Il volumetto che ha il titolo, volutamente svagato, di Poeti, traduttori esteti , e che si avvale del sostegno concreto del Centro Servizi Culturali di Giulianova, vuole essere un contributo alla conoscenza di alcuni pensatori, studiosi e artisti dell’area giuliese e del circondario, i quali o sono dei veri e propri maestri non sufficientemente approfonditi, come nel caso di Delfico, o personalità finora sfuggite ad una giusta valutazione e divulgazione critica.

Poeti traduttori esteti
A cura di Leo Marchetti

Collana  "STORIE"
Finito di stampare nel mese di Dicembre 1998 da "Media" editoria, grafica e stampa, Mosciano S.A.(TE) per conto del Centro di Servizi Culturali della Regione Abruzzo - Via I. Nievo, 6.
Tel. 0858003508 - Fax 08580027108
 
Presentazione
di Leo Marchetti

 

Il volumetto che ha il titolo, volutamente svagato, di Poeti, traduttori esteti , e che si avvale del sostegno concreto del Centro Servizi Culturali di Giulianova, vuole essere un contributo alla conoscenza di alcuni pensatori, studiosi e artisti dell’area giuliese e del circondario, i quali o sono dei veri e propri maestri non sufficientemente approfonditi, come nel caso di Delfico, o personalità finora sfuggite ad una giusta valutazione e divulgazione critica.

Il primo dei tre presi in esame, il notaio Francesco Contaldi, appare a chiunque si accosti ai suoi scritti - per le traduzioni e le introduzioni critiche soprattutto - una straordinaria figura di conoscitore delle lingue e di letterato, in quella fin de siécle che vede a livello europeo sorgere discipline nuove come l’americanistica e il gusto per la valutazione comparata delle letterature nazionali. In anticipo sui tempi, Contaldi traduce alcuni autori norvegesi (Ibsen, Biörnson, Munch) mentre riesce a considerare e tradurre con grande competenza H. W. Longfellow (tra gli altri in lingua inglese), un classico americano della cerchia dei trascendentalisti, noto per la sua traduzione della Divina Commedia  e la sua presa di posizione contro la schiavitù in Poems on Slavery. Chi scrive ha fornito uno schizzo per così dire  "in punta di penna" della produzione di Contaldi restringendo drasticamente l’ambito delle esemplificazioni e del commento dei versi in apparato, ma è da augurarsi che il saggio sia servito comunque a far uscire dall’oblio di una ristretta nicchia provinciale un autore che per tanti versi è tutt’altro che provinciale.

Il saggio di Aldo Marroni su un’opera tardiva, poco nota e poco studiata, di Melchiorre Delfico, “Nuove ricerche sul Bello” del 1818, si inserisce in una ormai lunga frequentazione dell’estetica da parte di Marroni, che è studioso di rilevanza internazionale di P. Klossowski, ma anche paziente e meticoloso ricostruttore delle figure di autori vicini alla storia dell’arte in provincia di Teramo. Per quanto riguarda il suo intervento su Delfico bisogna dire che si tratta di una rivalutazione e di un ‘disoccultare’ ciò che è magari meno noto nella ricezione del grande teramano. Come si ricorderà, nel capitolo II della quarta parte della sua “Storia della filosofia italiana”, Giovanni Gentile parla diffusamente di Melchiorre Delfico, definendolo storicamente nell’ambito dell’Illuminismo napoletano e della giurisprudenza, mentre dedica poche parole al suo impegno nel campo dell’estetica: “(...) cercò di costruire una teoria generale estetica sul principio già accennato (lettera a Don Gaspare Selvaggi in data 20 novembre 1815) dell’origine fisiologica dell’arte”(p.475). Più avanti lo bolla come sensista e incapace di vedere il nesso fra “oggetto bello” e spirito umano che lo percepisce. Questo antecedente per dire che Marroni fa giustizia di un pregiudizio largamente diffuso nella filosofia italiana verso l’Illuminismo e le sue posizioni non diluite dal romanticismo, vale a dire alcune intuizioni radicali che aprono la strada alla considerazione novecentesca sulla percezione e l’aisthesis. Delfico, sulla scorta di Cabanis, come ha ben mostrato Marroni, individua precocemente lo snodo materiale fra ciò che passa per i sensi e ciò che si raccoglie ‘in intellectu’, per dirla con Locke.

Molto interessante, da questo punto di vista, anche il saggio di Massimo Nardi su un’opera ‘estetica’ di Gaetano Capone Braga, “Il problema estetico” pubblicata nel 1936. Su Gaetano Capone Braga si è svolto l’anno scorso un convegno i cui atti  sono stati pubblicati nel primo numero di questa collana, per cui ci asterremo dal presentarlo per i suoi caratteri inediti e la misconoscenza che si è accompagnata alla sua figura, ma qui ci preme segnalarlo proprio per la rilevanza che il suo discorso sull’arte può avere, o non avere, su un lettore contemporaneo di estetica. Nardi, infatti, anche grazie ai suoi studi precedenti che inquadravano la filosofia di Capone Braga per la suarilevanza nel solco del platonismo e dell’approccio antropologico, appunta qui l’attenzione critica sul problema della “sostanziale continuità fra esperienza estetica e religiosità” nella posizione di Capone Braga. Per uno spiritualista come il filosofo giuliese, in sostanza, interpreta Nardi, la sensibilità è solo una via per l’accesso alla conoscenza dei “prodotti meravigliosi della creazione dello Spirito assoluto”. Vale la pena di ricordare infatti che per il filosofo l’attività artistica imiterebbe la più generale attività divina di una continua ‘grande costruzione’. Ma il contributo di Nardi va oltre, ovviamente, una mera esposizione biografico-critica - che già si farebbe apprezzare per la sua portata conoscitiva - giacché interviene nel merito sottolineando talvolta la ristretta angolazione di Capone Braga nei confronti delle avanguardie e i condizionamenti che pur esistono nel suo modo di accostarsi ai prodotti dell’arte contemporanea.

Sul problema della “sostanziale continuità fra esperienza estetica e religiosità” nella posizione di Capone Braga. Per uno spiritualista come il filosofo giuliese, in sostanza, interpreta Nardi, la sensibilità è solo una via per l’accesso alla conoscenza dei “prodotti meravigliosi della creazione dello Spirito assoluto”. Vale la pena di ricordare infatti che per il filosofo l’attività artistica imiterebbe la più generale attività divina di una continua ‘grande costruzione’. Ma il contributo di Nardi va oltre, ovviamente, una mera esposizione biografico-critica - che già si farebbe apprezzare per la sua portata conoscitiva - giacché interviene nel merito sottolineando talvolta la ristretta angolazione di Capone Braga nei confronti delle avanguardie e i condizionamenti che pur esistono nel suo modo di accostarsi ai prodotti dell’arte contemporanea.