Vincenzo Bindi con un lascito del 3 ottobre 1927 dota la città di Giulianova di una particolare e significativa pinacoteca. Nelle prime quarantanove pagine del lascito testamentario egli cataloga e spesso presenta criticamente trecentosessantasette opere (altre sono da lui numericamente numerate) appartenenti ad un periodo estesissimo compreso tra il 1600 e il 1920 circa ed elenca centoquindici artisti ad iniziare da J. De Ribera (Lo Spagnoletto) e terminando con la presentazione della monotipia di F. Patella.

La scuola di Posillipo
A cura di Vincenzo Bindi
Stampa "Industrie Grafiche Rocci" s.r.l. - Torino, finito di stampare nell'anno 1993, Gruppo Editoriale Forma s.r.l. - Torino

 

ARALDICA - Lo stemma del Comune di Giulianova contiene un cavaliere medioevale a cavallo che rappresenta Giulio Antonio Acquaviva, il fondatore della città tardomedioevale. Lo stemma è sormontato da cinque torri che raffigurano le antiche fortificazioni quattrocentesche della città. Giulia Nova o Giulianova, che deve il suo nome, appunto, al fondatore, anticamente si chiamava Castrum Novum, colonia fondata dai romani sulle rive del Batinus, l'odierno Tordino. Dopo la caduta dell’Impero Romano, nel corso del Medioevo, le fu dato il nome di Catel S. Flaviano, in onore delle reliquie del martire che, secondo la leggenda, sarebbero state rinvenute, forse portatevi via mare, in quel sito.

Introduzione

Vincenzo Bindi con un lascito del 3 ottobre 1927 dota la città di Giulianova di una particolare e significativa pinacoteca. Nelle prime quarantanove pagine del lascito testamentario egli cataloga e spesso presenta criticamente trecentosessantasette opere (altre sono da lui numericamente numerate) appartenenti ad un periodo estesissimo compreso tra il 1600 e il 1920 circa ed elenca centoquindici artisti ad iniziare da J. De Ribera (Lo Spagnoletto) e terminando con la presentazione della monotipia di F. Patella.
Una storia dell’arte lunga tre secoli, che potrebbe far apparire discontinuo il lascito, senonché l’unitarietà e la particolarità di questa raccolta sono date da due elementi precisi: il primo è che per la maggior parte le opere censite appartengono ad artisti meridionali formatisi a Napoli o che hanno avuto stretti rapporti culturali con questa città, il secondo è che fondamentalmente tutte le opere e gli studi riconducono ad una piuttura del vero sia per quanto riguarda il paesaggio sia per le opere di genere o i ritratti.
Esiste per Vincenzo Bindi in questi tre secoli di storia dell’arte e tra gli artisti presentati un legame di continuità nella ricerca e nella tecnica pittorica:la pittura del vero, da lui definita pittura speciale.
Egli concentra il suo lascito in un periodo esaltante per la storia dell’arte napoletana compreso tra il 1820 e il 1870, raccogliendo e presentando quasi tutti gli artisti appartenuti alla cosiddetta scuola di Posillipo, per cui gli artisti precedenti presentati non sono che degli anticipatori od epigoni della :scuola medesima.
Con una simile catalogazione egli riesce a dare il significato più esteso della scuola di Posillipo, come scuola che praticò la pittura del vero con la perfezione del disegno, con il rispetto dei soggetti rappresentati e l’esatta riproduzione della luce e del colore. A questo genere di pittura egli aggrega anche quegli artisti che negavano la propria appartenenza ad essa, come D. Morelli ed E. Dalbono.
Bindi non fissa la critica alla scuola sulle personalità maggiormente note — A.S. Pitlo e G. Gigante — sul primato e sul prestigio dell’uno e dell’altro, come fa la maggior parte della critica dell’Ottocento e della critica moderna; egli supera la diatriba. Facilitato dalla conoscenza diretta che ebbe di quegli artisti, delle loro vite e dei loro itinerari culturali riesce a dare una dimensione nazionale ed europea a tutto il movimento della scuola napoletana. Il pregio della raccolta e della critica di Vicenzo Bindi è appunto questa capacità di rilevamento storico dei vari movimenti artistici, visibilissima nei suoi appunti pubblicati a Lanciano nel 1886. Arte, storia, ricordi, in cui affronta il problema dell’arte del paesaggio a Napoli e della tecnica preferita — l’acquerello — presentando con note critiche estese la maggioranza degli artisti presenti nel catalogo.
Rispettando le indicazioni del suo lascito è stato organizzato questo volume.