-
Presentazione
-
di Leo Marchetti
Il volumetto che ha il titolo, volutamente
svagato, di Poeti, traduttori esteti , e che si avvale del sostegno concreto
del Centro Servizi Culturali di Giulianova, vuole essere un contributo alla
conoscenza di alcuni pensatori, studiosi e artisti dell’area giuliese e del
circondario, i quali o sono dei veri e propri maestri non sufficientemente
approfonditi, come nel caso di Delfico, o personalità finora sfuggite ad una
giusta valutazione e divulgazione critica.
Il primo dei tre presi in esame, il notaio
Francesco Contaldi, appare a chiunque si accosti ai suoi scritti - per le
traduzioni e le introduzioni critiche soprattutto - una straordinaria figura
di conoscitore delle lingue e di letterato, in quella fin de siécle che vede
a livello europeo sorgere discipline nuove come l’americanistica e il gusto
per la valutazione comparata delle letterature nazionali. In anticipo sui
tempi, Contaldi traduce alcuni autori norvegesi (Ibsen, Biörnson, Munch)
mentre riesce a considerare e tradurre con grande competenza H. W.
Longfellow (tra gli altri in lingua inglese), un classico americano della
cerchia dei trascendentalisti, noto per la sua traduzione della Divina
Commedia e la sua presa di posizione contro la schiavitù in Poems on
Slavery. Chi scrive ha fornito uno schizzo per così dire "in punta di penna" della produzione di Contaldi restringendo drasticamente l’ambito
delle esemplificazioni e del commento dei versi in apparato, ma è da
augurarsi che il saggio sia servito comunque a far uscire dall’oblio di una
ristretta nicchia provinciale un autore che per tanti versi è tutt’altro che
provinciale.
Il saggio di Aldo Marroni su un’opera tardiva,
poco nota e poco studiata, di Melchiorre Delfico, “Nuove ricerche sul Bello”
del 1818, si inserisce in una ormai lunga frequentazione dell’estetica da
parte di Marroni, che è studioso di rilevanza internazionale di P.
Klossowski, ma anche paziente e meticoloso ricostruttore delle figure di
autori vicini alla storia dell’arte in provincia di Teramo. Per quanto
riguarda il suo intervento su Delfico bisogna dire che si tratta di una
rivalutazione e di un ‘disoccultare’ ciò che è magari meno noto nella
ricezione del grande teramano. Come si ricorderà, nel capitolo II della
quarta parte della sua “Storia della filosofia italiana”, Giovanni Gentile
parla diffusamente di Melchiorre Delfico, definendolo storicamente
nell’ambito dell’Illuminismo napoletano e della giurisprudenza, mentre
dedica poche parole al suo impegno nel campo dell’estetica: “(...) cercò di
costruire una teoria generale estetica sul principio già accennato (lettera
a Don Gaspare Selvaggi in data 20 novembre 1815) dell’origine fisiologica
dell’arte”(p.475). Più avanti lo bolla come sensista e incapace di vedere il
nesso fra “oggetto bello” e spirito umano che lo percepisce. Questo
antecedente per dire che Marroni fa giustizia di un pregiudizio largamente
diffuso nella filosofia italiana verso l’Illuminismo e le sue posizioni non
diluite dal romanticismo, vale a dire alcune intuizioni radicali che aprono
la strada alla considerazione novecentesca sulla percezione e l’aisthesis.
Delfico, sulla scorta di Cabanis, come ha ben mostrato Marroni, individua
precocemente lo snodo materiale fra ciò che passa per i sensi e ciò che si
raccoglie ‘in intellectu’, per dirla con Locke.
Molto interessante, da questo punto di vista,
anche il saggio di Massimo Nardi su un’opera ‘estetica’ di Gaetano Capone
Braga, “Il problema estetico” pubblicata nel 1936. Su Gaetano Capone Braga
si è svolto l’anno scorso un convegno i cui atti sono stati pubblicati nel
primo numero di questa collana, per cui ci asterremo dal presentarlo per i
suoi caratteri inediti e la misconoscenza che si è accompagnata alla sua
figura, ma qui ci preme segnalarlo proprio per la rilevanza che il suo
discorso sull’arte può avere, o non avere, su un lettore contemporaneo di
estetica. Nardi, infatti, anche grazie ai suoi studi precedenti che
inquadravano la filosofia di Capone Braga per la suarilevanza nel solco del
platonismo e dell’approccio antropologico, appunta qui l’attenzione critica
sul problema della “sostanziale continuità fra esperienza estetica e
religiosità” nella posizione di Capone Braga. Per uno spiritualista come il
filosofo giuliese, in sostanza, interpreta Nardi, la sensibilità è solo una
via per l’accesso alla conoscenza dei “prodotti meravigliosi della creazione
dello Spirito assoluto”. Vale la pena di ricordare infatti che per il
filosofo l’attività artistica imiterebbe la più generale attività divina di
una continua ‘grande costruzione’. Ma il contributo di Nardi va oltre,
ovviamente, una mera esposizione biografico-critica - che già si farebbe
apprezzare per la sua portata conoscitiva - giacché interviene nel merito
sottolineando talvolta la ristretta angolazione di Capone Braga nei
confronti delle avanguardie e i condizionamenti che pur esistono nel suo
modo di accostarsi ai prodotti dell’arte contemporanea.
Sul problema della “sostanziale continuità fra
esperienza estetica e religiosità” nella posizione di Capone Braga. Per uno
spiritualista come il filosofo giuliese, in sostanza, interpreta Nardi, la
sensibilità è solo una via per l’accesso alla conoscenza dei “prodotti
meravigliosi della creazione dello Spirito assoluto”. Vale la pena di
ricordare infatti che per il filosofo l’attività artistica imiterebbe la più
generale attività divina di una continua ‘grande costruzione’. Ma il
contributo di Nardi va oltre, ovviamente, una mera esposizione
biografico-critica - che già si farebbe apprezzare per la sua portata
conoscitiva - giacché interviene nel merito sottolineando talvolta la
ristretta angolazione di Capone Braga nei confronti delle avanguardie e i
condizionamenti che pur esistono nel suo modo di accostarsi ai prodotti
dell’arte contemporanea.