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Nel periodo del basso Medioevo l’approccio alla
Passione di Cristo intesa come momento di dolore e
di sofferenza fisica trova la sua massima
espressione, soprattutto dopo che nei primi tempi
l’iconografia e ogni altra forma artistica in genere
avevano invece esaltato di più l’immagine trionfante
del Salvatore, quasi eludendo, o comunque
sottacendo, il riferimento alla sua natura umana e,
di conseguenza, al suo dolore inteso non come
afflizione spirituale, ma come patimento del corpo.
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In realtà l’andata al Calvario rappresenta un
momento di angoscia che deve suscitare unanime
compassione proprio perché mostra Gesù uomo,
afflitto da dolori e piaghe, sofferente come sarebbe
stato qualsiasi altro essere umano in quella
particolare circostanza. Lo rende, insomma, simile
ad ogni altro essere vivente, uomo tra gli uomini.
Nel 1300 una prima descrizione del pietoso
trasferimento del Cristo caricato della Croce si ha
ad opera di un frate domenicano, tale Ricaldo, il
quale in tal modo pone le basi della futura
letteratura che fiorirà sull’episodio nei secoli a
venire. La storia della Via Crucis ha rappresentato,
infatti, nel tempo, un momento di grande meditazione
intima ed ha avuto successive evoluzioni, quasi che
ognuno abbia voluto aggiungere di suo al grande
quadro d’insieme, ritoccando qua e là qualche
particolare, chiosando, aggiungendo a volte anche un
tocco di originalità.
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È quanto si scopre operando una ricerca in tal
senso, quantunque avulsa da ogni schema specifico di
indagine, ma fine a se stessa, quasi un tentativo
timido di andare a cercare in un campo in cui la
tradizione, per sua stessa natura, non dovrebbe
ammettere variazioni o diverse letture.
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E si scopre, allora, per esempio, che prima di
arrivare alla sua forma attuale e definitiva la
Via Crucis è passata nel tempo attraverso
diverse fasi di rappresentazione, annoverando
all’inizio solo cinque stazioni, poi quindici,
poi sette, poi ancora dodici (secondo un
manoscritto del primo ‘400) o addirittura
venticinque (secondo un libello apparso alla
fine dello stesso secolo e dato alle stampe ad
Anversa nel 1518). Seguono sempre nel tardo
Cinquecento altre Viae con dodici e poi diciotto
stazioni. Nel '700 si torna a sette stazioni,
corrispondenti alle sette cadute. La forma
attuale è dei primi del secolo diciottesimo.
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Interessante rilevare, nella ricerca, che diversi
sono stati nel tempo anche gli approcci alla
raffigurazione dell’episodio, giungendosi talora
alla vera e propria rappresentazione scenica, con
tanto di comparse e personaggi. È quanto avviene dal
1963 a Cervaro, in provincia di Frosinone, al
confine tra il Lazio e la Campania, nei pressi di
Cassino. L’originale manifestazione nasce all’inizio
per iniziativa di alcuni giovani del luogo per
passare, dopo alterne vicende, dalla primitiva
rappresentazione statica ad una vera e propria
sontuosa messa in scena. Il tutto è organizzato nel
dettaglio, in modo imponente, con grande cura dei
particolari: costumi diversi per pretoriani e
legionari, corazze in vero metallo o in cuoio,
bighe, ricostruzione fedele del Pretorio e del
Sinedrio, del mercato dell’epoca, fiaccole e torce
in cera e bambù. L’ultima edizione (dal 1999 esiste
una Associazione Culturale Via Crucis Vivente di
Cervaro che si occupa di tutte le fasi
organizzative) si è svolta in 30 scene diverse con
centinaia di figuranti e con la solita spetta-colare
resurrezione rappresentata nella parte alta del
centro storico suggestivamente illuminata da torce e
fiaccole romane.
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Ma non solo nel settore della rappresentazione
teatrale si scoprono originalità. Una vera novità
giunge dalle nostre parti. Un parroco di Atri, don
Giuseppe Di Filippo, in occasione del sessantennio
del sacerdozio, ha portato a termine un’opera
iniziata nel 1992 e conclusa solo di recente, dando
alle stampe alla fine dello scorso anno una Via
Crucis in versi, in vernacolo abruzzese, con
traduzione a fronte. Si tratta di un lavoro che
sortisce il risultato di accostare ancor più il
lettore alla sofferenza fisica di Cristo. Si sa
infatti quanto il dialetto possa agevolare
l’immediatezza del messaggio che si intende
trasmettere, ponendosi come lingua comune di tutti,
semplice e genuina, sfrondata di ogni sofisticato
fronzolo. E immediata e schietta è la scrittura di
don Giuseppe che giustamente evidenzia
nell’introduzione come “la forma dialettale e il
discorso in prima persona possono suscitare maggiore
confidenza in noi verso colui che, nostro vero
amico, ha sofferto tanto per ridarci la pace e al
salvezza”.
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Il volumetto si avvale per tutte le quindici
stazioni del prezioso contributo figurativo del
prof. Nino Facciolini, valente ceramista di Castelli
ed amico dell’autore che “ha raffigurato sulla
ceramica le 15 stazioni della Via Crucis riprodotte
nel testo, ispirandosi ai Maestri castellani
dell’epoca d’oro della ceramica”. Ed in effetti le
tavole che illustrano gli episodi della Passione
sono immagini estremamente suggestive, dai riflessi
cromatici pastosi e caldi, tipici dell’arte
castellana. Il testo, preceduto da una introduzione
storico-artistica di Giuliana Gardelli, ceramologa
di fama internazionale, è sempre scorrevole, intimo,
assai confidenziale e direi che l’assunto dell’opera
trova piena e meritata conferma nel raggiungimento
del risultato finale che è quello di porre il
lettore a diretto contatto con gli avvenimenti,
quasi che siano episodi accaduti per le strade del
suo paese, tanto realistica e concreta appare ogni
descrizione, tanto vero ogni particolare.
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Si deve dare atto a Don Giuseppe di aver davvero
umanizzato il delicato momento della Passione,
mostrando come la salita al Calvario altro non è che
il cammino di ogni uomo verso un grande traguardo
spirituale, attraverso il percorso non agevole della
vita quotidiana, tra le innumerevoli difficoltà
esistenziali che lo chiamano a misurarsi
continuamente con se stesso. Esempi analoghi di
espressioni poetiche dialettali sulla Via Crucis
esistono nella manifestazione Settembrata
Abruzzese, ma come giustamente rileva don
Giuseppe, si tratta sempre di descrizioni limitate
ad una sola stazione. Un’opera di così ampio respiro
non trova forse altri precedenti, per lo meno in
vernacolo abruzzese. Un vecchio caro amico di naja
della provincia di Bergamo, saputo di questo mio
scritto, mi invia una mail per segnalarmi una Via
Crucis in dialetto bergamasco I quatordes
stassiù de la strada de la crùs, opera di don
Giovanni Benigna con testo italiano a fronte di S.
Alfonso de’ Liguori e con illustrazioni a colori di
Giovanni Battista Galizzi ed Elia Ajolfi. La ricerca
è solo all’inizio. Chissà che spulciando qua e là
non si arrivi a scoprire l’esistenza di una
letteratura in vernacolo non ancora emersa nel
panorama letterario nazionale e della quale, almeno
in Abruzzo, don Giuseppe Di Filippo di Atri è stato
in qualche modo un precursore.
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