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Finito di stampare nel febbraio 2006
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presso la Mondadori Printing S.p.A.
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Stabilimento N.S.M. di Cles (TN)
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Printed in ltaly
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Lorenzo Amadio nasce a San Benedetto del Tronto il 29
settembre 1962. Docente presso l’Università di Teramo, facoltà
di Scienze della comunicazione, per i corsi di Design e Teoria e
tecnica della grafica pubblicitaria, negli ultimi cinque anni ha
lavorato nell’industria del benessere ai massimi livelli. E’
sposato e ha due bambini. La sua vita è tutta joyness: baby
fabbro, cameriere, istruttore di nuoto, bassista fai da te,
discotecaro, per finire come pubblicitario con un grande
desiderio: chiudere la carriera scrivendo le sceneggiature del
fumetto che colleziona da bambino, Tex Willer. |
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Paolo De Cristofaro, 53 anni, endocrinologo di scuola
fiorentina, ha dedicato circa vent’anni della sua vita
professionale alla nutrizione ed è attualmente dirigente del
Centro regionale abruzzese di Fisiopatologia della nutrizione
presso il presidio sanitario di Giulianova (ASL Teramo). Membro
del direttivo della Società Italiana di Nutrizione Umana, è
docente a contratto presso la Scuola di specializzazione in
Scienza dell’alimentazione dell’ Università G. D’Annunzio di
Chieti. Ha all’attivo numerose comunicazioni a congressi e
pubblicazioni in area nutrizionale. Dedica il suo impegno
quotidiano alla riabilitazione psiconutrizionale dell’obesità e
dei disturbi del comportamento alimentare. |
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LORENZO AMADIO
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VIVERE JOYNESS
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Liberi di essere nel benessere
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ATTIVITÀ E ALIMENTAZIONE «ON-OFF»
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A
CURA DEL DR. PAOLO DE CRISTOFARO
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Prefazione
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La
rigenerazione joyness
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L’invito di Lorenzo Amadio a collaborare alla realizzazione di questo
libro mi ha lusingato ma non mi ha sorpreso, perché la nostra amicizia
ha radici lontane e ha mantenuto una continuità ideale pur nella
discontinuità delle nostre frequentazioni.
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Perché l’autore mi ha voluto affidare la responsabilità di argomentare i
temi centrali del metodo joyness?
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Credo
di potermi dare una risposta da solo: l’approccio psiconutrizionale che
da anni ispira la mia attività presso il Centro regionale abruzzese di
Fisiopatologia della nutrizione non è altro che la filosofia joyness
applicata alla cura dei disturbi del comportamento alimentare.
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Infatti, il fulcro del modello terapeutico proposto da me e dai miei
collaboratori si fonda sulla riaffermazione della centralità della
persona e sulla riabilitazione dell’ individuo a gestire il proprio
tempo, il proprio spazio e il proprio sentire.
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Se
questa strategia funziona in casi non certo facili, come quello
dell’obesità, del diabete o di altre patologie, perché non esportarla
nell’area del benessere? Perché non aiutare le persone sane a prevenire
la malattia, e soprattutto a godere di una migliore forma fisica?
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Allenare i muscoli è importante, ma non basta. Per stare bene occorre
innanzitutto dare spazio ai bisogni reali e rispettare i propri tempi
biologici.
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In
altre parole, bisogna imparare a essere assertivi. Ma che cosa significa
questo termine oggi così inflazionato e tanto caro a psicoterapeuti,
manager, coach e ai nuovi «tecnici» della felicità? L’ assertività è
sostanzialmente una modalità di comunicazione che favorisce lo sviluppo
di relazioni sociali paritarie, all’interno delle quali è possibile
proteggere e difendere la propria individualità e le proprie esigenze
più profonde, nel rispetto delle necessità altrui. Al contrario,
passività e aggressività, stereotipia e manipolazione sono le
manifestazioni comportamentali di una comunicazione distorta, che
segnala un diffuso malessere sociale e avvia l’uomo a un destino di
infelicità e solitudine.
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Se
fossi un capo di stato e mi trovassi a governare un popolo dominato da
emozioni negative quali la delusione, la rabbia, l’insoddisfazione e la
frustrazione, invece di ridurre le festività per migliorare la
produttività mi preoccuperei di istituzionalizzare e di legittimare il
tempo del riposo, della rigenerazione e del divertimento, sicuro di aver
trovato un rimedio importante e risolutivo per l’economia e il rilancio
del paese.
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Si
sa, per esempio, che la mancanza di «movimento piacevole» sta
diventando, nelle società avanzate, uno dei principali fattori di
rischio per l’insorgenza di malattie cardiovascolari, diabete e obesità,
con un conseguente aumento della spesa sanitaria.
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Non
sarebbe meglio, invece, incrementare il costo sociale del benessere?
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A chi
giova avere un popolo intristito e malato?
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Scriveva Jean-Jacques Rousseau: «Le feste non distolgono l’uomo dal
lavoro, ma al contrario gli fanno amare la propria condizione».
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Oggi
i momenti di festosa condivisione sono sempre più rari, e la gioia di
esistere scaturisce maggiormente da un atteggiamento positivo, che
ognuno di noi può imparare a sviluppare come una sorta di difesa
immunitaria contro l’apatia e il male di vivere.
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In
altre parole, il benessere, in concomitanza con un buono stato di salute
organica e con un discreto livello socioeconomico, definisce in maniera
più completa la qualità della vita. Ma soprattutto implica un livello
costante ed elevato di energia, associato all’entusiasmo e alla capacità
di scegliere ciò che è utile e necessario per la mente e per il corpo,
collegandosi a una percezione di autoefficacia nelle microscelte
quotidiane (Patrick Holford).
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In
assenza del benessere si sviluppa il malessere, che è uno stato
intermedio tra salute e malattia, originato dalla riduzione di energia
positiva e autostima, e che rappresenta la più efficace difesa psichica
contro la depressione.
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La
rigenerazione di questa forza vitale è, quindi, fondamentale perché in
assenza del benessere non riusciamo a succhiare il nettare della vita.
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E la
felicità non si esprime tanto nell’avere e nell’accumulare, ma nel
sentire e nel percepire. Non è infatti importante ciò che si ha, ma ciò
che ognuno di noi riesce veramente a godersi.
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È
auspicabile una sorta di mutazione comportamentale in cui l’homo sapiens
lasci spazio a un uomo nuovo che ci piace chiamare «homo sentiens»,
capace di governare il proprio corpo e di dosare in modo personalizzato
e armonico piacere, cura di sé, cibo e movimento, nel rispetto della
natura e di ogni essere vivente.
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Questa modalità di abitare noi stessi e il mondo è ciò che intendiamo
per joyness.
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Ogni
attività collegata alla coscienza di veglia (movimento fisico, lavoro,
stress emozionali) sviluppa processi che consumano le nostre risorse, ci
affaticano ed esauriscono la nostra energia neuromuscolare.
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Il
riequilibrio è possibile solo attraverso processi di rigenerazione
psicofisica che si realizzano mediante il reintegro nutrizionale, il
respiro, il riposo e il sonno.
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Quando le fasi di attività sono talmente sviluppate da togliere spazio a
quelle di recupero ci sentiamo stressati, ma potremmo ancora essere
gratificati dalle soddisfazioni che ci procura il nostro iperattivismo
(soldi, carriera, potere, senso di utilità eccetera). In tal caso
invecchiamo precocemente, ma contenti.
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Quando, invece, uno stile di vita così frenetico è obbligato e privo di
gratificazioni, ma anzi si condisce di percezioni sgradevoli e di
emozioni negative quali l’ira, l’impazienza e il cinismo, oltre a vivere
male, vivremo meno.
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Bruciare la gioventù non è peccato perché si accorcia la vita, ma perché
la sua qualità è maggiormente fruibile quando si ha alle spalle un bel
po’ di esperienza. È dunque strategicamente molto più utile, per dar
senso alla propria esistenza, conservarci giovani in età più matura.
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Ecco
il segreto dell’elisir miracoloso, che può restituirci gli anni perduti
e spianare le rughe della fronte e dello spirito: far vibrare insieme
mente e corpo ricomponendone l’unità nella magica certezza del divenire:
«Il pensiero è la luce, il corpo e il tempo la sua ombra» (Natalina
Ferrante).
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Nutriamo bene il nostro pensiero e nutriamo bene il nostro corpo.
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Il
mondo gira sempre più in fretta: la nuova sfida contro la barbarie sta
nella volontà di preservare spazi e tempi a dimensione umana.
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Il
tempo del joyness è quella pausa del pensiero creativo che tacita
temporaneamente la mente per ascoltare e vivere la piacevolezza del
corpo.
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di Paolo De Cristofaro
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