Non si
può dire davvero che l’arte italiana dell’Ottocento abbia avuto una
soddisfacente fortuna critica. Solo in questi ultimi anni, infatti, si
sono cominciati a rimuovere i pesanti pregiudizi che le gravavano
addosso. Dapprima le è nuociuto la generica esaltazione nazionalistica
di un suo presunto primato europeo e quindi, in seguito, quasi per
ritorsione, la sbrigativa liquidazione di un giudizio che ne rifiutava
globalmente ogni prova ed esperienza. Chi non ricorda il lapidario
«Buona notte, signor Fattori!» di longhiana memoria?1
Era una
sentenza che riassumeva egregiamente il clima culturale di negazione che
circolava a quei tempi non certo remoti: una negazione che colpiva senza
distinzione anche gli artisti migliori, da Canova in avanti.
Naturalmente c’erano le eccezioni, ma erano assai rare. I pittori, salvo
la diffusa accusa di provincialismo, erano quelli che maggiormente si
salvavano, anche per una più decisa spinta del mercato. A soffrirne
erano invece soprattutto gli scultori poiché, tra tutte le arti, la
scultura sino ad oggi è quella indubbiamente più trascurata.
Ma se nel
giudizio negativo, secondo quest’ottica, venivano coinvolti anche gli
scultori di più sicuro rilievo, si può agevolmente dedurre quale sorte
sia toccata, e tocchi ancora, agli scultori di minor fama o risonanza,
tra i quali è da collocarsi lo stesso Raffaello Pagliaccetti. Non si
pensi perciò che il suo sia un caso unico o isolato. Al contrario, la
sua vicenda, e l’oblio che sull’opera sua è disceso per tanti anni, è
comune a molti altri artisti come lui degni di studio per le autentiche
doti espressive delle loro opere e per le alte qualità del mestiere che
vi si afferma. L’azione di restituire a Pagliaccetti i suoi meriti è
quindi giusta e opportuna e ci piacerebbe anzi considerarla come un
auspicio per altre operazioni del genere che molti artisti d’analogo
interesse aspettano e sollecitano.
L’idea di
dedicargli un museo è nata sin dal 1914, da quando cioè, per
l’intervento di un illuminato mecenate, i suoi gessi sono ritornati da
Firenze in Abruzzo, prima a Giulianova e quindi a Teramo. Il progetto di
raccoglierli insieme, unitamente con altre sculture, per innumerevoli
circostanze, tra cui soprattutto il decrescente interesse nei riguardi
dell’arte ottocentesca, fu tuttavia messo da parte2.
Solo oggi, finalmente, quel primo proposito ritorna ad essere preso in
considerazione e questa mostra retrospettiva, frutto del concorso
operativo di vari Enti e personalità politiche e culturali teramane, ne
è, appunto, concretamente l’avvio.
Quando
Pagliaccetti morì, nel 1900, aveva sessant’anni. A questa data era già
ritornato alla città natale di Giulianova, abbandonando Firenze dopo un
soggiorno operoso ch’era durato più di un trentacinquennio. Di lui a
quel tempo, un caro amico ci ha lasciato una dettagliata descrizione:
«Il Pagliaccetti», ha scritto, «è di statura poco al di sotto della
media, forte, ossuto senza uscire dalla proporzioni, non elegante,
cammina lento, sempre pensoso. Difficilmente si può fermare per via
perché vedendo un collega lo scansa (pare che lo riguardi come un
ostacolo), fa solo un saluto con la mano senza alterare la cadenza del
suo passo. Facile e corretto nella parola, il volto poco colorito, baffi
e capelli castani, sopracciglia fortissime, occhi celesti vivaci, belle
mani, vestire semplice pulito, figura austera. E austero è il suo
morale; egli esige molto da sé stesso, si direbbe che ogni sua azione,
ogni suo atto, tutta la sua esistenza siano frutto di veri e sani
consigli. Per nessuna cosa mai direbbe quello che non pensa... E un uomo
amato da molti, rispettato da tutti, basta a stesso. Non è pecora di
nessun pastore, né pastore di pecore; fa un’arte tutta sua; direi che a
pochi come a lui si possa adattare la sentenza: “Ogni artista riproduce
se stesso’’»3.
Si tratta
di un giudizio che, nella sostanza, anche a distanza di tempo si può
condividere, giustificando appieno il riaccendersi dell’attenzione sulla
sua opera e sul suo personaggio. Raffaello Pagliaccetti dunque ritorna e
ripropone le sue immagini, i suoi problemi, la sua storia. Un
risarcimento gli era senz’altro dovuto e questa è l’occasione propizia.
Nella
monografia, pubblicata a Milano nel 1927, Giuseppe Parroni lo ha
definito «un caposcuola fiorentino del verismo»4.
E indubbiamente, arrivando a Firenze dalla sua Giulianova nel 1861, si
era rapidamente e vivamente inserito nella cultura artistica toscana
orientata con decisione in senso realista. La definizione del Parroni è
quindi pertinente, non tale tuttavia da essere intesa soltanto in un
senso così strettamente univoco, prescindendo cioè da ogni altra
influenza intervenuta nei primi anni della sua formazione. Pagliaccetti
infatti aveva già avuto tirocinio romano all’Accademia di San Luca, dove
primeggiava la presenza del Tenerani, ma dove echeggiava ancora l’eco
sia del Canova che del Thorvaldsen. Quattro anni nella città papale
avevano notevolmente agito sulla sua crescita creativa. È il periodo che
va dal ‘56 al ‘61, di cui, a riprova dei suoi progressi,
possediamo un’opera quale la Testa di Baccante, copia dell’Antinoo
Braschi, dove esplicite appaiono le dirette influenze neoclassiche,
anche se ormai il Tenerani aveva già firmato il «manifesto» dei puristi
e, nel ‘54, scolpito il Monumento a Pellegrino Rossi,
rivestendo di panni borghesi il nudo neoclassico.
L’esperienza romana l’aveva quindi preparato senz’altro anche al clima
fiorentino del naturalismo bartoliniano che tuttavia più risolutamente,
si stava ormai convertendo al realismo. I termini di «verismo» e
«realismo» erano allora adoperati indifferentemente. Fattori, con quel
suo modo sgraziato ma efficace di esprimersi, ha chiarito benissimo
questa identità. Parlando della «macchia» affermava; «Era questa una
nuova ricerca di verismo, il quale si è andato presentemente svolgendo,
che rende la realtà della vera impressione del vero»5.
Il Realismo del resto, così come già il Neoclassicismo e il
Romanticismo, era ormai un movimento europeo, che aveva radice nel
pensiero positivista quale sicura dottrina di progresso. Fu questa la
scelta ideale della borghesia patriottica e postunitaria. De Sanctis,
sul piano dell’estetica, lo metteva in evidenza sin dal
‘58.
«La forma», egli sosteneva, «non è un’idea, ma una cosa;
e perciò il poeta ha innanzi delle cose e non delle idee»6.
Ma, dopo la lettura dei romanzi di Zola, la sua adesione al Realismo
diventò ancora più esplicita e polemica. Al termine di una conferenza
tenuta nel giugno del ‘79, così concludeva le sue argomentazioni: «Il
motto di un’arte seria è questo: poco parlare di noi e far parlare le
cose, “sunt lacrimae rerum”. Dateci le lacrime delle cose e
risparmiateci le lacrime vostre»7.
Per
quanto riguarda le arti figurative chi ha cercato di formulare una più
circostanziata definizione del Realismo è stato Adriano Cecioni. La sua
azione si è svolta particolarmente in Toscana, proprio negli anni in cui
vi soggiornava il Pagliaccetti. «Quando diciamo realismo»,
scriveva Cecioni, «ci confortiamo perché sappiamo che l’applicazione di
questo principio ci ravvicina alla natura e ci porta ad osservare con
amore e con interesse le cose come sono, mentre l’idealismo a furia di
menzogne ed imposture ce ne allontana, trasportandoci in un mondo che
non esiste ora con la letteratura, ora con la religione, ora con l’arte»8.
E
altrove, ancora più drasticamente, ribadiva: «Noi la vita dolorosa e
palpitante l’abbiamo sotto gli occhi, abbiamo la nostra e poca da
interpretare, e abbiamo tanto e poi tanto davanti a noi da spingere le
nostre ricerche all’infinito senza rimanerci un minuto di tempo da
pensare ai vostri Greci, ai Romani e ai vostri antichi Ebrei»9.
Non si
può certo dire che Pagliaccetti avesse una visione così radicale su
tutta la linea. In qualche modo egli si sentiva più vicino al Dupré, che
ormai temperava il forte naturalismo realistico dell’Abele morente
con più di un compromesso tra naturalismo e idealismo, tra Purismo e
accademia, in un intreccio eclettico di risultati. Anche per
Pagliaccetti infatti si può senz’altro parlare di uguali esitazioni
formali riscontrabili soprattutto in quelle opere dove sembra prevalere
la preoccupazione di riuscire gradevole ai committenti, pur senza
tradire i motivi sostanziali dell’ispirazione. Ma i momenti di deciso
impegno realistico, sin dall’inizio del suo soggiorno fiornetino, di
certo non mancano e hanno un accento ben scandito di verità e di
energia. Da questo punto di vista il giudizio formulato dal Parroni
nella sua monografia è dunque più che giustificato.
Dicendo
ciò penso particolarmente alle tre sculture che il Pagliaccetti presentò
nel 1866 all’Accademia di Firenze: Garibaldi a Caprera, Cappellini
alla battaglia di Lissa e il Ritratto di vecchia donna. Sia
il Garibaldi a Caprera che il Cappellini erano studi
accurati in vista di un possibile momumento. Per il Garibaldi ci
fu anzi una decisione del Comune di Teramo perché fosse tradotto in
opera monumentale, ma per una serie di circostanze finanziarie il
progetto restò incompiuto. Pagliaccetti ne eseguì tuttavia il grande
gesso, che riuscì a presentare con larghi consensi all’Esposizione di
Filadelfia del 1876. Purtroppo però tanto il primo studio che il
prototipo del monumento, nelle peripezie subite dai gessi dopo la sua
morte, sono andati distrutti. Per averne un’idea ci restano soltanto le
riproduzioni riportate dal Parroni, che ci offrono l’immagine di un
Garibaldi abbastanza insolito rispetto all’iconologia garibaldina del
tempo. Infatti non propongono un Garibaldi eroico secondo lo schema che,
più tardi, ne traccerà il Carducci nel famoso discorso di Bologna
all’indomani della sua morte o ancor più nell’ode barbara intitolata
Scoglio di Quarto: «Al collo leonino avvoltosi
-
ilpuncio,
la spada di Roma
-
alta sull’omero bilanciando
-
stié Garibaldi...10»
Il Pagliaccetti, affrontando questa immagine si ricorda piuttosto
dell’esilio a cui Garibaldi, nel ‘60 fu costretto dolorosamente dopo la
vittoriosa spedizione dei Mille. Il tema che sceglie è, in qualche modo,
simile all’attacco con cui un’altro abruzzese, il d’Annunzio, cominciava
alcuni anni dopo il suo poemetto dedicato all’eroe:
«Donato il regno al sopraggiunto re
—
ora sen
torna al sasso di Caprera
—
il Dittatore...»11.
È infatti seduto su di uno scoglio di Caprera che
Pagliaccetti ha modellato il suo Garibaldi, rappresentandolo pensoso, in
attesa di ritornare e riprendere le armi per la liberazione di Roma.
Il titolo
dell’opera monumentale era Garibaldi dopo il Volturno, ed è un
vero peccato che non ci sia stata conservata dato il carattere singolare
dell’impostazione decisa dal Pagliaccetti, anche al di là degli stessi
pregi specifici che s’intuiscono guardandone la riproduzione. Ma se
rimpiangiamo la perdita del Garibaldi nel duplice risultato del
primo studio e del monumento, possiamo invece ritenerci fortunati che
sia stato salvato il Cappellini alla battaglia di Lissa. Il
ritorno di Garibaldi a Caprera risaliva al ‘60, cioè a sei anni
prima; la battaglia di Lissa si era invece combattuta nel luglio del
medesimo anno in cui, ricordando l’episodio, Pagliaccetti dà forma alla
sua scultura, prendendo a soggetto il comandante della nuova cannoniera
Palestro. L’avvenimento era quindi di una bruciante attualità,
collocandosi agli inizi della III Guerra d’Indipendenza. La storia è
nota: davanti alla costa dalmata, dalla parte opposta alle spiagge di
Pescara, in uno scontro con le corazzate austriache, le nostre navi
furono sconfitte, anche per l’incapacità dell’ammiraglio Carlo Persano
che comandava la squadra italiana. Due delle nostre navi furono
affondate: una di queste era, appunto, la Palestro, su cui era scoppiato
un furioso incendio. Il coraggioso Alfredo Cappellini, quando le fiamme
raggiunsero la santabarbara, non poté evitare il disastro: la nave
s’inabissò con l’intero equipaggio. Su questo episodio fiorirono
racconti e poesie, persino il Mercantini, così come aveva fatto per la
Spigolatrice di Sapri in memoria di Pisacane, scrisse una ballata
sulla Fidanzata di un marinaio della Palestro, dove si tesse
l’elogio dell’indomito Capellini: «Come il mio
capitan non ce n’é al mondo: -
con
Alfredo o si vince o si va a fondo»12
Pagliaccetti fu dunque pronto a cogliere il senso di questo episodio che
aveva una così immediata eco popolare, concependo la sua scultura quale
una fremente espressione di energia, rappresentando il protagonista
dell’avvenimento con la spada sguainata, il passo in avanti, la mano
destra nervosamente tesa ad incitare la ciurma, il volto intenso e
contratto. Ogni dettaglio, secondo le tegole del realismo, è rispettato
con scrupolo, anche i particolari della divisa: il berretto con la
visiera, le spalline frangiate, la fibia della cintura. Ma ciò che conta
e infonde carattere a quest’opera, che misura appena ottantasei
centimetri d’altezza, è l’impulso che ne domina l’esecuzione e ne
pervade ogni parte. Non so se un tale impulso avrebbe potuto essere
mantenuto dilatandone la grandezza, ma è certo che in questa immagine la
tensione formale tiene egregiamente.
In questa
luce va considerato anche il Ritratto di vecchia donna. Tuttavia
le difficoltà per ricostruire pienamente l’itinerario creativo del
Pagliaccetti, non sono poche, poiché, come ho già accennato, egli non
sempre porta avanti la sua ricerca con stretto rigore. Infatti, a tale
ricerca, s’intrecciano volentieri particolari oscillazioni di gusto
talvolta in contraddizione con la scelta realista. In questi casi, il
suo talento ricorreva sia alle sue indubitabili risorse accademiche che
ai vacheggiamenti classici e classicistici, nonché alle suggestioni
dirette che gli derivano dal suo primo tirocinio romano. Un busto come
quello dello storico teramano Melchiorre Delfico, eseguito nel
‘63, rientra appunto in questo ambito; così come il ritratto della
Principessa Margherita di Savoia o il Cenotafio di Angelo Antonio
De’ Bartolomei a Giulianova. Sono opere condotte a termine
pressappoco nello stesso periodo, notevoli per finezza e preziosa
elaborazione formale, soprattutto il Cenotafio col rilievo
centrale dove sono scolpite, in omaggio all’illustre scrittore e
studioso giuliese, le tre figure che ne rappresentano gli interessi
culturali: la Poesia, l’Archeologia e la Storia. L’insieme del
Cenotafio, sormontato dal ritratto del personaggio celebrato, è di
una struttura misurata ed elegante, anche nelle decorazioni floreali che
lo adornano, formate da spighe, papaveri, lauro e mortella, il che
rivela, tra l’altro di quale coscienzioso mestiere fosse capace il
Pagliaccetti quando si assumeva un impegno.
In altre
parole, anche a lato della sua linea di fondo, egli si muoveva senza mai
tradire quell’obiettivo di proprietà e di responsabilità che ne
costituiscono il carattere. E questo è il motivo per cui, anche fuori
della più intransigente linea realistica, le sue sculture migliori
rivelano sempre valori non provvisori. Il fatto è ch’egli ha vissuto e
operato nella continuità di se stesso, crescendo cioè nel tempo senza
rotture violente con la propria formazione, con le proprie inclinazioni
iniziali. A riprova di ciò, oltre alle opere appena citate, parecchie
altre se ne potrebbero ricordare, ma qui basterà menzionarne almeno una,
a mio avviso, esemplare: Virgo. Si tratta infatti di un busto
mamoreo, eseguito intorno all’80, dove il ricorso a moduli linguistici
quattrocenteschi sono di prima evidenza, ma dove la sottile acutezza
fisionomica del personaggio femminile, il suo volto malinconico, con gli
occhi lievemente sporgenti, le magre tempie, la bocca che sembra stia
per schiudersi e la gola morbida e tonda, ne fanno un ritratto
palpitante, di rara verità e insieme di delicata trasfigurazione.
Non
cercherei dunque di scindere in nessun modo la personalità del
Pagliaccetti, anche se in più di un caso i suoi modi espressivi possono
rivelarsi relativamente diversi da quelli che improntano le sue opere
capitali o comunque quelle opere che maggiormente ne determinano la
fisionomia generale. In questo senso, di primaria importanza per la sua
biografia d’artista, è indubbiamente il Busto di Rossini, ch’egli
modellò alla morte del grande compositore pesarese, ma che solo tre anni
dopo, nel ‘71, poté scolpire nel marmo per l’intervento di Cesare
Correnti, allora ministro della Pubblica Istruzione. Si tratta di
un’opera di robusta e imponente fattura, che rappresenta un Rossini già
avanti negli anni, col volto caratterizzato dal forte naso aquilino,
dalle rughe profonde che mettono in evidenza l’enfiagione delle guance,
dal marcato arco sopraccigliare: un «pezzo» di bravura, di vigorosa e
prepotente struttura, ma anche un’opera che dà l’emozione di un
personaggio carico di potenza interiore, di generosa ispirazione.
Non è
tuttavia solo questo busto che Pagliaccetti eseguì in ricordo del
celebre musicista. Egli infatti modellò anche una scultura di piccole
dimensioni che lo ritraeva per intero con straordinaria efficacia. Ad
affrontare questo genere di ritratti «domestici» a tutta figura, aveva
cominciato fin dagli anni trenta, a Milano, uno scultore come il
Puttinati. Il Rovani, che ne era un sincero amministratore, a tale
proposito aveva scritto: «Modellò statue per un Pantheon di nuovo
genere, spogliò gli uomini illustri dalla loro aureola di convenzione,
volle visitarli nel segreto del loro studio e non nella pompa dell’aula
accademica, e così ci diede un insieme di geni in veste da camera e
pantofole»13.
Un tale genere di scultura, presso taluni artisti, finì con l’avere
fortuna. Anche il Pagliaccetti ne avvertì il fascino. Il suo Rossini
in piedi ne é senz’altro un segno. L’opera è di una vivacissima
plasticità. Pagliaccetti ne ha fatto un personaggio trasandato e
corpulento, con l’abito in disordine descrivendone minuziosamente ogni
particolare, forse non sfuggendo all’aneddoto, ma al tempo stesso
infondendo al soggetto una sicura vitalità. È un’opera a cui se ne può
senz’altro avvicinare un’altra con uguali qualità: il Senatore De
Vincenzi, patriota e scienziato, ritratto seduto, con la folta
zazzera che gli scende e s’allarga sul collo dalla testa ormai calva, in
una posa che s’indovina consueta, con le braccia conserte appoggiate al
bastone tenuto tra le gambe: un immagine anche questa di fervida
immediatezza come lo era il sorprendente
Rossini.
Accanto a
queste sculture di piccole dimensioni altre ancora se ne possono
collocare, come il Galvani il Garibaldi a cavallo un
bronzetto di cui purtroppo non si è ancora riusciti a trovare traccia.
In queste opere agiva la sua estrema abilità di modellatore, libera
dalle preoccupazioni monumentali e perciò più sciolta ed impulsiva,
quindi di più fresca resa espressiva. Di una tale agilità formale il
Galvani è una prova sicura. Il tema scientifico, in quella stagione
positivista, era di moda ed era quindi naturale che anche il
Pagliaccetti ne avvertisse l’istanza. Egli ha figurativamente sorpreso
lo scienziato bolognese, vestito di panni settecenteschi, nell’atto di
stuzzicare i muscoli del ranocchio scorticato per stimolarne le
contrazioni. Il garbo elegante di questa immagine, nonché la vibrante
ricchezza plastica dell’intera superficie dell’opera, ribadiscono ancora
una volta di quali doti il Pagliaccetti fosse intimamente fornito e di
come sapesse servirsene allorché s’impegnava a modellare, appunto,
quelle opere del suo repertorio che si considerano «minori», in
particolare le terrecotte.
Purtroppo
terrecotte quali il Bustino di donna o la doppia versione del
Celebrante, con o senza il chierichetto servente, non si sa che fine
abbiano fatto e non si può certo arrischiare un giudizio unicamente
dalle riproduzioni che ci rimangono. Il giudizio però possiamo darlo su
La Cieca, la terracotta dipinta ch’egli cominciò a Giulianova,
dov’era riparato per rimettersi in salute, e che poi finì a Firenze nel
‘79: un’opera magistrale per qualità e invenzione dove, nei colori
dell’abbigliamento contadino, egli sembra recuperare l’amore per la sua
terra con un sentimento di gentile pietà umana, che l’avvicina al Patini
pur senza la drammaticità che contraddistingue l’autore dell’Erede.
Una tale scultura nella sua fragranza cromatica, non sarebbe però
stata possibile se il Pagliaccetti non avesse già avuto l’esperienza
presso la Manifattura Ginori, a Sesto Fiorentino, dove operò per alcuni
anni dimostrando di possedere una capacità moderna di rapportarsi ai
processi dell’arte applicata. Quanti vasi, anfore, candelabri,
zuccheriere e portafiori sono usciti dalle sue mani, formati e decorati
dal suo gusto sicuro e dalla pronta intuizione del nuovo mestiere? E
difficile dire: i «pezzi» non sono firmati e le attribuzioni non tutte
sono immediatamente riconoscibili, anche se tuttavia, per un gruppo di
essi, del suo segno è difficile dubitare.
Prendendo
infatti in esame il gruppo di porcellane e maioliche, raccolte nel Museo
di Doccia, che nel catalogo rimandano al suo nome come autore, ci si
rende subito conto della versatilità talentuosa ch’egli vi ha dispiegato
con fantasiosa spontaneità, sia affrontando e risolvendo i problemi
della decorazione oggettuale sia nell’appropriarsi dei procedimenti
tecnici nuovi. Opere come il Puttino con gallo o come il Vaso
con satiri non lasciano dubbi, ma ancor più la Grande
giardiniera, dababile 1880, d’una dorata lumeggiatura e delicata
policromia con putti e satiri di eccezionale grazia a tutto rilievo, che
siedono sotto l’orlo svasato a gambi e fiori traforati, mentre un ricco
intreccio di tralci d’edera, alternato a farfalle, ne avvolge la parte
centrale e mascheroni e frutti ne sporgono dal piede14.
Ma la
presenza del Pagliaccetti a Doccia è sottolineata anche dal Monumento
a Lorenzo Ginori Lisci, eseguito nell’83, dove figura il ritratto in
porcellana d’uno dei principali protagonisti della storica manifattura,
un’opera che sembra ancora riprendere la lezione del Tenerani, tra
Neoclassicismo e Purismo. Di questi continui scambi formali a cui
Pagliaccetti s’abbandona e delle ragioni che vi presiedono s’è però già
detto, qui il problema da porre casomai è un altro, e cioè quale posto
gli può essere riservato per quanto riguarda l’ambito specifico del
ritratto nel quadro della vicenda dell’arte ottocentesca. Sicuramente,
sulla linea di questo impegno espressivo, egli è stato uno scultore
d’impronta e di piglio sicuri. Del resto fu un ritratto che gli ha
guadagnato i primi consensi anche fuori dei confini italiani. E il caso
della fama che gli procurò all’Esposizione di Vienna, nel ‘73, il
Busto di Moltke, il generale che alla testa dell’esercito prussiano
aveva vinto i francesi nella battaglia di Sedan. Era una sorta d’omaggio
alla politica bismarckiana che, allora, si pensava potesse essere utile
all’Italia. Dal casco chiodato e istoriato alla rigida divisa, con le
spalline intrecciate e la croce sul davanti, appesa al colletto,
Pagliaccetti mostra di voler essere fedele in ogni particolare che
definisca il ruolo del personaggio, a cui, nel volto, sa quindi dedicare
analiticamente la propria attenzione sino a rilevarne i più minuti segni
somatici, dalla fronte aggrondata alle fitte rughe sotto gli occhi,
dalla bocca chiusa, come sigillata, alle guance che l’età comincia a
rilassare. Il «Neues Berliner Tageblatt», recensendo la mostra,
osservava che «la somiglianza (era) perfetta»15.
Ma, a distanza di tempo, ciò che ancora oggi ci colpisce di questo
ritratto, è soprattutto la sua tipicità, nella quale ci sembra di
riconoscere una tradizione di uomini addestrati alla disciplina e al
comando, ligi a un dovere cui avevano dedicato nel bene e nel male la
propria esistenza.
La
sequenza dei ritratti virili e femminili, oltre a quelli sin qui
nominati, è ancora numerosa e riserva più di una sorpresa, come nel caso
del Busto di Giannina Milli, la poetessa di Teramo, che il
Pagliaccetti ha scolpito facendo affiorare, nei lineamenti del volto,
nello sguardo triste, l’ansioso fervore che ne dominava l’ispirazione.
Nei ritratti femminili, come in questo, egli si teneva a una plastica
sobria, essenziale, non forzando mai l’interpretazione, se non per
addolcirne appena qualche tratto espressivo. Di viva sensibilità in
questo senso è appunto il ritratto di Maria Trifoni, una delle
sue ultime opere, se non l’ultima, portata a termine l’anno stesso della
sua morte. Ma quanti altri soggetti femminili sarebbero da ricordare: il
Busto di donna con collana, il Busto di donna scollata, il
Busto di giovane donna. Quest’ultimo busto soprattutto. C’è
infatti in esso una lievitante emozione che riesce a diventare sostanza
plastica, forma viva, immagine di gusto moderno, che si risolve
dall’ampio piano del seno nudo verso lo stupore di un viso incantevole,
che i corti cappelli morbidamente incorniciano: una prova di sicura
persuasione poetica.
I
ritratti virili, a confronto di quelli femminili, sono invece
fisionomicamente privi di indulgenze, come già s’è notato; appaiono cioè
più decisi e definiti; più fermi dal punto di vista della
caratterizzazione; ritratti come quelli di Aristodemo Ventili, di
Concezio Ciafardoni, di Augusto Conti, di Mastro Ella,
un artigiano col metro e il sigaro nel taschino della giacca; il
ritratto del padre Andrea, un volto scavato, grinzoso, con orbite
profonde; e il suo stesso Autoritratto, coi folti capelli, i
baffi e la barba a pizzo, e una triste aria interrogante diffusa sul
viso. I ritratti che possediamo ci consentono dunque di formulare
senz’altro un giudizio altamente positivo di questa sua attività, ma
l’elenco di queste opere non è ancora compiuto, altre ce ne restano da
reperire e forse proprio questa mostra potrà consentirci di completare
la ricerca.
Lungo la
sua carriera d’artista, all’interno dei lavori che gli erano
commissionati o di cui prendeva l’iniziativa in circostanze che gli
consentivano di sperare in una commissione, Pagliaccetti si è pure
dedicato ad una scultura d’invenzione autonoma, assecondando le proprie
inclinazioni o le spinte culturali di cui avvertiva le esigenze. Il nudo
di Zena, la schiava, un’opera di nitida esecuzione, che rivela
appieno le sue doti di lirica effusione formale, di fluidità
nell’articolare l’anatomia femminile, ne costituisce un’ottima prova. Ma
forse, di maggiore interesse, per l’assunzione specifica della
particolare tematica, è una scultura come Lo
Scemo,
indubbiamente sensibile alle tesi zoliane e lombrosiane
dell’ereditarietà. Del resto in più di una novella dannunziana, sin
dall’86, si potevano trovare indicazioni in un tale senso. Pagliaccetti
accentua in quest’opera un crudo verismo, sottolineando le anomalie
psicofisiche del suo personaggio, la rigidità e la torsione del corpo,
l’ebetudine stralunata del volto. La scultura si presenta così con una
asprezza priva di pietismi, veramente in regola con tutti i presupposti
del nuovo naturalismo.
Ma il
discorso che ho svolto sin qui ha lasciato in sospeso quelle che vanno
considerate le sue opere di maggior impegno e di più ampio respiro: i
monumenti a Pio IX e a Vittorio Emanuele II. Dopo le
osservazioni che precedono il giudizio su queste due imprese dovrebbe
comunque risultare più sicuro o almeno più ricco di giustificazioni,
anche se le circostanze che hanno accompagnato la loro esecuzione nonché
la loro messa in opera sono state per Pagliaccetti irte di difficoltà e
persino dolorose.
Non sono
tuttavia, queste, le sole opere monumentali a cui egli abbia messo mano.
Un’altra è quella che figura nella facciata di Santa Maria del Fiore, a
Firenze: il Sant’Andrea. Come si sa questa facciata fu eretta dal
1871 al 1887 e a idearne la decorazione fu chiamato Augusto Conti. Gli
artisti invitati ad eseguire le sculture per le varie edicole furono
parecchi e tra questi, appunto, il Pagliaccetti16.
Di tale opera marmorea possediamo anche il gesso, che ci consente
d’apprezzare da vicino i suoi notevoli pregi. L’alta figura barbuta,
avvolta nelle pieghe larghe e plasticamente possenti dell’ampia veste,
serra sul petto, con le braccia nude e vigorose, il libro aperto del
Vangelo con le pagine che s’intuiscono sgualcite da una lunga e febbrile
lettura. L’immagine racchiude una veemenza interiore, che la sottrae
all’iconografia di maniera o all’intenzionalità edificante. È in questo
stesso giro di tempo che Pagliaccetti porta a termine il gesso del
Pio IX, di questo papa cioè che aveva suscitato tanti giudizi
contrari, ch’era stato visto persino come un possibile protagonista
dell’unità e che viceversa aveva finito per scomunicare lo Stato
italiano considerandolo nemico per la violazione che aveva inferto al
potere temporale della Chiesa. D’altra parte, dalla breccia di Porta Pia
era già passato un bel po’ di tempo. Nello stesso anno in cui
Pagliaccetti aveva ultimato il gesso, anche il Carducci, nel Canto
dell’amore, si era ormai pacificato con Pio IX:
«Aprite il Vaticano. Io piglio a braccio
-
Quel di
se stesso antico prigionier.
-
Vieni: a la libertà brindisi io faccio:
-
Cittadino Mastai, bevi un bicchier!»17.
A questa data, Pio IX compiva 85 anni, sarebbe morto nel febbraio
dell’anno successivo. Il Pagliaccetti aveva avuto occasione di vederlo
in Vaticano, durante una visita fatta a Roma nel novembre del ‘76,
quindi si era messo a modellarlo subito dopo il ritorno a Firenze.
Stando a
quanto egli stesso racconta, l’immagine che ne ha formato corrisponde a
come egli lo aveva visto:18
seduto in cattedra, con un semplice zucchetto in testa, amabile nel
volto, con un abito talare abbondante, che gli scende sino a coprirgli i
piedi, mentre allarga le braccia e tende le mani in segno di saluto e
d’accoglienza. Come sempre, Pagliaccetti ha curato ogni dettaglio con
meticolosa esattezza: i bottoni della lunga sottana, la fascia che gli
avvolge la prominente rotondità dell’adipe, la collana del Crocifisso di
traverso sul petto. Ne spira il ritratto di un personaggio considerato
con simpatia, per nulla autoritario, benevolo e cordiale. Non sembra
davvero il papa che ha sancito il dogma dell’infallibilità pontificia e
ha dettato i paragrafi del Sillabo contro gli «errori» del liberalismo
moderno. Pagliaccetti insomma lo ha rappresentato solo come l’umanissimo
e umile padre di tutti i cristiani.
Ma in
modo non molto diverso egli ha visto anche Vittorio Emanuele II. In
fondo, la visione della storia che animava il Pagliaccetti era
abbastanza vaga e per nulla faziosa. Di qui anche la ragione per cui
poteva senza turbarsi celebrare insieme personaggi così contrari l’uno
all’altro: Garibaldi, il papa e il re sabaudo. Ciò che invece si deve
dire è che, coi monumenti, egli non ha avuto davvero alcuna fortuna. Del
Monumento a Garibaldi, andato distrutto, s’è già fatto cenno; del
Monumento a Pio IX, ritornato dall’Esposizione internazionale di
Parigi, dove nel ‘78 aveva ottenuto più di un consenso, si sa che
dovette restare dimenticato nello studio fiorentino finché l’amico
Augusto Conti non promosse una sottoscrizione per la sua fusione. Il
bronzo fu quindi pronto solo dieci anni più tardi e venne donato dai
cattolici fiorentini a Leone XIII per il suo giubileo. E tuttavia le sue
peripezie non erano ancora finite: destinato al Vaticano, finì invece
per essere collocato nel cortile di un istituto missionario fuori mano,
donde in seguito fu ulteriormente spostato19.
Ciò che accadde al Vittorio Emanuele II fu però anche peggio.
Pagliaccetti stesso ne ha raccontato le vicende in una puntigliosa
memoria, dove descrive tutte le fasi incresciose in cui si trovò
coinvolto sia per i contrasti con la fonderia pistoiese sia col Comune
di Giulianova dove il monumento doveva essere messo in opera20.
Si pensi soltanto che la grande scultura era già finita nel giugno
dell’86 e che il bronzo, pronto sin dalla metà dell’89, giunto a
Giulianova restò abbandonato «in mezzo alla strada» sino al 1894, anno
in cui, finalmente, fu innalzato, sia pure su di una base disapprovata
dal Pagliaccetti, in Piazza Belvedere.
Oggi pare
che ci sia una generale diffidenza nei confronti dei monumenti. Ma che
cosa sarebbe una città senza monumenti se non una città senza memoria?
Nella vicenda dell’800 il monumento, nel suo diffondersi e
moltiplicarsi, è un fenomeno profondamente legato all’affermazione della
borghesia risorgimentale. In quegli anni, nel corso delle guerre
d’indipendenza, si era creata una coscienza appassionata dei valori di
libertà, che l’unità del paese prometteva di realizzare: una vicenda coi
suoi eroi, i suoi modelli, le sue guide spirituali e politiche, ch’era
giusto quindi ricordare e onorare ed anche additare alle generazioni
future. Ecco perché dopo il ‘60 i monumenti s’infoltirono. Mazzini aveva
anche ragione di protestare contro quella ch’egli chiamava la «smania
dei monumenti», in quanto, purtroppo, servivano pure alla classe
politica che li caldeggiava e inaugurava con bande e bandiere,
soprattutto dopo l’unità, per sgravarsi della propria cattiva coscienza.
Ciò non toglie tuttavia che i monumenti corrispondessero ai sentimenti
autentici e sinceri di chi, nelle schiere di quei protagonisti
risorgimentali aveva combattuto o aveva creduto e ancora continuava a
credere. Quindi non è il caso di formulare sbrigativamente giudizi
negativi al riguardo, anche perché in quella situazione, il monumento
cessava di essere esclusiva espressione di un potere aristocratico per
diventare un simbolo della nuova realtà nazionale. E quindi in questo
senso e con questi occhi che va guardato anche il monumento del
Pagliaccetti a Giulianova.
E
senz’altro l’opera più grande che egli abbia concepito e realizzato: è
alta più di tre metri e mezzo e, secondo il progetto del suo basamento,
avrebbe dovuto essere sollevata da terra almeno di sei metri e più. Il
basamento sostitutivo a quello progettato è invece più basso e quindi la
figura del «re galantuomo» ne appare sproporzionata, un fatto che
ogniqualvolta vi passava di sotto, faceva acutamente soffrire il
Pagliaccetti; ma forse, al nostro gusto di oggi, un inconveniente da
giudicare meno grave poiché ci sembra che la mole regale se ne
avvantaggi acquistando più forza e imponenza.
Tema del
monumento è il passaggio di Vittorio Emanuele II da Giulianova, il
fatidico 15 ottobre 1860, in marcia per le provincie meridionali.
Pagliaccetti ha rappresentato il re che, appena sceso da cavallo, saluta
il popolo accorso con un largo gesto della mano. In divisa militare da
campagna, il corpo tozzo e pesante, col giaccone che gli scende sino al
ginocchio, sta in piedi negli ampi bragoni stazzonati. Nessuna enfasi
apologetica che non sia la verità del personaggio nella sua efficace
presenza si può leggere in questa scultura. La sua struttura massiccia
rivela le proprie qualità in ogni parte, nel modo di appoggiare il peso
del corpo sulla gamba destra, nel vasto piano delle spalle che danno
solidità all’intera schiena, nella pancia che preme sotto il giaccone e
sporge sulla cintura più stretta. L’opera è interamente dominata dalla
preoccupazione plastica. In un monumento così alto e distante si poteva
pensare anche a talune possibili sommarietà. Nulla di tutto ciò vi è
però rintracciabile. Vale la pena, da questo punto di vista, di
osservare come è condotta l’esecuzione della testa per accertarsene,
tanto più che la si può esaminare da vicino nella terracotta che il
Pagliaccetti stesso ne ha fatto: un ritratto di rara intensità, dove
ogni particolare concorre alla definizione di un carattere che appare
forte e rude nei suoi tratti essenziali.
Ma
questo, arrivati fin qui, è soltanto un primo tentativo d’indagine su
Pagliaccetti, un tentativo svolto su di una serie di conoscenze in parte
non ancora compiute. Gli studi infatti sono appena iniziati. Ciò che
tuttavia, da questa prima indagine, condotta sulle opere di cui s’è
cominciato finalmente a fare un censimento, a rintracciarle, a salvarle
dalla rovina, si può senz’altro ricavare è l’opportunità di una tale
operazione. Pagliaccetti, infatti, non è certo un artista da lasciare
nell’oblio. E credo che la mostra che ora Teramo, continuando le
celebrazioni per il centocinquantacinquesimo della sua nascita, ha
deciso di ordinargli, sia il modo giusto di rendergli giustizia.
Riscoprire un artista dimenticato è una maniera per dare spessore e
ricchezza alla coscienza della società civile, un modo per conoscere le
proprie radici. E questo è dunque quanto dobbiamo augurarci
dall’incontro con Pagliaccetti, con questo scultore da riscoprire.