ISTITUTO NAZIONALE DI STUDI CROCIANI
L‘Abruzzo
nel Settecento
 a cura di
Umberto Russo e Edoardo Tiboni
Finito di stampare nel mese
di settembre 2000
dalla Tecnovadue di Chieti Scalo
per conto della casa editrice
Ediars di Pescara
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
VINCENZO COMI (1765-1830) Nacque a Torano Nuovo, si laureò a Napoli in medicina e chimica. Nel 1792 fondò il celebre “COMMERCIO SCIENTIFICO DELL’EUROPA COL REGNO DELLE DUE SICILIE”, un giornale composto di sei volumi l’anno, che durò purtroppo solo due anni. Nel 1793 fondò a Teramo una fabbrica di CREMOR TARTARO e poi una distilleria, una conceria, una fabbrica di liquirizia ed una di potassa. Come giacobino fu esiliato fino al 1802. Nel 1811 acquistò a Giulianova il Convento dei Cappuccini e il terreno circostante (ora Casa di Maria Immacolata in via Gramsci) e ne fece residenza e fabbrica. Morì a Giulianova e fu sepolto in una Cappella privata.
Comi, Vincenzo
(1765 - 1830)
Medico e chimico - fondatore di un periodico scientifico - giacobino - municipale - esule - creatore di industrie - carbonaro - deputato della provincia di Teramo al parlamento napoletano del 1820-21.
 
 
ISTITUTO NAZIONALE DI STUDI CROCIANI
L‘Abruzzo
nel Settecento
 
a cura di
Umberto Russo e Edoardo Tiboni
 
PRESENTAZIONE
 
Nel 1997 usciva, a cura dell’Ediars e con il patrocinio della Regione, un volume di 730 pagine dedicato all’Abruzzo nell’Ottocento.
Nel presentarlo annunciavamo l’intento di proseguire nel viaggio a ritroso nella nostra storia regionale e ci auguravamo di riuscire a realizzare lo studio del Settecento già da allora messo in cantiere. Il volume vede oggi la luce, anch’esso per l’impegno dell’Ediars, con il sostegno della Regione Abruzzo e il patrocinio del nostro Istituto nazionale di Studi crociani. Mi auguro che il lettore troverà in questa nuova opera gli stessi pregi che fecero apprezzare la precedente pur tra le inevitabili carenze, dovute anche alle limitate risorse finanziarie.
Un secolo, il Settecento, certamente meno vivace e movimentato per la nostra storia regionale di quanto sia stato l’Ottocento. L’Abruzzo sembra ancora sonnecchiare sotto la spessa coltre conservatrice e feudale, fino agli ultimi decenni del secolo quando i fermenti culturali determinati dall’Illuminismo e quelli politici provocati dalla Rivoluzione francese cominciarono, sia pure con ritardo, a incrinare la crosta dell’immobilismo per esplodere infine nella rivoluzione del 1799, preludio ai grandi fatti dell’Ottocento.
Questo volume ha lo stesso impianto e le stesse dimensioni del precedente dedicato all’Ottocento. Ad un affresco storico complessivo seguono capitoli sulla vita culturale, l’economia, l’architettura, le arti, la musica, il teatro, i personaggi, le città e i centri abitati più importanti. Numerose le illustrazioni tra cui sedici tavole fuori testo riproducenti splendide opere dei grandi artisti della ceramica castellana che operarono nel Settecento.
Gli autori, come evidenzia l’indice, sono molti. Alla loro competenza di studiosi e alla loro grande disponibilità sono dovute la realizzazione e la qualità dell’opera. A tutti loro il più vivo grazie. Un ringraziamento particolare per le sapienti cure poste per il buon esito del lavoro a Umberto Russo. E un grazie va, per la collaborazione grafica, a Gianfranco Zazzeroni e Angela Campolieti.
Ad opera compiuta non resta che volgere lo sguardo ancora più indietro, al Seicento, e annunciare il proposito di voler proseguire, pur consapevoli che le difficoltà da affrontare potranno essere ancora maggiori.
 
                                               Edoardo Tiboni
                                  Istituto nazionale di Studi crociani
 
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                                Vincenzo Comi
                               (Stralcio)
 
                           Sandro Galantini
 
Quando, il 3 novembre 1765, nella vibratiana Torano, «Terra in un Piano, mezzo miglio distante» dall’estremo confine settentrionale del Regno napoletano, nasce Vincenzo Comi, figlio di Alessio e di Rosaria Cascioli, sono trascorsi undici anni da quel 5 novembre 1754 in cui Antonio Genovesi con una «orazione generale» aveva principiato a Napoli il corso di «commercio e meccanica», seguito, tra i tanti accorsi dalle province del Regno, dai teramani Gian Berardino, Gian Filippo e Meichiorre Delfico, protagonisti di un milieu culturale cittadino che —si sa —non poco avrebbe contribuito, insieme con una pleiade di studiosi d’ogni disciplina formatisi alla nuova cultura venuta a maturazione nel corso della seconda metà del Settecento, al momento affatto fervido di eccellenza culturale e di iniziative forse in maniera troppo enfatica definito Rinascenza teramana, e le cui vicende, non casualmente, saranno destinate ad intrecciarsi, in un avviluppo di comuni obiettivi e di straordinario attivismo, a quella del Toranese.
Nel torno di tempo in cui i Delfico, da buoni allievi del Genovesi, si apprestano — col dovizioso bagaglio di scaltrite conoscenze in loro possesso — a farsi determinatori e artefici di quel risveglio intellettuale destinato a diradare la perniciosa obnubilazione di «una ignoranza renduta permanente dalla barbarie [e] dal comune avvilimento», per mutuare le impietose ma non temerarie espressioni di Francesco Pradowski, il Comi percorre un iter formativo i cui passaggi connotano le vicende di tanti uomini di cultura abruzzesi nel Settecento. Dietro sollecitazione di Antonio Giuliani, un apprezzato e colto medico neretese entrato nel circuito famigliare dei Comi avendo contratto matrimonio con la zia Nicolosa, Vincenzo, dopo una prima formazione nel paese natale, a quindici anni lascia Torano per continuare gli studi a Teramo.
Dal capoluogo abruzzese il Nostro—che, per quanto giovane, appalesa una precocissima e sintomatica vocazione per gli studi fisici e chimici — prenderà la strada di Napoli, iscrivendosi alla Facoltà di Medicina e Chimica di quella Università nel 1785. Qui il Toranese, come riferisce il biografo Giacinto Pannella,
 
più che nell’aula della scuola e al letto del malato passa le sue ore nel gabinetto della Fisica e nel laboratorio della Chimica. Nelle teorie vecchie e nelle nuove, in prima è scettico, e poi si fa solamente sostenitore appassionato di queste o di quelle quando ne fa esperienza e le trova vere in pratica. E fu ardua la lotta nell’agone scientifico; giacché — continua il Pannella — ei giungeva in Napoli mentre ancora «alcuni vecchioni che mai non intesero più oltre della fisica aristotelica o cartesiana e della nuda pedanteria delle lingue dotte, riputavano inutili le novità scientifiche; e intendeva mormorare da codeste sparute larve»: quali cattedre!
 
Un impulso affatto decisivo nel fertilizzare l’operosa stagione napoletana del Comi, beninteso oltre ai percorsi di studio — sovente dalle autonome traiettorie — maturati in ambito universitario sotto la guida e con le sollecitazioni di avveduti esponenti del mondo scientifico partenopeo (poniamo di un Giuseppe Vario o di un Domenico Cotugno, ai quali si riconosce il merito di aver contribuito non poco ad emancipare le discipline medico-chimiche da posizioni di retroguardia), proviene dall’incontro e dalla frequentazione coi Naturalisti settentrionali e stranieri impegnati in questo periodo nel Regno per le loro esplorazioni vulcanologiche.
Risale agli inizi del novembre 1788 l’interessante esperienza di ricognizione e studio delle produzioni vulcaniche sul Vesuvio vissuta dal Comi a fianco di una celebrità scientifica come Lazzaro Spallanzani. Il Toranese, ormai in predicato di conseguire la laurea, ne riferisce entusiasta in una sua missiva inviata a Berardo Quartapelle (anch’egli esponente di primo piano della Rinascenza teramana) raccomandando contestualmente all’abate aprutino suo corrispondente di usare ogni attenzione al biologo amico di Alberto Fortis che di qui a poco, prima di far ritorno nella sua Pavia, avrebbe lasciato la Capitale del Regno per Teramo.