La Chiesa di San Flaviano – Giulianova
a cura di Sandro Galantini
Realizzazione: Arkè
- Edigrafital - luglio 2002
 
 
 
 
La chiesa di San Flaviano oggi
(foto di Pierino Santomo)
 
 
SANDRO GALANTINI, è nato a Senigallia (AN) il 21 giugno 1964; risiede a  Giulianova (TE) Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Urbino e il diploma della Scuola di Applicazione Forense presso l’Università di Teramo.
Sandro Galantini
 
Sandro Galantini
La Chiesa di San Flaviano – Giulianova
 
Ubicato nel centro storico di Giulianova in prossimità di Corso Garibaldi, l’imponente Duomo di San Flaviano è, con la chiesa di S. Maria a Mare, il monumento più importante della città e tra i più interessanti e singolari dell’Abruzzo.
La sua realizzazione, a partire dal 1472, appare strettamente e intenzionalmente legata - come hanno evidenziato alcuni recenti studi - ai complessi significati politico-militari e civili sottesi al coevo impianto urbano della nuova Giulianova (erede della medievale Castel S. Flaviano), il cui progetto venne commissionato dal fondatore Giuliantonio Acquaviva ad un architetto sicuramente geniale, forse il senese Francesco di Giorgio Martini, una delle menti più brillanti del secondo Quattrocento, oppure, come di recente si sostiene, ad un progettista legato alla scuola di Leon Battista Alberti.
La straordinaria originalità di questa costruzione in laterizio, originariamente e sino al ‘600 intitolata a S. Maria in Platea (o S. Maria in Piazza) ma ancora nella prima metà del Novecento popolarmente chiamata “la Rotonda”, è immediatamente percepibile dalla sua peculiare tipologia.
Come per il nuovo impianto urbano di Giulianova, ci troviamo infatti al cospetto di un vero esperimento progettuale, rappresentato dalla scelta - chiaramente influenzata dal Rinascimento toscano ma anche dalle esperienze lombarde ed umbre - operata in direzione di un organismo edilizio ad impianto ottagonale, perfettamente uniforme ed accurato in ogni parte e la cui militaresca solidità, frutto di una scelta intenzionale nel solco del pragmatismo quattrocentesco, viene accentuata, oltre che dalle poderose mura spesse oltre due metri e da lesene di rinforzo angolari, dal giro di beccatelli e caditoie che corona i lati, come negli apparati a sporgere delle contemporanee fortezze ideate a scopo difensivo: una tipologia architettonica che, sebbene rintracciabile in alcune località della regione, tuttavia rende la chiesa di S. Flaviano il primo esempio del genere nell’Abruzzo adriatico (e l’unico per imponenza), rimasto tale per almeno due secoli.
Oltre all’impianto ottagonale con tutte le implicazioni di simbolismo mistico ad esso ricollegabili ed i non meno interessanti significati matematico- filosofici tipicamente martiniani, l’altro e più importante elemento di originalità della chiesa di S. Flaviano è data dalla elegante, e per quei tempi audacissima, cupola a calotta semisferica, che riprende l’esperienza brunelleschiana di S. Maria del Fiore a Firenze.
La cupola, poggiante su un tamburo pure ottagonale alto circa due metri con una finestrella ad ogni lato e concluso da una cornice dentellata, presenta, internamente ed esternamente, due aspetti differenti. L’emisfero interno, tangente ai lati, è raccordato con l’ottagono mediante pennacchi sferici; il mantello esteriore, invece, è una superficie generata da una curva composta da due archi di cerchio di raggio differente, raccordata in modo da apparire slanciata leggermente in forma di cono fino alla piccola lanterna ottagonale.
Anche nel caso della cupola è possibile cogliere particolari significati politico-sociali ed ideologici.
Nell’assenza, all’epoca e per molto tempo ancora, di altre eminenze edilizie, la presenza di questa ardita cupola svettante sull’orizzonte oltre le mura, in primo luogo funge da “punto di riferimento e di richiamo anche per quanti, sparsi nei campi, potevano contare su un rifugio sicuro in casi anche estremi di necessità e di pericolo” . Questa valenza sembra peraltro confermata dall’originario utilizzo, per il rivestimento della cupola, di mattonelle smaltate d’azzurro (forse di provenienza castellana, come lascia pensare la tipologia turchina ), sventuratamente sostituite da laterizi grezzi di terracotta, la cui forma ad embrice semicircolare tuttavia dovrebbe riprodurre quella antica: in tal modo la cupola di San Flaviano, come sosteneva lo storico Vincenzo Bindi, “illuminata da raggi del sole, splendeva nell’Adriatico quasi faro luminoso ai più lontani naviganti”, unendo ad un effetto particolarmente suggestivo la funzione, appunto, tipica del faro, certamente opportuna in un periodo reso insicuro dalle frequenti scorrerie turche.
Insomma, sembra emergere il disegno di un “territorio forte e omogeneo, significativamente collocato al confine, o meglio a cavallo fra Regno e Marche, di faccia ai Turchi e lungo la via litoranea delle invasioni dal nord, nel punto di attrito e convergenza di opposti interessi”.
In secondo luogo la cupola, come punto di convergenza e di incontro per tutto il paesaggio circostante, assolve anche al compito di unificare prospetticamente l’abitato come il territorio”, così contribuendo alla creazione di un’identità comunitaria in un corpo sociale scarsamente omogeneo perché da poco (e ancora non completamente) trasferitosi dalla “vecchia” Castel S. Flaviano nella nuova città rinascimentale, che sebbene non ne ripeta nel nome l’origine, certo ne costituisce la prosecuzione.
Si comprende, dunque, quanti messaggi siano stati affidati a questo singolare edificio, non casualmente costato agli Acquaviva ben quarantamila ducati, una somma addirittura superiore all’acquisto delle città di Teramo e Atri, e la cui stessa posizione è significativa.