Prefazione
Questa
ricerca nasce da una lunga frequentazione dell’opera di Pierre Klossowski
risalente all’estate 1986, anno in cui ho partecipato a Rimini a un
seminario sul concetto di ospitalità diretto da Mario Perniola.
Accostandomi al lavoro multiforme dell’artista-filosofo francese mi sono
posto queste domande: quale rilievo ha la nozione di simulacro? Il suo
pensiero è frutto di una solitaria elucubrazione spinta al culmine o ha una
rilevanza esterna? Vale a dire: tende ad essere disincarnante, come in
Georges Bataille, o ha un effetto incarnante? Esiste un livello
dell’esperienza in cui tale effetto incarnante assume come suoi strumenti i
codici, gli stereotipi istituzionali e convenzionali in uso, per attuare una
strategia di penetrazione e non di autodeterioramento e sparizione?
Singolare
destino quello della ricezione italiana di Klossowski, rimasto un pensatore
del tutto sconosciuto, e comunque poco studiato, pur essendo le sue opere
quasi tutte tradotte e pubblicate. I vari e sparuti commentatori sono stati
colpiti esclusivamente dalla condotta adulterina di Roberte e dalla
vocazione voyeuristica di Octave, suo marito, ambedue protagonisti della
Lois de l’hospitalité, scoprendo così nello scrittore e pensatore
francese soltanto una sorta di erotomane in preda alle sue ossessioni
coniugali. È solo nel 1979, con la pubblicazione del saggio Fenomeno e
simulacro, che Mario Perniola ne valorizza il pensiero e svela la
fecondità della nozione di simulacro, soprattutto in relazione al magistrale
lavoro Nietzsche et le cercle vicieux.
Per un
sistema culturale avvezzo a classificare in correnti e ambiti di lavoro ben
delimitati, scrittori, filosofi, artisti, è sempre effetto di una anomalia
ciò che nasce con il vizio dell’inclassificabilità. Pierre Klossowski è uno
di quegli intellettuali (ma anche questa è una definizione di comodo)
refrattari, in linea di principio e in linea di fatto, a qualsiasi
catalogazione.
È un
romanziere, un filosofo, un artista, un erotomane? Niente di tutto questo:
egli si è autodefinito un monomane. L’apparente oscurità della definizione
devia inesorabilmente chi non fa uno sforzo di conoscenza su una strada
contraddistinta da segnali negativi come: malattia, follia, mania,
fissazione. Insomma Klossowski non potrebbe che apparire surdeterminato da
un’inalienabile sfera patologica.
Nemmeno
Platone tuttavia ha pensato che la mania fosse alcunché di devastante per il
pensiero, e lo stesso Klossowski afferma che il monomane, vale a dire il
posseduto da una sola e medesima passione, un “segno unico”, ha il compito
altamente positivo di divulgare nella società (cioè nel mondo dei codici
convenzionali) contrassegnata dalla piattezza spirituale e dal rifiuto
programmatico di accogliere ciò che è esteriore alla propria visione
soggettivistica, quel segno che in maniera benefica lo domina. Quando
l’anima è vuota, quando non è posseduta da nessuna potenza, solo allora è
malata. Ma come il monomane, sia esso il perverso sadiano, il teologo Octave
appassionato collezionista delle opere di Tonnerre, oppure Roberte o Atteone,
potrà far transitare il suo “segno” nell’ambito dei costumi convenzionali?
Come questa sensibilità giungerà al pubblico divenendo nel contempo
praticabile quale legge dell’ospitalità?
Il cammino da intraprendere è diametralmente opposto a qualsiasi
interiorizzazione e spiritualizzazione dell’esperienza vissuta. Il monomane
non disincarna la sua perversione per incontrare il più originario, ma si
orienta verso l’esterno: l’erotismo, la valorizzazione della pelle e della
lingerie, soprattutto i guanti, la drammaturgia teatrale e
spettacolare dei tableaux vivants, che obbediscono al gesto sospeso,
incompiuto, del solecismo.
Non vi è dunque nulla di misterioso da disoccultare per Klossowski ma il
tentativo, sempre reiterato, saggiando pratiche tra loro diverse, di
individuare un livello d’espressione istituzionale già accettato e
consolidatosi nella società. Simile ambito appartiene al mondo del codice
dei segni convenzionali: la produzione artistica, l’esperienza
cinematografica, la scrittura creativa.
Il mio lavoro, pubblicato dal Centro Internazionale Studi di Estetica grazie
a Luigi Russo, nasce proprio dall’esigenza di verificare gli esiti estetici
e artistici dell’opera klossowskiana. Infatti a partire dagli anni ‘70
Klossowski ha consacrato la sua attività esclusivamente alla creazione di
tableaux vivants, i quali rappresentano il livello istituzionale e
convenzionale per far transitare in concreto nel mondo quel segno di
sensibilità ricevuto in dono dal monomane.
A conclusione della presente nota esprimo sincera gratitudine all’amico
Mario Perniola: senza i suoi consigli e l’importante contributo teorico,
questo e i miei precedenti lavori sull’artista-filosofo francese non
sarebbero mai nati, Un ringraziamento non meramente formale va inoltre a
Jean Decottignies che ha apprezzato la mia ricerca più di quanto meritasse
e, the last but not the least, allo stesso Pierre Klossowski per lo
stimolante incoraggiamento ricevuto.