GLI ALBANESI E SCHIAVONI
CHE POPOLARONO SITI DELL’ABRUZZO
a cura di: Sandro Galantini

 

SANDRO GALANTINI, è nato a Senigallia (AN) il 21 giugno 1964; risiede a  Giulianova (TE) Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Urbino e il diploma della Scuola di Applicazione Forense presso l’Università di Teramo.

Sandro Galantini
 
Gli Albanesi e Schiavoni
che popolarono siti dell’Abruzzo
di SANDRO GALANTINI
                                                
                                                 ad Annamaria Pinciotti
                                                             e Aldo Marroni
 
PREMESSA
 
La venuta degli Albanesi nell’Italia Meridionale viene posta da alcuni[1] intorno alla metà del sec. XV. Secondo altro orientamento, essa è configurabile dalla fine del sec. XIV[2] Il primo contingente, comandato da Demetrio Reres, giunse per invito di Alfonso I d’Aragona che, in stretti rapporti con l’Albania, si servì dei suoi uomini per domare una rivolta calabrese e ricompensò il loro condottiero dandogli delle cariche nella Calabria Ultra (1448). Con tali elementi si popolarono allora in questa provincia i paesi di Amato, Andali, Arietta, Casalnuovo, Vena, Zangarona; mentre due figli del Reres, Giorgio e Basilio, con parte delle truppe, si trasferirono in Sicilia[3].
L’immaginazione si accentuò, quando divennero più intense le relazioni tra l’Albania ed il regno, per i notevoli soccorsi dati a Ferdinando I da Giorgio Castriota Scanderbeg nelle lotte sostenute dalla monarchia contro gli angioini, pretendenti al trono, e contro i baroni[4].
I Castriota ebbero feudi in Puglia; e qui rimasero molti dei loro soldati, cui se ne aggiunsero altri, inviati per rinforzo, ed altri ancora, in gran numero, quando, morto lo Scanderbeg (1467), si affievolì la resistenza alla conquista turca sull’opposta riva dell’Adriatico, e i cristiani preferirono batter la via dell’esilio. Così furono ripopolate le quasi deserte terre di Faggiano, Martignano, Monteparano, Roccaforzata, S. Giorgio, S. Martino, S. Marzano, Sternatia, Zollino e Casalnuovo. Quando Irene Castriota andò in sposa al principe di Bisignano, grande feudatario della Calabria, molti di questi albanesi in Puglia preferirono seguire in Calabria la loro connazionale (1470), prendendo dimora nei paesi di S. Demetrio, Macchia, Cosmo, Vaccarizzo, S. Giorgio Spezzano. Un nuovo contingente di profughi giunse dopo la caduta di Krpj in mano dei Turchi (1478), e popolò, anche in Calabria, le terre dì Acquaformosa, Castroregio, Cavallarizzo, Cervicato, Cerzeto, Civita, Falconara, Firmo, Frascineto, Lungro, Mongrassano, Plataci, Porcile[5], Rota, S. Basilio, S. Benedetto Ullano, S. Caterina, S, Giacomo, S. Lorenzo, S. Martino, S. Sofia, Serra di Leo. E, finalmente, moltissimi ne giunsero allorché cadde in possesso dei Turchi la fortezza di Corone (1533-34): feudi furono concessi, allora, ai Castriota dello Skanderbeg ed ai nobili albanesi giunti da Corone (Golfo di Messene nel Peloponneso) nel 1584 con 200 galee messe a disposizione dal Vice Governo di Napoli, da Carlo V, allorché scoppiò la guerra tra Carlo V e i Turchi[6].
Alcune famiglie si fermarono in Napoli, altre si recarono nell’isola di Lipari, la maggioranza fu dispersa fra varie università (così Melfi ne fu piena, finché nel 1597 non se ne distaccarono per formare Barile; altre popolarono Brindisi di Montagna, Maschito, S. Costantìno, Farneta). Altre ancora trovarono asilo in vari villaggi della Capitanata e del Molise (Chieuti, S. Paolo Civitate, Castelluccio Sauri, Castelluccio Valmaggiore, Portocannone, Ururi, Campomarino, Montecilfone, S. Martino in Pensilis, Guglionesi, Petacciato, Rotello, S. Croce di Magliano)[7]; qui vennero disseminati per evitare vasti aggregati. Tuttavia mantennero tenacemente la lingua, i costumi, i riti.
Successivamente soltanto sciami di albanesi toski (soldati e contadini), pavidi del turco, dalla Morea si portarono in Italia, guidati da due sacerdoti ortodossi.[...].

NOTE 

[1] Così, ad esempio, Nino Cortese, voce “Albanesi d’Italia", in «Enciclopedia Italiana», Ist. Giov. Treccani, 1929, VII, pp. 92 e ss.
[2] RENATO MARCHIANÒ (a cura di), «Villa Badessa» piccola Patria ‘Arbreshë', senza indicazioni editoriali, dove, alla nota 4, afferma che [...] l’epoca delle colonizzazioni in Italia si distende dal 1399 al 1744 [...].
[3] In effetti qui sostò, in una località denominata Castello di Bisiri, ubicato tra Marsala e Mazara del Vallo, dal 1448 al 1450, una colonia militare albanese, al comando di Giorgio Reres ed al servizio di Re Alfonso d’Aragona, col compito di proteggere le coste siciliane da eventuali invasioni angioine. Nel 1450 questa colonia militare si trasferì nel territorio del Castello di Calatamauro di proprietà dei Cardona-Peralta ed ivi i soldati si dedicarono alla costruzione di un casale abbandonato (Comitissa) ed alla coltivazione delle terre dei due feudi: Serradamo e Contessa. Cfr. CALOCERO RAVIOTTA, in «Katundi Ynë», Anno XV, n. 51, 1984, p. 17.
[4] Nel 1459 erano difatti giunti, per rinvigorire le forze di Ferdinando d’Aragona contro gli Angioini, contingenti di soldati (circa 5000 provenienti da Valona, Durazzo, Dulcigno, Antivari) guidati dal figlio dello Skanderbeg, Giovanni, e dal nipote, Coico Stressio. Essi ricevettero, quale remunerazione, terre sul Gargano ed in Puglia (S. Giovanni Rotondo, Siponto e Trani).
    Specificamente Giovanni ebbe il titolo di Duca di S. Pietro in Galatina e marchese di Spoleto. Cfr. ROBERTO ALMAGIÀ, «Fatti e vicende degli Albanesi», in «Katundi Ynë», cit., p. 35.
    Giova qui sottolineare l’impegno dello Skanderbeg, giunto personalmente nel 1461, sbarcando nelle Puglie, per aiutare Ferdinando I d’Aragona, in lotta contro il principe Orsini di Taranto, che aspirava al trono. Cfr. AGOSTINO GIORDANO, «Monografia di paesi arbëreshë: Ejanina, in «Zëri i Rrbëreshvet», n. 13, Anno IX, 1980, p. 16 nota 20.
[5] Località della Calabria, in provincia di Cosenza, attualmente frazione del comune di Frascineto. Denominata «Porcile» fino al 1939, anno in cui, con R.D.L. del 4 aprile n. 703, è stato mutato in quello di «Ejanina».
[6] Cfr. RENATO MARCHIANÒ (a cura di), op. cit., ivi.
[7] Cfr. RUNAT0 MARCHINÒ (a cura di), op. cit., idem; benché il Cortese ponga in data precedente la colonizzazione delle località molisane. Cfr. NINO CORTESE, voce “Albanesi d’Italia“, cit., ivi..
     
   
Estratto dal Torno II degli Atti del Convegno di Studi Storici dell’Associazione Archeologica Frentana - Ortona:
« L’Abruzzo e la Repubblica di Ragusa
tra il XIII e il XVII Secolo»
Ortona 25 - 26 Luglio1987