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ISTITUTO NAZIONALE DI STUDI CROCIANI
L‘Abruzzo
nel Settecento
a
cura di
Umberto Russo e Edoardo Tiboni
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Finito di stampare nel mese
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di settembre
2000
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dalla Tecnovadue di Chieti Scalo
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per conto della casa editrice
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Ediars di Pescara
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Comi,
Vincenzo
(1765
- 1830)
Medico
e chimico - fondatore di un periodico scientifico - giacobino -
municipale - esule - creatore di industrie - carbonaro - deputato della
provincia di Teramo al parlamento napoletano del 1820-21.
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ISTITUTO NAZIONALE DI STUDI CROCIANI
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L‘Abruzzo
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nel Settecento
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a
cura di
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Umberto Russo e Edoardo Tiboni
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PRESENTAZIONE
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Nel
1997 usciva, a cura dell’Ediars e con il patrocinio della Regione, un
volume di 730 pagine dedicato all’Abruzzo nell’Ottocento.
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Nel
presentarlo annunciavamo l’intento di proseguire nel viaggio a ritroso
nella nostra storia regionale e ci auguravamo di riuscire a realizzare
lo studio del Settecento già da allora messo in cantiere. Il volume vede
oggi la luce, anch’esso per l’impegno dell’Ediars, con il sostegno della
Regione Abruzzo e il patrocinio del nostro Istituto nazionale di Studi
crociani. Mi auguro che il lettore troverà in questa nuova opera gli
stessi pregi che fecero apprezzare la precedente pur tra le inevitabili
carenze, dovute anche alle limitate risorse finanziarie.
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Un
secolo, il Settecento, certamente meno vivace e movimentato per la
nostra storia regionale di quanto sia stato l’Ottocento. L’Abruzzo
sembra ancora sonnecchiare sotto la spessa coltre conservatrice e feudale,
fino agli ultimi decenni del secolo quando i fermenti culturali
determinati dall’Illuminismo e quelli politici provocati dalla
Rivoluzione francese cominciarono, sia pure con ritardo, a incrinare la
crosta dell’immobilismo per esplodere infine nella rivoluzione del 1799,
preludio ai grandi fatti dell’Ottocento.
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Questo volume ha lo stesso impianto e le stesse dimensioni del
precedente dedicato all’Ottocento. Ad un affresco storico complessivo
seguono capitoli sulla vita culturale, l’economia, l’architettura, le
arti, la musica, il teatro, i personaggi, le città e i centri abitati
più importanti. Numerose le illustrazioni tra cui sedici tavole fuori
testo riproducenti splendide opere dei grandi artisti della ceramica
castellana che operarono nel Settecento.
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Gli
autori, come evidenzia l’indice, sono molti. Alla loro competenza di
studiosi e alla loro grande disponibilità sono dovute la realizzazione e
la qualità dell’opera. A tutti loro il più vivo grazie. Un
ringraziamento particolare per le sapienti cure poste per il buon esito
del lavoro a Umberto Russo. E un grazie va, per la collaborazione
grafica, a Gianfranco Zazzeroni e Angela Campolieti.
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Ad
opera compiuta non resta che volgere lo sguardo ancora più indietro, al
Seicento, e annunciare il proposito di voler proseguire, pur consapevoli
che le difficoltà da affrontare potranno essere ancora maggiori.
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Edoardo Tiboni
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Istituto nazionale di Studi crociani
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Vincenzo Comi
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(Stralcio)
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Sandro Galantini
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Quando, il 3 novembre 1765, nella vibratiana Torano, «Terra in un Piano,
mezzo miglio distante» dall’estremo confine settentrionale del Regno
napoletano, nasce Vincenzo Comi, figlio di Alessio e di Rosaria Cascioli,
sono trascorsi undici anni da quel 5 novembre 1754 in cui Antonio
Genovesi con una «orazione generale» aveva principiato a Napoli il corso
di «commercio e meccanica», seguito, tra i tanti accorsi dalle province
del Regno, dai teramani Gian Berardino, Gian Filippo e Meichiorre
Delfico, protagonisti di un milieu culturale cittadino che —si sa
—non poco avrebbe contribuito, insieme con una pleiade di studiosi
d’ogni disciplina formatisi alla nuova cultura venuta a maturazione nel
corso della seconda metà del Settecento, al momento affatto fervido di
eccellenza culturale e di iniziative forse in maniera troppo enfatica
definito Rinascenza teramana, e le cui vicende, non casualmente,
saranno destinate ad intrecciarsi, in un avviluppo di comuni obiettivi e
di straordinario attivismo, a quella del Toranese.
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Nel
torno di tempo in cui i Delfico, da buoni allievi del Genovesi, si
apprestano — col dovizioso bagaglio di scaltrite conoscenze in loro
possesso — a farsi determinatori e artefici di quel risveglio
intellettuale destinato a diradare la perniciosa obnubilazione di «una
ignoranza renduta permanente dalla barbarie [e] dal comune avvilimento»,
per mutuare le impietose ma non temerarie espressioni di Francesco
Pradowski, il Comi percorre un iter formativo i cui passaggi
connotano le vicende di tanti uomini di cultura abruzzesi nel
Settecento. Dietro sollecitazione di Antonio Giuliani, un apprezzato e
colto medico neretese entrato nel circuito famigliare dei Comi avendo
contratto matrimonio con la zia Nicolosa, Vincenzo, dopo una prima
formazione nel paese natale, a quindici anni lascia Torano per
continuare gli studi a Teramo.
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Dal
capoluogo abruzzese il Nostro—che, per quanto giovane, appalesa una
precocissima e sintomatica vocazione per gli studi fisici e chimici —
prenderà la strada di Napoli, iscrivendosi alla Facoltà di Medicina e
Chimica di quella Università nel 1785. Qui il Toranese, come riferisce
il biografo Giacinto Pannella,
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più
che nell’aula della scuola e al letto del malato passa le sue ore nel
gabinetto della Fisica e nel laboratorio della Chimica. Nelle teorie
vecchie e nelle nuove, in prima è scettico, e poi si fa solamente
sostenitore appassionato di queste o di quelle quando ne fa esperienza e
le trova vere in pratica. E fu ardua la lotta nell’agone scientifico;
giacché — continua il Pannella — ei giungeva in Napoli mentre ancora
«alcuni vecchioni che mai non intesero più oltre della fisica
aristotelica o cartesiana e della nuda pedanteria delle lingue dotte,
riputavano inutili le novità scientifiche; e intendeva mormorare da
codeste sparute larve»: quali cattedre!
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Un
impulso affatto decisivo nel fertilizzare l’operosa stagione napoletana
del Comi, beninteso oltre ai percorsi di studio — sovente dalle autonome
traiettorie — maturati in ambito universitario sotto la guida e con le
sollecitazioni di avveduti esponenti del mondo scientifico partenopeo
(poniamo di un Giuseppe Vario o di un Domenico Cotugno, ai quali si
riconosce il merito di aver contribuito non poco ad emancipare le
discipline medico-chimiche da posizioni di retroguardia), proviene
dall’incontro e dalla frequentazione coi Naturalisti settentrionali e
stranieri impegnati in questo periodo nel Regno per le loro esplorazioni
vulcanologiche.
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Risale agli inizi del novembre 1788 l’interessante esperienza di
ricognizione e studio delle produzioni vulcaniche sul Vesuvio vissuta
dal Comi a fianco di una celebrità scientifica come Lazzaro Spallanzani.
Il Toranese, ormai in predicato di conseguire la laurea, ne riferisce
entusiasta in una sua missiva inviata a Berardo Quartapelle (anch’egli
esponente di primo piano della Rinascenza teramana) raccomandando
contestualmente all’abate aprutino suo corrispondente di usare ogni
attenzione al biologo amico di Alberto Fortis che di qui a poco, prima
di far ritorno nella sua Pavia, avrebbe lasciato la Capitale del
Regno per Teramo.
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