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Raffaello Pagliaccetti
Storia di un monumento
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A
cura di Francesco Tentarelli |
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Realizzazione
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Associazione Atlantide onlus, Giulianova
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Testi di
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Francesco Tenterelli
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Fotografie
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Giovanni Lattanzi - pagg. 13,23, 29, 39, 47, copertina
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Sandro Lupi - pagg. 12, 22, 28
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Fotocomposizione
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Emmegrafica, Teramo
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Stampa
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Deltagrafica, Teramo
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Finito di stampare nel mese
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di dicembre 2000
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Raffaello Pagliaccetti
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Storia di un monumento
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- A
cura di Francesco Tentarelli
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- Breve Storia di un risarcimento.
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I motivi
che spinsero Pagliaccetti a scrivere ciò che qui si pubblica per la
prima volta vanno rintracciati in primo luogo nella necessità di
pervenire ad un chiarimento con la società giuliese e ad una
riabilitazione morale che ripristinasse intatto il prestigio di cui da
sempre godeva; in secondo luogo nella ricerca della giustificazione
estetica nei confronti di un lavoro che lo stesso autore aveva giudicato
negativamente, non tanto per la riuscita della statua quanto per
l’infelice basamento.
Per raggiungere tale obiettivo fece stampare, a sue spese, un manifesto
reso pubblico prima della presente memoria (l’ultima parte del
manoscritto nel punto in cui si interrompe è stata ricostruita grazie ad
esso);
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L’esposizione dei fatti
diviene
così il ritratto letterario di Pagliaccetti in cui si evidenziano alcune
note caratteriali, e inoltre, suggerisce una chiave di lettura sul
rapporto a volte, come in questo caso, troppo idealistico, tra artista e
committenza.
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Nello
scritto autografo datato Firenze Gennaio 1890, che precede di quattro
anni l’inaugurazione ufficiale del monumento, Pagliaccetti prende le
distanze dalla sua opera, ravvisando, nel tradimento attuato
dall’Amministrazione comunale di allora - che aveva deciso di costruire
un basamento in economia - lo snaturamento pressoché totale del valore
della statua, la quale secondo il suo parere, vista da quella ridotta
altezza, sarebbe apparsa tozza e sgraziata.
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Un’altra
sua denuncia analoga dal titolo La protesta di un artista fu
pubblicata sul quotidiano La Nazione del 20 luglio 1894. Questa
fu senza dubbio la più palese critica rivolta ad un “Consiglio
(comunale) sconsigliato che ora tromba l’imminente inaugurazione del
disgraziato e deturpato monumento al liberatore della Patria nostra”.
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Indubbiamente il manoscritto non costituisce soltanto una lamentela nei
riguardi delle aspettative di un artista tradito nei valori etici ed
estetici che desiderava per il suo monumento un’altezza, comprensiva del
basamento, maggiore rispetto all’attuale, esso assurge anche a
testimonianza del tormentato rapporto tra la committenza e l’artista e
tra l’arte e la politica.
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In questo
scritto si può cogliere anche la sua dialettica, intesa come tragico
insanabile contrasto tra la vita vissuta “artisticamente” e le
problematiche della vita quotidiana animate e contrassegnate dalle
necessità e dai bisogni materiali. Pagliaccetti è un uomo
dell’Ottocento, un uomo “di poco al di sotto della media, forte ossuto
senza uscire dalle proporzioni, non elegante, cammina lento, sempre
pensoso. Difficilmente si può fermare perché vedendo un collega lo
scansa (pare lo riguardi come un ostacolo), fa solo un saluto con la
mano senza alterare la cadenza del suo passo. Facile e corretto nella
parola, il volto poco colorito, baffi e capelli castani, sopracciglie
foltissime, occhi celesti vivaci, belle mani, vestire semplice pulito,
figura austera. E austero è il suo morale; egli esige molto da sé
stesso, si direbbe che ogni sua azione, ogni suo atto, tutta la sua
esistenza siano frutto di veri e sani consigli. Per nessuna cosa direbbe
quello che non pensa……E’ un uomo amato da molti, rispettato da tutti,
basta a se stesso. Non è pecora di nessun pastore, né pastore di pecore;
fa un’arte tutta sua; direi che a pochi come lui si possa adottare la
sentenza, ‘ogni artista riproduce se stesso’”
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Da quest’uomo,
nascevano, dunque, le aspettative e i timori per le sorti del monumento
e per le reazioni che i suoi concittadini avrebbero avuto nel guardare
ogni giorno la statua e nel giudicarla anche alla luce dei fatti
illustrati nella Memoria.
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I timori
erano dunque fondati perché quello che doveva rappresentare il suo
testamento artistico divenne, secondo il suo giudizio, un’opera priva di
slancio, collocata in maniera impropria senza un suo spazio vitale. Non
solo: il suo onore di cittadino probo ed onesto fu compromesso dal
protesto delle cambiali da lui firmate in buona fede alla ditta
Conversini, incaricata di fondere la statua.
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Nello
scritto esiste una tensione, quasi tangibile, una rabbia che questa
volta egli non traduce nel gesso come nel caso del Cappellini a Lissa,
ma bensì nel segno, nella parola scritta: “se Pagliaccetti non
maneggia la penna come lo scalpello, i fatti di cui si lagna sono
chiaramente esposti e commuoveranno chiunque abbia il culto per l’arte e
delle sue giuste esigenze”.
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Tornando
al monumento bisogna dire che in sostanza è l’opera del ritorno in
patria, l’occupazione di uno spazio anche simbolico all’interno del
quale lo scultore vuole esprimere la summa della sua poetica artistica,
dopo la realizzazione nella sua città delle sculture presenti nella
cappella De Bartolomei.
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L’opera
tuttavia riscosse il plauso della cittadinanza e degli intellettuali
giuliesi
quali Francesco Contaldi e Vincenzo Bindi per citarne solo alcuni.
L’assenza, voluta, dello scultore nel presenziare l’inaugurazione del
monumento non scoraggiò né il Sindaco Ciafardoni né il Deputato Cerulli
Irelli, accusati dell’arbitrio artistico, a salire sul palco delle
autorità.
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Per anni
poi lo stesso Sindaco quasi per riabilitarsi “giustificò il deficit
della finanza pubblica anche con la spesa sostenuta per pagare il debito
di gratitudine di Giulianova al Sovrano Sabaudo: Lire
diciottomilaquattrocentosettantasette. Molte per quei tempi; troppe — in
ogni caso — per un brutto monumento”.
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La critica
verso tale opera non è stata sempre incoraggiante come del resto quella
rivolta ad altre opere a carattere celebrativo dello stesso genere
erette nella seconda metà dell’Ottocento in molte città italiane.
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Tuttavia
negli ultimi decenni, grazie alla rilettura della scultura
dell’Ottocento svolta in chiave storica, scevra dai condizionamenti a
cui l’avevano relegata giudizi critici dati in maniera frettolosa ed in
dipendenza del nuovo modo di concepire l’arte plastica, si è fatto
strada anche un diverso giudizio sul monumento a Vittorio Emanuele II.
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Scrive
Mario De Micheli: “Tema del monumento è il passaggio di Vittorio
Emanuele II da Giulianova, il 15 ottobre 1860, dopo la decisione di
scendere nelle province meridionali per andare incontro a Garibaldi, in
realtà per fermarlo nella sua risalita verso Roma. Pagliaccetti ha
rappresentato il re che, appena sceso da cavallo, saluta il popolo con
un largo gesto della mano. In divisa militare da campagna, il corpo
tozzo e pesante, col giaccone che gli scende sino al ginocchio, il
sovrano sta in piedi nelle ampie brache spiegazzate. Nessuna enfasi
apologetica che non sia la verità del personaggio si può leggere nella
scultura. La sua struttura rivela le proprie qualità in ogni sua parte,
nel modo con cui il peso del corpo appoggia sulla gamba destra, nel
vasto piano delle spalle che danno solidità all‘intera schiena, nella
pancia che preme sotto il giaccone e sporge sulla cintura più stretta.
L’opera è interamente dominata dalla preoccupazione plastica, che
tuttavia consente a Pagliaccetti di definire il personaggio del re nei
tratti essenziali del suo carattere rude e volitivo sia
nell’atteggiamento che nel volto di straordinaria forza e somiglianza”.
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Ma è
soprattutto la conoscenza più organica dell’opera complessiva dello
scultore che favorisce una maggiore capacità interpretativa del
Vittorio Emanuele II, e ne consente una nuova lettura, lontana
tuttavia dalla più complessa ed innovativa poetica che prende corpo in
opere quali Il Busto di ragazza, Lo scemo, Nudo di donna ed altre
ancora.
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La
pubblicazione del presente manoscritto costituisce pertanto un
risarcimento storico nei confronti dell’artista da parte di una città
che si impegna sin d’ora a rendergli il dovuto riconoscimento attraverso
la costituzione di una gipsoteca in cui possano confluire le opere
riportate da Firenze a Giulianova, nel 1914, quattordici anni dopo la
sua morte, da Pasquale Ventilj e dalla moglie dell’artista Maria Piccoli
insieme a quelle già in esposizione presso la “Sala Pagliaccetti”.
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Ed è
auspicabile che proprio con un museo da allestire nei pressi del
Monumento a Vittorio Emanuele II l’opera di Pagliaccetti incominci
ad avere una sua coerenza formale risultante da stratificazioni
determinate dal suo infaticabile produrre arte, nonostante, bisogna
dirlo, una committenza il più delle volte estranea ai suoi bisogni,
distaccata dalle sue pulsioni, dalle sue preoccupazioni, dalle angosce e
artefice anche del tentativo di distruzione dei principi dell’etica, del
bello, del buono e dell’onesto.
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Francesco Tentarelli
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Nota del curatore.
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Il testo è
riprodotto senza nulla mutare dell’originaria ortografia, le note
esplicative e quelle tra parentesi quadre si intendono del curatore.
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Si coglie
l’occasione per ringraziare Aldo Marroni che per primo ha segnalato
l’esistenza del manoscritto e Ludovico Raimondi. attuale responsabile
della Biblioteca Civica “V. Bindi”, per aver consentito la pubblicazione
del documento (F.T.).
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Il manoscritto, custodito dalla Biblioteca
“V.Bindi” di Giulianova, dove la sua conservazione sicuramente
alla lungimiranza di Bindi. Il suo ritrovamento risale agli anni
Ottanta, cioè al periodo in cui è iniziato un nuovo lavoro di
ricerca sul periodo più fecondo della storia di Giulianova
(basti ricordare la mostra “Giulianova nell’Ottocento. Arte,
vita sociale e forma urbana”, risalente al 1984, a cui ebbe un
contributo fondamentale Raffaele Colapietra). Al 1985 risale il
volumetto Artisti Giuliesi. L’Ottocento, redatto da
Francesco Tentarelli a Aldo Marroni. L’inedito non è citato da
Raffaele Aurini nel suo Dizionario Biografico della Gente
d’Abruzzo, Ars et Labor, Teramo 195273.
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Lo stesso artista ebbe modo di affermare in più
occasioni, secondo quanto scrive Parroni in Un caposcuola del
verismo fiorentino. Raffaello Pagliaccetti nella sua vita e
nell’arte, Esperia, Milano 1927, (ristampa anastatica,
Edigrafital, Teramo 1989), l’avversione verso la realizzazione e
collocamento del basamento minacciando, addirittura, di farlo
cadere tirandolo giù con delle funi.
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“Rinaldo Carnielo, Commemorazione tenuta
all’Accademia di Belle Arti di Firenze, 1990 da Giuseppe Parroni,
Un caposcuola del verismo fiorentino. Raffaello Pagliaccetti
nella sua vita e nell’arte, cit., p. 61; Milano 1927,
ristampa anastatica, Edigrafital, Teramo 1989.
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La Nazione, Firenze 20 luglio 1984
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Francesco Contaldi, Arte giuliese: Raffaello
Pagliaccetti e Gaetano Braga, Tipografia del Commercio,
Giulianova 1894, stampato in occasione della cerimonia e
L’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele II° a
Giulianova in “La Riforma”, 27 agosto 1894.
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Riccardo Cerulli, Giulianova 1860, Abruzzo Oggi, Teramo
19682, p.321
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Mario De Micheli, La scultura dell’Ottocento, UTET,
Torino 1992, p. 213
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