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La favola delle Crociate
di Piero
di Sante
finito
di stampare nel gennaio 2006
dalla
Tipografia "La Rapida"
Giulianova(TE)
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La favola delle Crociate
- di Piero di Sante
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Presentazione
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di Walter Tortoreto
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“L’Historia si può veramente definire una guerra illustre contro il
Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già
fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera
di nuovo in battaglia”: con questo prologo folgorante del suo romanzo,
I promessi sposi, Manzoni rifà l’ampolloso stile del Seicento per
affermare, con un po’ di autoironia, che la storia va raccontata con uno
stile adeguato. Se fosse vissuto ai nostri tempi, credo che lo scrittore
non avrebbe esitato a firmare la sceneggiatura di un film sulle crociate
come L’armata Brancaleone. Sullo stesso stile di quel film, Piero
Di Sante propone ora una spiritosa rievocazione delle crociate.
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In
genere la storia accidentata di quei lontani avvenimenti, tra gli
episodi più complessi e lunghi nella storia dell’Occidente, viene
raccontata come una guerra “santa” con origini e modelli radicati nel
cristianesimo marziale e trionfale di Bisanzio (quello delle lotte
contro l’islam dei secoli VIII-X, fra dinastia isaurica e dinastia
macedone) e nella sacralizzazione della guerra a sostegno della
cristianizzazione dell’Europa orientale al tempo degli imperatori
carolingi e ottoniani. Piero invece racconta le crociate perché vuole
dare un volto speciale alla sua passione per la storia medievale; perciò
si lascia guidare dal suo stile pieno di garbo e arricchito da felici
intuizioni, e racconta a modo suo come si svolsero i fatti più
importanti e come si comportarono i protagonisti delle crociate. Che
cosa c’era dietro le crociate? C’era un cristianesimo sacrale, regale e
apocalittico che portava le sue reliquie in battaglia, benediceva le
armi, era governato da vescovi—feudatari più esperti nell’arte di guidar
truppe o di inseguire cinghiali che non nelle scienze e nei riti sacri.
Ma gli stendardi dell’arcangelo Michele simboleggiavano anche
l’imponente sviluppo demografico, agricolo, sociale, economico iniziato
negli ultimi decenni del secolo X e culminato nel secolo successivo.
Dietro le crociate c’era il movimento sempre più vorticoso di una
società fatta di contadini in cerca di terra, di mendicanti e
pellegrini, di predicatori itineranti, di mercanti, di girovaghi per
ceto o per vocazione, di rampolli della nobiltà costretti a vivere di
espedienti o a cercare l’avventura cavalleresca. C’era il mondo feudale
in crisi di trasformazione investito dal soffio di rinnovamento
spirituale e di rafforzamento gerarchico della chiesa governata a lungo
da papi riformatori e bramosi d’imporre la propria egemonia sull’intera
società del tempo. Il disegno politico della chiesa, contrastato dai
grandi feudatari e dai regnanti, fu appoggiato da centri monastici
dinamici come Cluny. Dietro le crociate c’erano tutte le altre cause
indagate dagli storici e descritte in una letteratura sviluppatasi negli
ultimi tempi come un fiume in piena. Piero racconta con fedeltà ciò che
accadde durante le spedizioni dei cristiani d’occidente, dal secolo XI
in poi, per la conquista, il mantenimento e il recupero della città di
Gerusalemme e del Santo Sepolcro, ma non intende fare lo storico. Anche
quando indaga i caratteri e le radici storiche delle crociate, egli non
s’inoltra nel labirinto militare e diplomatico. Mentre scrive, però, ha
presente nella mente il quadro dei principali avvenimenti accaduti in
Terrasanta e sceglie il piglio popolare per descrivere gli avvenimenti
come poteva vederli e viverli un uomo qualunque di quei tempi. Durante
il racconto tocca molli punti scabrosi, come le deviazioni e gli
scandali delle spedizioni e delle guerre succedutesi per circa duecento
anni, ma lo fa con tono scanzonato, con una scoppiettante serie di
trovate esilaranti (e sarcastiche), con il suo sorriso spiritoso ed
epidemico, con lo sguardo che va dal passato al presente e viceversa.
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Perciò il libro è un eccentrico libro di storia dove si vedono, come in
un film o in un romanzo popolare, gli incontri e gli scontri di
personaggi famosi, di popoli diversi, di quelle culture addobbate (come
oggi) di simbologie religiose fin dal secolo IV d.C., con gli eserciti
imperiali romano—cristiani e poi con l’esplosione dell’islamismo.
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Che
l’autore non intenda fare lo storico di professione si capisce subito,
malgrado la puntigliosa ricostruzione di taluni fatti durante la
narrazione. E si capisce la sua simpatia, del resto esplicita, per
protagonisti di spicco come il Saladino, Riccardo Cuor di Leone,
Federico II di Svevia. Con questi e con altri personaggi l’autore
conversa come Machiavelli discorreva con i grandi storici dell’antichità
nella villa di San Casciano presso Firenze.
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In
questo racconto popolareggiante sono convocati come testimoni anche
filosofi, medici, astrologi, scienziati, tolti dalle nicchie costruite
dagli studiosi e immessi nel racconto così come vivono nell’immaginario
collettivo: è un andirivieni spettacolare che ravviva il fluire degli
avvenimenti con,una presenza frizzante e che adegua lo spirito della
“lotta” religiosa alla nostra mentalità, alla sensibilità dei nostri
giorni. In altre felici circostanze l’autore di questo libro — un medico
speciale, come lo sono i medici scrittori, musicisti, poeti, pittori —
ha saputo trasformare in oro ciò che toccava (succedeva al mitico re
Mida). Basta ricordare due esempi: il risveglio d’interesse per la
figura e l’opera di Gaetano Braga, nato come frutto di un film (fatto
con Giorgio Tancredi) sul musicista giuliese e sfociato nella creazione
di un’associazione ormai impegnata nel ramo degli studi
storico—musicali; e la rinascita del teatro dialettale giuliese il cui
successo trascinante Piero ha portato come regista fuori del perimetro
di Giulianova. Benché diverso per tante ragioni dagli impegni
precedenti, l’iniziativa editoriale si propone ora gli stessi scopi
benefici di tutte le altre attività artistiche firmate da Piero Di
Sante: offrire un aiuto concreto a una categoria di disagiati. È una
generosità nativa che ancora una volta si mostra con il sorriso. Ma
forse è anche una risposta sorridente alla vecchia domanda di Brecht:
“Cesare conquistò la Gallia. Senza i suoi soldati?” Non meno
imbarazzante la domanda di Manzoni: “Al tempo dei longobardi dov’erano
gli Italiani?” Diciamolo con parole adatte al libro di Piero Di Sante:
“Chi era il popolo delle crociate, l’armata Brancaleone, e che
desiderava andando nella Terrasanta?” Domanda tuttora attuale...
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