PRESENTAZIONE
È
nell’intento di questo Consiglio di Amministrazione dell’Ente Porto
di Giulianova andare oltre la consuetudine che, nel passato, altre
componenti hanno svolto in modo eccellente.
Nell’occasione andare oltre ha significato tornare dentro; dentro le
radici di una storia tutta marinara, giuliese, esplorando le
fondamenta della più antica tradizione indigena.
È in
errore chi pensa che l’Ente possa aver dato l’opportunità di
pubblicare queste composizioni, frutto di una diretta ed
affascinante quanto struggente esperienza. In verità, è stato il
Consorzio a non lasciarsi sfuggire l’opportunità di raccontare la
storia del porto, la storia del cuore della città.
Porto,
cuore della città.
Lo
sviluppo del porto vive solo se le nuove opere hanno dentro il solco
della tradizione; della vita, spesso amara, di chi, per decenni ed
intere generazioni, ha avuto come costante dirimpettaio il mare. Un
vicino ostico; combattuto, ma mai odiato, neppure quando ha seminato
morte e dolore; ed ancora dolore quando, impietosamente, non ha
permesso di piangere sulla tomba di chi non è stato mai restituito
da flutti.
Ecco
perché questo esperimento.
Che le
nuove generazioni conoscano la fatica di questi uomini e ne
apprezzino il sacrificio illimitato.
L’Ente
sarà sempre attento a chi vorrà avvicinarsi al mare e, soprattutto,
a questo porto.
Lucio
Marà rappresenta l’apprezzato esordio di un progetto che intende
restituire la struttura agli abitanti di questa sua città.
Il
porto è un’agorà; deve tornare ad essere il punto di incontro delle
nostre generazioni.
Un’aspirazione che, spero, venga apprezzata perché tornino sul
palcoscenico le pagine della nostra storia.
Una
proposta per rendere meno duro un futuro pieno di comodità ma
cosparso di solitudine.
-
Pierangelo Guidobaldi
-
Presidente Ente Porto Giulianova

Avere
dentro il mare è molto più che un procedere verso moduli onirici o
lasciarsi avviluppare da suggestive tessiture di simboli, talora
indulgendo all’ossequio iperbolico del liquido paesaggio dai
vastissimi e inafferrabili orizzonti. E anche molto oltre lo sforzo
d’invenzione lirica, per quanto ammirevole, del “transfuga” che
sogna e che rimemora.
Avere
dentro il mare, come esemplarmente testimonia Lucio Marà con questo
suo libro che — io credo — riassume ed amplifica i tratti più
originali della sua personalità di scrittore, è piuttosto la
consapevolezza dell’appartenenza non fittizia ad una precisa
geografia umana e spirituale con la sua saggia e sofferta filosofia
della vita.
Sapere, insomma, quali sono le ragioni che presuppongono e rendono
necessitante la propria fedeltà ad un mondo umano — quello che,
appunto, ha realmente dentro il mare — fornito di autonomi codici,
di altri “alfabeti” e psicologie, di diverse pronunzie, bisogni,
riti, storie e presentimenti. Un mondo, “quel” mondo, che oggi —
bisogna ammetterlo con grande mestizia — forse è al crepuscolo e che
probabilmente tra breve sarà del tutto dissolto, ma del quale
almeno, a frangere il tempo edace e a vincere ogni labile memoria,
rimarrà una testimonianza sicura, non l’unica ma sicuramente tra le
più turgide: le dense pagine di questo libro.
Lucio
Marà, nelle cui vene scorre il sangue di una genìa da secoli avvezza
al mare e signoreggiata dal nonno Andrea, saggio e risoluto “parone”
di una Giulianova marinara che ci appare ormai remota con le sue
lancette, le paranze e le battanelle, proprio con la storia inizia
il periplo del suo accattivante veleggiare con la scrittura.
Ed
entro la cornice di un tempo lontano, senza toni leziosi né
paludanti, prende vita la filigrana della vita comune. Sentimenti
semplici, che la spontaneità rende più veri, ma anche le incombenze
d’ogni giorno e gli amari rendiconti di un’esistenza afferrata ogni
volta come “sfida”, con gli occhi assonnati a scrutare il cielo per
leggerne i segreti segnali, gli uomini a formare la “ciurma” e le
donne lasciate ad affrontare il giorno, nelle operose e pazienti
attese e all’ombra trepidante delle tante sue incognite. Eppoi le
vele al vento e le reti calate invocando il nome di Dio e dei Santi,
in un grido collettivo che a un tempo è speranza e richiesta di
aiuto, germoglio di una sensibilità religiosa semplice e istintiva
che accomunava a quella di mare la gente di terraferma.
Quindi
altre pagine, quelle vergate da Marà attingendo alla memoria della
propria storia d’uomo, che è pure memoria di un vissuto collettivo,
con i chiaroscuri di una talvolta subita più che partecipata
quotidianità, le ansie, la fisicità e meccanicità degli eventi, la
brutalità di un mare che può recare lutti e sofferenze (quindici i
nomi dei pescatori scomparsi dal 1942 al 1995).
Tutto
questo senz’altro, ma anche la magia dei colori («il viola
dell’orizzonte — annota Marà nell’aprile 1957 durante il suo primo
viaggio nel Mediterraneo — divenne prima rosato e poi arancione
vivo»), le ansie struggenti, l’infinita varietà lineare e verticale
dell’ “essere” nella dignitosa solitudine accarezzata dalla
bonaccia, e le propensioni verso le vitalistiche radici
dell’universo, con le percezioni del “bello” e della sacralità.
Entrano ed escono dalle pagine del libro, ma rimanendo viva la loro
presenza nella stretta rete dei nodi emozionali e nella vita di
Lucio, i tanti Marà della sua ramificata famiglia, e con essi —
nello scorrere degli anni e nello svolgersi dei fitti avvenimenti
che fanno lievitare la materia del libro e che di esso sono cifra —
il colognese Paolo Angelini, il comandante Alberto Di Giulio detto
lù bann’t’, il capitano di vascello Giorgio Maccaferri, lo
straordinario Butt’jò, che pochi nell’ambiente sapevano
chiamarsi Umberto Palestini, Emidio Grossi, Francesco Serafini detto
33 e tanti altri ancora: una galleria di personaggi e figure
tratti dalla pingue reminiscenza e dalle lontane province della
memoria dell’Autore, protagonisti tutti — con i sedimentati e
proverbiali saperi, gli slanci di generosità, i desideri di rivalsa,
la baldanza, gli umbratili eroismi e, insomma, con la loro umanità —
di un itinerario strutturato su più ascolti e opportuni
accoglimenti.
Gioia
e disperazione, in un intreccio inestricabile che percorre ogni
pagina, che innerva ogni avvenimento, riproponendo continuamente — e
meditatamente — un affresco di vita non consunto nella assidua
evocazione del “piccolo mondo antico” né affetto da ormai
improponibili manierisimi, bensì tinteggiato efficacemente da un
Autore che si rivela discreto e persuasivo cronista, consapevole dei
giuochi complessi dell’essere e sicuro conoscitore dei moduli del
dramma.
Rimane
ora da dire delle immagini a corredo dell’opera, anch’esse preziose
perché documento di autentico interesse storico ma anche
antropologico, prima ancora che registrazione, per così dire, di un
atto di presenza sottratto alle geometrie del tempo che la scrittura
è volta a rappresentare.
Da
tutto ciò deriva il sicuro valore di questo Vita di mare, libro in
cui la parola diviene scavo, cifra evocativa, colloquialità nelle
cognizioni struggenti del tempo; dove le stagioni trascorse e i
ricordi oltre passano l’angusta soglia del dato biografico facendosi
in vece paesaggio umano dalle più ampie latitudini e recando insieme
gli elementi di riflessione e di giudizio su ciò che è stato e sulla
contemporaneità.
Sandro Galantini