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Gigino Falconi, la maternità |
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I
collaboratori della Rivista |
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L’area archeologica di via Turati |
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|
di
Maria Cristina Mancini |
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In ogni epoca ci si è dovuti
preoccupare non soltanto del
rifornimento di acqua, ma
anche del problema di
eliminare le acque sporche e
di scarico. Durante l’età
romana gli impianti idrici
di vario genere ed uso erano
regolamentati da norme ben
precise in tutti i loro
aspetti, come risulta anche
dalle fonti quali Plinio,
Vitruvio, Frontino.
L’occupazione capillare del
territorio, la richiesta di
nuove terre ed il continuo
recupero di ampie zone
boschive hanno prodotto
condizioni diffuse di
degrado ambientale. I
sedimenti alluvionali, che
si depositano alle foci dei
fiumi e nelle aree
circostanti lungo la linea
di costa, determinando
estesi impaludamenti, ed un
aumento delle precipitazioni
meteoriche impongono
immediate opere di
sistemazione e di bonifiche
idrauliche.
-
La bonifica romana non si
risolse in limitati
interventi per beneficio
privato, ma lasciò la sua
impronta in ampi territori:
attraverso piccoli e grandi
interventi riuscì a
modificare situazioni
ambientali avverse e,
soprattutto, a guadagnare
quote non trascurabili di
terra all’agricoltura e
all’abitabilità umana.
Nell’area oggetto di scavo
si è di fronte ad una falda
freatica contenuta nelle
prime unità di substrato
naturale, sabbie e/o limi,
sottostanti ai depositi
archeologici. Si era di
fronte alla minaccia della
presenza di frange
capillari, attive in antico,
e pertanto dannose, in
questo caso specifico, nei
confronti della salubrità
degli ambienti destinati
alla frequentazione ed
utilizzazione antropica
delle aree stesse. Questo
problema si ripresenterà in
età medievale, portando
all’abbandono del sito e la
mancata manutenzione delle
strutture di bonifica, come
invece avveniva in epoca
romana, che porterà alla
formazione di zone paludose,
costringerà, in età
rinascimentale, i signori d’Acquaviva
a fondare una nuova città,
Giulianova.
-
I vari tipi di sistemazioni
ad anfore portati in luce
permettono una serie di
letture relative alle
modalità della loro messa in
opera ed alla loro
collocazione stratigrafica.
Non di rado nella medesima
località si riscontrano vari
esempi sia di sistemazioni
di risanamento preventivo,
sia di drenaggio sotterraneo
dei terreni, realizzati con
tipologie diverse. I
rinvenimenti fatti nelle
varie campagne di scavo
mostrano una continua
attenzione a questa
problematica, risolta a
seconda della zona con
metodi diversi.
-
L’area che mostra la
sistemazione più antica è
quella meridionale dove la
bonifica del terreno è stata
preparata con vari strati di
materiale anforico unito a
frammenti di vernice nera e
ciottoli. A questo strato di
materiale ceramico erano
associati uno strato formato
da colli di anfore posti uno
dietro l’altro a formare una
condotta con un grosso dolio
ed una piccola canaletta
formata da lastre fittili.
Il tutto era poi stato
ricoperto artificialmente
con strati di terreno
composti da frammenti
differenti di argilla e
limi. A poco più di m. 1,50
di altezza sono state
posizionate, in epoca
successiva, 23 anfore in
posizione verticale,
tagliate all’altezza della
spalla e formanti una lunga
fila, quasi a delimitare uno
strato molto duro e compatto
di ciottoli, terra sabbiosa
e pochi frammenti di anfore.
Queste anfore, appartenenti
alla tipologia Lamboglia 2,
probabilmente furono qui
utilizzate tra il II ed il I
secolo a.C., quando
cominciarono a cadere in
disuso. Per installare le
strutture drenanti o quelle
di scarico si impiegò
inoltre una massicciata di
ciottoli nel terreno per
rendere il terreno
circostante più resistente.
-
Contemporanea doveva essere
la sistemazione per la
bonifica del terreno di
alcune anfore, di numerosi
frammenti anforici, di
ciottoli e della canaletta
formata da tegoloni, nella
zona posta lungo il lato
occidentale dell’area di
scavo. Un primo strato era
formato da anfore in
posizione orizzontale, sotto
al quale insistevano uno
strato di frammenti anforici,
una canaletta ed altre
anfore, tutte integre e
dunque a tenuta, poste in
verticale e con l’apertura
in basso. Anche queste sono
anfore del tipo Lamboglia 2,
tranne una appartenente al
coevo tipo Dressel 1.
-
In questa area è presente
una falda con acqua di
risalita che, anche durante
le operazioni di scavo,
allagava quotidianamente il
sito, soprattutto con le
piogge abbondanti, rendendo
necessari interventi moderni
di bonifica del terreno per
poter proseguire le indagini
archeologiche. L’acqua di
risalita era forse
convogliata nella canaletta,
per poi essere,
probabilmente, utilizzata
altrove. Sicuramente non era
acqua di uso domestico,
poiché, in epoca storica,
per l’acqua potabile non
vennero mai impiegate di
norma canalette aperte.
L’acqua dolce veniva
convogliata in condotte
chiuse. Si può pensare che
fosse destinata a laboratori
di vario tipo, situati alla
periferia della città e
all’esterno delle mura
urbiche, come in questo
caso, i quali erano tenuti
ad usare per le loro
attività soltanto acqua di
uso comune, attingendo, a
volte, da pozzi propri.
-
Una ulteriore sistemazione è
rappresentata da anfore del
tipo Dressel 6, posizionate
verticalmente nel terreno,
alcune anche con l’apertura
in basso, quasi a contenere
la zona più dissestata dal
punto di vista idrico.
Questi grandi contenitori
erano disposti su più file,
incastrati tra loro, erano
tutti integri, quindi a
tenuta, ma erano stati
sistemati ad una quota
inferiore rispetto alle
altre opere di bonifica,
seguendo l’andamento del
terreno. Le anfore Dressel 6
vengono introdotte sul
mercato al posto delle
Lamboglia 2, entrambi i tipi
di contenitori erano
prodotti sulle coste
adriatiche, e pertanto si
può ipotizzare una nuova
bonifica dell’area avvenuta
tra la fine del I secolo
a.C. e l’inizio del I secolo
d.C. Al di sopra di tutte
queste opere di bonifica del
terreno, si impianta tra il
I ed il II secolo d.C. una
necropoli, che rimarrà in
uso fino al IV-V secolo d.C.
L’accorgimento tecnico che
accomuna queste opere di
bonifica è costituito dal
taglio dello strato
impermeabile di argilla di
base per raggiungere le
sabbie sottostanti. La
trincea viene poi riempita
con una o più file di anfore
commerciali, oppure con una
canaletta, disposte in
verticale e da altri
materiali sabbiosi. Il
battuto è costituito da una
ricarica drenante di sabbie,
piccoli ciottoli e frammenti
ceramici di grandi
contenitori. Il sistema di
drenaggio assicura
all’intera area il rapido
deflusso delle acque
piovane, evita la formazione
di ristagni per
l’affioramento della falda
freatica ed assicura lo
smaltimento delle altre
acque reflue.
-
A
Giulianova, come
in numerose zone d’Italia,
ritroviamo l’anfora
riutilizzata non solo
all’interno di strutture
murarie, ma soprattutto in
maniera più estensiva e
massiccia nel drenaggio dei
terreni molli e paludosi
della zona costiera, in
particolare nelle aree ai
piedi della zona collinare
lungo una importante arteria
viaria. Questo lavoro di
bonifica serviva soprattutto
per poter utilizzare terreni
altrimenti invasi dalle
acque di risalita ed
infestati dalle zanzare
portatrici di malaria, che
rendevano invivibile alla
popolazione l’intera area e
numerosi morti prematuri tra
i cittadini.
-
Sicuramente in età imperiale
questa sistemazione e
bonifica dell’area era stata
utile per una particolare
destinazione d’uso della
zona. Infatti, probabilmente
per qualche secolo, l’area
ospitò una piccola
necropoli, della quale sono
state riportate in luce
venti tombe. Ancora incerta,
purtroppo, rimane la
destinazione d’uso dell’area
in età repubblicana.
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Lo scavo archeologico ha
riportato in luce una serie
di tombe, alcune con corredo
funebre, monete bronzee e
chiodi in ferro. Questi
oggetti permettono di
datare, approssimativamente,
al I-II secolo d.C. le
sepolture più antiche, e ad
un periodo successivo le
sepolture prive di corredo.
Tutte le sepolture avevano
una copertura composta da
frammenti di tegoloni,
bipedales, e coppi. Tre
sepolture erano infantili.
Gli oggetti dei corredi
funebri più importanti sono
esposti al Museo
Archeologico del Torrione il
Bianco
-
Il rinvenimento della
necropoli permette di
affermare con certezza che
questa area, lungo la Via
Traiana, era al di fuori
della cinta muraria della
città di
Castrum Novum,
poiché in età
romano-imperiale non era
possibile seppellire i morti
intra moenia. La
necropoli insisteva, però,
su di un’area utilizzata,
con ogni probabilità, già in
epoca precedente, forse in
età repubblicana, in maniera
completamente diversa.
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Problemi di interpretazione
pone, invece, un altro sito
archeologico venuto in luce
in Via Parini, dove
frammenti di anfore sono
stati utilizzati come
cameretta di drenaggio per
le pavimentazioni e come
fondazioni per i muri di un
edificio privato, e per il
quale studi scientifici
approfonditi sono ancora in
corso.
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