|
|
| |
-
Presentazione
-
-
Il volume che il nostro Assessorato ha voluto
dare alla luce, con l’immediata ed entusiastica
adesione del Consigliere regionale Antonio
Cicchetti, che ha concretamente operato per
renderne possibile la realizzazione, giunge a
colmare un’ampia lacuna sulla figura, ancora
oggi vivissima nella memoria di molti di noi,
del Maestro Dino Fedri, illustre musicista e
compositore, per lungo tempo accompagnatore del
celebre tenore Beniamino Gigli.
-
Inoltre, anche se Dino Fedri è stato l’ultimo
rappresentante della omonima, numerosa dinastia
di musicisti, il volume documenta ben oltre la
sua biografia ed i suoi successi, ripercorrendo,
piuttosto, l’intera storia della sua genesi
artistica, che l’autore del volume avvalora, con
una ricchezza infinita di documenti ed immagini.
-
A partire dalle vicende del suo antenato,
Adriano Fedri, costruttore di organi sia a Rieti
che nel circostante territorio abruzzese fin
dalla metà del 1700, l’autore Giovanni Di
Leonardo, che ha già pubblicato preziose
testimonianze sugli antichi organari abruzzesi,
ha raccolto negli Archivi Storici e privati più
prestigiosi d’Italia, oltre che in numerose
biblioteche, una quantità straordinaria di
testimonianze iconografiche e documentarie che
offrono un quadro assolutamente nuovo ed inedito
su tutta la dinastia di questi artisti, con
l’apporto non trascurabile degli ultimi eredi di
Dino Fedri, che ancora oggi vivono numerosi
nella nostra città.
-
Siamo certi, così, di aver reso giustizia alla
figura di uno dei musicisti più prestigiosi
nella storia recente della nostra comunità
cittadina e di aver contribuito, con un’opera di
straordinaria valenza storico-documentaria, a
valorizzare il prezioso patrimonio di memorie
che l’intera dinastia dei Fedri ha rappresentato
per la nostra città.
-
-
Prof. Gianfranco Formichetti
-
ASSESSORE AI BENI CULTURALI
-
COMUNE Dl RIETI
|
|
 |
| |
-
Introduzione
-
-
Questo lavoro, incentrato su alcuni protagonisti
della vita culturale dell’antica e nobile città
di Rieti, vuole essere la continuazione di
Organari Abruzzesi del Settecento,
riprendendo sinteticamente il discorso da
Adriano Fedeli-Fedri per poi esaminare più
attentamente l’arte e le vicende dei suoi
discendenti. Il primo volume ci fu sollecitato
da Claudio Angelozzi di Atri, figlio di Maria
Fedri, l’ultima abruzzese a portare tale
cognome; mentre per questo secondo lavoro siamo
grati a Renzo, Angelo, Gabriella ed Egisto Fedri,
in particolare, ma a tutti gli altri discendenti
che, visto il precedente risultato, si sono
mobilitati nel ricercare nei più impensabili
ripostigli, al fine di riportare alla luce
ricordi, ritagli di giornale, foto, ecc., e
consentire, speriamo, un altrettanto valido
risultato.
-
L’intento è quello di seguire questa famiglia di
organari fino all’ultimo costruttore, Celestino
(1884-1960), per dare spazio, infine, al suo
ultimo musicista, Dino (1912-1957), che fu
compositore e direttore d’orchestra.
-
Un cenno va fatto a Feliciano Fedeli (Corgneto,
1684 c.a; 19-11-1746), il capostipite finora
conosciuto di questi importanti costruttori di
organi, che hanno arricchito centinaia di chiese
di tutta l’Italia Centrale con i loro preziosi
strumenti, a partire da quello monumentale della
chiesa di S. Bernardino (1725), a L’Aquila.
-
Adriano, primogenito maschio di Feliciano, dopo
una parentesi quasi decennale a Rieti, si
sposterà repentinamente ad Ascoli Piceno, per
poi entrare nel Regno di Napoli e stabilirsi per
tutta la vita ad Atri. Il suo attivismo va visto
insieme a quello più generale degli artigiani
che già dal XVI secolo premono per avere un
ruolo nella società più vasta, stratificata
rigidamente in patriziato, clero e popolo. Nel
Settecento fa capolino il ceto proprietario,
essenziale per la vita economica e sociale.
-
Il Nostro fa certamente parte dell’artigianato
benestante che trova nuove forme di inserimento
e promozione sociale, con le quali dà vita ad un
ceto vivace, tipicamente tardo settecentesco,
quello degli industrianti, che si struttura
quando la rendita comincia a prevalere
sull’attività lavorativa; così essi si
trasformano in proprietari, facendo nascere una
piccola e media borghesia, che non è ancora
intellettuale e neanche imprenditoriale, e che
non disdegna la proprietà della terra e delle
case. Vedremo Adriano che acquista una casa ed
un tenore di vita che si può senz’altro dire di
ceto medio.
-
Osserveremo, attraverso varie fasi e
protagonisti, l’evoluzione dell’arte organaria
dall’eccellenza di Adriano agli ottimi risultati
conseguiti dai suoi eredi. Vedremo anche che
quest’arte subisce una fase di declino che
coincide con la fine del collateralismo tra la
chiesa e il potere assoluto, le soppressioni
napoleoniche e poi quelle del periodo post
unitario. Di questa crisi fa subito le spese il
ramo atriano quando, con Gaetano, figlio di
Emidio, nei primi decenni dell’Ottocento, ci
sarà il tentativo di riconvertirsi in
agrimensore, mestiere che eserciteranno quasi
tutti i suoi discendenti. Il ramo reatino ed
aquilano resisterà ancora per alcuni decenni, e
solo negli anni Trenta del secolo passato
abbandonerà quest’arte.
-
Damaso, figlio di Adriano, si stabilì a Rieti a
vi rimase per circa trent’anni, per poi
trasferirsi e chiudere i suoi giorni a L’Aquila.
Salvatore, suo figlio, “firmò” qualche strumento
insieme a Damaso e, oltre alle numerose
riparazioni realizzate, costruì da solo qualche
organo nell’Aquilano.
-
Nel secondo Ottocento, Antonio, organaro
anch’egli, ed erede del precedente, operò tra
L’Aquila e Rieti. Dei suoi due figli maschi,
solo Celestino, che rimase nel capoluogo
abruzzese, ne apprese e continuò per un primo
periodo l’arte organaria, per poi dedicarsi
quasi esclusivamente ad accordare pianoforti.
-
A Rieti, invece, si stabilì definitivamente il
fratello maggiore di questi, Egisto, ed ebbe un
ruolo nella diffusione della musica, attività
continuata, poi, da suo figlio Dino che a Rieti
mosse i primi passi da Direttore d’Orchestra,
Pianista e Compositore.
-
E difficile, a noi cittadini del XXI secolo,
immaginare la bottega di un costruttore di
organi del Settecento: mancano documenti scritti
e tantomeno dipinti che ne ritraggano
l’atmosfera, ma con un piccolo sforzo possiamo
raffurarci gli attrezzi e la laboriosità di quei
maestri, dei veri artigiani-artisti itineranti,
almeno fino a metà Settecento, con precise
conoscenze in molti campi: falegnameria,
metallurgia, fisica, acustica, musica ecc..
Oltre alle opere in legno: somiere, cassa
armonica, cantoria, una parte delle canne,
mantici, ecc., dovevano realizzare le canne in
Piombo e Stagno, quasi sempre legati a
Marcasite, talvolta, in piccole percentuali,
usavano anche Antimonio, Bismuto e Rame. Quindi
oltre ai vari attrezzi da falegnameria, avremmo
visto un crogiuolo per la fusione dei metalli
suddetti, schiumarole per purificare le fusioni,
ed altri attrezzi per la realizzazione delle
lastre da usare poi per realizzare le canne. Le
percentuali dei metalli, le tecniche di fusione,
lo spessore delle lastre, la forma delle
“bocche” erano parte dei segreti del singolo
organaro.
-
La trasmissione delle conoscenze tecniche, in
questa dinastia, come d’altro canto in quasi
tutti i mestieri che attengono all’artigianato
artistico, avviene direttamente dalla lunga
collaborazione padre-figlio, processo nel quale,
oltre a tramandare abilità tecniche, si crea
un’alchimia di intenti e di passione per
quest’attività, che rendono gli organi, non
sterili strumenti musicali, ma vere e proprie
opere d’arte, con una precisa individualità in
cui sono riconoscibili voce e anima.
-
Giovanni Di Leonardo
|
|