"ACQUA DE ROCCE"
Poesie in dialetto abruzzese
di Emidio Magazzeni
Finito di stampare nel mese di Luglio 2002
presso Grafiche D.V. Roma per conto
di Andromeda Editrice
 

PREFAZIONE

 

A non pochi uomini capita di dover ammucchiare esperienze su esperienze ed aspettare i tempi della maturità prima di mostrare i propri sentimenti,far conoscere i quali (è) costa(to) loro sempre una bella dose di titubanza e di ritegno prima di consegnarli ad altri. È solo ad un certo giorno del percorso esistenziale che la decisione vien presa in conseguenza della maturità raggiunta o del verificarsi di determinate condizioni personali o familiari.
È il caso di Mimì Magazzeni, uomo di scuola, antiquario, gallerista, operatore culturale, marito e padre di cinque figli. Egli non ha mai voluto dare alle stampe i suoi scritti poetici. Ha sempre detto: “In casa c’è già un poeta, uno buono, grande - mio fratello Ermando - uno che ha scritto libri e libri di poesie, in dialetto e in italiano, e commedie dialettali e non, ed io non posso e non devo competere con lui”. Ed ha rinviato per anni.
Oggi, Mimì è uomo maturo: si è convinto che suo fratello e lui sono due persone distinte, che nulla si danno e prendono l’un l’altro. Se si danno e prendono qualcosa è perché hanno una grande famiglia all’origine, i Magazzeni di Ornano, gente geniale, pertinace, con l’arte e il lavoro nel sangue, il senso dell’umano e del sociale ben sviluppato in ciascuno dei componenti, con l’amore per la cultura locale e universale. Ne è testimone il grande spirito di abruzzesità che li anima e il loro cosmopolitismo. Mimì ha capito che lui è altro che il fratello, con formazione, esperienze, anima, cuore diversi, e finalmente affida ad un libro i suoi scritti. Sono poesie dialettali, dove si leggono i principali sentimenti che un uomo può sentire nella vita. Il primo è quello della “natura”: tutte ne sono pervase e riconducono l’Autore al proprio paese natio, alle casette d’una volta, alle straducce, agli orti, alle campagne, alla gente fatta di artigiani, contadini, vecchietti, giovani, e ai propri genitori e congiunti. È come una religione - la prima e la più grande - quella del paese natio, nel quale il poeta sogna di rivivere “come quande ere nu quatrane”, dove “li ciumminire... cchiù nn’arispire” a motivo dell’emigrazione e dove egli rivede tutte le facce d’una volta, ma “nen pô esse”, conclude: “è nu sogne” (cfr. Nu sogne a Urnane). L’affanno lo riprende e Ornano non è più come nel sogno, affollata di gente e di rumori, ma “nda ‘uanne”, immersa nel silenzio (ibidem).
Aveva promesso, il poeta, di tornare a Ornano, ma non gli è stato possibile farlo: il lavoro, i figli, la società, glielo hanno impedito, ma, alla sera, non è contento se non dà uno sguardo a Monte Corno, il monte che gli ha insegnato a sognare e “a guardà ‘n ciele” (cfr. Munte Curne).
Qui il ricordo si fa pressante e passa dalle case, dal paese, alle persone, alla mamma. Sì, Ornano s’affaccia ancora, fra colli e montagne, come -un’ombra sul mare, e lo incoraggia nei momenti di tristezza, di grossi interrogativi esistenziali (e lo avverte che “il grano il sapore ce l’ha quando si fa pane”), ma è la madre a sostenerlo, una donna bellissima, impareggiabile come madre e come donna, che a sera, felice, tiene tutto il giardino dei figli in braccio, come un mazzo di fiori, e li accarezza, mentre l’artigiano, nella sua “pintiche”, “ciùffele e cante e use cocce e mane” (cfr. L’artigiane) e, come un medico, guarisce malattie e difetti ai ricoverati presso il suo laboratorio. Anche il pescatore trova posto fra coloro che, per interesse o affetto, vivono nella sfera familiare dei Magazzeni, e, naturalmente, il pittore, lo scultore, il musicista... (Francesco Paolo Michetti, Rocco Paciocco, Tonino De Laurentiis).
È, però, l’esposizione quotidiana alle cose del mondo che produce le poesie più belle, non solo i fenomeni atmosferici e naturali, ma soprattutto quelli sociali e culturali. Così, abbiamo descrizioni magistrali di ciò che è bello al mondo e di ciò che non lo è, come l’ingratitudine, l’indifferenza umana, la disoccupazione, la noia giovanile e i suoi risvolti negativi (cfr. Senza fatije e Nu sugne e na speranze). Occorre andare a “cunsulà chi piagne e le cuperte / a rimbuccà a chi more e a lavà mure / e basulate macchiete di sangue”, dice il poeta in La luce, una poesia molto significativa nella sua filosofia della vita; vita durante la quale, “quande la cucchie” s’aggrinza, non bisogna voltarsi indietro alle ricchezze che ci portiamo appresso (cfr. A vracce apirte), ma uscire “a piantà / li live e a reppiccià la luce”. La luce! Quante volte si incontra questo vocabolo sulla strada dell’espressione che Magazzeni percorre! Tantissime: la luce che illumina, la luce che scalda, la luce del sole, della luna, delle stelle, del cuore, della mente, la luce di Ornano, del mare di Giulianova, la luce di Renata (la moglie, brava scrittrice), la luce dei cinque figli (cfr. Lu retratte). La luce è tutto, è la gioia, è la vita, è Dio.
Parecchie son le poesie a sfondo religioso, in questo libro: stanno a dimostrare il grande senso della religione nel nostro poeta: poesie per la Madonna dello Splendore, di Giulianova, per la festa che in quella città si celebra in suo onore, per le Stazioni della “Via Crucis”, per il Volto Santo, per San Gabriele, per il Giubileo, per il Natale. Sono tutta devozione, tutta fede. In una di esse molto accoratamente si chiede se basti l’esteriorità della fede degli uomini a risanare e a cambiare il mondo. Ha i suoi dubbi e dice che “ce vô cose cchiù serie” da dedicare a Maria.
Ha ragione? Credo di sì. Il vero spirito di Mimì Magazzenì, però, è tutto riposto in altre poesie, veri e propri inni alla vita: egli fa festa all’affacciarsi del sole sulla terra e riempie il cielo e il cuore di gioia e invita a cantare, a lavorare, a sudare in campagna e nelle fabbriche (cfr. È jurne); oppure ammonisce che una “Vit’arnicchiate nn’allucce lu monne / d’amore che ‘ncatrecce côre e côre” e che è “l’ore de guardà lu ciele” (cfr. La fede), oppure ancora è felice di constatare che “lu monne è nôve, piene di bellezze, / la voje di campà s’arsente ‘n côre” (cfr. Voje de campà) o che “fra cante, nu surrise e ddù carezze, / l’amore arnasce a magge nda nufiore”.
Altre poesie ancora manifestano questa sua gioia di vivere: quella sulla sua guarigione da una malattia che l’aveva “ammutito” qualche tempo fa; l’altra sul ritornello della vita (cfr. Simpre s’aspette) ed altre ancora.
Ma la poesia più bella dì questo gruppo, quella che contiene e abbraccia tutta la sua personalità, la mente, l’anima, la filosofia di Magazzeni, è “È magge”: vi è tutto l’entusiasmo suo per la vita che nasce e rinasce, la sua ebbrezza per le bellezze che sono al mondo, e la sua malinconia, se non tristezza, per la nuvoletta che, un mattino, s’appende al sole e... spegne l’alba. È la storia della vita d’ogni uomo, d’ogni sole: nasce, sorge, cresce, sale, matura, splende, invecchia, tramonta. È così, non v’è motivo di protesta o insurrezione.
Altra bella poesia è È jurne: ha lo stesso andamento, ma, in più, contiene l’incitamento a sudare nell’orto di Dio, a non vivere e dormire “arcufacchiate”. Anche qui, una pena gli “mozze lufiate” e lo rattrista, ma è per gli altri, non per sé: è per “chi la famije nen tè o lafatije”. E prega Dio di aiutarli (cfr. È jurne).
Questo è Mimì Magazzeni, un signore, un uomo di sempre, dei nostri tempi e dei passati, di quelli buoni, genuini, generosi, accorti, aperti al mondo, che è un piacere conoscere e avere come amico ed ascoltare, leggere. Questa sua raccolta di poesie è il frutto non di un’attività creatrice costante, bensì la cucitura grafica di tanti momenti di intensa vita interiore non lasciati morire col tempo, ma espressi ed eternati sulla carta. Oggi li leggiamo insieme, con piacere.

Febbraio 2002

Michele A. Lirsini

 

 

 
Con discrezione, quasi timidamente, mi avvicino, per la prima volta, alla pubblicazione di un volume di poesia dialettale.
È piccola cosa nel mondo letterario e poetico, ma rappresenta la mia ricchezza interiore, uno spaccato di vita quotidiana, l’amore per la mia terra, che rivivono attraverso la mia poesia.
Dalla varietà degli argomenti trattati, riaffiora con nitidezza il mio passato, vissuto in un piccolo paese alle falde del Gran Sasso: in questo meraviglioso scenario ambientale è scaturita forte la mia carica espressiva, portandomi a rievocare le molteplici esperienze personali, in cui il contesto naturale-affettivo ha dato di fatto origine e sviluppo a questa mia piccola opera.
Ringrazio con affetto, in memoria, mio fratello Ermando — da molti critici definito “il poeta delle altezze e del sentimento” — che per me è stato maestro di vita e di arte.
A lui va il mio pensiero di gratitudine e di riconoscenza. Ringrazio, poi, tutti gli amici che mi hanno spinto a pubblicare questi versi: sono contento della loro stima, e spero di contribuire con queste pagine alla conoscenza del passato, che onora i nostri avi ed arricchisce sempre più il nostro patrimonio sociale e culturale. 

L’Autore

 
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