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Giulianova 12- 27 Aprile 2008 - Chi pregherà su questi mattoni e verserà lacrime di pentimento troverà in queste scale una via sicura per giungere al mio cuore materno e qui per trovare grazia e protezione. Sia i buoni che i cattivi, se troveranno il coraggio ai pregare sinceramente, riceveranno per mio mezzo a grazia del cuore misericordioso di mio figlio. Da “I Miracoli della Madonna” di Vittoria De Angelis, Palermo, Antares, 2001, p. 62.
Gigino Falconi, la maternità
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L’area archeologica di via Turati

 di Maria Cristina Mancini
 
In ogni epoca ci si è dovuti preoccupare non soltanto del rifornimento di acqua, ma anche del problema di eliminare le acque sporche e di scarico. Durante l’età romana gli impianti idrici di vario genere ed uso erano regolamentati da norme ben precise in tutti i loro aspetti, come risulta anche dalle fonti quali Plinio, Vitruvio, Frontino. L’occupazione capillare del territorio, la richiesta di nuove terre ed il continuo recupero di ampie zone boschive hanno prodotto condizioni diffuse di degrado ambientale. I sedimenti alluvionali, che si depositano alle foci dei fiumi e nelle aree circostanti lungo la linea di costa, determinando estesi impaludamenti, ed un aumento delle precipitazioni meteoriche impongono immediate opere di sistemazione e di bonifiche idrauliche.
La bonifica romana non si risolse in limitati interventi per beneficio privato, ma lasciò la sua impronta in ampi territori: attraverso piccoli e grandi interventi riuscì a modificare situazioni ambientali avverse e, soprattutto, a guadagnare quote non trascurabili di terra all’agricoltura e all’abitabilità umana. Nell’area oggetto di scavo si è di fronte ad una falda freatica contenuta nelle prime unità di substrato naturale, sabbie e/o limi, sottostanti ai depositi archeologici. Si era di fronte alla minaccia della presenza di frange capillari, attive in antico, e pertanto dannose, in questo caso specifico, nei confronti della salubrità degli ambienti destinati alla frequentazione ed utilizzazione antropica delle aree stesse. Questo problema si ripresenterà in età medievale, portando all’abbandono del sito e la mancata manutenzione delle strutture di bonifica, come invece avveniva in epoca romana, che porterà alla formazione di zone paludose, costringerà, in età rinascimentale, i signori d’Acquaviva a fondare una nuova città, Giulianova.
I vari tipi di sistemazioni ad anfore portati in luce permettono una serie di letture relative alle modalità della loro messa in opera ed alla loro collocazione stratigrafica. Non di rado nella medesima località si riscontrano vari esempi sia di sistemazioni di risanamento preventivo, sia di drenaggio sotterraneo dei terreni, realizzati con tipologie diverse. I rinvenimenti fatti nelle varie campagne di scavo mostrano una continua attenzione a questa problematica, risolta a seconda della zona con metodi diversi.
L’area che mostra la sistemazione più antica è quella meridionale dove la bonifica del terreno è stata preparata con vari strati di materiale anforico unito a frammenti di vernice nera e ciottoli. A questo strato di materiale ceramico erano associati uno strato formato da colli di anfore posti uno dietro l’altro a formare una condotta con un grosso dolio ed una piccola canaletta formata da lastre fittili. Il tutto era poi stato ricoperto artificialmente con strati di terreno composti da frammenti differenti di argilla e limi. A poco più di m. 1,50 di altezza sono state posizionate, in epoca successiva, 23 anfore in posizione verticale, tagliate all’altezza della spalla e formanti una lunga fila, quasi a delimitare uno strato molto duro e compatto di ciottoli, terra sabbiosa e pochi frammenti di anfore. Queste anfore, appartenenti alla tipologia Lamboglia 2, probabilmente furono qui utilizzate tra il II ed il I secolo a.C., quando cominciarono a cadere in disuso. Per installare le strutture drenanti o quelle di scarico si impiegò inoltre una massicciata di ciottoli nel terreno per rendere il terreno circostante più resistente.
Contemporanea doveva essere la sistemazione per la bonifica del terreno di alcune anfore, di numerosi frammenti anforici, di ciottoli e della canaletta formata da tegoloni, nella zona posta lungo il lato occidentale dell’area di scavo. Un primo strato era formato da anfore in posizione orizzontale, sotto al quale insistevano uno strato di frammenti anforici, una canaletta ed altre anfore, tutte integre e dunque a tenuta, poste in verticale e con l’apertura in basso. Anche queste sono anfore del tipo Lamboglia 2, tranne una appartenente al coevo tipo Dressel 1.
In questa area è presente una falda con acqua di risalita che, anche durante le operazioni di scavo, allagava quotidianamente il sito, soprattutto con le piogge abbondanti, rendendo necessari interventi moderni di bonifica del terreno per poter proseguire le indagini archeologiche. L’acqua di risalita era forse convogliata nella canaletta, per poi essere, probabilmente, utilizzata altrove. Sicuramente non era acqua di uso domestico, poiché, in epoca storica, per l’acqua potabile non vennero mai impiegate di norma canalette aperte. L’acqua dolce veniva convogliata in condotte chiuse. Si può pensare che fosse destinata a laboratori di vario tipo, situati alla periferia della città e all’esterno delle mura urbiche, come in questo caso, i quali erano tenuti ad usare per le loro attività soltanto acqua di uso comune, attingendo, a volte, da pozzi propri.
Una ulteriore sistemazione è rappresentata da anfore del tipo Dressel 6, posizionate verticalmente nel terreno, alcune anche con l’apertura in basso, quasi a contenere la zona più dissestata dal punto di vista idrico. Questi grandi contenitori erano disposti su più file, incastrati tra loro, erano tutti integri, quindi a tenuta, ma erano stati sistemati ad una quota inferiore rispetto alle altre opere di bonifica, seguendo l’andamento del terreno. Le anfore Dressel 6 vengono introdotte sul mercato al posto delle Lamboglia 2, entrambi i tipi di contenitori erano prodotti sulle coste adriatiche, e pertanto si può ipotizzare una nuova bonifica dell’area avvenuta tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C. Al di sopra di tutte queste opere di bonifica del terreno, si impianta tra il I ed il II secolo d.C. una necropoli, che rimarrà in uso fino al IV-V secolo d.C. L’accorgimento tecnico che accomuna queste opere di bonifica è costituito dal taglio dello strato impermeabile di argilla di base per raggiungere le sabbie sottostanti. La trincea viene poi riempita con una o più file di anfore commerciali, oppure con una canaletta, disposte in verticale e da altri materiali sabbiosi. Il battuto è costituito da una ricarica drenante di sabbie, piccoli ciottoli e frammenti ceramici di grandi contenitori. Il sistema di drenaggio assicura all’intera area il rapido deflusso delle acque piovane, evita la formazione di ristagni per l’affioramento della falda freatica ed assicura lo smaltimento delle altre acque reflue.
A Giulianova, come in numerose zone d’Italia, ritroviamo l’anfora riutilizzata non solo all’interno di strutture murarie, ma soprattutto in maniera più estensiva e massiccia nel drenaggio dei terreni molli e paludosi della zona costiera, in particolare nelle aree ai piedi della zona collinare lungo una importante arteria viaria. Questo lavoro di bonifica serviva soprattutto per poter utilizzare terreni altrimenti invasi dalle acque di risalita ed infestati dalle zanzare portatrici di malaria, che rendevano invivibile alla popolazione l’intera area e numerosi morti prematuri tra i cittadini.
Sicuramente in età imperiale questa sistemazione e bonifica dell’area era stata utile per una particolare destinazione d’uso della zona. Infatti, probabilmente per qualche secolo, l’area ospitò una piccola necropoli, della quale sono state riportate in luce venti tombe. Ancora incerta, purtroppo, rimane la destinazione d’uso dell’area in età repubblicana.
Lo scavo archeologico ha riportato in luce una serie di tombe, alcune con corredo funebre, monete bronzee e chiodi in ferro. Questi oggetti permettono di datare, approssimativamente, al I-II secolo d.C. le sepolture più antiche, e ad un periodo successivo le sepolture prive di corredo. Tutte le sepolture avevano una copertura composta da frammenti di tegoloni, bipedales, e coppi. Tre sepolture erano infantili. Gli oggetti dei corredi funebri più importanti sono esposti al Museo Archeologico del Torrione il Bianco
Il rinvenimento della necropoli permette di affermare con certezza che questa area, lungo la Via Traiana, era al di fuori della cinta muraria della città di Castrum Novum, poiché in età romano-imperiale non era possibile seppellire i morti intra moenia. La necropoli insisteva, però, su di un’area utilizzata, con ogni probabilità, già in epoca precedente, forse in età repubblicana, in maniera completamente diversa.
Problemi di interpretazione pone, invece, un altro sito archeologico venuto in luce in Via Parini, dove frammenti di anfore sono stati utilizzati come cameretta di drenaggio per le pavimentazioni e come fondazioni per i muri di un edificio privato, e per il quale studi scientifici approfonditi sono ancora in corso.
 
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sono da concordare con i curatori della rivista "Madonna dello Splendore
Finito di stampare nell’aprile del 2008 da MEDIA - 085.8071422 - Mosciano Sant’Angelo (TE)
La pubblicazione è stata curata da Mario Orsini, Pierino Santomo, Sergio Di Diodoro, Gianni Tancredi, Cinzia Falini.
Giulianova (Te)

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