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La bicicletta rossa,
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Eros Costantini |
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Finito di stampare |
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nel mese di settembre 2006 |
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dall’industria Grafica “La Cassandra" |
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per conto di lanieri Editore. |
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POSTFAZIONE |
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LA CITTA AMANTE DI EROS |
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Giulianova tra paesaggio fisico, ambiente e
identità |
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di
Sandro Galantini |
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Spazio d’anima ma anche realtà interiore,
grembo dei ricordi, di transiti e
compiutezze. «Sugli scaloni del
Montegrappa
/ saltavo gli appuntamenti indiscreti /
distratto da vicoli e piazze / di una topono
mastica aragonese».
La bicicletta rossa di Eros Costantini,
assai persuasiva opera del poeta abruzzese,
si insinua nel compatto ordito delle vie e
scivola, maliziosamente e vigile, entro le
coordinate geografiche e tra gli spazi
cogniti di una città — reale, come autentica
è la struttura del vissuto sottesa negli
indugi, nelle interrogazioni e nelle pause
di malinconica ironia dell’Autore — con le
sue emergenze medievali e rinascimentali
intrise di salsedine e di storia, che trova
sazietà ed il suo estremo perimetro nella
linea esigua, esitante tra mare e cielo.
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E questa sua città — la
Giulianova
sortita dal “sogno epocale” di
Giuliantonio Acquaviva,
il cui quattrocentesco impianto urbano,
ascrivibile secondo alcuni a Francesco di
Giorgio Martini e per altri alla scuola di
Leon Battista Alberti, rimanda a complessi
significati matematici e simbolici — è luogo
di sortilegi arcani e di riscatto, di enigmi
ed ambiguità come pure di pegni traditi e di
esilli, adunando pazientemente nel cavo
della sua mano partenze e ritorni, brividi
ed attardamenti dell’anima. Quel diario
fitto di nomi e di date, insomma, che la
memoria aggruma, rivisita e riconosce,
registrando diligentemente tanto le presenze
quanto le dolorose assenze. Più che alter
ego di Costantini, Giulianova appare in
realtà un’amante sinuosa ma a tratti
capricciosa e sfuggente («e tu sei... e non
sei...»), partecipe comunque di un giuoco
sovente crudele, con un sottile ma vischioso
filo che avvince cosi segretamente come
tenacemente, tra sottintesi e rimandi e
perpetui ricominciamenti, il poeta alla sua
silente ma non muta interlocutrice. Donde un
dialogo fitto di riflessioni, molte delle
quali amare quando si radiografa
congruarnente la quotidianità mediocre e
depauperante che fagocita, immiserendoli, e
gli spazi urbani e le morfologie spirituali
(«accerchiati da giornate canaglia / […] /
vite minuscole annidate / in vespai in file
di villini / si dibattono tra ricchezza e
miseria»). All’effimero che seduce, alla
coltre asfittica degli inutili baluginii,
alle eccitazioni fatue e, insomma, ai segni
di negazione e di crisi dell’oggi che hanno
come logico corollario l’aridità, l’inautenticità,
il ripudio della dignità personale e quindi
ogni prono sussieguo («la vita annaspa /
negli occhi dei lecchini»), sperimentando il
«disagio di sentirsi altro» Eros Costantini
contrappone una identità stabile che ha
nell’auto- riconoscimento («attraverso i
denti delle tue strade crescevo») e nella
ricerca di Sé in rapporto con la storia e
con il mondo attuale («cammino sui sentieri
delle stagioni / nel paese dei miei
antenati»), gli elementi fondanti.
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Mediterraneo e sensualmente torrido —
vivacemente colorata è difatti la sua
poesia, come elevatissima è la temperatura
che caratterizza i versi — Costantini
deflagra con la sua scrittura, che pure si
rivela tagliente come la lama di un rasoio,
negli spazi fisici e nei luoghi
dell’immaginario della sua città, facendone
non solo realtà completamente legata al
proprio vissuto personale ma anche epicentro
stesso intorno al quale ruotano, ed anzi ne
sono circonferenza, altre geografie e
presenze. Una città, allora, che viene
inflessa proponendosi così realtà di un
intero mondo.
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