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Cenni storici su Giulianova (Te) Dalla “redingote” allo zuccherificio di Giulianova

Giulianova > Cenni storici su Giulianova
 
 

Dalla “redingote” allo zuccherificio.Giulianova nei primi cinquant’anni del Novecento
di Sandro Galantini 


Unione Sportiva Operaia Circolo “R. Pagliaccetti” (20 aprile 1902) Archivio, F. Losco  

Con l’Ottocento postunitario Giulianova aveva conosciuto una attività culturale straordinariamente vivace, un forte incremento dell’attività commerciale e, relativamente all’abitato, rilevanti effetti modificativi. L’estremo limite del secolo, infatti, caratterizzato da una veemente espansione demografico-edilizia, aveva regalato alla città, attraverso una incerta mediazione tra antico e nuovo ma con quel magnifico Belvedere che appalesa una scaltrita attenzione riservata allo spazio panoramico, uno dei nodi fondamentali dell’impianto urbano, la piazza Vittorio Emanuele. Proprio sull’ampia e ineguale distesa della piazza era stato innalzato il grandioso monumento bronzeo del re, proiettato in gesto di saluto verso il prospiciente litorale, percorso sin dal 1827 dal tracciato della Consolare e soprattutto, a partire dal 1863, dalla nuova ferrovia. Più della carrozzabile, era stata proprio la ferrovia a contribuire potentemente a modificare il tessuto insediativo preesistente, senza arrivare però a produrre il ribaltamento delle gravitazioni e dell’intero assetto territoriale. L’espansione che interessa la fascia costiera, secondo uno schema a scacchiera, sottende una gerarchia di fruibilità e si lega strettamente con le leggi di crescita degli insediamenti litoranei. Pur in presenza di un fenomeno di «germinazione», dovuto soprattutto alle infrastrutture di collegamento sull’Adriatico e, in subordine, a moderate spinte turistiche, tuttavia la borgata “Marina” agli inizi del Novecento è ancora incapace di sottrarsi al rapporto strutturale con il centro originario. Giuiianova, d’altronde, nell’ambito propriamente urbano conta, secondo i risultati del censimento del 10 febbraio 1901, 4493 abitanti (circa i due terzi dell’intera popolazione comunale) e dalla collina si volge al controllo ed allo sfruttamento del pingue retroterra agricolo, sostanzialmente ignorando il mare. Una riprova della capacità di Giulianova di mantenere un colloquio adeguato, esauriente con la sua campagna è data, trascurando taluni significativi esempi tardo ottocenteschi di protoattività industriale, dal pullulare, proprio nel primissimo Novecento, di imprese di piccolo respiro, la cui produzione sembra soddisfare esigenze connesse all’attività agricola o, al più, maturate entro gli angusti limiti cittadini. La stessa creazione della stazione di Colleranesco assume un significato ed un risvolto essenzialmente proprietari, posta com’è al centro di un’area soggetta agli interessi del grande notabilato terriero. Più che sul litorale, dunque, Giulianova gravita verso l’interno: è col suo hinterland che la città, conservando un ruolo egemone, mostra affinità ed un solido legame ambientale, come testimoniano le occasioni fieristiche e devozionali opportunamente intrecciate. Fino alla 1ª Guerra mondiale gli interventi degli organi decisionali cittadini, pur non limitati al solo capoluogo, sostanzialmente aderiscono alla duplice consapevolezza di una stretta relazione tra centro e campagna, e di una assorbente funzione gerarchica svolta dalla città nei confronti del territorio, anche di quello litoraneo. Negli anni del periodo postbellico, rimarginate faticosamente le ferite inferte alla popolazione - novantatré sono i caduti giuliesi, ricordati da una mesta lapide murata sul Corso, oltre che da sempre più frequenti manifestazioni combattentistiche -, e sanati parzialmente i tanti guasti nell’economia collettiva e individuale, si assiste ad una prima, parziale erosione della funzione egemonica della città alta.
 

Lo zuccherifìcio di Giulianova (1950) Archivio C. Di Odoardo  

Anche se questa conserva la gran parte delle funzioni tradizionali connesse al ruolo di capoluogo (burocratico—amministrative, sanitarie, scolastiche, creditizie, ecclesiastiche), c’è da dire che l’azione convergente di strada-ferrovia-infrastrutture portuali cagiona un fenomeno non irrilevante di attrazione e gravitazione in senso lato industriale da parte della zona litoranea, che giunge così a dotarsi di una propria struttura urbanisticamente riconoscibile. Il censimento del ‘21 segnala sotto il profilo demografico come la “Marina” sia ormai prossima a emanciparsi dall’umiliante e sempre meno tollerata condizione di subalternità rispetto al capoluogo: il numero (lei residenti nella frazione costituisce ora la metà della popolazione della città collinare. La verticalizzazione demografica e l’espansione insediativa registrate a valle non impediscono tuttavia alla cupola di S. Flaviano di continuare ad ombreggiare le sedi politiche decisionali, le case dei” maggiori”, gli uffici ed un ricco ordito di locali pubblici. I caffé, le gioiellerie, le pelletterie, le botteghe dei parrucchieri, le farmacie ed anche i locali dei fotografi risultano messi, come ricorda Vincenzo Bindi in una sua monografia notissima dedicata alla città (uno tra gli ultimi lavori dell’insigne studioso, prima della morte) con gusto ed eleganza, «e dove in ogni ora, sempre ben serviti, si trova quello che si desidera». I venti anni successivi sono fondamentali nella ridefinizione degli assetti territoriali e delle gerarchie urbane. La costruzione del Lungomare monumentale non deve venir relazionata solo alla percezione della valenza, in termini economici, del turismo balneare, un fenomeno di tale incidenza da giustificare il termine di «industria» con il quale viene definito, quanto alla conoscenza, da parte degli organi decisionali dell’epoca, dei processi tendenziali che avevano portato nel corso degli anni alla frantumazione, o «bipolarità», dell’aggregato insediativo. Si è consapevoli, insomma, della perdita di centralità del capoluogo a favore della “Marina”, ed è quindi alla “Marina” - che, è chiaro, può riguardarsi ormai come l’epicentro dinamico trainante di gran parte delle attività economiche presenti nel territorio, quindi vocata a prevedibili «magnifiche sorti e progressive» - che si decide di rivolgere le dovute attenzioni, tanto che il piano regolatore del 1935 (rimasto inattuato, sorte, questa, peraltro condivisa dal piano regolatore Montani-Scalpelli del ‘56, più aggiornato ma, in sostanza, informato ai principi acquisiti nel ‘35) codifica per la zona pianeggiante la nascita di una nuova città, dell’estensione tre volte superiore a quella esistente, con una rete stradale capillare, parchi pubblici ed edifici monumentali. È importante notare che la planimetria prevede il mantenimento, relativamente all’abitato interno, del Municipio, mentre le sedi più rappresentative del Regime vengono collocate a valle, in una piazza «foro» della nuova città, quasi ad esprimere la volontà di conservare nel capoluogo il simbolo di funzioni tanto prestigiose quanto ormai inincidenti nella vita cittadina, e di far scivolare a valle le sedi dell’amministrazione fattuale del potere. Pure di questi anni è la configurazione pressoché definitiva del porto, con i due moli nord e sud ormai lunghi più di quattrocento metri il primo, quasi seicento il secondo. La tradizionale attività peschereccia non può non ricevere un sicuro effetto tonificante dalla realizzazione di opportune calate e banchine, sicché alle paranzelle o bilancelle ed alle note lancette si aggiungono progressivamente imbarcazioni dotate di motori ausiliari. L’approdo giuliese, dunque, pur mancante ancora di talune infrastrutture, si connota proprio nell’estremo limite degli anni Trenta come uno tra i più importanti del medio Adriatico, e non è casuale che nell’ampio specchio acqueo del suo bacino ammari addirittura un idrovolante della Regia Aeronautica, tra la comprensibile sorpresa dei giuliesi, abituati agli approdi dei bastimenti o delle imbarcazioni pescherecce, certo non a quelli di un velivolo. La guerra, terribile, non può che spiegare effetti perniciosi sulla città e sulla popolazione. La ricostruzione che segue - i bombardamenti alleati, talvolta inutilmente crudeli, avevano distrutto tanti edifici civili e, tra quelli più antichi, la chiesa di S. Maria a Mare - si avvia lenta, forse anche a fatica ma con costanza. La acquisita libertà sembra dotare la popolazione di grande entusiasmo, di voglia di fare. Si partecipa attivamente alla vita sociale, culturale, politica, economica. Nell’ottobre del ‘47 un gruppo di giornalisti giuliesi decide di costituire un Ufficio Stampa nella città, di organizzarsi sindacalmente e, contestualmente, di attivarsi per portare nella città adriatica il Congresso regionale della stampa. Due anni dopo fa il suo esordio “Giulianova”, il primo numero unico del dopoguerra. Oltre ai problemi locali ed alle questioni politiche, la stampa torna ad occuparsi dell’attività sportiva, soprattutto del calcio, una disciplina che sin dagli anni ’20 aveva trovato a Giulianova un terreno particolarmente ferace, con la squadra cittadina salita agli onori della cronaca per le importanti vittorie conseguite. Riprende anche l’attività balneare, con un turismo che, come si legge in una corrispondenza dell’epoca apparsa sul quotidiano “Il Tempo”, «non ha nulla a che vedere con i fenomeni quasi artificiali, quasi scientifici, fatalmente popolarizzati e standardizzati da Riccione, Rimini e via dicendo». «Un centro ideale per una riposante villeggiatura», scrive il giornalista Giulio Bacher sempre su “Il Tempo”, che offre però, quando cala la sera, tutto un tripudio di luci, di musiche e di colori. Si balla al dancing dell’Albergo Lido e Parco (il vecchio e glorioso Kursaal Lido) o a quello, attiguo, del “Calipso Fiorito”, sulla terrazza a mare dello stabilimento “Venere” o alla “Nave Azzurra”. Nel censimento del 1951 Giulianova registra 12.583 residenti. La città, con la costruzione agli inizi degli anni ‘50 del grande zuccherificio-raffineria S.A.D.A.M. di via Trieste, si prepara all’impetuoso ingresso di una notevole infrastrutturazione terziaria ed a conseguenti forti espansioni insediative, come segnala il censimento del 1961, con una popolazione passata a 15.252 abitanti, il 21,2 per cento di residenti in più rispetto a dieci anni prima, quasi il doppio rispetto a quel lontano censimento dei 1901.

Articolo tratto da OPUSCOLA (1) – Giulianova in fotografia 1900-1950. A cura di Giovanni Bosica e Pierino Santuomo, Edigrafital, 1998.  Sandro GALANTINI, storico, giornalista, responsabile della biblioteca “C. Donatelli”.  

Bibliografia
DALLA “REDINGOTE” ALLO ZUCCHERIFICIO.
GIULIANOVA NEI PRIMI CINQUANT’ANNI DEL NOVECENTO di Sandro Galantini
La bibliografia relativa alla Giulianova ottocentesca fa perno intorno all’ancora insuperato lavoro di Riccardo Cerulli, Giulianova 1860, Teramo, Abruzzo Oggi, 19682 (edizione riveduta ed ampliata rispetto alla precedente, Pescara, Trebi, 1959).
Circa l’attività culturale nel XIX secolo, si rimanda a Sandro Galantini, Le “difficili conquiste”. Cultura umanistica, arte e storia a Giulianova tra Seicento e Ottocento, in Centri dell Abruzzo, Sulmona, Edizione del Premio “F. Carrara”, 1996, pp. 36-52. nonché ad Aldo Marroni, Giulianova, in Abruzzo nell’Ottocento, Pescara, Ediars, 1996, pp. 312-319, mentre, relativamente ad alcuni significativi momenti dell’industrializzazione tardo ottocentesca cittadina, qualche cursoria ma utile notizia è contenuta nell’ottimo saggio di Costantino Felice, Protoindustria o pluralità ruraale? La “deindustrializzazione del secondo ‘800 in Abruzzo e Molise, in “Trimestre”, a. XXIII (1990), n. 3-4, spec. pp. 285, 294-296, 298-300.
Una seria indagine riguardante le strutture sociali e l’ambiente culturale, politico ed urbanistico della Giulianova novecentesca, invece, manca del tutto, volendo prescindere da taluni interventi che sostanzialmente non valicano il confine dell’aneddotica o da recentissime riflessioni che tuttavia afferiscono a questioni circoscritte, sia sotto il profilo oggettivo, sia sullo quello cronologico. Pertanto, per la stesura della presente sintetica nota, lo scrivente si è servito di documenti e di dati stralciati da un suo lavoro in corso di stampa relativo alla Giulianova tra Otto e Novecento, al quale si rimanda per un inquadramento generale ed una più dettagliata bibliografia. Qui vogliamo in ogni caso segnalare il bel lavoro di Ottavia Aristone e Giulio Tamburini, La pianificazione urbana in Abruzzo prima della legge del 1942, in Intellettuali e società in Abruzzo tra le due guerre. Analisi di una mediazione, a cura di Costantino Felice e Luigi Ponziani, Roma, Bulzoni, 1989, p. 16, insieme con quello di Susanna Magnelli, Maurizio Morandi, Giulio Tamburini, Urbanizzazione diffusa e riuso dei sistemi urbani preesistenti: la fascia litoranea abruzzese e la Val Pescara, in Piccola città & piccola impresa, a cura di Raimondo Innocenti, Milano, Franco Angeli, 1988, pp. 179-181, 184, 198-200. La “monografia notissima” del Bindi cui si fa cenno nel testo non poteva che essere Giulianova. La Posillipo degli Abruzzi, Milano, Sonzogno, 1927, ora disponibile nella ristampa 1992 (Teramo, Galleria d’Arte Moderna di Carla Limoncelli & C.) con le preziose note di Margherita Maria Antonelli, opuscoletto utilissimo per una panoramica à vol d’oiseau sugli esercizi pubblici operanti nell’estremo limite degli anni Venti, da integrare magari con i dati dell’Annuario degli Abruzzi Alebardi, Giulianova, Stea, 1927. Gli articoli giornalistici citati nel testo sono quelli scritti dla Manlio Masci, Fatto nuovo sulla Riviera adriatica, “Il Tempo”, 30 luglio 1954, e da Giulio Bacher, Giulianova è il centro ideale per una riposante villeggiatura, “Il Tempo”. 28 luglio 1954. Circa, poi, la costituzione dell’ufficio stampa nell’immediato dopoguerra, si veda l’articolo di l.[ino] m.[anocchia], Nella stampa di Giulianova, “Il Momento”, 4 ottobre 1947. È appena il caso di rammentare che alla riunione erano presentì i corrispondenti giuliesi de “Il Messaggero”, dell’“Avanti!”, de “L’Unità”, del “Giornale d’Italia”, della “Voce Adriatica”, de “Il Risorgimento Liberale”, de “Il Momento” e “Il Momento Sera”, de “Il Tempo”, del “Corriere della Sera” e della “Gazzetta dello Sport”, rispettivamente Calogero Arata. Aristide Castiglione, Tullio Conte. Umberto Bernardi Crocetti, Armando Ferroni, Franco e Lino Manocchia, Carino Tomassetti e Giuseppe Tulli, Infine, per un inquadramento della stampa periodica a Giulianova anche di questo periodo, si rimanda a Sandro Galantini, La stampa periodica a Giulianova dal periodo postunitario alla prima metà del Novecento, Note e e indicazioni in “Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria”. Annata LXXXV (1995), spec. pp. 476-479.

La storia di Giulianova: La Giulianova moderna

Dopo secoli di vita cittadina entro il perimetro quattrocentesco, nella seconda metà dell’Ottocento, sotto una vivace spinta demografica e con il miglioramento dell’economia locale, si ha l’espansione extramuraria dell’abitato collinare, il cui principale nodo urbano è costituito dall’attuale Piazza della Libertà. Anche il sottostante litorale, fino all’Unità d’Italia sostanzialmente deserto, grazie all’entrata in funzione nel 1863 del tronco ferroviario Ancona-Pescara e quindi, nel 1884, della strada ferrata per Teramo, registra una sempre più vivace attività sia commerciale che industriale. È qui infatti che Luigi Crocetti crea nel 1888 una società, la prima in Abruzzo, per la costruzione di mattonelle e lavori in cemento, presto emulato da altri imprenditori. Grazie anche alla “scoperta” del turismo balneare, con la costruzione nel 1874 dello stabilimento balneare e la presenza dal 1896 di un frequentatissimo Ippodromo, l’abitato a valle si infittisce di nuove costruzioni estendendosi progressivamente nelle aree la Giulianova moderna adiacenti alla stazione. Ma la borgata “Marina”, nome della germinazione litoranea di Giulianova, pur condividendo strettamente le dinamiche di crescita comuni agli altri insediamenti costieri, tuttavia rispetto ad essi avrà caratteri distinti, mancando di produrre il ribaltamento delle gravitazioni. 

E difatti nel 1934, quando la frazione ormai ha superato per abitanti lo stesso capoluogo e da tempo costituisce l’epicentro dinamico trainante dell’intero territorio, si opterà per la fusione amministrativa tra l’abitato collinare, che allora come oggi conserva saldamente la sede municipale, con quello litoraneo, che perciò assume la nuova denominazione di Giulianova Spiaggia e dove nel 1936 la già solida vocazione balneare, rappresentata dall’imponente Kursaal realizzato nella parte inferiore nel 1913 come club marino e ultimato in stile liberty sedici anni dopo come albergo assai prestigioso, viene rafforzata dalla costruzione del lungomare monumentale

Nei decenni successivi al secondo dopoguerra, l’espansione urbana privilegia, seguendo uno schema a scacchiera, le aree litoranee meridionale e settentrionale e quindi quella valliva occidentale, non pregiudicando lo sviluppo armonico della città. Oggi, infatti, Giulianova, pur avendo una delle più alte densità demografiche della provincia, è tra i centri costieri abruzzesi a disporre del più alto coefficiente di zone verdi presentandosi nelle vesti di una elegante località, culturalmente assai vivace e apprezzata dai turisti per il finissimo arenile, per le sue dotazioni ma anche per le ricche testimonianze artistiche e monumentali.

Le bellezze dell'Abruzzo. Mare, monti, arte, gastronomia, folklore: è questa in sintesi, la realtà dell’Abruzzo; che, tra le spiagge dell’Adriatico e le nevi perenni del Gran Sasso d’Italia e della Maiella, può ancora offrire ai forestieri - oltre ad una moderna attrezzatura alberghiera e in campeggi e case private - una vacanza completa, ricca di continue scoperte. I quattro capoluoghi di provincia: L’Aquila, Chieti, Pescara, Teramo e numerose altre città, che in antico ebbero un ruolo determinante, custodiscono tesori d’arte e di storia, resti archeologi, musei, cattedrali, castelli, acquedotti, fontane, ecc., che testimoniano di una continua operosità sul mare, nei campi, sulle montagne. Dalle ceramiche di Castelli ai legni intagliati di dl Pretoro, dai liquori di Tocco Casauria agli orafi di Scanno e ai merletti di Pescocostanzo, è tuttora vivo in ogni angolo della regione un artigianato che spesso affonda le proprie radici addirittura nella preistoria. 

 
 
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