POESIA D’OCCASIONE
E LETTERATURA MINORE ABRUZZESE
DELL’ OTTOCENTO
 
a cura di VITO MORETTI
Editrice Vecchio Faggio del 1992
Finito di stampare nel mese di luglio 1992
 
Regione Abruzzo - Centro Servizi Culturali di Chieti.
Amministrazione Provinciale di Chieti.
Teatro Stabile dell’Aquila.
 
In copertina: Luigi Servolini, Prime gemme (1948), xilografia.
Nelle due tavole fuori testo: l’attore Piero Di Iorio, nei panni del poeta Domenico Stromei.

 

SANDRO GALANTINI, è nato a Senigallia (AN) il 21 giugno 1964; risiede a  Giulianova (TE) Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Urbino e il diploma della Scuola di Applicazione Forense presso l’Università di Teramo.

Sandro Galantini

 

 
POESIA D’OCCASIONE
E LETTERATURA MINORE ABRUZZESE
DELL’ OTTOCENTO
 
Atti del seminario di studi
 
a cura di
VITO MORETTI
 
                         Editrice Vecchio Faggio
                                     1992
 
 
                                        PREMESSA
 
Il volume propone gli “Atti” del Seminario di Studi tenuto a Chieti il 13 aprile 1991 su iniziativa del Centro Servizi Culturali della Regione Abruzzo e del Teatro Stabile dell’Aquila che, nell’occasione, ha provveduto anche alla messa in scena del dramma di Sabatino Ciocca.
Le relazioni qui riunite hanno inteso avviare una esplorazione sistematica della cultura regionale dell‘Ottocento, attraverso le voci di minore risonanza o di più modesto uditorio che, pur attenuate dai fragori delle coeve esperienze, seppero ben conservare un timbro proprio, una autoctona caratterizzazione nei temi, nelle scritture e, insomma, nei modi di intendere la funzione delle “lettere”, specie nelle concrete circostanze della storia e del sociale.
Si tratta, dunque, di un primo approccio alla complessa materia in cui si è riconosciuto l’Abruzzo negli anni anteriori e posteriori all‘Unità, e l’avvio anche di una ricerca che dovrà necessariamente estendersi agli altri aspetti della cultura (teatro, giornalismo...), fino a ricostruire gli umori sotterranei di quelle ‘piccole patrie’ abruzzesi che hanno alimentato le fantasie non gratuite di remote e prossime generazioni.
                                                                          Vito Moretti

 

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GIANNINA MILLI: UN PRIMO APPROCCIO
 
di Sandro Galantini
 
                                                   A Roberta Straccialini
 
Premessa. La Milli e la poesia d’ improvvisazione
 
Si deve a qualche recente commemorazione e a sporadici contributi critici, se il nome e le opere della poetessa teramana Giannina Milli non sono stati interamente obliterati, giacché, per quanto ingeneroso e affatto ingiustificabile, quasi generale è l’oblìo in cui la letteratura ufficiale l’ha sepolta: diverse storie della letteratura, infatti, la citano appena, moltissime addirittura non la menzionano affatto; rarissima, poi, risulta la sua antologizzazione.
Rinvenire le ragioni poste a fondamento ditale scarso interesse, non è tuttavia operazione difficoltosa, ove si rifletta sul giudizio negativo che quasi tutti i letterati italiani diedero della poesia estemporanea, della quale la Milli fu l’ultima epigone.
Sebbene siano rinvenibili composizioni ascrivibili a verseggiatori capaci di improvvisare in varie epoche e in diversi paesi, è tuttavia in Italia che, nel corso del ‘700 e della prima metà dell’800, la poesia d’improvvisazione o estemporanea assurge a importante fatto di costume: rispondendo a canoni estetici, meccanismi di costruzione e moduli ritmici alquanto codificati - è certamente all’Arcadia che deve essere ricondotto l’abbrivio della predisposizione e del recepimento a moduli e stili propri di tale genere, avendo essa contribuito a formare un gusto, reso estremamente popolare, e una sensibilità inclini a orpelli retorici, temi convenzionali e facile contabilità, la poesia estemporanea si configura, a parte qualche eccezione, come manifestazione di esercitazioni letterarie. Se concomitanti condizioni culturali e sociali favorirono lo sviluppo e il successivo trionfo di tale fenomeno in Italia, furono tuttavia gli stessi letterati italiani a mostrarsi diffidenti, ad avversare esplicitamente talvolta, il genere in argomento: emblematico l’atteggiamento di Pietro Giordani, il quale, nel suo noto scritto sul fiorentino Sgricci, pronuncia una violenta requisitoria avverso gli improvvisatori, rei di sfacciataggine e pedanteria, giudizio peraltro condiviso dallo Stendhal, che delle tragedie dallo stesso Tommaso Sgricci dice: “c’est un centon des auters grecs qui ravit les pédants et m’a scié a fond (...) M. Sgricci évite adroitement les sujets modernes…”[…].