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Gigino Falconi, la maternità |
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Giulianova e...,
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I
collaboratori della Rivista |
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...vivevamo di fantasia, di semplicità, di
piccole cose...* |
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di
Sergio Di Diodoro |
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Auto ne passavano poche: in
media una ogni trenta
quaranta minuti. Passava
qualche bici, a volte il
carrettino del pescivendolo,
qualche scooter. Ma
raramente. In realtà tutta
la strada era a nostra
disposizione, tanto che i
libri di scuola diventavano
i “pali” delle porte di un
improvvisato campo di calcio
dove si svolgevano incontri
di grande intensità
agonistica. Si giocava con
un pallone di cuoio (quando
andava bene) di quelli
ricuciti da un lato. Avevano
un’apertura dalla quale si
infilava all’interno della
sfera di cuoio una camera
d’aria che poi veniva
gonfiata con un una pompa a
mano e richiusa con dei
lacci. Su ogni pallone
pertanto restava visibile
come una “feritoia” che
doveva essere assai
compressa e tale da non
modificare il rimbalzo. Ma
ciò non sempre accadeva. Le
squadre venivano definite
col sistema della scelta
diretta. Due “capitani”
improvvisati (in genere
coloro che per prima avevano
proposto lo svolgimento
dell’incontro) procedevano
ad una “conta” con la quale
si stabiliva chi dovesse
iniziare a scegliere, tra i
presenti, il primo
componente della sua
squadra. Poi si andava
avanti così fino alla fine.
Naturalmente coloro che
venivano scelti subito erano
quelli considerati migliori.
Chi veniva scelto per ultimo
era il più “brocco” o, come
talora accade, il più
“antipatico”. Definite le
squadre si iniziava a
giocare una sorta di partita
“a dieci”, ossia senza
limiti di tempo, ma con la
regola che quella che avesse
per prima realizzato dieci
goals sarebbe stata
dichiarata squadra
vincitrice. L’incontro era
sospeso solo nel rarissimo
caso che transitasse
un’auto. Diversamente il
passaggio di una bicicletta
o di uno scooter non era
considerato motivo valido
per interrompere un’azione
di gioco. Non esisteva fallo
laterale, ma si giocava “di
sponda”, cioè potendo
utilizzare il rimpallo del
pallone su una parete
laterale, fosse stato il
muro di una casa, o un
cancello, o un marciapiede.
Non c’era l’arbitro. Ogni
decisione in merito ad un
presunto fallo di gioco
scaturiva da una specie di
improvvisata ed estemporanea
discussione, a volte anche
molto vivace, tra i
giocatori coinvolti nello
scontro. Poi intervenivano
gli altri e si svolgeva un
rituale sempre identico: un
acceso scambio di
“opinioni”, qualche
parolaccia, qualche
spintone. Ne scaturiva un
verdetto emesso a “furor di
popolo”. In genere era
importante per questo avere
in squadra oltre che gente
capace di giocare a calcio,
anche qualcuno in grado di
negoziare bene e di gestire
le situazioni di criticità.
Se poi questi fosse stato
anche fisicamente ben messo
e più massiccio degli altri,
quindi in grado di far
valere bene le sue ragioni,
tanto di guadagnato.
-
Alla fine della partita,
sudati e lerci (la strada
non era asfaltata, ma
sterrata), si andava a bere
alla fontanella pubblica di
via Orsini, davanti alla
Scuola elementare. E qui
partiva un coro di
sbeffeggiamenti indirizzato
alla squadra uscita
sconfitta. A volte qualcuno
dei “perdenti”, insofferente
davanti alla spietata
volgarità degli sfottò,
andava fuori di testa e
reagiva con violenza
assalendo fisicamente
qualcuno degli avversari.
Nasceva così la classica
zuffa tra i due litiganti
che iniziavano a darsele di
santa ragione. In luogo di
intervenire per separarli
quasi sempre gli altri
facevano cerchio intorno e
assistevano al combattimento
incitando ora l’uno ora
l’altro al grido selvaggio
di “Match, match” o “botte,
botte”. L’incontro aveva
termine quando qualche
passante adulto si
intrometteva nella mischia
ed interveniva a separare i
due lottatori. A questo
punto il gruppo si
disperdeva naturalmente, per
ricomporsi il giorno dopo,
nello stesso posto, alla
stessa ora.
-
Quando non si organizzavano
incontri di calcio si
giocava a “stazze”. Il campo
di gara era sempre la
strada. Bastava che uno solo
si presentasse con la stazza
in mano per capire che chi
avesse voluto trascorrere lì
il pomeriggio avrebbe dovuto
attrezzarsi di conseguenza.
Così a poco a poco
arrivavano gli altri, ognuno
col suo mezzo mattoncino in
mano, reperito nelle
vicinanze, o magari
custodito a casa dopo la
gara precedente. Ciascuno
poneva in gioco un bel
mazzetto di figurine di
calciatori. In genere una
decina a testa. Il pacchetto
veniva posto su una pietra
più grande collocata una
decina di metri più avanti
dei concorrenti. Poi a
turno, dopo la conta, si
iniziava a lanciare la
propria stazza in direzione
del bersaglio. Bisognava
colpirlo. Poi si andava a
guardare quante figurine
erano vicine alla stazza
lanciata. Quelle diventavano
di proprietà del vincitore.
Anche qui nascevano diverbi,
discussioni, vivaci
contestazioni, piccole e
grandi zuffe. Argomento del
contendere era spesso la
relativa vicinanza della
figurina alla stazza, per
cui si ricorreva ad un
sistema di misurazione
rudimentale servendosi di
una stecchetta di legno
reperita in loco, non sempre
diritta, e quindi fonte di
ulteriori polemiche. In
genere il gioco finiva in
modo naturale perché
qualcuno non aveva più
figurine in tasca, o perché
sentendosi defraudato,
abbandonava la tenzone e se
ne andava a casa senza
salutare nessuno. Ma tutti
sapevano che il giorno dopo
sarebbe tornato lì alla
stessa ora. Magari per
giocare a “sbarrella”. Uno
dei partecipanti, scelto col
solito sistema della conta,
si poneva a ridosso di un
muro, con la schiena piegata
in avanti, in modo da poter
accogliere il primo
saltatore che doveva salirgli
in groppa e resistere senza
cadere anche dopo l’arrivo
del secondo concorrente e
poi del terzo e così via.
Nel momento in cui il primo
“sostegno” cominciava ad
avere la schiena a pezzi,
era costretto a chiamare
“sbarrella” e ad ammettere
quindi pubblicamente di non
essere più in grado di
sostenere il peso. Non era
tanto il pegno da pagare a
rappresentare un problema,
quanto il fatto di dover
riconoscere la propria
debolezza ed essere quindi
additato al ludibrio degli
altri.
-
Via Quarnaro era come un
luogo di ritrovo naturale.
Non occorreva darsi
appuntamenti, non c’era
bisogno di stabilire orari.
Non c’erano regole, se non
quella, non scritta, di
essere lì, tutti i giorni,
dopo aver terminato i
compiti di scuola. Poi si
restava fino a che non fosse
scesa la prima oscurità
della sera, quando la strada
cominciava ad impregnarsi
dei profumi della cena
imminente. Allora si
rientrava a casa. La serata
trascorreva senza
televisione, senza
telefonini, senza computer,
senza stereo. A volte ci si
addormentava, dopo cena, con
la testa appoggiata sul
tavolo, per poi trasferirsi,
assonnati, sotto le fredde
lenzuola del letto. I
termosifoni non c’erano e
dalla stufa a legna della
cucina nelle camere arrivava
poco calore. Rispetto agli
adolescenti di oggi non
avevamo nulla. Vivevamo di
fantasia, di semplicità, di
sentimenti veri e genuini,
di piccole cose. Ognuno era
felice di niente ma quel
niente era tanto...
-
-
*
Brano tratto dal romanzo
autobiografico
Abitavamo in via Quarnaro
di Sergio Di Diodoro, di
prossima pubblicazione.
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