
- La scuola di
Posillipo
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A cura di
Vincenzo Bindi
- Stampa "Industrie
Grafiche Rocci" s.r.l. - Torino, finito di stampare nell'anno 1993,
Gruppo Editoriale Forma s.r.l. - Torino
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Introduzione
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Vincenzo Bindi con un lascito del 3 ottobre 1927 dota
la città di Giulianova di una particolare e significativa
pinacoteca. Nelle prime quarantanove pagine del lascito
testamentario egli cataloga e spesso presenta criticamente
trecentosessantasette opere (altre sono da lui numericamente
numerate) appartenenti ad un periodo estesissimo compreso tra il
1600 e il 1920 circa ed elenca centoquindici artisti ad iniziare da
J. De Ribera
(Lo
Spagnoletto)
e terminando con la presentazione
della monotipia
di F. Patella.
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Una storia dell’arte lunga tre secoli,
che potrebbe far apparire discontinuo il lascito, senonché l’unitarietà
e la particolarità di questa raccolta sono date da due elementi precisi:
il primo è che per la maggior parte le opere censite appartengono ad
artisti meridionali formatisi a Napoli o che hanno avuto stretti
rapporti culturali con questa città, il secondo è che fondamentalmente
tutte le opere e gli studi riconducono ad una piuttura del vero sia
per quanto riguarda il paesaggio sia per le opere di genere o i
ritratti.
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Esiste per Vincenzo
Bindi in questi tre secoli di storia dell’arte e tra gli artisti
presentati un
legame di continuità nella
ricerca e nella tecnica pittorica:la pittura del vero, da lui
definita pittura speciale.
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Egli concentra il suo
lascito in un periodo esaltante per la storia dell’arte napoletana
compreso tra il 1820 e il 1870, raccogliendo e presentando quasi tutti
gli artisti appartenuti alla cosiddetta scuola di Posillipo, per
cui gli artisti precedenti presentati non sono che degli anticipatori od
epigoni della :scuola medesima.
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Con una simile
catalogazione egli riesce a dare il significato più esteso della
scuola di Posillipo, come scuola che praticò la pittura del vero con
la perfezione del disegno, con il rispetto dei soggetti rappresentati e
l’esatta riproduzione della luce e del colore. A questo genere di
pittura egli aggrega anche quegli artisti che negavano la propria
appartenenza ad essa, come D.
Morelli ed E.
Dalbono.
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Bindi non fissa la
critica alla scuola
sulle
personalità maggiormente note — A.S.
Pitlo e G. Gigante — sul primato e sul prestigio dell’uno e dell’altro,
come fa la maggior parte della critica dell’Ottocento e della critica
moderna; egli supera la diatriba. Facilitato dalla conoscenza diretta
che ebbe di quegli artisti, delle loro vite e dei loro itinerari
culturali riesce a dare una dimensione nazionale ed europea a tutto il
movimento della scuola napoletana. Il pregio della raccolta e della
critica di Vicenzo Bindi è appunto questa capacità di rilevamento
storico dei vari movimenti artistici, visibilissima nei suoi appunti
pubblicati a Lanciano nel 1886. Arte,
storia, ricordi,
in cui affronta il
problema dell’arte del paesaggio a Napoli e della tecnica
preferita — l’acquerello — presentando con note critiche estese la
maggioranza degli artisti presenti nel catalogo.
Rispettando le indicazioni del suo lascito è stato organizzato questo
volume.
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