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Francesco Di Giorgio
Martini:
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Teoria e pratica
proporzionale
- da giulianova
ai
trattati
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A cura di Mario
Montebello

- Finito di stampae
nel mese di luglio 1997
- dalla
Tipolitografia Poligrafica s.n.c. (S. Atto - TE)
- per conto della
Demian Edizioni
- Corso Michetti, 11
64100 Teramo
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PREMESSA
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Fino
ad oggi, il proporzionamento martiniano ha resistito a ogni sforzo
ermeneutico, tanto che non manca chi ne limita fortemente il valore e il
significato, ricacciando con ciò stesso il Senese più in basso rispetto
al suo reale livello culturale. Noi ci limitiamo a presentare alcune
considerazioni di fondo, convinti che solo un lungo lavoro di collazione
tra la modularità di Giulianova e gli spunti teorici dei Trattati
potrà chiarire progressivamente il problema, secondo una trasparente
analogia con il lavoro compiuto dallo stesso Francesco su Vitruvio ed i
resti antichi per ritrovare il “linguaggio” e l’architettura classica.
Come primo punto, va affermata l’esistenza del proporzionamento
martiniano quale sistema organico dotato insieme di una sua complessità
e duttilità, testimoniato fin da ora sui due versanti suddetti della
trattatistica e della progettualità giuliese. Nella cultura
umanistico-rinascimentale, tutta a sfondo neoplatonico, il numero è
dotato di valore ontologico e gnoseologico insieme, risultando la
struttura costitutiva dell’intima razionalità del cosmo e per ciò stesso
offrendosi come chiave interpretativa di esso: conseguentemente ambedue
gli aspetti complementari sono presenti nell’opera martiniana (sarebbe
assai strano, anzi sospetto il contrario), l’ontologico come
proporzionamento nella progettualità e lo gnoseologico come strumento
d’indagine e conoscenza nella trattatistica (M. Montebello, in
preparazione). È impotente la critica rivolta a un’accanita
ermeneutica dei Trattati, che da soli non possono dare alcun
risultato per la segretezza in cui è avvolto l’argomento, di cui si
danno solo accenni frammentari. Dall’altra parte, non è possibile
pretendere nelle opere realizzate un’assoluta coerenza martiniana, e il
ricorso a rilievi di precisione non può dare risultati illuminanti se si
intendono tali rilievi quale espressione di una esasperata ricerca
scientificheggiante, perché il costruire dell’epoca accettava un certo
livello di approssimazione già in fase progettuale (razionalizzazione
dei rapporti irrazionali), e questo particolare bisogna concederlo come
dato scontato e non esorcizzarlo per una pretesa oggettività scientifica
del risultato. La coerenza proporzionale martiniana dunque va intesa in
un modo tutto particolare e ricollocata dentro questi limiti storici,
per essere intesa ed accettata. L’eccesso di analisi matematiche
sull’argomento sono pressoché gratuite se si limitano ad ingabbiare
schemi di basiliche e palazzi in una fitta rete di quadrati rettangoli e
cerchietti, in quanto la stessa cosa con un po’ di buona volontà si può
fare colla più modesta bicocca purché costruita sulla base di un
qualsiasi sistema metrico, anch’esso a suo modo proporzionale. Allora la
vera discriminante, rispetto ad una progettazione con finalità soltanto
pratiche, è la presenza di una cultura tesa ad esprimere una certa
visione del mondo dove il proporzionamento è soltanto strumentale, senza
di che sarà bene conservare sempre un legittimo sospetto. Il
proporzionamento deve lasciarsi leggere limpidamente, e rimandare a
qualcosa di assai più profondo. Tornando al caso di Francesco, mi pare
che non ci possano essere dubbi sulla sua volontà di strutturare l’opera
architettonica secondo un sistema filosofico-espressivo: certe tensioni
di ricerca si legano a considerazioni della trattatistica che non si
giustificherebbero senza postulare una costante applicazione della «regula»
matematica come regola cosmica o sarebbero destinate a suonare molto
strane, colla necessità di ricorrere al deus ex machina di un
pesante intervento estraneo nella compilazione dei Trattati, che
una esperienza anche superficiale degli stessi spinge a limitare
fortemente, per la profonda coerenza e congruenza degli spunti
dottrinari coll’aspetto più realisticamente operativo. Gli interventi
correttori a livello grammaticale-formale sono tutt’altra cosa, e
rientrano nell’ottica e nell’uso del primo Rinascimento, in cui la norma
linguistica per il volgare scritto era ancora fortemente oscillante, o
del tutto inesistente.
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La
scoperta del piano urbanistico-architettonico di Giulianova, databile su
basi documentarie agli anni 1470-72, e la conseguente attribuzione a
Francesco di Giorgio, mettendomi a disposizione un materiale eterogeneo
e non sempre affidabile su edifici, spazi pubblici e difese, mi hanno
spinto e in un certo modo costretto alla riconsiderazione
dell’argomento; le misure sono state dedotte principalmente da una mappa
del centro storico del 1882 ricca di dettagli non più verificabili sul
terreno, e da controlli diretti quando era possibile. Da questa
situazione si è sviluppato per necessità un lavoro di verifica e
interpretazione, che aveva alla base come dato ineliminabile
l’accettazione di un certo livello di approssimazione sia progettuale
che esecutiva (si veda la seconda parte); riassorbita però a livello
statistico dal fatto di avere molti dati a disposizione, con possibilità
di interventi di studio differenziati e molteplici, oltre a controlli
incrociati. Nella trattatistica, accanto a spunti dottrinari emerge un
generico schematismo per quanto riguarda gli aspetti più propriamente
teorici, in opposizione a una sovrabbondanza proporzionale che
caratterizza la realizzazione urbatettonica; non mancano perciò nel
tentativo di rilettura incertezze ed ipotesi provvisorie, oltre a zone
francamente oscure, ma confido di poter presentare qualche dato che
serva come base di discussione per le ricerche future.
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