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Direzione editoriale Giacinto Damiani |
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Grafica: Barbara Marramà |
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© 2008 Rcerche & Redazioni
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Giacinto Damiani Editore
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ISBN 978-88-88925-20-2 |
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In copertina: |
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Miniatura di un manoscritto chirurgico del XIV
secolo. |
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Chirurgia monastica: il monaco “infirmarius”
solleva l’arto saperiore sinistro di un
paziente. Nell’avambraccio, poco sotto il
gomito, si apre una vasta ferita. |
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(Biblioteca Nazionale di Torino - Codice E. VI.
4. 5.) |
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Prefazione di
Sandro Galantini |
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Dopo aver patito un ingeneroso e
macroscopico disinteresse, parzialmente
temperato in tempi a noi vicini, la
plurisecolare vicenda dell’ospedale di
Giulianova fuoriesce dal cubo d’ombra in cui
è stata finora relegata, ed acquisisce
finalmente la sua manchevole cornice, grazie
al fecondo impegno di Gianfranco Garosi,
votatosi con questo suo appassionato e
appassionante lavoro — facendo seguito alla
docenza universitaria in ambito
medico-scientifico e a lustri di intensa
attività professionale — all’indagine
storica.
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Volutamente prive di tecnicisrni e di
inutili appesantimenti, per quanto
robustarnente sorrette da insistite
ricognizioni bibliografiche e diligenti
scavi archivistici, le dense e insieme
eleganti pagine del Garosi illustrano come
il «governo della salute» in una realtà
fors’anche periferica ma certo non marginale
come quella appunto di
Giulianova,
fosse originariamente ispirato alle istanze
caritativo-filantropiche della solidarietà e
dell’aiuto.
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E’ infatti l’anima
umano-sociale dell’assistenza agli «infrmi»
e dell’accoglienza ai pellegrini, modulata
sull’ispirazione cristiana, a connotare
l’attività di quell’ospitale presente
sin dal XII secolo a
San Flaviano
in non casuale collegamento con la chiesa di
S. Maria a Mare,
ambedue oggetto di donazione ai canonici da
parte del vescovo aprutino nel 1122, e con
le prossime
strutture portuali
dell’opulento, culturalmente ed
economicamente assai vivace centro
medioevale, che, coinvolto nella
omonima battaglia del
1460,
sarebbe stato sostituito di qui a un
decennio, in «loco de bon aere» e in
posizione senz’altro più difendibile, da
Giulianova.
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Alla necessità umanistica, venuta a
lievitare nei secoli del medioevo cristiano,
di vivificare le forze — amministrative,
organizzative, di conforto, di sostegno —
finalizzate alla cura della persona e al suo
benessere, si aggiunge, nella realtà
ospedaliera del Rinascimento, la nascente
esigenza “scientifica” di setrorializzare i
malati, di catalogare le patologie e di
specializzare le cure.
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È dunque in questo mutato scenario, tuttavia
ancora signoreggiato dalla grandezza
ponderale della carità, che va a dislocarsi
l’ospedale di S. Rocco attivo nella
nuova città voluta da
Giulio Antonio
Acquaviva alla fine del Quattrocento o, più
verosimilmente, agli inizi del secolo
successivo, essendo già nel 1526 sottoposto
al governo di due procurato- rieletti
dall’Università, in un torno di tempo in
cui, è d’uopo rammentarlo, è ormai definita
la riconoscibilità urbanistica dell’abitato,
il ripopolarnento è pressoché avviato a
conclusione e con esso la ricollocazione di
istituzioni ed apparati burocratici
(Generale Consiglio o Parlamento, Regio
credenziere e fondachiere), già presenti
nell’ormai semidiruto centro medioevale di
San Flaviano.
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Sottoposto, a
differenza di quello flavianeo, a gestione
laica, per quanto non senza significato
contiguo alla chiesa omonima, l’«Hospidale
terre Iulie Nove» costituisce l’espressione
qualificante, entro un orizzonte
schiettamente e vischiosamente feudale
della
capacità gestionale e quindi dell’autoriconoscimento
del corpo sociale che attraverso la Giunta,
o Minor Consiglio, provvede alla nomina
degli organi preposti alla struttura
sanitaria (sindaco, perceptore ,
exactore, procuratore, prorectore),
nonché del medico e del personale
infermieristico (gli spedalieri).
Sostituendosi alla ecclesia, è ora la
civitas che mediante le istituzioni
da essa dipendenti assume su di sé il
compito di occuparsi della dimensione
temporale dell’esistenza, certo non
nell’accezione totalitaria che giace nella
nostra memoria storica.
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L’attenzione nei confronti dell’uomo in
difficoltà, con interventi soccorrevoli che
non s’arrestano alle sole occorrenze
patologiche ma integrano l’alimentazione e
in qualche maniera rimediano
all’emarginazione, rimane impregiudicata
nonostante gli equilibri politico-sociali
che si succedono nel corso dei secoli. «Per
tradizione — si dice infatti in una
relazione del 1806 circa l’ospedale giuliese,
ormai parte integrante della pubblica
amministrazione e di qui a non molto anche
sede di una delle cinque commissioni
amministrative provinciali — sappiamo essere
stato installato a beneficio de’ Poveri
infermi, degl’Esposti e de’ Miserabili».
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È dunque ancora
fortemente radicata sugli archi lunghi della
storia quella hospitalitas calibrata
sulla carità che non verrà meno con la
restaurazione borbonica né con l’Unità
d’Italia, così come rimarrà parrecipata dal
corpo sociale (sostituendo la legge del 3
agosto 1862 le vecchie commissioni comunali
di beneficenza con le congregazioni di
carità) la
gestione dell’erogazione e del finanziamento
dei servizi, pur sotto il penetrante
controllo, come disposto dalla successiva
legge 20 marzo 1865, dell’autorità
prefettizia.
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Alle innovazioni legislative non corrisponde
tuttavia l’adeguamento della struttura di
riferimento, versando il complesso S. Rocco
— a pochi anni dagli estenuanti lavori che,
principiati nel 1858, ne avevano consentito
l’operatività solo nel 1867— in uno stato di
penoso e grave degrado, logico corollario di
una certamente torpida attività
amministrativa e, insieme, del progressivo
depauperamento delle una volta considerevoli
rendite.
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I limitati interventi di carattere
strutturale, necessari anche per le esigenze
del nuovo asilo installato in una parte
dell’immobile nel 1871 (una convivenza
destinata ad acuire le problematicità di
fondo), non modernizzeranno né umanizzeranno
l’ospedale di S. Rocco, per il quale pure si
appronta nel 1878 il relativo statuto
organico e l’anno dopo il regolamento
d’ordine e di servizio. Di talché, pur tra
diverse opzioni e ondivaghi orientamenti, la
scelta di realizzare una nuova struttura
sanitaria nel complesso conventuale dei
soppressi Cappuccini, ceduto parzialmente
dal Comune alla Congregazione di carità il
16 marzo 1870 e in via definitiva il 29
aprile 1883 ma, di fatto, utilizzato come
ospizio di mendicità con grave vulnus
della destinazione d’uso
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E d’altronde gli
incerti e talvolta persino confusi
tentativi, illustrati nei loro risvolti da
Gianfranco Garosi, di trasformare in
“fabbrica della salute” quello
che era e
rimarrà un luogo tradizionale della
beneficenza per poveri, dove la malattia si
configura come il prodotto di una condizione
disagiata piuttosto che un dato da rimuovere
attraverso le tecniche della terapia medica,
procedono in parallelo con una produzione
legislativa — di cui il cosiddetto codice
sanitario Paglioni-Crispi del 1888 e la
legge n. 6972 del 17 luglio 1890 sono i
riferimenti principali — che, pur entro le
coordinate di una decisa laicizzazione degli
innumerevoli organismi di assistenza e
beneficenza, tuttavia continua ad equiparare
l’ospedale, sia nelle finalità che nel
regime giuridico, alle altre opere pie,
secondo un assetto istituzionale che non si
esaurisce certo con il primo testo unico
delle leggi sanitade approvato con Regio
decreto 1 agosto 1907.
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Di qui a un paio d’anni, nel gennaio 1909,
verranno deliberati i lavori che —
abbandonato definitivamente ogni proposito
di alienazione o permuta dellimmobile —
consentiranno nell’estate del 1914 di
inaugurare ufficialmente l’ospedale civile
“Maria Ss. dello Splendore” sotto la
direzione di un chirurgo di chiara fama come
Vincenzo Marcozzi.
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Nel 1914, che è anche l’anno in cui il
munificio intervento di Cesare Migliori e
dei suoi fratelli rende possibile la
sopraelevazione di tre piani sopra la
sagrestia della
chiesa dello Splendore
per la creazione di nuovi ambienti e
soprattutto della sala operatoria, fa dunque
il suo ingresso l’anima tecno-pratica
dell’assistenza, ispirata alle esigenze
curative della malattia e produttive della
salute.
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Il gabinetto
radiologico realizzato nel 1930 e il
sincronico
potenziamento dell’ospedale, non limitato al
solo profilo strutturale, precedono di poco
il nuovo testo unico delle leggi sanitarie,
che, approvato il 27 luglio 1934, per oltre
quarant’anni determinerà l’ordinamento dello
Stato italiano nel settore e le specifiche
funzioni dei singoli organi
dell’amministrazione sanitaria sino
all’entrata in vigore della legge di riforma
del 1978.
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Nel frattempo, facendo seguito agli eventi
che hanno visto nascere la Repubblica
Italiana, nel 1958 si è avuta l’istituzione
del Ministero della Sanità, nel 1968 la
riforma ospedaliera e quattro anni dopo il
passaggio alle regioni delle funzioni
statali in materia sanitaria.
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Entro un quadro caratterizzato dalla spinta
propulsiva delle riforme e delle innovazioni
istituzionali, l’ospedale giuliese abbandona
i locali storici dell’ex convento cappuccino
per trasferirsi nella moderna struttura
realizzata su via Gramsci dopo i lavori
completati nel 1970, a cui dieci anni dopo
si aggiungeranno i nuovi padiglioni
occidentali.
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E’ con questo excelsior che giunge al
suo approdo, dalle aurore dell’età
medioevale, la storia dell’ospedale di
Giulianova, esemplarmente restituita insieme con le sue complesse vicende, ed
alcuni illustri protagonisti, da Gianfranco
Garosi attraverso questo suo nitido,
meditato lavoro che non mancherà di
occasionare ulteriori indagini e nuove
ricognizioni.
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Gianfranco Garosi (Siena 1930), Medico
Ortopedico, ha svolto prevalen-temente
l'attività professionale presso l'Ospedale
Civile di Giulianova come Primario del Reparto
di Ortopedia. |
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