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Giulianova 12- 27 Aprile 2008 - Chi pregherà su questi mattoni e verserà lacrime di pentimento troverà in queste scale una via sicura per giungere al mio cuore materno e qui per trovare grazia e protezione. Sia i buoni che i cattivi, se troveranno il coraggio ai pregare sinceramente, riceveranno per mio mezzo a grazia del cuore misericordioso di mio figlio. Da “I Miracoli della Madonna” di Vittoria De Angelis, Palermo, Antares, 2001, p. 62.
Gigino Falconi, la maternità
Sommario della rivista
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Gli articoli
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} 9° Festival..., di Mario Orsini
} Solenne giubileo, a 450 anni ...
} Giulianova: città..., di L. A. Basile
} L’ingegneri..., di  Galantini
} Come eravamo (1)...
} L’area..., di Maria C. Mancini
} Come eravamo (2)..., di L. A. Basile
} Alle origini ..., di O. Di Stanislao
} I passionisti..., di G. Di Giannatale
} Come eravamo (3)...
} L’angolo..., di Dante Di Pompeo
} L’angolo..., di Edda Piccioni
} Le apparizioni..., di Luigi Girolami
} …vivevamo..., di Sergio Di Diodoro
} Come eravamo (4)...
} Un fotografo..., di Sandro Galantini
} Alfonso Tentarelli..., di Luigi Braccili
} Un viaggiatore..., di M. De Santis
} Il lascito “Bindi”, di Cinzia Falini
} Bindi, Braga e..., di L. Raimondi
} Santa Maria..., di A. Palandrani
} Una seicentina..., di D. Stacchiotti
} Sulle tracce..., di C. Di Odoardo
} P. Quirino De Ascaniis, P.I.M.E.
} Il cuore degli..., di Paola Belfiore
} Come eravamo (5)...
} Novità in libreria
} Come eravamo (6)...
} Don A. Panichi, di A. Palandrani
} Il potere..., di Domenico Trifoni
} Padre G. Marinucci, di G. Mosca
} Come eravamo (7)...
} Un bosco per la città, III A e III B
} Gigino Falconi, ... da S. Pegoraro
} Lino Manocchia, di W. De Berardinis
} Come eravamo (8)...
} Donne e dintorni, di Sonia Aloisi
} L’amore e..., di S. Gambacorta
} G. Sgattoni, di Donato Marcone
} Maria di Nazareth..., di E. Borgatti
} L’angolo ..., di Giovanna Di Luciano
} L’angolo ..., di Angela
} L’ascesa al..., di Flavio Martinelli
} Ai miei amici, di Andrea Palazzese
} Giulianova e..., di Pierino Sintomo
} I collaboratori della Rivista
I numeri precedenti della rivista
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...vivevamo di fantasia, di semplicità, di piccole cose...*

 di Sergio Di Diodoro
 
Auto ne passavano poche: in media una ogni trenta quaranta minuti. Passava qualche bici, a volte il carrettino del pescivendolo, qualche scooter. Ma raramente. In realtà tutta la strada era a nostra disposizione, tanto che i libri di scuola diventavano i “pali” delle porte di un improvvisato campo di calcio dove si svolgevano incontri di grande intensità agonistica. Si giocava con un pallone di cuoio (quando andava bene) di quelli ricuciti da un lato. Avevano un’apertura dalla quale si infilava all’interno della sfera di cuoio una camera d’aria che poi veniva gonfiata con un una pompa a mano e richiusa con dei lacci. Su ogni pallone pertanto restava visibile come una “feritoia” che doveva essere assai compressa e tale da non modificare il rimbalzo. Ma ciò non sempre accadeva. Le squadre venivano definite col sistema della scelta diretta. Due “capitani” improvvisati (in genere coloro che per prima avevano proposto lo svolgimento dell’incontro) procedevano ad una “conta” con la quale si stabiliva chi dovesse iniziare a scegliere, tra i presenti, il primo componente della sua squadra. Poi si andava avanti così fino alla fine. Naturalmente coloro che venivano scelti subito erano quelli considerati migliori. Chi veniva scelto per ultimo era il più “brocco” o, come talora accade, il più “antipatico”. Definite le squadre si iniziava a giocare una sorta di partita “a dieci”, ossia senza limiti di tempo, ma con la regola che quella che avesse per prima realizzato dieci goals sarebbe stata dichiarata squadra vincitrice. L’incontro era sospeso solo nel rarissimo caso che transitasse un’auto. Diversamente il passaggio di una bicicletta o di uno scooter non era considerato motivo valido per interrompere un’azione di gioco. Non esisteva fallo laterale, ma si giocava “di sponda”, cioè potendo utilizzare il rimpallo del pallone su una parete laterale, fosse stato il muro di una casa, o un cancello, o un marciapiede. Non c’era l’arbitro. Ogni decisione in merito ad un presunto fallo di gioco scaturiva da una specie di improvvisata ed estemporanea discussione, a volte anche molto vivace, tra i giocatori coinvolti nello scontro. Poi intervenivano gli altri e si svolgeva un rituale sempre identico: un acceso scambio di “opinioni”, qualche parolaccia, qualche spintone. Ne scaturiva un verdetto emesso a “furor di popolo”. In genere era importante per questo avere in squadra oltre che gente capace di giocare a calcio, anche qualcuno in grado di negoziare bene e di gestire le situazioni di criticità. Se poi questi fosse stato anche fisicamente ben messo e più massiccio degli altri, quindi in grado di far valere bene le sue ragioni, tanto di guadagnato.
Alla fine della partita, sudati e lerci (la strada non era asfaltata, ma sterrata), si andava a bere alla fontanella pubblica di via Orsini, davanti alla Scuola elementare. E qui partiva un coro di sbeffeggiamenti indirizzato alla squadra uscita sconfitta. A volte qualcuno dei “perdenti”, insofferente davanti alla spietata volgarità degli sfottò, andava fuori di testa e reagiva con violenza assalendo fisicamente qualcuno degli avversari. Nasceva così la classica zuffa tra i due litiganti che iniziavano a darsele di santa ragione. In luogo di intervenire per separarli quasi sempre gli altri facevano cerchio intorno e assistevano al combattimento incitando ora l’uno ora l’altro al grido selvaggio di “Match, match” o “botte, botte”. L’incontro aveva termine quando qualche passante adulto si intrometteva nella mischia ed interveniva a separare i due lottatori. A questo punto il gruppo si disperdeva naturalmente, per ricomporsi il giorno dopo, nello stesso posto, alla stessa ora.
Quando non si organizzavano incontri di calcio si giocava a “stazze”. Il campo di gara era sempre la strada. Bastava che uno solo si presentasse con la stazza in mano per capire che chi avesse voluto trascorrere lì il pomeriggio avrebbe dovuto attrezzarsi di conseguenza. Così a poco a poco arrivavano gli altri, ognuno col suo mezzo mattoncino in mano, reperito nelle vicinanze, o magari custodito a casa dopo la gara precedente. Ciascuno poneva in gioco un bel mazzetto di figurine di calciatori. In genere una decina a testa. Il pacchetto veniva posto su una pietra più grande collocata una decina di metri più avanti dei concorrenti. Poi a turno, dopo la conta, si iniziava a lanciare la propria stazza in direzione del bersaglio. Bisognava colpirlo. Poi si andava a guardare quante figurine erano vicine alla stazza lanciata. Quelle diventavano di proprietà del vincitore. Anche qui nascevano diverbi, discussioni, vivaci contestazioni, piccole e grandi zuffe. Argomento del contendere era spesso la relativa vicinanza della figurina alla stazza, per cui si ricorreva ad un sistema di misurazione rudimentale servendosi di una stecchetta di legno reperita in loco, non sempre diritta, e quindi fonte di ulteriori polemiche. In genere il gioco finiva in modo naturale perché qualcuno non aveva più figurine in tasca, o perché sentendosi defraudato, abbandonava la tenzone e se ne andava a casa senza salutare nessuno. Ma tutti sapevano che il giorno dopo sarebbe tornato lì alla stessa ora. Magari per giocare a “sbarrella”. Uno dei partecipanti, scelto col solito sistema della conta, si poneva a ridosso di un muro, con la schiena piegata in avanti, in modo da poter accogliere il primo saltatore che doveva salirgli in groppa e resistere senza cadere anche dopo l’arrivo del secondo concorrente e poi del terzo e così via. Nel momento in cui il primo “sostegno” cominciava ad avere la schiena a pezzi, era costretto a chiamare “sbarrella” e ad ammettere quindi pubblicamente di non essere più in grado di sostenere il peso. Non era tanto il pegno da pagare a rappresentare un problema, quanto il fatto di dover riconoscere la propria debolezza ed essere quindi additato al ludibrio degli altri.
Via Quarnaro era come un luogo di ritrovo naturale. Non occorreva darsi appuntamenti, non c’era bisogno di stabilire orari. Non c’erano regole, se non quella, non scritta, di essere lì, tutti i giorni, dopo aver terminato i compiti di scuola. Poi si restava fino a che non fosse scesa la prima oscurità della sera, quando la strada cominciava ad impregnarsi dei profumi della cena imminente. Allora si rientrava a casa. La serata trascorreva senza televisione, senza telefonini, senza computer, senza stereo. A volte ci si addormentava, dopo cena, con la testa appoggiata sul tavolo, per poi trasferirsi, assonnati, sotto le fredde lenzuola del letto. I termosifoni non c’erano e dalla stufa a legna della cucina nelle camere arrivava poco calore. Rispetto agli adolescenti di oggi non avevamo nulla. Vivevamo di fantasia, di semplicità, di sentimenti veri e genuini, di piccole cose. Ognuno era felice di niente ma quel niente era tanto...

 

* Brano tratto dal romanzo autobiografico Abitavamo in via Quarnaro di Sergio Di Diodoro, di prossima pubblicazione.
 
Tutti i diritti riservati agli autori. Riproduzione anche parziale di testi e foto
sono da concordare con i curatori della rivista "Madonna dello Splendore
Finito di stampare nell’aprile del 2008 da MEDIA - 085.8071422 - Mosciano Sant’Angelo (TE)
La pubblicazione è stata curata da Mario Orsini, Pierino Santomo, Sergio Di Diodoro, Gianni Tancredi, Cinzia Falini.
Giulianova (Te)

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