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La Passione raccontata in dialetto
di Sergio Di Diodoro

Nel periodo del basso Medioevo l’approccio alla Passione di Cristo intesa come momento di dolore e di sofferenza fisica trova la sua massima espressione, soprattutto dopo che nei primi tempi l’iconografia e ogni altra forma artistica in genere avevano invece esaltato di più l’immagine trionfante del Salvatore, quasi eludendo, o comunque sottacendo, il riferimento alla sua natura umana e, di conseguenza, al suo dolore inteso non come afflizione spirituale, ma come patimento del corpo.
In realtà l’andata al Calvario rappresenta un momento di angoscia che deve suscitare unanime compassione proprio perché mostra Gesù uomo, afflitto da dolori e piaghe, sofferente come sarebbe stato qualsiasi altro essere umano in quella particolare circostanza. Lo rende, insomma, simile ad ogni altro essere vivente, uomo tra gli uomini. Nel 1300 una prima descrizione del pietoso trasferimento del Cristo caricato della Croce si ha ad opera di un frate domenicano, tale Ricaldo, il quale in tal modo pone le basi della futura letteratura che fiorirà sull’episodio nei secoli a venire. La storia della Via Crucis ha rappresentato, infatti, nel tempo, un momento di grande meditazione intima ed ha avuto successive evoluzioni, quasi che ognuno abbia voluto aggiungere di suo al grande quadro d’insieme, ritoccando qua e là qualche particolare, chiosando, aggiungendo a volte anche un tocco di originalità.
È quanto si scopre operando una ricerca in tal senso, quantunque avulsa da ogni schema specifico di indagine, ma fine a se stessa, quasi un tentativo timido di andare a cercare in un campo in cui la tradizione, per sua stessa natura, non dovrebbe ammettere variazioni o diverse letture.
    E si scopre, allora, per esempio, che prima di arrivare alla sua forma attuale e definitiva la Via Crucis è passata nel tempo attraverso diverse fasi di rappresentazione, annoverando all’inizio solo cinque stazioni, poi quindici, poi sette, poi ancora dodici (secondo un manoscritto del primo ‘400) o addirittura venticinque (secondo un libello apparso alla fine dello stesso secolo e dato alle stampe ad Anversa nel 1518). Seguono sempre nel tardo Cinquecento altre Viae con dodici e poi diciotto stazioni. Nel '700 si torna a sette stazioni, corrispondenti alle sette cadute. La forma attuale è dei primi del secolo diciottesimo.
Interessante rilevare, nella ricerca, che diversi sono stati nel tempo anche gli approcci alla raffigurazione dell’episodio, giungendosi talora alla vera e propria rappresentazione scenica, con tanto di comparse e personaggi. È quanto avviene dal 1963 a Cervaro, in provincia di Frosinone, al confine tra il Lazio e la Campania, nei pressi di Cassino. L’originale manifestazione nasce all’inizio per iniziativa di alcuni giovani del luogo per passare, dopo alterne vicende, dalla primitiva rappresentazione statica ad una vera e propria sontuosa messa in scena. Il tutto è organizzato nel dettaglio, in modo imponente, con grande cura dei particolari: costumi diversi per pretoriani e legionari, corazze in vero metallo o in cuoio, bighe, ricostruzione fedele del Pretorio e del Sinedrio, del mercato dell’epoca, fiaccole e torce in cera e bambù. L’ultima edizione (dal 1999 esiste una Associazione Culturale Via Crucis Vivente di Cervaro che si occupa di tutte le fasi organizzative) si è svolta in 30 scene diverse con centinaia di figuranti e con la solita spetta-colare resurrezione rappresentata nella parte alta del centro storico suggestivamente illuminata da torce e fiaccole romane.
Ma non solo nel settore della rappresentazione teatrale si scoprono originalità. Una vera novità giunge dalle nostre parti. Un parroco di Atri, don Giuseppe Di Filippo, in occasione del sessantennio del sacerdozio, ha portato a termine un’opera iniziata nel 1992 e conclusa solo di recente, dando alle stampe alla fine dello scorso anno una Via Crucis in versi, in vernacolo abruzzese, con traduzione a fronte. Si tratta di un lavoro che sortisce il risultato di accostare ancor più il lettore alla sofferenza fisica di Cristo. Si sa infatti quanto il dialetto possa agevolare l’immediatezza del messaggio che si intende trasmettere, ponendosi come lingua comune di tutti, semplice e genuina, sfrondata di ogni sofisticato fronzolo. E immediata e schietta è la scrittura di don Giuseppe che giustamente evidenzia nell’introduzione come “la forma dialettale e il discorso in prima persona possono suscitare maggiore confidenza in noi verso colui che, nostro vero amico, ha sofferto tanto per ridarci la pace e al salvezza”.
Il volumetto si avvale per tutte le quindici stazioni del prezioso contributo figurativo del prof. Nino Facciolini, valente ceramista di Castelli ed amico dell’autore che “ha raffigurato sulla ceramica le 15 stazioni della Via Crucis riprodotte nel testo, ispirandosi ai Maestri castellani dell’epoca d’oro della ceramica”. Ed in effetti le tavole che illustrano gli episodi della Passione sono immagini estremamente suggestive, dai riflessi cromatici pastosi e caldi, tipici dell’arte castellana. Il testo, preceduto da una introduzione storico-artistica di Giuliana Gardelli, ceramologa di fama internazionale, è sempre scorrevole, intimo, assai confidenziale e direi che l’assunto dell’opera trova piena e meritata conferma nel raggiungimento del risultato finale che è quello di porre il lettore a diretto contatto con gli avvenimenti, quasi che siano episodi accaduti per le strade del suo paese, tanto realistica e concreta appare ogni descrizione, tanto vero ogni particolare.
Si deve dare atto a Don Giuseppe di aver davvero umanizzato il delicato momento della Passione, mostrando come la salita al Calvario altro non è che il cammino di ogni uomo verso un grande traguardo spirituale, attraverso il percorso non agevole della vita quotidiana, tra le innumerevoli difficoltà esistenziali che lo chiamano a misurarsi continuamente con se stesso. Esempi analoghi di espressioni poetiche dialettali sulla Via Crucis esistono nella manifestazione Settembrata Abruzzese, ma come giustamente rileva don Giuseppe, si tratta sempre di descrizioni limitate ad una sola stazione. Un’opera di così ampio respiro non trova forse altri precedenti, per lo meno in vernacolo abruzzese. Un vecchio caro amico di naja della provincia di Bergamo, saputo di questo mio scritto, mi invia una mail per segnalarmi una Via Crucis in dialetto bergamasco I quatordes stassiù de la strada de la crùs, opera di don Giovanni Benigna con testo italiano a fronte di S. Alfonso de’ Liguori e con illustrazioni a colori di Giovanni Battista Galizzi ed Elia Ajolfi. La ricerca è solo all’inizio. Chissà che spulciando qua e là non si arrivi a scoprire l’esistenza di una letteratura in vernacolo non ancora emersa nel panorama letterario nazionale e della quale, almeno in Abruzzo, don Giuseppe Di Filippo di Atri è stato in qualche modo un precursore.
 
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