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Manlio Cerulli Irelli
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La fattoria di Giulianova
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Ricordi di gioventù
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A cura di Vincenzo Cerulli Irelli
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Realizzazione editoriale Edigrafital Sri
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S. Atto - Teramo wwwedigrafitalit
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Finito di stampare
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nel mese di giugno 2005
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Manlio Cerulli Irelli
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La
fattoria di Giulianova
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Ricordi di gioventù
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A
cura di Vincenzo Cerulli Irelli
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A
chi mi chiede cosa è per me la felicità io rispondo: è Giulianova, la
Giulianova di un tempo con la sua pineta e con la villa degli zii in
riva al mare e mia cugina Margherita sorridente dentro il giardino.
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Il
mare stava davvero a pochi metri dalla villa, separato da un po’ di
spiaggia e da una strada che nessuno percorreva. Lungo la cancellata
fiorivano d’estate gli arbusti di cactus i cui fiori si stagliavano come
lance insanguinate nello sfondo azzurro del cielo.
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Ho
scelto, d’accordo con Alba,
“La
Fattoria di Giulianova” come titolo per questo volumetto, che
raccoglie i racconti lunghi che Manlio scrisse e pubblicò a sua
cura tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80 (Saggio sulle
abitudini scomparse. Le tre cognate, Roma 1977; L’antica dimora.
Saggio sulle abitudini familiari, Roma 1981; Rosa Mystica. Saggio
sulla felicità, Roma 1982). Dei primi due racconti qui si pubblica il
secondo, che assorbe interamente il primo, di dimensioni più ridotte.
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La
Fattoria
costituisce il luogo della fantasia, costantemente evocato come
quello degli incontri, dei sogni e della felicità, insieme alla villa
degli zii sul lungomare di Giulianova. E anche il luogo fisico, la sede
della campagna, di Bizzarri, al quale ogni sera zio Fifì doveva spedire
la sua lettera di ordini ed ogni mattina doveva riceverne la risposta.
Il luogo della vendemmia, quando zio Fifi con la sua giacchetta di panno
e il panamino listato a lutto, correva esausto tra tini di mosto e
operai indaffarati.
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Nel
Saggio sulle abitudini familiari (racconto tutto romano) la
Fattoria è il luogo lontano dove
si spera di tornare presto, fuori dalla triste dimora romana; verso la
felicità. Nella Rosa Mystica, la Fattoria è il luogo
stesso della felicità, il luogo magico delle api che succhiano i fiori
delle colline, il luogo delle discussioni notturne sotto la luna, delle
fantasie di Raffaellino, delle stupidaggini di Giugiù.
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I due
racconti (o saggi, come Manlio preferisce) coprono un periodo della
vita familiare tra gli anni ‘20 e gli anni ‘30 del ‘900.
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I
bambini a Roma, con la mamma rimasta vedova e zio Fifì sempre presente e
dominante; il ricordo del padre, del fiero socialista, in una viva
penombra. Manlio a Giulianova, in una splendida estate, con gli amici,
la cuginetta preferita, le ville, la pineta, le corse in automobile.
All’improvviso, il comparire della felicità. Una felicità fulminea, una
illuminazione, che non riesce a tradursi in vita reale, ma resta momento
indimenticabile e insieme non più raggiungibile. Manlio la rappresenta
nella metafora della ragazza seducente che tenta di cogliere i frutti su
un albero di Spoltore (di fronte ai suoi occhi estasiati); e
spiritualmente, nella Rosa
mystica, apparizione, cioè, ultrasensibile.
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Nei due scritti c’è una vivace testimonianza, rivissuta con affetto e
rimpianto, di un’epoca e di una società (di un mondo), con le sue
abitudini, le sue stranezze, le sue bontà e i suoi privilegi. Il mondo
della borghesia dell’anteguerra, borghesia agraria che portava in sè una
parte dell’antica taccagneria, pur nel raggiunto benessere. Un mondo
definitivamente sepolto.
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Difficile trovarne una rappresentazione più vera, più appassionata e
insieme disincantata e divertente. In certi punti sembra leggere Proust,
con la lente dell’arte alla ricerca del tempo perduto.
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E
c’è la rappresentazione artistica dei personaggi, veri e fantastici
insieme, che tornano vivi davanti al lettore.
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Zio Fifì innanzitutto, il vero protagonista, maniaco accentratore con il
suo fattore in campagna, e all’Istituto geologico con i colleghi e con
gli inservienti. Ingenuo e buono in fondo, paterno e protettivo con i
nipoti, come a preservarli dalle insidie del mondo esterno. I fratelli
di Manlio, Pinuccio con il suo
egoismo, sempre in bagno a farsi bello. La madre, desiderosa di vita, ma
chiusa nella prigione della sua casa, dalla quale cerca disperatamente
di uscire (come da una metafora dell’infelicità). E gli zii, il bonario
Gastoncello e l’intelligente Vincenzino, “odiato” tuttavia per la sua
raggiunta sicurezza, con la sua Giuseppina ingioiellata per fare bella
figura in società; ma buona, umile e modesta in casa alle faccende.
Giuseppina sempre a litigare con Annina; inseparabili le due, al lavoro
al tavolo della cucina, e poi raccolte intorno al rosario. Annina scalza
e selvaggia, che ride felice agli insulti della sua adorata padrona.
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E
i personaggi di Giulianova, il mitico don Flaviano che corre dietro alla
sua chirnerica innamorata, sulla spiaggia, raccogliendo la sabbia
calpestata da lei. Ma non ha l’ardire di sposarla
(non
sum dignus, non sum dignus). E don Carluccio, sibaritico con i suo
quattro bagni al giorno, di fronte a zio Fifì che lo aspetta su tutte le
furie. E donna Margherita, che pretende di dettare le regole dello
scrivere a Manlio, passeggiando sulla spiaggia (anch’io la ricordo così,
ormai molto anziana, col suo grande cappello e il suo passo sicuro sul
lungomare di Giulianova).
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Tra gli altri, il personaggio Manlio, divertito ma triste, alla ricerca
di se stesso e dell’impossibile felicità.
E
Margherita, oggetto dell‘incantamento.
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Si
tratta di immagini e racconti di grande forza espressiva, che a volte
inducono al riso (l’irresistibile comicità di Annina, di don Flaviano),
a volte al pianto (la madre colpita a tradimento dal male incurabile),
sempre al sogno e al ricordo struggente.
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La
materia, diceva Manlio nella prefazione, “è
semplice, modesta, antica; basta, per gustarla, accostarsi con un pò di
bonarietà e di purezza di cuore”. Ed avvertiva il lettore che non
dovesse cercare nelle sue pagine “la verità e l’esattezza dei fatti
narrati. Ciò che è antico fermenta incessantemente dentro di noi come il
mosto nel tino. Piano piano la verità della vita si trasforma in
leggenda e poesia”.
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E
le immagini ne escono deformate, come riflesse in uno specchio curvo, lo
specchio
“della nostalgia e dell’amore”.
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Marcello Avenali, che Manlio amava molto, e che lo spinse a pubblicare
queste pagine, disegnò per lui alcune raffinate immagini femminili,
anch’esse testimonianze di ricordi e di sogni. Le riproduciamo in questo
volumetto, non solo per omaggio al grande artista scomparso, ma per la
gioia dei lettori.
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Manlio, per rispetto al Manzoni, prevedeva che i suoi lettori non
superassero il numero di venti. Io credo che i ricordi e i sogni che
emergono in questo volumetto con la leggerezza dell’arte, potranno
interessare tanti lettori; purché essi vi si accostino, come egli
voleva, con bonarietà e purezza di cuore.
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Vincenzo Cerulli Irelli
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