterna, l'abitazione al rustico. Inoltre detta sovrapposizione testimonia, nella volontà di limitare lo spazio, una derivazione da tipologie urbane dove questa necessità era più sentita assumendo anche l'elemento della scala interna. Pur se rare, abbiamo tipologie a pianta quadrata con caratteri dimensionali più elevati. Le case di terra quindi non possono essere considerate costruzioni primitive ma frutto di un'integrazione istintiva fra necessità economiche, tradizioni tipologiche e tecnologie edilizie. Tutti questi passaggi fanno dell'abitazione in terra cruda un elemento primario di caratterizzazione del paesaggio agrario ma nello stesso tempo inducono un processo di straniamento in senso socio-culturale.
CASE PER VACANZA CASALINCONTRADA (CH)
Il paese di Casalincontrada (Ch) La terra, quale elemento primario, non regge il confronto con la solidità morale affidata dalla comunità al laterizio ed alla pietra. Il paese di Casalincontrada. È necessario riattribuire, nell'uso quotidiano, valore e significato alla terra come materiale da costruzione, non essendo sufficiente una sua collocazione nella sola memoria. Questo passaggio è indispensabile per superare l'immagine negativa di miseria arretratezza ed emarginazione economica e sociale cui è legata la casa di terra nella nostra cultura, e che la campagna ha mantenuto fino agli anni ‘50. In un ambiente vicino alla tradizione contadina come Casalincontrada "la casa a terra" mantiene la propria identità legata, soprattutto, alla conoscenza tramandata dagli originari abitanti e costruttori; qui la casa isolata conserva meglio il suo rapporto con i campi laddove, però, non è compromesso, analogamente alla periferia urbana, dal crescere disordinato delle contrade, omogeneizzate ed anonime, e della zonizzazione indifferente dei piani urbanistici. Il destino di queste architetture può evolvere favorevolmente se esse vengono inserite in un tentativo di rilettura della espansione della periferia urbana, per meglio evidenziare l'equivoco rapporto tra città e campagna. Una reinterpretazione che deve giocare su un artificio: la casa di terra divenuta suo malgrado cittadina. Essa diventa così lo spunto per riflettere sulla inevitabilità dei processi di trasformazione e di espansione della città e sulla avvenuta perdita di rapporto con l'esistente. Casalincontrada (circa 2.950 abitanti) è un piccolo borgo situato su un colle, a 333 m. s.l.m., a breve distanza dal Parco Nazionale della Majella e dal capoluogo di provincia Chieti. Il territorio comunale, ricco di vigneti ed uliveti, presenta alcune zone calanchive e diversi esemplari di case in terra cruda. Nel centro abitato spiccano l'antica porta di accesso (XV sec.), le chiese della Madonna delle Grazie (XV sec.), di S. Stefano (XVI sec.) e di S. Maria della Pietà (XIV sec.), il palazzo baronale, attuale sede municipale, e la cinquecentesca "neviera".
APPARTAMENTI PER VACANZA CASALINCONTRADA (CH)
Casalincontrada, la Madonna col bambino. La statua di terracotta tinteggiata, del XVI secolo, raffigurante la Madonna col Bambino, è posta in una nicchia, a sinistra dell’altare della chiesa urbana della “Madonna delle Grazie”. Secondo la tradizione orale e l’elenco delle opere d’arte sacra del comune di Casalincontrada, trasmesso – l’8 ottobre 1954 – dal prof. Francesco Verlengia, bibliotecario della “A. C. De Meis” di Chieti, alla Curia metropolitana teatina, risulta invece che, in passato, essa era custodita nella piccola chiesa di “S. Maria della Pietà”  edificata agli inizi del Trecento col nome di “S. Domenico”, nella parte meridionale dell’abitato, che più tardi sarà denominata terziere di «Pizzoli»3. La chiesuola, nota localmente come «la Madunnuccë», che denota il culto e la devozione mariana, tuttora vivi in mezzo al popolo casalese, era dedicata alla “presentazione al tempio di Maria Vergine” e veniva considerata come santuario “nelle pubbliche calamità” e nei “parti difficili” . Non è quindi un caso che la specificazione ‘della Pietà’ alluda proprio ad un attributo della beata Vergine, che mostra sentimenti di commossa commiserazione dinanzi all’umana fragilità e alla sofferenza. In essa venne eretta la pia “Associazione del Rosario” che, nel 1928, contava ben 120 iscritti. Sconsacrata nel 1965, fu adibita a cinematografo, a sala riunioni e a palestra, prima del recente consolidamento statico e restauro predisposto dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici per l’Abruzzo, grazie all’interessamento del parroco don Enrico D’Antonio. Sotto il profilo artistico, la statua, di ridotte dimensioni (appena 1 m. d’altezza), a tutto tondo, non rientra nel filone delle raffigurazioni tanto care alla tradizione aquilana né rispetta le proporzioni e i canoni estetici della statuaria classica. Gli elementi che accomunano, in qualche modo, l’opera alle altre “Madonne col Bambino” dell’arte abruzzese sono, evidentemente, l’atteggiamento ieratico, la foggia dell’abito, il panneggio del mantello e la coloritura tipica dell’iconografia mariana. Il restauro del 1996-19976  ha avuto il pregio di riassemblare diversi pezzi gravemente deturpati e lesionati dalle ingiurie del tempo (come, ad esempio, la gamba di Gesù Bambino, sorretta da un nastro di raso azzurro), ma ha alterato alcuni elementi che caratterizzavano il manufatto originario. Nello stato in cui versava erano, peraltro, visibili l’argilla, la paglia e le garze che tenevano in piedi la struttura, cava all’interno, ma anche gli strati di colla, di stucco e di colore dei precedenti rimaneggiamenti. La Vergine Maria, dall’aspetto grave e contemplativo, è seduta su un trono, decorato con larghe foglie d’acanto, e indossa un abito rosso magenta, da popolana; calza scarpe e non sandali, ed è avvolta da un mantello blu cobalto. Unico monile che adorna l’austera figura è una spilla, a forma di testa di putto, che spicca sulla scollatura. I tratti somatici sono armoniosi: la linea delle labbra e delle sopracciglia è sottile, così come delicato è il naso. Va notato però che, nonostante le fattezze della madre corrispondano in parte a quelle del figlio, secondo l’usanza antica, il Bambino disteso sulle sue gambe potrebbe essere un pezzo scultoreo aggiunto alla primitiva Madonna della Pietà, allorquando si cominciò ad invocare la santa Vergine in occasione di parti difficili e rischiosi.
CASE PER LE FERIE CASALINCONTRADA (CH)
Casalincontrada (Ch) La sua postura rigida contrasta, inoltre, con quella del bimbo nudo (adagiato su un cuscino), che alza una gamba e la destra nell’atto di benedire un piccolo orbe terracqueo, tenuto stretto al petto con l’altra mano. Poco si può dire sulla cromia originale del complesso plastico, che i tasselli di pulitura hanno rivelato essere stata di sicuro effetto. Poiché il dorso della Madonna è spianato e non ben rifinito, si può ritenere invece che, all’interno della cappella di “S. Maria della Pietà”, la scultura fosse incassata in una nicchia poco profonda. Sul manufatto non compaiono iscrizioni né esistono documenti e memorie storico-artistiche che possano, al momento, far attribuire l’opera ad un maestro o ad un artigiano abruzzese del Cinquecento. Singolare, comunque, è la somiglianza con la statua, in terracotta, della “Madonna della Pietà” o della “Mercede”  (anch’essa del secolo XVI), di pregevole fattura – anche per la presenza di dorature e motivi floreali – , conservata nella navata laterale di sinistra della chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo Apostolo, in S. Eufemia a Maiella (Pescara) La Pro Loco di Casalincontrada è lieta di invitare tutti alla 24^ Sagra della Marrocca – 9 Itinerante che si svolgerà dal 20 al 24 luglio 2016nel centro storico del nostro paese. Numerosi punti ristoro con prodotti tipici abruzzesi: vari tipi di polenta, pallotte caio e ovo, pizze, pecora alla callara, baccalà, arrosticini, trippa, street food e le immancabili marrocche arrostite e lesse. Durante le serate le piazzette del centro storico saranno animate da tanta musica dal vivo swing, rockabilly, pizzica e nei suggestivi vicoli esibizioni di street band, spettacoli itineranti e angoli dedicati ai bambini.
COUNTRY HOUSE CASALINCONTRADA (CH)
Casalincontrada: le case in terra cruda: Il paesaggio ondulato delle colline teatine caratterizza tutta quella fascia dell’Abruzzo che dal mare Adriatico raggiunge le falde della Maiella. Traversato dai solchi dei fiumi e fasciato di vigne e oliveti, quel territorio presenta sui fianchi dei colli le spettacolari erosioni dei calanchi. Il fenomeno diventa vistoso lungo la valle dell’Alento dove le colline dilavate dall’erosione delle piogge mettono a nudo il loro scheletro d’argilla. Proprio qui, accanto ai monumenti creati dalla natura, sono sorte per mano dell’uomo le originali abitazioni costruite con terra cruda e paglia. Negli ultimi due secoli l’uomo ha costruito qui le sue case e le dipendenze rurali con i materiali che la natura offriva in abbondanza: la pietra “riccia” di travertino, la terra argillosa dei colli, il legno dei boschetti di querce, la paglia dei pascoli, le canne riparie, l’acqua del fiume e delle sorgenti. La disponibilità di risorse naturali si è saldata ai processi sociali ed economici che hanno interessato le zone interne. Il frazionamento del feudo e la riforma agraria hanno moltiplicato i poderi e hanno favorito la diffusione di case coloniche autocostruite e a basso costo. I “massoni” con cui sono state tirate su le pareti della case sono nient’altro che un impasto manuale di creta, acqua e paglia. Tronchi, pietre, graticci e terracotta sono i complementi edilizi presenti in dosaggi variabili. Dopo l’urbanizzazione delle campagne nel secondo dopoguerra, le case in terra sono oggi una sopravvivenza rara, una reliquia del passato. Raramente abitate, soggette a degrado per mancata manutenzione, spesso cadenti o ridotte a ruderi, le case di terra sono un mondo in estinzione da visitare al più presto. Casalincontrada, in provincia di Chieti, è la piccola capitale del regno della terra cruda. Qui l’intelligente opera di architetti appassionati, l’iniziativa legislativa regionale, la nascita di un centro di documentazione, i corsi per le maestranze, i cantieri di restauro hanno creato un piccolo miracolo che attrae ogni anno nelle “Festa della terra” studiosi di tutto il mondo, esperti di bio-architettura, insegnanti e progettisti, appassionati di turismo rurale.
OSTELLI DELLA GIOVENTU' CASALINCONTRADA (CH)
Festa della Terra, appuntamento internazionale a Casalincontrada. Casalincontrada dal 12 al 18 settembre: FESTA DELLA TERRA 2016, appuntamento per parlare di una tecnica costruttiva antica che ancora oggi da la possibilità di vedere, visitare e studiare le Case di Terra. Venti anni fa, un’amministrazione comunale guidata da architetti esperti e amanti della tecnica del costruire con la terra cruda, a Casalincontrada organizzarono la prima manifestazione con connotazioni nazionali e mondiali. In quell’occasione tanti appassionati sia professionisti del vivere e costruire sano sia esperti di costruzioni in terra, vennero in questo piccolo paese che, per una settimana, divenne una fucina di studio e di comunicazione di esperienze. Per la prima volta, nel 1996, l’esperienza di un famoso architetto come Eugenio Galdieri accompagnato dall’arch. Gianfranco Conti e con il consenso e l’approvazione del progetto ambizioso da parte dell’amministrazione comunale, hanno fatto si che un’idea ed un ideale prendessero forma nel primo convegno sul tema della tecnica della costruzione con la terra cruda. Durante la preparazione del Convegno fu istituito il Centro di Documentazione sulle Case di Terra e una mostra fu allestita con l’ausilio di tante immagini inviate a Casalincontrada da tutta l’Italia. Quel primo Convegno fu bellissimo e nel cuore di ognuno che ha partecipato ad organizzarlo ne rimane un ricordo indelebile. A quel primo convegno parteciparono non solo architetti ed estimatori italiani, ma anche dal Perù arrivarono studiosi della costruzione in terra cruda. Il Convegno fu anche preceduto da un interessante stage degli gli allievi della Scuola Edile di Chieti che insieme ai loro maestri e sotto la guida di esperti come l’arch. Barbara Narici sperimentarono le tecniche della costruzione con la terra cruda. Ma perché nei paesi come Casalincontrada e anche in altre province abruzzesi, si trovano queste abitazioni costruite con tale materiale? La terra cruda, che ai più può dare l’idea di un materiale inconsistente per la costruzione, è un materiale duttile che con l’aggiunta di pochi elementi e con un’adeguata manipolazione diventa un componente unico per le costruzioni. In Abruzzo la natura del terreno è argillosa e con la paglia e la manipolazione diventa un vero materiale da costruzione. Tra i materiali naturali e quindi biocompatibili, la terra è uno di quelli che si presta maggiormente ad essere manipolato sia per la completa atossicità sia per le caratteristiche della mesa in opera. La conoscenza della tradizione è a base del concetto di modernità della costruzione in terra cruda e venti anni di esperienze fatte, con il tutto il mondo e soprattutto con tutti i Paesi della Terra Cruda, hanno creato una fucina di conoscenza che dovrebbero dare a questo materiale una nuova e moderna riutilizzazione. Parafrasando il titolo dell’intervento che l’arch. Galdieri fece al primo Convegno di Casalincontrada, “con la terra non solo si può, con la terra si fa: si fa normativa, si costruisce, si recupera”. Il Centro di Documentazione sulle Case di Terra è un vero e proprio “Centro Studi”, che, se la politica e gli amministratori lo consentissero potrebbe affiancarli nel compito di portare avanti e realizzare le strategie adeguate per norme e regole sulle costruzioni in terra cruda. Il più gran dialogo che si possa avere con la natura è quello di provare a costruire con il materiale che essa ci offre e, quindi, utilizzare il materiale terra quale prodotto coerente con la qualità dell’architettura bioecologica. Le case di terra, in passato, erano vissute come un fatto collettivo che vedeva intere famiglie e loro vicini partecipare in modo unitario alla costruzione. La vera architettura è sinonimo di qualità, perché costruire per la gente è costruire per la vita e costruire in modo ecologico è un lavoro di gruppo e la riscoperta del costruire sano, fatto adoperando materiali naturali come la terra, ha portato gli architetti e i tecnici nei cantieri e nei laboratori scuola. La scoperta del materiale terra ha fatto rivivere il gusto della manipolazione, della sperimentazione e dell’autocostruzione che in passato era vissuta come un fatto normale da chi doveva farsi una casa nella maniera e nel modo più semplice ed economico senza regolamenti edilizi e prove di materiali fatti in laboratorio. Allora le norme di costruzione erano dettate dall’esperienza dei mastri, le prove dei materiali erano fatte con l’uso ed erano patrimonio di una cultura dell’autocostruzione che si perdeva nel tempo. Le case di terra costruite con i canoni dettati dall’esperienza e dalla conoscenza delle forze della natura ha fatto si che moltissime case sono ancora oggi in una forma quasi perfetta. Solo l’incuria delle persone hanno portato molte case in una situazione di degrado, ma sicuramente non gli eventi naturali che in una costruzione ben fatta non hanno creato danni irreparabili nel tempo. Gli stessi terremoti, in un paese con rischio sismico molto alto, non hanno prodotto danni alle case di terra perché la costruzione fatta in tale modo diventa come un monolite elastico che sopporta quasi tutte le trazioni che procurano gli eventi sismici. Quindi, in conclusione, con il XX anno di questa Festa della Terra, l’augurio che si può fare è che nuove e vecchie norme possano produrre regole di costruzione ecocompatibile che non creino ferite al territorio e che, invece, lo rispettino nella sua integrità e che, anzi, possano essere il volano per imparare a rispettare la Terra come il più grande bene comune.
RIFUGI E BIVACCHI A CASALINCONTRADA (CH)
La riscoperta delle case di terra, il futuro antico di Casalincontrada. CHIETI - Erano chiamate pinciaie, umili case fatte di argilla, unica materia prima a costo zero reperibile in loco, tirate su con il mutuo aiuto dai contadini poveri. Case che, per decenni, hanno mantenuto lo stigma della miseria, dell’emarginazione sociale. Abbandonate man mano, con il boom economico, a partire dagli anni '50, con l’avvento del cemento, delle villette, e dell’espansione delle periferie, segno di un benessere conquistato. Oggi la ruota del tempo sembra essere girata. Basta andare a Casalincontrada, borgo poco distante da Chieti, capitale abruzzese delle case di terra cruda. Delle 800 rimaste in piedi sul territorio regionale, qui se ne contano ben 120, e soprattutto le vecchie e vili pinciaie sono diventate una vera e propria attrazione turistica, che negli ultimi anni ha portato a Casalincontrada frotte di turisti, scolaresche, architetti e studenti universitari. Tutti vengono a visitare le case di terra abbandonate, dello stesso colore delle campagne che le circondano, ma anche  quelle, una decina per ora, che sono state recuperate e riabitate, o trasformate in centri visita e di documentazione, di cui uno di proprietà del Comune, bed and breakfast, e sede di altre attività commerciali. Belle, calde e ospitali, dotate di tutti comfort. Merito di questo non scontato miracolo spetta anche a Gianfranco Conti, architetto annoiato dal calcestruzzo, che da vent’anni lavora a quella che lui definisce "un lungo lavoro di recupero della memoria", prima anche che un'operazione urbanistica e di sviluppo locale. “Abbiamo dimostrato - spiega Conti ad AbruzzoWeb - che un patrimonio che fa parte in tutto e per tutto della nostra terra da sempre, è il caso di dire, sinonimo di povertà e arretratezza, figlia di un’epoca da dimenticare, si è rivelato invece una grande ricchezza, perché racchiude significati ancestrali, profondi che attraggono e affascinano”. C’è una peculiarità di questa riscoperta virale: le persone non vengono a Casalincontrada solo per osservare e fotografare, ma per partecipare ai tanti work shop organizzati dall'associazione Terra onlus, in particolare in occasione della festa della Terra, arrivata quest'anno alla 19ª edizione,  in cui si può partecipare alla realizzazione di manufatti e anche al restauro delle case di terra, apprendendo ritmi e segreti i segreti delle antiche tecniche di costruzione. “Nell’epoca degli smartphone e del virtuale - rileva l'architetto - c’è un bisogno diffuso di ricoprire la manualità, di ritrovare un rapporto diretto, fisico, con la materia. C’è un desiderio di fare le cose insieme, e vedere concluso un lavoro ben fatto, perché innesca un meccanismo di autostima. E questa è un’esperienza appagante, che per molti vale più di una vacanza in un hotel a 5 stelle”. La tecnica che si insegna è quella “a massone”, tipica dell’Abruzzo e delle Marche, con cui questi manufatti sono stati edificati per secoli. “Con la terra argillosa non vengono realizzati mattoni essiccati, ma viene preparato un impasto, un po' come si prepara il pane, mischiato a paglia, che poi viene fatto riposare per far perdere l’acqua in eccesso - racconta - Le panette vengono poi amalgamante, e posto in opera “a banchi”, alti 70 centimetri di 70 centimetri e largo un metro, e la casa cresce come un vaso realizzato con al tecnica della colombina”. Una riscoperta glocal, infine, quella delle case di paglia. "Si pensa che le case di terra - conclude l'architetto - siano curiose abitazioni tipiche di alcune aree rurali italiane. Ma non è così, un terzo della popolazione mondiale vive ancora di case di terra cruda, realizzate  con le più svariate tecniche. L’abitare contemporaneo globale non è fatto di solo cemento, e anche noi a tal proposto dovremmo finalmente imparare a limitare al minimo il consumo di suolo, recuperando, l’immenso patrimonio abitativo tradizionale vuoto ed inutilizzato dei nostri paesi”. Filippo Tronca.
Storia del Borgo Villa Ficana, frazione di Casalincontrada (Ch). Toponimo antico, Ficana, forse etrusco, diffuso su tutta la penisola italica, ed attestato a Macerata dal catasto del 1268, dove si nomina il borgo detto “la ficana” costituito da casette in terra cruda, diffuse nel territorio tanto che lo storico Foglietti ci informa che “la distruzione di un atterrato comportava a Macerata la multa di cento soldi, oltre il risarcimento del danno” (Foglietti, 1885). La crescita economica ed urbanistica della città all’interno delle mura determinò l’abbandono del primo nucleo insediativo e Ficana ridivenne campagna. L’epoca di rifondazione dell’odierna Ficana risale al XIX secolo e potremmo fissarla al 1862, data incisa su un mattone inserito nel muro in terra cruda di un’abitazione tutt’ora esistente. In effetti, negli anni 1808‐1815,al tempo della rilevazione napoleonica, la contrada Rotacupa o Santa Croce appare non edificata, mentre nella mappa del catasto gregoriano “corretta ed aggiornata secondo le variazioni rilevate nei fabbricati a tutto il mese di ottobre 1874” Ficana si presenta esattamente come la possiamo vedere oggi: su un’area di 7000 metri quadrati sorgono alcune schiere di case composte da quattro o cinque unità abitative, dalla pianta quadrata o leggermente rettangolare, per un totale di circa cinquanta abitazioni. “All’epoca l’area apparteneva quasi per intero a tre piccoli proprietari terrieri che a partire dal 1850, fiutato l’affare, iniziarono a farvi edificare case d’affitto “costruite con terra mista a paglia che volgarmente dicesi a maltone, con stipo pei suini isolato e posto di fronte all’ingresso di casa”. Del resto, il fenomeno era già chiaro anche ai relatori dell’Inchiesta Jacini:” i proprietari di queste case di terra – scrive Ghino Valenti – sono generalmente agricoltori i quali divenuti possessori di un frustolo di terra ve le edificano, ricavandovi con tal mezzo un reddito maggiore di quanto avrebbero potuto coltivandolo”. (Atti della giunta,1884) Questa speculazione fondiaria ha successo perché risponde alla vivace domanda insediativa di un gruppo sociale in forte espansione e ben presto vengono edificate oltre cinquanta abitazioni disposte a schiera parallele. Nel 1875 nel “Casale Ficano o Ficana” risultano insediate 51 famiglie di pigionanti, 13 delle quali hanno come capofamiglia una donna, per un totale di 227 persone tutte definite “poveri di condizione”, in gran parte giornalieri e casanolanti. Sogno di ogni casanolante era diventare proprietario della casa dove abitava a pigione. Un sogno non irrealizzabile se, già nel 1875 a Ficana, alcuni inquilini comprarono dal proprietario Giovanni Francalancia (che ne aveva fatte costruire 13) le case di terra che avevano in affitto. Ottavio Cipriani nel 1875 compra due case contigue che però poco dopo la sua vedova è costretta a vendere ad un carrettiere. Nel 1877 Benedetto Cecchi (sempre di Ficana) acquista per 1,550 lire “un appezzamento di terra con fabbricato a maltone diviso in 5 case d’affitto con stipi pei suini”. A partire da questa data si verifica un frenetico movimento di proprietà; notevole era infatti la massa fluttuante dei nullatenenti che, vivendo esclusivamente del proprio lavoro più o meno instabile, varcano la soglia della povertà ogni qual volta la disoccupazione o il rialzo del costo dei generi di prima necessità, rende loro impossibile il sostentamento. Le casette a due piani sono alte non più di cinque - sei metri ed il piano terra non supera i due metri; per entrare bisogna chinarsi e all’interno la cucina è una stanza di appena tre metri per due. Fra i vicoli deserti i rumori della città giungono ovattati, persino il rumore dei propri passi disturba e la voce, istintivamente, si abbassa per non infrangere il silenzio. Questo borgo irreale è fuori dal tempo. (A.Palombarini ‐ G.Volpe La casa di terra nelle Marche) Ex Voto: Del passato di Ficana abbiamo una rara testimonianza iconografica, un ex voto, datato 23 agosto 1891, donato ad una chiesa della città in occasione dello spegnimento di un incendio (attualmente è custodito presso il tempio maceratese della Madonna della Misericordia). L'immagine ci mostra la strada di ingresso al quartiere, la stessa attualmente percorribile, ed alcune case con scala esterna e tipica loggetta. Storia del Borgo Villa Ficana, frazione di Casalincontrada (Ch). Ex Voto del 1891: Gli incendi a Ficana erano in passato molto frequenti. Le donne del quartiere erano molto spesso lavandaie. Esse, per scaldare l'acqua per il bucato e ottenere la cenere necessaria per la "lisciva", usavano, oltre alla pregiata legna, foglie secche, di facile reperibilità perché la loro raccolta era tollerata anche nelle proprietà private. Le foglie, bruciando provocavano grosse fiammate, appiccando spesso il fuoco ai piccoli capanni dove le operazioni venivano svolte. Bastava poco però ad avere ragione degli incendi. Da qui un modo di dire diffuso in città: essere "come li fochi de Ficana", per indicare cose o persone che sembrano rappresentare grosse minacce, ma di cui con poco si ha ragione.
Storia del Borgo Villa Ficana, frazione di Casalincontrada (Ch). Quanto guadagnava un casanolante? Va tenuto in considerazione che in queste famiglie era indispensabile integrare più redditi per raggiungere la sussistenza, impiegando nel lavoro anche mogli e figli. Secondo i calcoli effettuati da Girolamo Allegretti, un casanolante poteva guadagnare in media in un anno 23,40 scudi; a questi si possono aggiungere gli scudi guadagnati dalla moglie (pagata a tariffe più basse di quelle maschili), arrivando a 36,50 scudi e ad una disponibilità giornaliera di 10 baiocchi. (Lo scudo è stata la valuta dello Stato Pontificio fino al 1866: era suddiviso in 100 baiocchi, ognuno di 5 quattrini. Altre monete erano il grosso di 5 baiocchi, il carlino da 7 ½ baiocchi, il giulio e il paolo entrambi da 10 baiocchi, il testone da 30 baiocchi e la doppia da 3 scudi) Cosa si poteva comprare nel 1860 con 10 baiocchi? 1 baiocco = nolo di casa + focatico (imposta) 9 baiocchi = 2 kg di grano. La razione ottimale di un lavoratore era di 1 kg di pane al giorno; una famiglia di 4 persone doveva quindi accontentarsi di ½ razione a testa. Se volesse mangiare altro oltre il pane, il casanolante dovrebbe lavorare: 1 giornata = 1 kg di carne o baccalà, 2 giornate = 1 kg di zucchero o di porchetta, 3 giornate = 1 kg di olio. Per tirare avanti in questa situazione il casanolante si ingegna, con modi più o meno legittimi: raccogliendo legna, erbe lungo le vie e burroni, ingrossando il suo fascio con il fieno di qualche campo privato. Ai bambini era affidata la raccolta del letame abbandonato per le strade dalle bestie: il letame era molto importante, era ritenuto bene di grande valore nelle pratiche agricole, per concimare. Dunque, l’arte di arrangiarsi dei casanolanti consisteva nell’integrare i redditi percepiti dai membri della famiglia: il marito lavorando a giornata in campagna, la moglie facendo la lavandaia o la filatrice, i figli raccogliendo erba, letame, stracci, mentre i vecchi tiravano avanti la casa e i bambini più piccoli. Se la salute li assisteva potevano mettere qualcosa da parte per comprare la casa in cui vivevano o fare la dote alle figlie. Uscire dallo stato di povertà era dunque possibile, fosse pure per diventare proprietario di una casa di terra. Con il sovrappopolamento e la fame dilagante, i proprietari terrieri decisero di porre un freno alla proliferazione dei lavoratori controllando direttamente i matrimoni dei mezzadri: ci si poteva sposare e riprodursi solo se era necessario per sostituire dei lavoratori. Solo pochi però erano disposti al “celibato forzato”, preferendo lasciare il lavoro, anche a costo di diventare “casanolanti”. Inoltre, la condizione di casanolante rendeva difficile comunque il matrimonio perché non si possedevano i requisiti fondamentali per mettere su famiglia: un lavoro sicuro e una casa. Anche i matrimoni misti erano ostacolati e l’espansione ottocentesca di gruppi sociali marginali come braccianti e casanolanti crea i presupposti per un’alta natalità illegittima. Inoltre, le condizioni abitative (sovraffollamento, coabitazione) rendevano impossibile la riservatezza degenerando anche in casi di violenza sessuale e gravidanza illegittima. Esemplare la vicenda di Domenica, una campagnola di 26 anni abitante in un atterrato nella Parrocchia di S. Lucia di Fermo, dove i casanolanti erano particolarmente numerosi, insieme ai genitori e ad altre 4 sorelle e due fratelli: nove persone stipate in due stanze. Quando, nel 1860, rimane illegittimamente gravida per colpa del colono Raffaele suo vicino di casa ora emigrato nell'Agro romano, per non dare scandalo si ritira in casa di un'altra casanolante, che a sua volta aveva subìto la stessa violenza e che è disposta ad ospitarla dietro compenso ed a portare il bambino che nascerà al brefotrofio di Fermo. Miseria, promiscuità, coabitazione alimentavano la cattiva fama dei casanolanti, ed in particolare delle loro donne. Ecco dunque confermati, sei secoli dopo, tutti gli stereotipi incarnati già dalla abitante dell'atterrato di Cascioli (In un testo letterario della metà del Duecento, noto come Canzone del Castra, citato da Dante nel De vulgari eloquentia, si descrive un atterrato situato a Cascio/i, probabilmente una località del Fermano vicina all'odierna Casette d'Ete, dove avviene un incontro amoroso tra la spregiudicata abitante dell'atterrato e un giullare di passaggio. Sulla Canzone del Castra si veda F. ALLEVI, L'atterrato nella Canzone del Castra e in altre attestazioni coeve, in Insediamenti rurali cit. ‐ nota 93), condivisi poi in ogni epoca, per cui le ragazze di borgata sarebbero più spregiudicate, o meglio, meno bigotte delle altre. Chiariamo comunque un concetto: non è la casa di terra a favorire l’esercizio di certe professioni, ma il dover necessariamente provvedere alla sopravvivenza propria e della propria famiglia, quindi la necessità costringeva a volte ad usare il proprio corpo come una risorsa. La povertà e l’emarginazione sociale a cui spesso erano condannate le donne, trovava nella prostituzione l’unico modo di pagare l’affitto della casa e di non morire di fame.
Storia del Borgo Villa Ficana, frazione di Casalincontrada (Ch). I Casanolanti: Così erano chiamati nell’area marchigiano‐romagnola gli “abitanti delle case a nolo” ossia i braccianti che vivevano in affitto, non potendo permettersi un’abitazione propria. Erano per lo più lavoratori stagionali senza contratto, senza terra di proprietà, poveri che non avevano un ruolo definito nel ciclo produttivo delle campagne. Estratto dal testo “Casanolanti – braccianti e giornalieri di campagna tra Marche e Romagna” di Augusta Palombarini: Nella seconda metà del ‘700 prese piede infatti una nuova classe sociale formata da gente di campagna, che viveva di espedienti in attesa di trovare un lavoro nei campi. E’ nell’inchiesta Jacini che per la prima volta la “casa di terra” viene definita “l’abitazione del giornaliero”. “Generalmente il bracciante abita in case costruite con impasto di paglia e terra ad un solo piano, non per se stesse malsane, ma spesso per imperfetta costruzione e perché di poca durata ridotte al punto da non essere più nemmeno valida difesa contro il vento e la pioggia. Ma le case peggiori sono quelle che usano in alcune parti del nostro territorio, costruite con paglia commista con terra fangosa e mata, case che dicansi “atterrati”. Esse sono abbastanza comuni nelle zone di collina e di pianura. Sono invece poco frequenti o mancano affatto nella zona montana o submontana”. (S. Jacini ‐ Atti della giunta per la Inchiesta Agraria e sulle condizioni della classe agricola – 1884). Anche se le pessime condizioni abitative riguardavano soprattutto le case in terra, non c’era molta differenza tra queste e quelle in mattoni cotti. I borghi dei casanolanti sono tutt’ora facilmente riconoscibili indipendentemente dal materiale di costruzione usato, per lo più scadente e di recupero, perché contraddistinte da schiere di case a due piani, di piccole dimensioni, divise in unità abitative di due o quattro stanze collegate da scale interne o esterne. Spesso nel retro delle abitazioni c’è un piccolo orto o lo stalletto del maiale. Le cattive condizioni abitative e igieniche del bracciante denunciate dall’inchiesta non dipendevano dal materiale costruttivo, ma da altri fattori, comuni per lo più a tutti i borghi dei casanolanti, quali l’affollamento e la coabitazione di più nuclei familiari, la promiscuità di uomini ed animali, l’accumulo di letame e immondizie.
La Regione Abruzzo. La fisionomia della Regione Abruzzo è caratterizzata dall’accostamento di due lineamenti geografici profondamente diversi: la montagna e il mare: L’Abruzzo montano, con numerosi centri sciistici con impianti di avanguardia, comprende i maggiori massicci dell’Appennino (il Gran Sasso d’Italia e la Majella), numerosi rilievi che raggiungono anch’essi notevole altitudine e altipiani intervallati dalle conche dell’Aquila e di Sulmona, mentre verso il confine con la Regione Lazio si stende la fertile conca del Fucino, risultante dal prosciugamento del lago omonimo portato a termine dal Duca Alessandro Torlonia nel 1875. Oggi l’ex alveo del lago rappresenta il fulcro della produttività agricola marsicana. Nel suo territorio è stata installata, da alcuni decenni, l’antenna parabolica della Società Telespazio, i cui sistemi di trasmissione e di ricezione per via satellite sono all’avanguardia in campo mondiale. L’Abruzzo marittimo, con i suoi centri turistici balneare, si aftaccia sull’Adriatico fra le foci del Tronto e del Trigno, in una fascia costiera sostanzialmente compatta, solcata da fiumi che scendono dal rilievo appenninico e subappenninico ed affiancata dalla discontinua cornice di ridenti zone collinari. Le 18 (perle dell'Abruzzo) stazioni balneari più rinomate, dotate di ogni moderno contorto, sono: Alba Adriatica, Martinsicuro, Tortoreto Lido, Giulianova Lido, Roseto degli Abruzzi, Pineto, Silvi Marina, Marina di Città Sant'Angelo, Montesilvano, Pescara, Francavilla al Mare, Ortona, Marina di San Vito, Fossacesia Marina, Torino di Sangro Marina, Lido di Casalbordino, Marina di Vasto, San Salvo MarinaI centri storici sparsi nelle quattro province abruzzesi sono più di 150 e di grande interesse turistico, sportivo e climatico sono: i laghi di Campotosto, Barrea, Scanno, Villalago e BombaUna nota particolare merita il Parco Nazionale d’Abruzzo, compreso tra l’area del Fucino a Nord-Ovest e la catena montuosa delle Mainarde Sud-Est, delimitato a Est dai Monti Marsicani, a Sud e Sud-Ovest dallo spartiacque tra il Sangro e il Liri, con gli immensi e centenari boschi, gli ameni altipiani e le gole selvagge, ricchi di straordinaria varietà di flora e di faunaNel suo territorio, per una estensione di 400 Kmq a vincolo intero e 600 Kmq con speciali restrizioni, viene assicurata la tutela e il miglioramento del patrimonio arboreo e faunistico.
 
 
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